Liber matrum Andrea Cafarella Liber matrum Andrea Cafarella

Liber matrum - Verena

 

La lussuria è il suo stemma. Etera offertasi, di sua propria sponte, ai carnefici giunti da ogni dove. Cibo per le belve affamate. Serva per vocazione. Verena è la goduria dell’amplesso, l’estasi dell’orgasmo. 

Donatasi all’universo intero per tramite della madre di tutte le madri: Notte. Verena è nello zampillo che scaturisce dal sesso di Notte e scorre nella fantastica complessità dei suoi sogni, ovvero di tutto ciò che esiste. 

 
 
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Le forme giunoniche le fanno scintillare: cosce libidinose, le cui linee morbide sono scolpite su di una pelle marmorea, lucente come ossidiana; fianchi vellutati che si slanciano nelle gambe, maestose sinuosità concupiscenti sorte da natiche perfette, voluttuose; le incurvature fioriscono ai seni, abbondanti, accoglienti, statuari; i suddetti pomi fanno da base al viso pieno, dove la brama di corpi spadroneggia: lo sguardo ammiccante, le labbra gonfie e umide, le guance sporgenti coperte di stelle, la fronte spaziosa nata da un naso sottile ed elegante. Un singolo neo che sembra racchiudere tutti i segreti dell’oscurità. 

Verena è l’attrazione carnale nella sua forma più elevata e pura. La sua sola presenza provoca l’avvicinarsi degl’esseri, l’avvicendarsi dei desideri, l’avvalorarsi, parola per parola, dell’intero almanacco erotico di tutto quanto sia fantasticabile.

E non solo. Verena rappresenta il momento della resa nell’atto del fondersi di due anime, di due enti. Il movimento interiore – che può precedere una più evidente azione concreta –  di arrendersi e affidarsi e perdersi totalmente nell’unione. Porsi al servizio di un amore più grande. Rinunciare a sé. Sacrificarsi.

Santa tra i santi. Verena è il sacrificio, il sacrificio che annuncia la morte.

 

Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti


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Liber matrum - Manana Touzarzai

 

Manana è una bambina. È sempre stata e sarà sempre una bambina. Non vive nel tempo. Non vive nello spazio. Non vive nella realtà. Non vive nemmeno nei sogni o nello sterminato invisibile. Non vive. Non è mai nata e non morirà mai. Manana è poco più che un’idea. 

Eppure, è una bambina, Manana Touzarzai. Più precisamente Manana è una neonata, ha l’essenza di un essere costantemente nella fase iniziale della vita. Manana è eterna. In effetti Manana è un paradosso. Esiste antiteticamente all’immagine delle cose. Se le cose esistono solo quando le si può in qualche modo percepire, Manana non esiste. Manana non è percepibile in nessun modo, mai. Nonostante ciò, esiste comunque. Sovvertendo l’ordine delle cose. Manana non vive ed è la vita stessa. Non è mai nata e non morirà mai, tuttavia, è la nascita e la morte, nella loro forma più autentica. 

 
 
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Manana Touzarzai probabilmente viene prima della Notte. Viene prima della genesi: l’amplesso di Notte e Dì. Viene prima dei sogni di Notte: il concepimento di tutto ciò che esiste. Presumibilmente resisterà alla fine di ogni cosa. Quando Notte riaprirà gli occhi, per lasciare che tutto scompaia, Manana sarà l’unico ente rimasto. E non è detto che persino Notte e Dì non vengano risucchiati, in quel sogno finito, assieme all’universo intero. Non è detto che Manana Touzarzai non sia proprio l’inizio e la fine di tutto. Dio o il suo angelo messaggero: il braccio di Dio. Niente è detto sul conto di Manana e nulla è possibile dirsi se non che c’è: Manana Touzarzai è l’essere nella sua forma più pura. Si trova in tutte le cose? Dimora ogni esistenza? 

Sì e no. 

Manana è una bambina. Un paradosso. In quanto tale non ci è dato di spiegarla in alcun modo. Non ci è concesso di percepirla né di comprenderla, eppure Manana è: più di ogni altra cosa, esistente o meno.

 

Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Liber matrum - Enogra

 

La «fatta di lacrime». Liquida, le sue forme sono mutevoli come acqua; adattandosi a qualsiasi superficie può arrivare in ogni luogo e svaporare nell’aria limpida. Offusca la vista degli esseri, così da apparire sempre dietro una patina fumosa. Preferisce comunque mostrarsi in una foggia che le assomiglia. Così, è più frequente avere la sensazione di trovarsi davanti a un tritone, metà pesce e metà uomo. Nulla di più falso e soggettivo. Senza dubbio una falena tenderebbe a immaginare un essere metà falena e metà insetto di mare, e un uccello la vedrà somigliante a un esemplare della sua specie, e un fantasma a un fantasma, e un albero a un albero, e così via. Enogra ricorda a ogni entità che tutto ciò che esiste viene dall’acqua e di acqua è siffatto. Allo stesso tempo rammenta che ogni essere ha dovuto nascere dalla sofferenza d’un parto – sia esso fisico, mentale o spirituale – e nella sofferenza tornerà a risplendere, tra le braccia della morte, alla fine.

 
 
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Nel momento della tristizia e dello sconforto più assoluto, appare. Evocata dalle lacrime, Enogra si rivela perché sente il richiamo profondo del dolore. 

Solo nel momento orribile della disperazione è nascosta la possibilità del cambiamento. Il potere della metamorfosi. Così il serpente si contorce nel periodo della muta e perde la pelle per sostituirla con squame più resistenti. Illuminato dalla luce del sole apparirà cosparso di un nuovo splendore e attaccato dai predatori sarà più duro per le loro fauci ed essi rinunceranno alla preda per timore di non poter scalfire la sua rinnovata armatura. E quel serpente saprà, avendo guardato negl’occhi di Enogra, che è grazie al patimento e alla rinuncia e al sacrificio di quella vecchia pelle che sopravvive. Che bisogna essere come l’acqua e saper cambiare costantemente, senza cambiare mai. 

 

Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Liber matrum - Hime

 

L’alleata. Hime rappresenta il legame.

Uomo e donna. Buio e luce. La profondità dell’abisso più assoluto che si unisce al più alto e irraggiungibile dei cieli. Il brutto e il bello. L’oriente e l’occidente. Ciò che si può e ciò che non è possibile fare, vedere, credere. La casa e la strada. La tana e l’esterno. Vecchio e bambino. Il sesso, Hime è nel sesso. Nell’unione si manifesta. Enorme e minuscola. Può nascondersi dietro un granello di roccia scheggiatosi dal monte e apparire come la montagna stessa e su di essa distendersi coprendola interamente per ricongiungerla a quel granello come all’universo intero in un solo gesto, semplice e complesso. Riassume tutte le strutture dell’esistenza e del pensiero e del vuoto. Si compone di tutte le forme possibili, immaginabili e non. È composta di frammenti di ogni entità che le ricoprono il corpo come un mosaico in perenne metamorfosi. 

 
 
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Hime spiega con la sua presenza che tutto è legato, che ogni ente è parte del tutto e inscindibile da tutti gli altri enti. Lo spiega con la tenerezza dei cuccioli che, appena nati, possono vederla come una minuscola luce, poggiata su ogni cosa. Soprattutto sulle cose invisibili. È lei che dona le prime visioni a quegli occhi ancora vergini.

Hime è la maga dei neonati perché è intercedendo con loro che si esprime nel modo a lei più naturale, è nella purezza di quegli sguardi ciechi e onniveggenti che rivede se stessa. Perché i neonati – siano essi foglie, cuccioli d’elefante o brevissimi sogni nati da un pisolino – sono i suoi figli, simulacri dell’alleanza tra due entità, del legame che intercorre tra gl’opposti. Nella natività Hime prospera e vive per sempre, circondata da ciò che è appena venuto al mondo ed è già e ancora morto.

 

Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Liber matrum - Olpe

 

Signora dell’attesa, del presidio, della resa.

Chinata sui fogli scrive l’esistenza mentr’essa accade. Non vive e non ha mai vissuto e i fogli non sono fogli ma simulacri della memoria che nessun essere vivente può comprendere. Sono ciò che noi chiamiamo fogli, o lastre di pietra o papiri: tracce di linguaggio apparentemente cancellabili. E come anche ciò che è vergato nelle rocce può scomparire e scomparirà, i solchi che Olpe traccia svaniscono appena vergati. Sono solo immagini della realtà e appartengono al nulla. Ripetizioni di ciò che non esiste già e sempre esisterà. Dove il tempo non esiste più e ciò che accade si riverbera nel tutto e contemporaneamente si reitera e resta in uno stato di immobilità, nella quasi azione in cui niente avviene e tutto può succedere. 

 
 
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Olpe è immobile mentre ogni cosa avviene per mezzo del suo agire. Questa è la sua sostanza.

Così conserva e mostra, all’universo intero, l’intero universo. Riflette il cosmo nel cosmo. Lo rivela. 

Olpe non è altro che un riflesso di tutta l’interezza dei sogni di Notte, vale a dire: l’illusione emanata dall’esistenza stessa.

Per questo motivo è impossibile percepire la dea dell’abbandono e al contempo la si riceve in ogni sguardo e in ogni respiro, nei sogni. Per questa ragione sembra invisibile pur essendo onnipresente. Abita il vuoto invisibile di cui è fatta ogni cosa e le stesse galassie e le stelle e i pianeti e il cuore. 

Eppure, Olpe è cieca e non le è permesso di guardare sé stessa. E se questo avverrà alla fine di ogni cosa non è dato saperlo, Olpe si fida di ciò che è, senza bisogno di conferme, senza bisogno di sapersi con i suoi occhi, per pura intuizione. Questa è la consapevolezza assoluta.

 

Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Liber matrum - Priskila

 

Non lascia mai il suo giaciglio. Immersa nella disperazione. Sdraiata sul pube di Notte, gli occhi socchiusi, lamine, linee di luce flebili e strette che chiedono il buio. Immobile, con un peso oscuro al posto del petto: il tradimento del Giorno dormiente. Priskila rivive in ogni menzogna per punire l’imbroglione. Priskila è la giustizia, la bestia sterminatrice che caccia selvaggiamente il bugiardo nell’atto inesorabile di estorcere, dalla sua bocca lorda, la Verità. Priskila appare al traditore per mostrargli, nei suoi stessi occhi, il male che dimora nel suo cuore. Per soffocarlo di dolore e infine rivelargli la sua vera natura. Priskila è essa stessa uno specchio e tutti gli specchi. Vive nell’iride di tutti noi, dimora nell’immagine falsa che ognuno crea di sé stesso e si palesa solo nel momento in cui quella lastra riflettente viene spezzata. Si riprende tutto Priskila, senza pietà. Senza alcuna compassione. Con una letale lucidità. Non ha bisogno di armi perché la Verità l’assiste e la cattiveria serve solo a mostrare la bellezza di Priskila – che porta in sé quella della Verità – in tutto il suo crudele splendore. 

 
 
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Tutto ciò avviene esclusivamente nella testa di Priskila, ornata da lisci capelli del colore del buio, conficcata nel sesso di Notte, in una perpetua masturbazione che le rende possibile l’incanto di esistere ed essere contemporaneamente in ogni luogo che abbia un’immagine da specchiare. L’immagine che torna all’immagine per distruggerla. 

In quel suo talamo ombroso e pieno di energia nera Priskila sta accasciata come morta, senza potersi alzare e senza poter dormire, senza poter vivere se non nel momento della rivelazione degli altri negl’altri. La disperazione le ha levato la forza e Priskila piange lacrime di pece che s’intrecciano alla chioma, che le coprono il corpo e le ferite, che l’avvolgono di dolore morbido e rassicurante. Nel dolore e nell’odio è la sua stagione e il suo motivo d’esistere, e in essi si esaurisce e muore. E rinasce e muore nuovamente, all’infinito.

 

Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Liber matrum - Lalat

 

La prima figlia dei sogni di Notte è pura evanescenza. Il suo corpo traslucido la restituisce all’altrui sentire come una visione spumosa. La si vede scivolare nel blu del mare di notte, da vera Ofelia, fin nelle profondità da cui non è possibile risalire. La si scorge nei sogni. Nel manto sottile, lo spazio d’inconsistenza che separa il mondo materiale dall’immateriale sconfinato e invisibile. La membrana. Dove soggiace il silenzio: nel vuoto.

 
 
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La sua consistenza filiforme, di veli eterei sfilacciati attorno alle membra, somiglia a un vento. Il suo sguardo mesmerico trapassa le cose. La sua sostanza impalpabile incarna perfettamente la sua voce fina, delicata. Le ombre fluttuano dal capo santo e avvolgono tutti i fili dell’universo, le coincidenzeche di norma siamo soliti ignorare. 

È apparsa ad antichi Re e Faraoni, ha ispirato poeti e seminatori di vergogne, si è lasciata inseguire da menti geniali, da entità straordinarie e ha accarezzato l’ultima lacrima di sonno della Notte prima che le s’aprissero le palpebre e finisse l’onirica esistenza d’ogni cosa. Esiste da sempre Lalat, la prima figlia, la madre dei sogni, progenitrice dell’incubo, meretrice ch’ammalia. Ella, lo spirito. L’oscurità che comprende e nobilita l’oscuro. E nell’eternità senza tempo discende nell’abisso, come per tornare a casa, disperatamente, senza mai fermarsi.

Cosa stia cercando, nella sua dimensione unica, solipsistica e intoccabile, nessuno può saperlo. Neanch’ella lo sa, come la Notte non sa di giacere nel letto del Dì e crear l’universo sognando. Così Lalat è sempre in cerca, s’immerge, sprofonda, e solo chi anela alla profondità assoluta può avere la fortuna di vedere questo spettro exquisitus. Un’apparizione che non è possibile dimenticare.

 

Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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