Limes

Continuo a girare per l'accampamento cercando nei volti dei miei uomini una traccia dell'entusiasmo che li ha spinti fin qui. Ma troppi sono i mesi senza un bottino, senza una vittoria risolutiva, una ragione per desiderare questa terra di confine priva di strade, città, o gente che sappia parlare una lingua comprensibile, greco se non latino, o almeno il persiano.
Gli uomini continuano a morire in quotidiane imboscate. Selvagge creature coperte di pelli, prive di alcuna conoscenza dell’arte militare, sbucano dalla foresta, volteggiano correndo le loro armi e riescono a uccidere numerosi legionari prima di essere abbattuti. Combattono barbaramente, da soli o in piccoli gruppi disordinati, ma le loro spade sono più solide e lunghe delle nostre e penetrano le nostre corazze. Questi barbuti giganti sembrano disprezzare come segno di codardia la compattezza delle nostre formazioni, e quando la loro corsa suicida si arresta sulla punta delle nostre lance io non so se l’espressione di stupore sui loro volti provenga dallo sciogliersi del mistero della morte o dalla tragica evidenza del proprio errore di valutazione.
Strabo, mio medico e biografo, nota che le giornate sono più lunghe in questa terra remota e tuttavia il sole resta basso e non scalda.
Curioso tipo, il mio Strabo. Si ostina a non volermi preparare quella bevanda che da sola può lenire il dolore del mio cranio incrinato, invocando pomposo quel "primum, non nocere", del suo amato Ippocrate. Eppure lo vedo ben pronto a tagliare gli arti feriti dei miei soldati, anche quando essi invocano pietà e preferirebbero morire di febbri piuttosto che restare nelle retrovie, inutili zavorre del mio esercito. Ma forse io stesso non sono meno spietato di lui, io medico e carnefice del mio intero esercito, ogni giorno lo recido dal corpo della patria come un arto ferito in modo forse meno irreversibile, ma non meno doloroso.
E tuttavia i miei genieri aprono nuove radure, rendono strade i sentieri, villaggi fortificati i semplici accampamenti, insieme pianifichiamo un'avanzata, tracciamo mappe, spostiamo confini. Ogni nuova città si collega saldamente alla precedente da strade ben lastricate. A volte mando emissari in città appena più lontane dell’ultima costruita, così vengo a sapere che ciò che ci lasciamo indietro non durerà più di una stagione. Ogni strada è riconquistata dalla foresta e ogni nuovo villaggio sarà presto distrutto dai barbari nascosti e in attesa della nostra partenza.
Sembra che la civiltà che portiamo con noi, che seminiamo in queste terre strappate alle querce, sia una breve parentesi solo di poco più durevole del nostro passare, come il debole raggio luminoso di una lampada che si muove alla cieca nella notte e che tuttavia indica l'unica possibile direzione del viaggio.
Se nella nostra avanzata le stelle impazzissero e ci riportassero sui nostri passi, non troveremmo traccia del nostro precedente passaggio, e continueremmo a disboscare, misurare, costruire, testardamente posare la milionesima pietra miliare, l'ennesimo vallo che separi il dentro e il fuori dell’Impero.
Il dolore alla testa non mi lascia dormire ormai da settimane, anche se la ferita sembra rimarginata, e il naso non sanguina più. Non so se la strana chiarezza che hanno acquisito i miei sensi sia dovuta alla ferita, all'insonnia o alla strana luce di questa terra fredda le cui acque sono così limpide, e gradevoli al gusto. Strabo dice che dipende dalla forma degli atomi, che nell’acqua di questi fiumi sarebbero più rotondi. Vedo gli oggetti più lontani nitidi e ben definiti, cosa che è contraria alla logica, e ad ogni mia precedente esperienza di ferite alla testa, lo stesso Strabo mi guarda con una curiosità che non mi rassicura affatto. Anche lui è cambiato in questi anni di viaggio. Mi dice che i miei frequenti scatti d’ira sono conseguenza della mia ferita alla testa, dato che il cervello non è più in grado di svolgere la sua funzione principale, che è di raffreddare il cuore. Se non mi preparerà quella sua maledetta pozione lo farò frustare con verghe gelate, potrà così verificare di persona la sua teoria e assaggiare il sapore acido del sangue e dei suoi atomi spigolosi

Carlo Zei (testo e immagine)

Carlo ZeiCarlo Zei