L'estate senza fine - Francesco Lauretta

Francesco Lauretta (fotografia di Carlo Zei)

Se resisto al dolore posso ritrovare memorie di un periodo lontano. Sono sempre io ma in un'altra vita, lontanissima dal mio presente, come se si trattasse dei ricordi di un'altra persona del tutto differente che trascorreva intere interminabili estati al mare, perduto sulla costa toscana, al Forte dei Marmi per l'esattezza, nell'adolescenza disorientata ed anche in seguito, nella prima esplosa giovinezza. Passavo mattine e pomeriggi infiniti sulla spiaggia, seduto a guardare mare e cielo, abbagliato dalla luce, provavo a seguire i mutamenti del fronte di nuvole basse sull'acqua, ora così compatte che sembravano una parete impenetrabile, ora tanto sfrangiate e trasparenti come fossero un cotone che i miei occhi potevano sagomare a piacimento, percorrendone l'estensione ne interpretavo la forma.

Quella curvatura, quella brusca schiuma rigonfia, la piega leggera del tessuto atmosferico con i margini che venivano scuriti dall'addensarsi dei raggi solari, disegnavano un castello sotto assedio, un labirinto soffice, oppure cose del tutto diverse, costruzioni utili per le scorribande future, cangianti architetture del possibile, e proprio dalla promessa delle cose che sarebbero arrivate venivo catturato in quelle giornate sulla spiaggia, prigioniero felice dentro un sistema cielo/acqua/sabbia. Ero dentro una macchina del paesaggio con le condizioni che mutavano ad ogni istante, sempre imprevedibili, il vento ora acquietato, poi scatenato, ed una montagna di ombre poteva sopraggiungere ad oscurare tutto l'orizzonte, virando ad un grado di malinconia quella che fino ad un attimo prima era una tranquilla contemplazione. 


Senza figure umane generalmente, ma talvolta il campo visivo poteva all'improvviso essere attraversato dalla corsa di una ragazzina, con i capelli lunghi nerissimi in tutta quella luce, così rapida da passare come in sogno, un'apparizione, l'emblema di un'età, di un'energia, di una destinazione che l'osservatore può solo provare ad indovinare.

 
Un dominio dell'attesa in cui il trascorrere delle ore si frammenta e si suddivide in parti sempre più piccole, porzioni di esperienza in continua fioritura, in una moltiplicazione così enorme da bloccare di fatto la percezione stessa del tempo. Non capisco più da quanto sto qui davanti al mare, sembra un'eternità. Minuti, ore, giorni, forse anni interi perduto sotto un ombrellone a guardare il mare, sottratto al futuro, congelato in un teatro all'aperto enorme e splendido, ma credo che questa visione del perfetto giorno estivo nasconda la fine, anzi sono assolutamente sicuro che questa giornata, pur nella sua magnificenza, indica una negazione, una mancanza. E' stata la consistenza incerta della spiaggia stessa – da un momento all'altro temo di sprofondare nelle sabbie mobili – ad indicarmi il pericolo. 


La verità. Se guardo meglio, tutta la scena si ripete con interessanti variazioni ma è contenuta dentro una nuda stanza e sulle pareti lo spolvero lascia intravedere arabeschi non tranquillizzanti. Uscendo dalla camera dell'estate infinita ho trovato infatti i ritratti della morte lì ad aspettarmi. I piccoli disegni terribili. Così ho capito che quelle sfolgoranti giornate trascorse davanti alle onde che tracciavano linee di spuma invitanti - quando mi sentivo un abitante privilegiato nell'impero della luce – non erano la promessa di un trionfo futuro, non preannunciavano miracolose combinazioni di volontà e fortuna. No. Significavano solo se stesse e la loro provvisoria sostanza.

Francesco Lauretta, A Perfect Day, a cura di Pietro Gaglianò. Srisa Gallery of Contemporary Art, Via San Gallo 53r, Firenze. Fino al 19 marzo 2016

Stefano Loria (testo)

Carlo Zei (immagini)