Bastano due gocce di luce: la fotografia di Valentino Barachini

STANZA 251: Nelle tue fotografie quasi sempre si percepisce una sorta di oscuramento al lavoro, come una velatura di buio che innerva la visione. Si tratta di una tecnica per drammatizzare l'immagine, aumentandone la profondità emotiva ? Oppure  è un modo per renderla esemplare ? Spiegaci meglio questa suggestione che ci pare una delle caratteristiche fondamentali della tua poetica.

VALENTINO BARACHINI: Le mie immagini fotografiche sono sempre state scure al limite della leggibilità. Non vogliono colpire, o abbagliare, ma anzi aspettano, immobili, che qualcuno penetri in esse avvicinandosi piano piano, e così lo avvolgono. Il buio è assenza e mistero. Il buio è ciò da cui tutto è creato. Sono sufficienti due gocce di luce per dar vita ad un luogo universale ed evocativo. Con questi presupposti creo immagini iconiche ed universali. Il dramma è un altro punto fondamentale della mia poetica. Il mondo e la vita sono dramma. Non utilizzo il buio per drammatizzare l’immagine ma anzi uso le immagini per rappresentare il dramma. Anche i soggetti delle mie immagini mi aiutano a raggiungere questo scopo.

S251: Sappiamo che viaggiare per te è una attività importante. Molte delle tue fotografie sono state scattate quando ti trovavi all'estero, ad esempio in Giappone. Al tempo stesso sei anche capace di trasfigurare certi paesaggi che nelle tue immagini appaiono remoti, ma in realtà si trovano a pochi minuti dal luogo in cui abiti. Che rapporto instauri con questo binomio lontananza/prossimità?

V.B: Ho sempre creduto che un artista viaggi solo per poter scavare maggiormente dentro se stesso. Per questo sono sicuro che pur viaggiando da molti anni e conoscendo persone e luoghi lontani, ho sempre scattato la stessa immagine: il mio autoritratto. Ogni immagine quindi rappresenta aspetti della mia persona. Comunque il mio lavoro fotografico (e così anche quello pittorico) non è mai stato neutrale rispetto a temi etici e poetici: mi sono sempre schierato dalla parte di chi ha bisogno e sono sempre stato fedele alla mia poetica, senza seguire tendenze o giudizi.

S251: Visitando il tuo studio abbiamo potuto osservare i tuoi lavori da vicino e ci ha colpito l’attenzione per i materiali: la carta, la tecnica di stampa, l’intervento manuale, il ritaglio. Una cura meticolosa che prosegue nel tuo lavoro in Origini edizioni, in libri pieni di dettagli complessi che trasmettono esperienze tattili oltre che visive. Dato che la stratificazione dei tuoi gesti, dallo scatto all’oggetto-immagine finale, si trasmette così chiaramente all’osservatore, puoi dirci qualcosa di questo processo? Quali sono le tue tecniche di ripresa e di stampa preferite?

V.B.: La realtà è molto complessa per me, ed ho sempre cercato di rappresentare la sua complessità con stratificazioni che si sviluppano nel tempo, cancellazioni, affioramenti, sovrascritture, ecc. Così per i miei libri e per le mie immagini fotografiche avviene la stessa cosa: segni, graffi, polvere, interventi con colori o oro, sovrapposizioni, mascherature e cancellazioni… Ogni mia nuova edizione ( e direi ogni copia dei libri) è la rappresentazione della stessa idea: organizzare la realtà per diminuire la sua complessità. Per raggiungere questo scopo uso sempre la pellicola (solo raramente il colore in digitale) in molti formati (dal 135 mm al 13x18 cm) in relazione a ciò che devo rappresentare. Stampo in camera oscura provini ingranditi. Poi dopo una prima selezione li ristampo un po’ più grandi e poi ancora più grandi, ma mai oltre il 18 x 24 cm. Per editare un libro scansiono poi le stampe scelte in funzione al lavoro che sto progettando. In camera oscura utilizzo strategie molto semplici, come cambiare acidi o diluirli, usare carte scadute, strappare la carta con le mani per utilizzare i bordi sfrangiati, mascherare o sovra impressionare ciò che meno interessa ecc. Comunque in linea di massima il mio metodo è quello di pensare sempre la foto come un oggetto singolo, unico. Per molti anni ho utilizzato lo sviluppo Lith e gli effetti erano molto pittorici e irripetibili, oggi utilizzo il collodio su lastra di vetro o il ferrotipo che mi permettono simili pittoricità. Per me quindi una stampa fissata è un oggetto a tutti gli effetti, anche perché intervengo sempre con oro o altri colori. Per questo motivo, infatti, in alcuni casi, ho la necessità di incollare successivamente sulla pagina del libro una foto con interventi artigianali.

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S251: Ci rendiamo conto che osservare le tue immagini su uno schermo toglie loro qualcosa di essenziale. Chi osserva su uno smartphone o un computer un’opera pittorica è sempre consapevole di un adattamento, una traduzione, che nella fotografia è facilmente dimenticato. Il fatto che ci sia stata una conversione da un supporto cartaceo pre-esistente allo schermo è insidiosamente nascosto dalla ormai completa “naturalizzazione” digitale della fotografia. C’è qualche modo per chi osserva i tuoi lavori sul nostro sito che possa mitigare questa semplificazione?

V.B.: Sono convinto da sempre che osservare immagini su un monitor sia alquanto deprimente: è retroilluminato, non si possono toccare, il formato è sempre alterato, (senza parlare di eventuali dominanti), insomma credo proprio che se vogliamo togliete alla stampa originale la sua essenza, è sufficiente digitalizzarla! Per fare un esempio, io uso il computer per progettare libri, ma stampo su carta, appena possibile e poi continuo ad aggiornare il prototipo cartaceo ogni volta che faccio variazioni e correzioni, fino ad avere una maquette molto simile al risultato finale, anche per materiali, formato, rilegatura ecc. Non conosco infatti nessun altro modo di poter mitigare la trasformazione che fa il monitor alle mie foto se non sfogliando i miei libri o di osservare da vicino le stampe.


Valentino Barachini fotografato da Carlo Zei

Occhio Vivente, per Valentino

Sarà sempre una questione di intensità, qualcosa che non puoi scegliere ma a cui sei condannato. Se volessi semplificare in modo inappropriato, direi una passeggiata del sonnambulo. Con quella precisione inaffidabile delle prospettive sognate, desiderate, ma paurose quando non te le aspetti e ti scaturiscono a breve distanza. All'improvviso il paesaggio che ritenevi familiare e inoffensivo, si è invece tramutato, per un orrido prodigio,  in distese di nere acque con la consistenza di gelatina, da cui affiorano spuntoni di rocce taglienti come il diamante. Deve essere sopraggiunta una eclisse a gettare questa non-luce su tutte le immagini e sopra le nostre conversazioni. Le ombre mi aiutano ad inseguire un'idea di dissolvimento, la cancellazione, uno zero sopraggiunto. Le parole che in questa non-oscurità riesco ancora a dirti, mi sembrano disseccate, inutili.

L'attesa scava i profili della visione, in termini non tanto di spazio, quanto di tempo. Resto immobile dentro al movimento dei pianeti, e potrei considerare questa fredda avventura come il capitolo incompiuto di una faticosa ascesa, attraverso velature ancora presenti e dinamiche dopo continue rigenerazioni. C'è stata una prima volta in cui ho apprezzato tutte le figure da una vetta, ma da allora troppi fallimenti sono sbocciati. Credo che questa sia l'ultima occasione per affidarmi ad un temperamento  romantico, affrontando qualunque visione possa accompagnarsi a questo ormai invisibile concetto.

Stefano Loria

Valentino Barachini