RECENSIONE DEL DISCO CHE NON C'E'
“Shine” di XO (Francesco Perissi)
Con una curiosa e piacevole anticipazione, preannunciata su FB, XO, ovvero Francesco Perissi domenica scorsa ci ha permesso di ascoltare il suo ultimo lavoro, un E.P. costituito da quattro tracce, disponibili solamente per 24 ore, per poi ritornare nei meandri dell'harddisk, in attesa di una veloce e meritata pubblicazione ufficiale.
Ovviamente non è un'operazione commerciale, ma un'opportunità, per tutti quelli che in qualche modo hanno incrociato il lavoro di Francesco, di capire la direzione intrapresa e restituire un feedback.
Francesco Perissi opera nell'ambito della sperimentazione sonora, principalmente utilizzando la chitarra elettrica in modo assolutamente non convenzionale e in diversi progetti sia in solo che con altri musicisti.
Il progetto solista X6 per chitarra esafonica, che ho potuto ascoltare live, consiste nel trattamento individuale dei suoni prodotti dalle singole corde e dalla inusuale distribuzione sonora dell'amplificazione con un impianto 6.1, ovvero 6 casse (una per ogni corda...) più un subwoofer per i bassi. Questa configurazione produce un esperienza di ascolto unica e straniante, i suoni attraversano lo spazio cercando la loro posizione che contribuisce alla stratificazione sonora in modo dinamico. Naturalmente non si parla solo di un effetto tecnologico, ma di una sorta di composizione istantanea, di improvvisazione, nella quale lo strumento è la chitarra ma lo strumento è anche lo spazio e la capacità di far muovere il suono arricchito di significato: il dove è importante quanto il come.
La nuova produzione è invece sempre un parto solistico, con strutture più articolate e la sorprendente presenza della voce.
La chitarra, come sempre trattata, spesso irriconoscibile, frantumata e granularizzata, produce sonorità iterative, ed è supportata da parti ritmiche, elettronica polverizzata e infine la voce.
Tutto l'insieme è un percorso interessantissimo e imprevedibile, con vari livelli di lettura e con la sicurezza naturale di chi conosce i propri mezzi e li utilizza al meglio.
Il mixaggio esalta i dettagli che è sempre bello cercare, i piccoli suoni di cui ci si accorge quando non ci sono, senza prevalere sulla composizione artistica di valore assoluto, con atmosfere sospese che ogni tanto sviluppano la tensione in aperture raffinate e mai ingombranti. E’ una musica da riascoltare, di spessore e di qualità, mai banale.
“Shine” apre con delicatezza, come il miglior David Sylvian, cominciando a tendere il filo, una preghiera, un gospel elettronico.
Un arpeggio sottile introduce “Cherish”, che si dilata a supporto della voce filtrata quasi recitante poi doppiata e appoggiata su note di basso, fino al grande respiro della chitarra lontana e distorta del finale.
La terza traccia, “Broken” ci trattiene per quasi quattro minuti su ticchettii modulati mai uguali fino al sofferto ingresso della voce che racconta fino a perdersi in un riverbero.
Si finisce con “Wordless” una cassa sintetica, meccaniche, loops, voce, crescendo di pads, la macchina che si spenge.
A questo punto non manca che la stampa, magari su vinile, con grafiche adeguate, per divenire uno dei migliori dischi del 2019.
IL SUONO DELLE SFERE
Me la canto e me la suono
Bene, siete degli ascoltatori incontentabili, vi piacciono le sperimentazioni, l’avanguardia, ma tutto vi sembra vecchio e superato. E anche lo streaming vi ha già stancato, del ritorno al vinile non se ne parla, i CD sono roba da autogrill, e ora?
E ora la musica ve la fate da soli e ve la ascoltate. E’ vero, ci sono decine e decine di software e di app che producono suoni, organizzano sequenze, tagliano e incollano, fino alle sale prova virtuali, ma quello di cui parlo oggi è da un’altra parte, è un non-luogo, uno spazio dello spirito e dell’udito.
Binaura è un collettivo di creativi che producono installazioni multimediali in ambiti di arte contemporanea, workshop, software, scrittura di codice e produzione di oggetti elettronici interattivi.
Hanno creato un app chiamata SphereTones, dalla grafica minimalista in bianco e nero, per creare musica straordinaria gestendo pochi elementi, delle sfere appunto (in realtà dei cerchi neri) che producono suoni.
La installate e alla partenza c’è un tutorial di cinque schermate che vi dà alcuni suggerimenti d’uso e poi solo uno schermo bianco, SOLO uno schermo bianco e nessun suono. Ma niente paura, appoggiate un dito sullo schermo e compare un cerchio nero con sette spicchi corrispondenti ad altrettanti suoni. Spostando il dito sullo spicchio si sente il suono che sarà riprodotto dal cerchio.
A quel punto potete “suonare” la sfera semplicemente spostando il dito dal centro verso l‘esterno e vedrete un cerchio come un orbita e un pallino nero più piccolo che comincerà a rimbalzare sulla superficie della sfera, producendo il suono che avete scelto. Tanto più vi siete allontanati dalla sfera quanto più sarà lungo l’intervallo tra un suono e il successivo. E’ possibile continuare ad aggiungere pallini sonori a distanze diverse e quindi creare delle poliritmie già interessanti.
Ma se fosse solo questo non vi avrei scomodato a leggere: intanto si possono aggiungere sfere con suoni diversi in ogni posizione dello schermo, che non finisce nello spazio che visualizzate ma si estende oltre, sempre bianco e vuoto, in attesa delle vostre sfere risonanti.
E’ possibile zoomare in avanti o indietro aggiungendo un riverbero che aumenta allontanandosi, restituendo un reale senso della profondità dello spazio in cui si opera.
Lo zoom rivela tre tipi di visualizzazione: la “Node View” è quella generale dove si vedono le nostre sfere, e dove, spostandoci possiamo fare suonare o nasconderne alcune creando composizioni inaspettate. Inoltre le sfere sono visualizzate circondate da triangoli unifilari pulsanti a tempo di musica.
Ingrandendo la vista (Rhythm View) si vedono le sfere con le loro orbite e con i pallini rimbalzanti che è sempre possibile modificare o cancellare. Lo step successivo è la “Pitch View” che consente di cambiare la tonalità del suono prodotto dal singolo pallino. Non essendoci una quantizzazione i vari timbri scelti si sovrappongono in pattern sempre diversi e basta anche un piccolo spostamento a modificare la composizione.
Tutto qui? Certo, ma non è sicuramente poco, bisogna provare a perdersi nel bianco e nella musica, con il senso di spaesamento dell’infinito e la certezza che nessun altro (nemmeno noi, a dire il vero…) sentirà mai quella musica in quella forma a meno che non tocchiate il piccolo quadrato in alto a destra, che, divenendo rosso, vi segnalerà che la registrazione è iniziata: e quindi la vostra creazione potrà essere salvata su un cloud o spedita come allegato di un messaggio, per condividere con qualcuno una porzione del vostro spazio bianco.
http://www.binaura.net/spheretones
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IL POTERE DI LOTIC
Black Christmas
Le strade troppo rette non ci piacciono. Quindi oggi ci sentiamo l’ultimo lavoro di Lotic, “Power” che è una strada con varie curve e accidentata. Lotic è lo pseudonimo di J’Kerian Morgan, musicista di Austin – non pensate al blues però – di stanza a Berlino da alcuni anni. Ne parlo perché il percorso musicale di Lotic ha seguito due percorsi sovrapposti, derivati dalla passione sia per il pop (nel significato di accessibile) e nella musica sperimentale, iniziando gli studi musicali dal sax contralto e completando con cinema e teoria musicale all’Università.
“Power” arriva dopo una serie di uscite, singoli ed E.P. e con collaborazioni importanti – tra cui alcuni remix per Bjork, molti DJ set e la collaborazione con il collettivo/label discografica/eventi Janus di Berlino. L’ascolto è interessante perché rivela molte delle influenze dell’artista frullate e riproposte: si viaggia tra techno smontata, R&B, ritmiche deviate, frammentazioni, ricerca sonora, noise.
Ci sono passaggi che inseriscono stilemi pop in un insieme assolutamente di deriva industriale, creando uno straniamento in cui ovviamente quello che sembra non è. I bassi sono importanti e determinano le atmosfere assolutamente urbane e vagamente inquietanti. Gli altri suoni possono arrivare da qualunque luogo, Lotic dichiara di utilizzare molti suoni della vita reale, di uscire con un registratore per catturare rumori che tagliati e trattati con l’elettronica diventano parte integrante dei brani.
C’è anche la voce, la sua, sussurrata in “Hunted” o tagliuzzata e rammendata in “Bulletproof”, che arriva alla traccia 8, con “Nerve”, ma anche qui il fine non è la melodia, ma un senso se possibile ancora più di disagio che nelle tracce solamente strumentali.
La voce torna nella traccia successiva, con il cantato di Moro, anche produttore del disco e compagno nel collettivo Janus e di nuovo su “Solace” il brano che conclude il disco, possibile colonna sonora di una strana e deviata notte di Natale.
Tutto il disco convive con questo equilibrio disassato, sghembo che ci parla di un futuro in cui siamo già senza che ce ne accorgiamo. Invito a cercare in giro anche i lavori precedenti, in particolare “Heterocetera”, sei brani che sono il naturale complemento introduttivo all’ascolto del nuovo album.
Il video di “Hunted”
DYSTIL - TRAME NELL'OMBRA
Da New York a Lisbona, a….
Tra le innumerevoli e mutevoli uscite della label Clean Feed da Lisbona (prossimamente ne dovrò parlare) ho scelto questa, un trio proveniente da New York, una formazione consueta con piano, sax e batteria, ma la cosa che mi ha incuriosito nelle note di accompagnamento è la parola “objects” aggiunta al loro strumento di competenza.
Tre giovani jazzisti che arrivano alla loro prima uscita con questa formazione, non avevano mai suonato insieme, decidono di creare qualcosa e scelgono di vivere per tre mesi nello stesso luogo per condividere il loro racconto e poi condividerlo di nuovo, con gli ascoltatori. La copertina del disco vede tre persone, forse i musicisti o forse tre monaci, incappucciati, di spalle, che si incamminano su un percorso nebbioso, in salita tra gli alberi: e la copertina, inconsueta, dice già molto.
Se amate le ibridazioni, le ridefinizioni e le sorprese questo disco vi ammalierà: 11 brani di cui almeno un paio sono degli interludi, che rappresentano una serie di scene che trovo più assimilabili a quadri teatrali oppure a sfogliare un album di vecchie fotografie, che al “Imaginary Film” del titolo del brano che apre il disco.
Non ci sono temi da sviluppare, non ci sono assoli, ma una serie di suoni convenzionali affiancati da piccoli rumori, scricchiolii, interferenze, che insieme compongono istantanee in bianco e nero, sonorizzate in modo coeso e profondo dai tre musicisti.
Non c'è mai tanto tutto insieme, il pianoforte di Quincy Mayes accenna brevi licks iterativi che in breve scompaiono, il sax di Bryan Qu approfitta degli spazi per lasciare andare delle note, alla batteria Mark Ballyk accenna ritmi minimali e spezzettati su soffi di piatti, distesi su un substrato granuloso, una visione di polveri e luci marginali.
Il vero fulcro semmai è l'attesa di un apertura che (ovviamente) non arriva a liberare la tensione, la musica scorre su piani temporali sovrapposti a velocità diverse e termina spesso quando ne vorremmo ancora.
E' anche la misura uno dei pregi di quest'opera, con l'asciuttezza che diviene stile, si tramuta in racconto del buio, delle ombre, di strascichi, del suono degli “objects”, e così, dopo l'improbabile accenno di melodia con voci filtrate di “Warm Grey Meadow” - l'ultimo brano della raccolta - non ci resta che ricominciare dall'inizio, sapendo già che forse non c'è una fine.
Ascolta Dystil su Spotify
Un video di Mark Ballyk - solo performance
CONFRONTATIONS: PIPPO LIONNI, AZIONE E REAZIONE
Non rompete le spatole
Questo giro gioco in casa, si parla di Circostanza #2, festival di letture, musiche e performance tenutosi dal 22 al 29 settembre presso la struttura delle Ex- Leopoldine a Firenze. Il festival era organizzato da Stanza251, che se state leggendo ben conoscete, e da Cartavetra, uno spazio unico a Firenze (e non solo) perchè è uno di quei luoghi in cui per descriverlo si sprecano i “ma anche” dovuti alle molteplici attività proposte intorno all'arte contemporanea.
Evento finale della settimana è stata l'esibizione di Pippo Lionni (live painting), Sergio Corbini (piano, elettroniche) e Stefano Franceschini (sax soprano e baritono, elettroniche).
Lionni è un artista americano di evidenti origini italiane che vive tra Parigi, il Chianti e la Svezia e propone un'arte totale non definita in un solo genere, posta trasversale su varie discipline.
Nello specifico l'evento di sabato scorso fa da compendio naturale alla mostra allestita da Cartavetra completandone la visione ed aprendo nuovi spunti di apprendimento da angolazioni diverse.
Pippo Lionni lavora inginocchiato sul grande supporto bianco steso sul pavimento, al centro dell'emiciclo formato dal pubblico. Silenzio. Un suo battito di mani, riverberato dall'acustica cinquecentesca, dà inizio alla performance. Lionni non usa pennelli ma solamente una spatola da intonaco (svedese preciserà poi) con la quale segna, stende, sgocciola il colore rigorosamente nero: i fruscii, lo sfregamento, i colpi sono già parte della composizione istantanea combinata con i due srumentisti, che prende corpo e si dipana nel tempo.
Attenzione, perchè non si tratta di una pittura con accompagnamento musicale e nemmeno di musica ispirata dalla pittura: è piuttosto l'esecuzione di un trio che si muove in un'unica direzione emozionale, un trio in cui uno degli strumenti è la spatola, ma potrebbe essere qualsiasi altra cosa.
La performance si suddivide in due parti (e due tele) e nel tempo che intercorre tra la prima e la seconda Pippo Lionni tratteggia la sua storia artistica, risponde alle domande degli spettatori, racconta aneddoti, con inaspettata vena intrattenitrice, lontano anni luce dagli artisti seriosi, persi sul loro inarrivabile e ispirato piedistallo.
La seconda parte riprende, recuperando la concentrazione iniziale, fino alla conclusione e di nuovo allo spazio per i commenti.
Ma qui parliamo di musica, quasi sempre, e quindi diciamo delle linee parallele di Corbini e Franceschini, che spesso si incrociano, poi si ritirano, sovrapposte o in solitario, sempre con sapiente dosaggio di cluster pianistici, breaks di sassofono, apostrofi elettronici, silenzi: la spatola di Lionni una volta è un nervoso percussionista, poi una carezza ruvida, poi puntini, clic, poi soffi rochi. Se non si guarda (non è possibile non guardare) sentiamo un trio che accomuna jazz e contemporanea, in equilibrio col luogo che li ospita, in una esecuzione unica e irripetibile.
Fortunatamente per tutti questi momenti sono spesso documentati con video registrati ed anche su un CD uscito poco tempo fa per la label inglese Slam a testimonianza che poi di musica si tratta.
Il CD, intitolato Actionreaction 1, racconta il primo incontro e gli sviluppi successivi in sette composizioni che concentrano l'attenzione solo sull'ascolto ma che tuttavia non possono prescindere dal produrre visioni.
E qui si torna all'inizio, alla pittura, alla musica, al “ma anche”, che poi è quello che cerchiamo.
Il CD lo trovate qui: http://www.slamproductions.net
IL PENTIMENTO DI JON HASSELL
Viaggio nel quarto mondo e ritorno
Ci fossero ancora i negozi di dischi, ci fossero ancora gli scaffali dentro i negozi di dischi, ci fossero ancora le etichette sugli scaffali dei negozi di dischi, ci fossero ancora i commessi appassionati dentro i negozi di dischi questi non saprebbero dove collocare il nuovo disco di Jon Hassell.
“Listening To Pictures (Pentimento Volume One)” è il nuovo lavoro del trombettista/compositore nato nel Tennessee 81 – ottantuno – anni fa e vissuto nel quarto mondo musicando, dal suo primo album “Vernal Equinox” pubblicato nel 1977 fino ad oggi, uno spazio trasversale tra nord, sud, est e ovest, nel quale gli stili, le tradizioni, la tecnologia si incontrano e generano nuove idee.
Decine di dischi e di collaborazioni spesso importanti, (Brian Eno, Nana Vasconcelos, Daniel Lanois, Wim Wenders) molti incroci con suoni e musiche etniche da cui importare la fisicità e il tocco umano e nelle quali inserire spesso incastri con le nuove vie dell’elettronica. Il passaggio alla prestigiosa label ECM a metà degli anni ’80 dura solo un album, poi in giro per concerti, nuovi incontri, Africa, le metropoli, i beats e i suoni urbani.
Ancora, qualcosa al limite della musica lounge da tramonto sulla spiaggia, troppo smussato e ripulito, alternato a lavori più interessanti e meno immediati sempre con attenzione ai suoni e alle possibilità degli studi di registrazione.
E siamo ad oggi.
Innanzitutto il titolo vagamente sinestetico e il sottotitolo, che si riferisce alle passate di colore “correttivo” che coprono errori o ripensamenti nella pittura, e poi la dicitura “volume one” che presume l’inizio di una serie di lavori su questa linea.
(Nota sulla grafica della copertina: sembra la busta di una boutique della riviera adriatica e svia assolutamente dal riferimento all’arte contemporanea del titolo stesso).
Fino dall’inizio si capisce infatti come il titolo e soprattutto il riferimento agli strati pittorici siano assolutamente pertinenti e riferibili alla struttura musicale: l’ascolto non prevede il focus su uno strumento, ma ad un insieme scomponibile nel quale si può scegliere (o essere scelti) di seguire una sonorità anziché un’altra, che anziché confondere consente ascolti ripetuti e rinnovati.
Il mood cambia col tempo – anche con quello climatico – si adatta al nostro stato d’animo senza forzare, sedimenta, si accumula e si sfoglia negli echi.
La tromba di Hassell, come di consueto, è filtrata – con l’uso dell’harmonizer, un effetto che ne moltiplica il suono da note singole ad accordi, ed altri trattamenti – e non è sempre riconoscibile tra suoni ovattati, frammenti di mondo, sintetiche percussioni, pianismi elettrici, soffi.
Hassell non fa il protagonista, compone e si scompone, ritorna alla regia, alla visione dell’insieme in cui i dettagli spesso vanno a posto da soli, galleggianti in un liquido amniotico produttivo e rigenerante.
Siamo qui, ad ascoltare questo giovane vecchio, o vecchio giovane, meravigliati ancora una volta di come la creatività, una luce aperta, gli orizzonti del mondo, possano ancora ispirare a fare, a pensare, a produrre un immaginario composito e persistente.
Siamo qui, e aspettiamo il “Volume Two”.
Jon Hassell (Live in Copenhagen, May 22nd, 2015)
RESIDENZA E RESILIENZA
Spazi pochi per le idee tante
Torno sull'argomento musica + altro, l'altro l'ultima volta era la parola, questa volta l'accoppiamento è con ballerini e video. Ovviamente non una novità ma, oltre a presentare un ottimo esempio in tal senso, prendo spunto per trattare anche gli argomenti del titolo.
L'occasione si è presentata alla fine di luglio, quando un artista video, Salvatore Insana, conosciuto "virtualmente" in precedenza per altri incroci artistici, mi invita ad una prova del suo spettacolo/performance durante una sua residenza artistica presso il Teatro Cantiere Florida a Firenze.
Ho partecipato altre volte a prove “aperte” e sono rimasto sempre affascinato dal conoscere un poco più a fondo la costruzione dell'atto e percepire i meccanismi creativi (o credere di percepirli).
Questa volta è stato ancora più interessante perchè alla fine della prove – non siamo ancora nella fase definitiva ma quasi - c'è stato un proficuo scambio di idee, sensazioni, consigli, tra i pochissimi privilegiati spettatori e gli artisti.
La performance – no spoiler – è costruita sulla danza di due ballerine-performers, un commento sonoro e una proiezione video ed è tracciabile su percorsi orizzontali circolari, spazi immateriali definiti dalla luce astratta della proiezione e sostenuta da ricercate e mai banali sonorità verticali.
Il nucleo di tutto questo è Dehors/Audela, ovvero Salvatore Insana (videomaker, fotografo e regista) e Elisa Turco Liveri (performer e coreografa), coadiuvate nella messa in scena da Serena Malacco (performer) e Giulia Vismara (live electronics), la cui musica contribuisce in modo concreto alla composizione dell'insieme corpi/movimenti/video, con sfrigolii, inserti minimali, piccoli frammenti, schegge cristalline, brevi loop ritmici reiterati e scomposti, live sampling con utilizzo in diretta di suoni di scena.
E' una musica che lascia ampi spazi di silenzio, dove il silenzio è parte importante della composizione, così come il buio contrapposto alle geometrie di luce.
Questa scelta è assolutamente funzionale all'estetica della performance che mantiene un equilibrio costante e fluido tra le parti: non c'è un ordine gerarchico e ogni artista incastra la sua interpretazione del tema – il titolo è “Endless Ending Process” sul degrado dei materiali sottoposti a sforzo, in questo caso dei materiali umani ovvero corpo e mente – con rigore e con compartecipazione.
Da qui la resilienza, ovvero la capacità di assorbire l'energia dovuta agli urti attraverso eventuali deformazioni e, per esteso, dalla meccanica alla psicologia, la persistenza alle avversità dell’essere vivi.
La performance è assolutamente da vedere e da sentire, per cui seguite il link alle pagine del progetto per essere aggiornati sui luoghi e le date di rappresentazione.
Della resilienza alla residenza, con un banale gioco di assonanze, per evidenziare una situazione della quale non ero a conoscenza e cioè l'utilizzo delle residenze artistiche come spazio per mettere a punto uno spettacolo: scorrendo le pagine del web si trovano moltissime offerte generalmente in forma di Call For Artists tematiche e inoltre da quanto ho appreso si utilizzano spazi come in questo caso specifico il Teatro Cantiere Florida, grazie alla disponibilità della direttrice artistica Angela Torriani Evangelisti, in momenti di pausa della programmazione consueta.
Da qui una riflessione su come sia possibile che ad una crescita esponenziale di spazi sotto utilizzati o abbandonati e di grandi dimensioni, penso alla quantità di capannoni ex industriali, e anche spazi di proprietà pubblica, si debba ancora sottoporre gli artisti a questa specie di nomadismo anziché facilitarne lo sviluppo alleggerendo la fatica (ritorna la fatica) della parte logistica e organizzativa per lasciare leggera e costruttiva l'intenzione artistica.
Il sito di Dehors/Audela con approfondimenti sui loro lavori
Il video promo di “Endless Ending Process”:
PUNKT FESTIVAL
Non è Sanremo e non è nemmeno punk
Oggi siamo a Kristiansand, nel sud della Norvegia, dove annualmente si svolge un interessantissimo festival che fonda il suo valore negli ospiti e soprattutto nell'originale formula organizzativa.
Tutto nasce nel 2005 dalle menti di Jan Bang, eclettico musicista elettronico e da Erik Honorè, polistrumentista e scrittore e dalla propensione alle collaborazioni attive che hanno sempre contraddistinto il lavoro dei due musicisti e che in questo caso trovano il naturale compimento.
Jan bang in particolare, dopo alcune uscite discografiche sia in proprio che come produttore, mette a fuoco un'intuizione: appassionato di sampling e di manipolazioni elettroniche sceglie di utilizzare come materiale base delle sue sperimentazioni la musica nel momento in cui viene suonata, praticando una sorta di improvvisazione jazz nella quale quello che viene suonato dai musicisti sul palco diviene oggetto sonoro riplasmabile nelle mani e nelle macchine di Jan Bang, e che aggiunto alla performance originale la trasfigura svelandone tratti nascosti e/o evidenziando dettagli minimi che reiterati propongono nuovi punti di vista (e di ascolto).
Tutto ciò deve essere naturalmente assecondato e condiviso dai musicisti ospiti che generalmente si approcciano alla musica con attitudini similari.
Quando non suona sul palco partecipa al cosiddetto “live remix”, caratteristica peculiare del festival, consistente nella registrazione e nel remix della stessa immediatamente dopo l'esecuzione live.
Un altra caratteristica del festival è quella di nominare ogni anno un “artist in residence”, una specie di direttore artistico del festival che determina la linea e partecipa a più performance. Questo ruolo è stato affidato negli anni a David Sylvian, Daniel Lanois, Brian Eno, John Paul Jones (si lui, il bassista degli Zeppelin nella sua nuova vita di sperimentatore) e altri e fa si che il festival non sia solamente una serie di esibizioni scollegate. Le frequentazioni e gli incroci sul palco e fuori si trasformano spesso in collaborazioni future, e il festival si modella come una famiglia alla quale tutti contribuiscono.
Negli anni è cresciuto sia come presenze artistiche che come pubblico: partiti dal piccolo teatro Agder dal 2012 hanno trasferito la sede nel nuovo centro culturale Kristiansand Kunsthall, uno spazio dedicato alle arti contemporanee, con un auditorium da più di mille posti.
Tutti gli anni quindi è possibile assistere a spettacoli unici nel loro genere, supportati da visuals affidati ad artisti che hanno lo stesso approccio improvvisativo analogo a quello dei musicisti e con seminari e attività parallele che durante le giornate del festival sviluppano tematiche maggiormente legate alla tecnica esecutiva.
Quindi molti musicisti di area improvvisativa-sperimentale sono passati e sicuramente altrettanti parteciperanno in futuro, e ricordiamo tra questi i trombettisti Arve Henrikssen, Nils Petter Molvaer, Jon Hassell, Eivind Aarset e Fennesz alle chitarre, Laurie Anderson, Butch Morris, Vladislav Delay, Evan Parker e molti altri.
Il concept del festival è stata inoltre replicato più volte nel mondo, tra Francoforte, Shanghai, Praga, e anche Milano, con eventi “one-shot” che coinvolgono spesso anche musicisti locali affini per attitudine.
Riflessione breve: ma perchè qualcuno qui in Italia, o meglio qui a Firenze non “copia” l'iniziativa?
Intanto quest'anno si parte il 30 agosto fino al 1° settembre, con una line-up sostanziosa, tra Paal Nilssen-Love, Thomas Stronen, e altri: sono sicuro tuttavia che passare qualche giorno delle ultime ferie estive tra fiordi, merluzzi e musica d'avanguardia potrebbe essere una valida alternativa. Punkt. (A proposito in norvegese “punkt” significa “punto”)
Il sito del Punkt Festival: http://www.punktfestival.no/
IL VOLO DI ICARUS
Elettroacustica, quasi jazz, un disco in mille originali
Icarus è stato un interessante duo elettronico drum'n'bass della fine del secolo scorso (così suona obsoleto, ma tant'è...) attivo con un buon successo fino al 2002 su varie etichette, e poi fondatore della propria label indipendente chiamata Not Applicable. Il loro suono, scuro e urbano, anziché alleggerirsi sfumando nel pop come in molti altri casi, si è consolidato su una vena sperimentale tentando, con ottimi esiti, la commistione con strumenti acustici e si è via via arricchito attraverso la collaborazione con musicisti di altri ambiti artistici affini.
La prima uscita di Icarus sulla propria etichetta è “Misfits”, nel quale si trovano tracce composte smontate e rimontate con un approccio free jazz, ancora non esplicito e la sperimentazione avviene sia nella registrazione dei suoni sia nella loro decostruzione. E' quindi una musica senza etichette, o meglio alla quale non è applicabile alcuna etichetta, e da lì il nome “Not Applicable”.
A questa uscita segue, nuovamente per una label più importante, "I Tweet The Birdy Electric" (Leaf 2004), con inserti di strumenti acustici, improvvisazioni, parti strutturate e altre decomposte in microframmenti ritmici vicini ad analoghe composizioni di musica cosiddetta contemporanea.
Nel 2012 esce "Fake Fish Distribution", una raccolta di brani solo in formato digitale, in 1000 copie simili ma diverse, create grazie ad un software (in collaborazione con Ableton Audio) che modifica i parametri delle tracce rendendole uniche: il risultato è che ciascuna copia in realtà è un originale. Inoltre quando si esegue il download dell'album, quella versione viene cancellata dal server, pertanto l'unica copia in quella forma diventa quella dell'acquirente.
Il marchio diviene quindi un concetto da seguire, i musicisti coinvolti (oltre a Ollie Bown e Sam Britton, poi trasformatosi nell'improbabile alias Isambard Khroustaliov) aumentano a formare un piccolo collettivo dedito, oltre che alla musica, anche alle arti visive, visibili sul loro canale Vimeo.
Oltre l'elettronica, in varie declinazioni, si possono trovare, in forme varie riconoscibili o meno, le percussioni, la tromba, il clarinetto e altri strumenti a fiato, in ensembles in cui i componenti si combinano e si ricompongono al pari delle loro creazioni musicali.
Il livello qualitativo è sempre alto e le tracce spesso scorrono con minimale eleganza tra suoni fratturati, ritmi sfaldati e soprattutto improvvisazione senza caos, a seguire flussi interpretativi spesso di lunga durata temporale, per permettere in modo agevole la ricerca di un filo comune.
Le uscite, che superano le trenta unità, sono rintracciabili facilmente sulla loro pagina Bandcamp ed acquistabili nel formato digitale oppure in quello fisico, cd o vinile, solitamente corredati di un'ottimo supporto grafico.
Alcuni momenti tratti da live set e l'intervista ai fondatori
PAROLE E MUSICA
(Qui non si parla di Mogol-Battisti)
Bene, a questo giro parlo di un atto performativo che esiste da secoli, direi anche da qualche millennio, ovvero la narrazione accompagnata dalla musica. E’ vero, non è una grande scoperta, ma ultimamente (parlo per Firenze e dintorni) sta avendo una rinascita e un rinnovo nella forma.
Il reading, la lettura di brani o di poesie durante la presentazione di libri, oppure in occasione di eventi tematici nelle librerie e nei caffè ha più o meno funzionato in questo modo: c’è la preminenza del testo e della parola su un sottofondo musicale prevalentemente innocuo (è un sottofondo). L’incontro è quindi dominato dalla parte letteraria e alla musica viene lasciato il ruolo di comprimario, applausi, grazie, ah dimenticavo alla chitarra (al pianoforte, all’arpa celtica, inserite lo strumento che preferite) Mario Rossi, salatini, prosecco e via.
Lo scostamento fondamentale avviene quando la performance del lettore/autore/scrittore si struttura come complementare a quella musicale: intanto cambiano i rapporti di volume acustico, si avvicinano e si affiancano, poi la lettura, (lo stile della), diventa affine ad un recitativo attoriale, con scelte precise di tonalità e intonazione, l’importanza degli spazi, dei pieni e dei silenzi, con l’espressione e l’espressività che si accentuano.
E poi c’è l’interazione con la musica, che può essere punteggiatura ma anche scontro di voci, dialogo sonoro importante che definisce e ridefinisce il testo.
Gli strumenti acquisiscono consistenza perché la loro voce appoggia la parola; delle volte non sono neanche più strumenti , sono le pietre sfregate e amplificate, sfrigolii elettrici, i borbottii e i mugugni di un free sassofono, la voce stessa filtrata e rimandata indietro.
E allora si moltiplicano gli eventi letterari, mai come oggi, nell’epoca del malfunzionamento semantico, dell’uso di parole a basso costo, di grammatiche in liquidazione, di vocabolari bignami,con le parole pensate per essere lette che invece diventano orazione, voce, e subito interazione con la musica, che a sua volta diventa descrizione contrapposta.
E a Firenze, ma credo e spero anche altrove, nascono e crescono collettivi, associazioni, nuclei, che fanno della parola (e spesso con altre arti) il loro focus ma che non tralasciano mai di incrociarsi con le musiche come StreetBook Magazine, che parte dalla parola scritta, la estrae e la espone, tridimensionale, con le grafiche live e la musica, oppure Fumofonico che fa della parola, anche improvvisata, un progetto di gruppo da diffondere non solo nei caffè letterari ma ovunque (open mic e slam-poetry come plus), e poi Firenze Rivista, che raccoglie le pubblicazioni cartacee e online e le ripropone in un festival, ancora tra letture e musica, o ancora altri in divenire come (attenzione: autopromozione) il neonato festival-di-un-giorno "Partes Extra Partes".
E quindi continuiamo così, a raccontarci storie.
Qui un video di Fumofonico:
ALGORITMICI
Un talk, un concetto (un concerto)
Ieri sera a Prato. Due spazi importanti che lavorano indipendenti ma in un certo senso coesi su obiettivi simili. Luoghi che vanno oltre la semplice forma architettonica, oltre gli allestimenti e oltre la loro funzione. Lottozero si muove partendo dal tessile, oltrepassandone però i confini, inglobando design, ricerca, coworking, residenze artistiche, inserendosi nell’attività culturale pratese e non, con eventi paralleli che coinvolgono artisti di altre discipline. Spazio Materia - da Via Genova 17, una corte ad alto tasso di creatività – che propone/si propone come aggregatore di musica altra con programmazione connessa al territorio nazionale e internazionale e l’andamento zigzagante di chi non si accontenta, ad agganciare ambiti artistici diversi legati anche al divenire della società.
Il collettivo Phase ha combinato questi due elementi chimici ed ha ottenuto una serie di incontri di cui quello di ieri - in due parti – trattava di algoritmi, di come ci controllano e/o modificano la vita e infine di come utilizzarli per fare musica. Il talk ha visto la partecipazione appassionata di alcuni esperti di reti, comunicazione, media e di Renick Bell, musicista e insegnante, che si sarebbe esibito più tardi. La conversazione, con interventi anche del pubblico presente, dopo la descrizione del concetto di algoritmo applicato alla musica e del particolare procedimento compositivo di Renick Bell, ha seguito com’era prevedibile le tematiche suggerite dal fatto di questi giorni che coinvolge Cambridge Analytika e Facebook e l’uso e abuso dei dati personali. L’argomento, trattato sicuramente con competenza, merita ulteriori approfondimenti perché si presta a innumerevoli derive, pratiche, economiche, filosofiche, forse anche religiose.
Da Lottozero ci siamo spostati allo Spazio Materia, pronto e ronzante, e qui la sensazione di riuscire ad esserci “ora” si è consolidata. L’algoritmo, tema oscuro della serata, si rivela nella sua applicazione alla composizione musicale. Francesco Guijot ci introduce brevemente, illuminato da righe di codice proiettate sulle pareti. E’ il codice che produce il suono, ma è codice manipolato dall’uomo, direttamente sulla macchina (sulla Macchina?).
Poi il fulcro della serata: l’esibizione di Renick Bell, cavi, un piccolo monitor ad altezza degli occhi, la tastiera – non del pianoforte – ma del computer, e le dita veloci che scrivono codice. Ebbene la novità è che la costruzione dei brani avviene in diretta attraverso la modifica in tempo reale del software, una riprogrammazione continua, vitale che si esplicita nella proiezione del testo digitato sulla parete alle spalle del musicista, si vedono i dati scorrere, le istruzioni, alcune di comprensione palese anche per chi non ha competenze informatiche (globalMidDensity, soloPerc…).
La postura ipnotica di Renick Bell, l’ambiente, tutte le parole ascoltate poco prima, i flash della memoria (la nostra) di tanto cinema di futuri prossimi, i bassi poderosi delle casse che ci smuovono i pensieri: siamo da un’altra parte consci contemporaneamente di vivere il tempo nostro e di sopravviverlo. La musica, che poi è quello per cui siamo qui, si srotola techno, senza cassa in quattro, ma come un flusso che ci sposta avanti, i suoni frammentati si uniscono con sibili senza interruzioni. Il suono è digitale, ma stranamente caldo, potente, e la digitazione febbrile e concentrata trasferisce alla musica un che di ancestrale che possediamo da sempre: è il DNA, ancora una volta numeri, stringhe, codice e sì, dati. Quella che in teoria poteva essere una riproduzione sonora fredda si rivela una condivisione istantanea delle idee: il musicista che mostra la sua composizione mentre la esegue rimane straniante e bello, un solista che può rapportarsi al free jazz quanto alla musica elettronica, all’action painting come alla danza tribale.
Il live coding non è un genere, è una forma di espressione, e mi aspetto sperimentazione in questa direzione anche da parte di altri artisti, penso a scrittori, grafici, che interagiscono con algoritmi per creare, ancora una volta dati, ma non solo.
Approfondimenti sul live coding, sulla comunità virtuale Algorave, sui partecipanti e su quanto citato lo potete trovare a partire dai link della pagina ufficiale dell’evento:
THE NECKS
Dall'Australia esplorano l'Universo,ogni sera
Se si pensa a musicisti innovativi, che creano un proprio stile originale e riconoscibile, immaginiamo strumentisti particolari, magari eccentrici, e se in trio, con combinazioni inconsuete degli strumenti: e invece no, qui si parla di un trio ultraclassico, pianoforte, contrabbasso e batteria, e una partenza, ormai più di trent’anni fa, dalla musica jazz.
Chris Abrahams, Lloyd Swanton e Tony Buck sono una macchina improvvisativa, o meglio di composizione istantanea assolutamente unica, nata come progetto solamente da studio di registrazione e poi trasformata in uno dei migliori live set che si possano vedere e soprattutto sentire.
E’ difficile definirli in modo univoco e d’altra parte loro stessi, nella pagina di presentazione del gruppo tengono a sottolineare cosa non sono, piuttosto di quello che sono, e quindi non sono jazz, non sono minimalisti, non sono avanguardia, però sono un po’ tutte queste cose e anche altro.
Detta così sembra di parlare di un ensemble dallo stile indefinito e impersonale ed invece siamo all’opposto: sentire un disco o vedere un loro concerto comporta il riconoscimento e la definizione di un loro suono, personale e interessantissimo.
La loro musica, espressa quasi sempre in brani lunghi anche un’ora, ha la peculiarità di spostare sottili frammenti, grumi di suono qualche volta ostico il più delle volte coinvolgente in modo totale. Lo sviluppo avviene spesso per curve successive, per aggiunte e sottrazioni, con una interattività mai sterile e mai competitiva: non ci sono leader, non ci sono assoli forzati, ma solamente un unico intento perseguito.
Per loro ammissione non sanno cosa suonano fino al momento in cui lo suonano, dal vivo influenzati anche dall’ambiente e quindi dalle caratteristiche fisiche ed acustiche del luogo che li ospita.
Le registrazioni dei loro concerti – ce ne sono molte anche su Youtube – ci mostrano i tre musicisti in posizione inconsueta sul palco: a sinistra il batterista, posto di fianco rispetto al pubblico, al centro il contrabbasso, a destra, di fianco e soprattutto di spalle agli altri due, Chris Abrahams il pianista: non ci sono cenni d’intesa, sguardi, o altri segni che indichino passaggi, stacchi, vie da seguire. Solo il suono e l’ascolto del suono e la reazione all’ascolto del suono, per produrre altro.
E’ un flusso, alle volte di poche note, ripetute, iterazione di un arpeggio sghembo, sempre con accenti diversi, come guardare un quadro astratto, sempre lo stesso, e scoprire dettagli e sovrapposizioni, nuove sfumature cangianti ad ogni nuovo sguardo.
Quando si inizia l’ascolto è difficilissimo interromperlo, perché non c’è mai uno spazio, un vuoto non concatenato a quello che c’è prima e a quello che viene dopo smettere vorrebbe dire smettere di respirare, non è materialmente possibile uscire da questa sospensione.
Lloyd Swanton, il contabbassista, ha dichiarato in una intervista che lo spunto fondamentale a fare questo tipo di musica è arrivato dalla lettura di un libro di un musicologo – Christopher Small – che definisce il fare musica come l’esperienza di un attimo.
E’ un attimo che si protrae nel tempo, un sempre presente che rappresenta al meglio una musica atemporale, legata all’essere, viaggio intimo nel quale la partenza e l’arrivo sono ignoti, e quello che c’è nel mezzo è, può essere, la musica di The Necks.
THE NECKS - 30th Anniversary Concert @ Jazzhouse, Copenhagen (16th of November, 2016)
ROSCOE MITCHELL
Un giorno al museo: l'ultimo album
Ha settantotto anni. Tre anni fa nel 2015 invece di curare l'orto, accompagnare i nipoti a scuola o scambiare due chiacchiere su una panchina ha pensato bene di festeggiare i 50 anni della prestigiosa AACM, Association for the Advancement of Creative Musicians, da lui fondata insieme ad altri grandi (ancora non) della musica jazz.
Mitchell ha attraversato trasversalmente la strada musicale, talvolta andando contromano, seguendo con coerenza un percorso avanguardistico costantemente di alto livello.
Festeggiare un anniversario così significativo non poteva pertanto avvenire sottotono e neppure trasformarsi in un'autocelebrazione non consueta per il personaggio.
Il Museum of Contemporary Art in Chicago ha concesso quindi gli spazi ospitando il concerto dal quale è tratto il disco di cui parlerò tra qualche riga, completando il ritratto dell'artista con una esposizione di alcuni suoi dipinti, una collezione di strumenti inventati, una installazione da palco dell'Art Ensemble of Chicago e una serie di foto d'archivio in cui compare personalmente o attraverso opere altrui comunque ispirate dalla sua musica.
Eccoci al disco, che poi è un doppio, “BELLS FOR THE SOUTH SIDE”, uscito il giugno scorso su ECM. E' la registrazione completa delle due sessions – pomeridiana e serale – suonate all'MCA, nelle quali Roscoe Mitchell si avvale di quattro trio, due per la prima parte e due per la seconda.
Gli strumenti sono i consueti fiati - legni e ottoni - poi pianoforte, basso, batteria e elettronica per i quali Mitchell predispone undici brani (di cui solo uno co-firmato dagli altri partecipanti) dove imposta strutture labili e modificabili organizzate personalmente attraverso la conduzione dell'esecuzione.
Ci si potrebbe aspettare un suono compatto e denso e invece spesso gli strumenti suonano in solo o quasi, leggermente sorretti da punteggiature dei compagni.
Come da sempre Mitchell usa lo spazio, i silenzi, le pause per delineare e modellare le proprie composizioni, indicando le direzioni, suggerendo percorsi: spesso i suoni sparsi, attraverso spirali cicliche, si raggrumano in dialoghi serrati e ritornano a de-strutture free, seguiti poi, nuovamente, da respiri larghi, nebbie sfumate.
Non c’è un brano che sovrasta gli altri per potenza o per qualità liriche: la musica descrive una vita per e nella musica ed è il miglior ritratto (autoritratto) di Mitchell.
Naturalmente è ancora jazz, ma è anche parti di storia della musica contemporanea, minimalismo, composizione istantanea ed è in assoluto uno dei più bei lavori degli ultimi anni, si può risentirlo in continuo e ha la capacità rara di cambiare insieme all’umore dell’ascoltatore, al tempo, alla luce: ecco, la luce e i suoi cambiamenti può essere una buona metafora per descrivere l’ascolto.
Ha a che fare con la percezione, con i battiti cardiaci, con i passi, con lo star fermo ad osservare sapendo di poter mai vedere tutto.
Ha settantotto anni, è vero, ma pubblica uno straordinario connubio di modernità e intuizioni spostando in avanti la visione già avanguardistica che gli compete, ed è il prodotto di due sessions, ricordiamolo, registrate live in un giorno solo, con grandi musicisti capaci di interpretare il senso vero della sua musica. Ha settantotto anni ed è un vecchio nell’accezione nobile e antica della parola, ci riporta all’uomo saggio che fa della conoscenza del passato carburante per il futuro e, fortunatamente per noi, ce ne mostra un pò.
SUPPORTI FONOGRAFICI
Breve storia della riproduzione musicale dalla seconda metà del secolo scorso a dopodomani
Noi (è un noi generazionale ma non entrerei nei dettagli...) per un pò abbiamo creduto di essere in una bolla temporale statica dove esisteva il Disco, con la Copertina-Che-Si-Apre, con le foto, i testi, le note e siamo vissuti con l’idea che sarebbe sempre stato così.
E poi le solite cose, cambiamenti epocali – i cambiamenti sono sempre epocali - “si stava meglio prima”, del poco vinile ma buono , poco nel senso che non c’erano soldi da spendere per i dischi e invece ora è come essere rimasti chiusi in una pasticceria dopo l’ora di chiusura , mp3, youtube, streaming, come bignè, tutto da assaggiare, roba da coma diabetico sonoro.
Il CD già aveva turbato questo stato delle cose, togliendoci si il fruscio della puntina ma negandoci tutta una serie di piaceri, a partire dall’odore del disco – si dall’odore, perché? – e fornendoci in cambio una scatolina di plastica che:
·quando cade si rompe sempre una delle stanghette della cerniera della cover
·note di copertina che hanno prodotto generazioni di presbiti astigmatici miopi, colpa dei grafici che le hanno create su monitor con lo zoom al 400% e poi stampate su 12x12cm
·libretti che nessuno è mai riuscito e reinserire senza strappi sotto le linguette maledette del front cover trasparente
Dato che non siamo mai contenti – è meglio il suono del vinile che è più caldo, no vuoi mettere la pulizia del cd – ci hanno ammollato l’mp3, formato comodo, invisibile, non pesa, lo metti dappertutto, ma che qualitativamente è un passo indietro, confrontare per credere una stessa traccia, anche se mp3 a 320 kbps.
Tutto questo è però solo un problema disquisito dalla fetta generazionale di cui sopra, a un ventenne medio gli interessa poco o niente della qualità, tanto poi il brano lo sente sul telefonino in autobus e non perfettamente “al vertice di un triangolo equilatero dove agli altri due lati ci sono le casse” tanto per citare i consigli delle riviste di hi-fi anni 70.
Ma torniamo alla storia: sono cambiati anche in modo significativo i dispositivi di riproduzione, che per un certo tempo hanno avuto nomi un po’ naif che identificavano direttamente l’oggetto e la sua funzione: il mangiadischi, l’autoradio, il mangiacassette, la fonovaligia.
Il mangiadischi anche se non l’hai mai visto te lo immagini bene: qualcosa a bocca aperta che aspetta di nutrirsi del tuo 45 giri, il mio aveva una puntina che nemmeno un black and decker, ci ho dei residui circolari di vinile (chiamarli dischi è eccessivo) con un rapporto segnale/disturbo quando va bene al 50/50.
Già con il walkman avevamo perso il significato ma ci eravamo capiti comunque, anche se tradotto in italiano fa sorridere, pensate a chi andava a correre portandosi dietro il walkman, il cammina uomo...
In ogni modo fino al CD ci sono sempre due oggetti, uno contiene il suono e l’altro ce lo fa ascoltare, fino all’arrivo dell’i-Pod, padre di tutta una serie di aggeggi elettronici con la “i” davanti, e ovviamente di una sfilza di dispositivi di forma varia ma con la medesima funzione, quella di farci ascoltare un suono che fisicamente non sta da nessuna parte.
La qual cosa ci smarrisce, a noi giovani dalla giovinezza differita, e giù a disquisire sulla qualità e sulla quantità, e smarrisce e non poco i discografici che considerando la musica come oggetto fisico da vendere annaspano cercando di trovare un prodotto che li salvi. D’altra parte avevano dovuto difendersi da una delle invenzioni più infide degli ultimi decenni, il masterizzatore. Ora, conoscete qualcuno che ancora si copia i cd, li masterizza, stampa in pessima qualità delle orribili copertine che si arricciano e scrive a pennarello il titolo sul cd? Io no.
Nel frattempo l’mp3 (e tutti gli altri formati digitali, flac, wav e così via) si è ulteriormente rarefatto e trasformato nell’ascolto in streaming e nelle playlist delle varie piattaforme web.
Il prossimo passo potrebbe essere, chessò, magari delle pillole auditive, ne ingoi una e senti dentro di te l’ultimo singolo di successo (qualcuno secondo me già ci prova con le pillole, ma chissà che sente..).
E poi – sorpresa - grande ritorno del vinile, aumento delle vendite oltre il 50% annuo a scapito dei cd e del download legale e ancora le cassette, questa volta in edizioni limitate con packaging spesso artigianale, pezzi unici numerati, quasi manufatti d'arte. Il cerchio si chiude: la ritualità del contatto con l’oggetto che produce l’amato suono si replica e si moltiplica.
Staalplaat's Cassette Label
Le case discografiche intanto, sempre lungimiranti, avevano smantellato le stamperie dei dischi in vinile – ne sono rimaste una quarantina in tutto il mondo – e solo ora qualche privato ha ricominciato a produrre le presse di stampa e aprire nuovi stabilimenti.
Il futuro? Sono stati fatti test per produrre i dischi con le stampanti 3d, ma ancora qualità audio pessima, per cui staremo a vedere, anzi, a sentire.
C’E’ VITA OLTRE BJORK
Voce femminile, elettronicherie e altri artifizi
Bene, tutti conosciamo Bjork, eclettica cantante/artista/performer islandese: però, quanto deve essere difficile essere Bjork e soprattutto fare Bjork. Hai l’obbligo di essere ogni volta più creativa, più sofisticata, più up-to-date. Video incredibili, grafiche elaboratissime, un disco che è anche una app interattiva, insomma una fatica pazzesca. E poi, diciamo la verità, quanti appassionati mediamente di musica seguono tutto questo? E poi a dirla tutta il cantato smiagoleggiante e singhiozzato dopo cinque minuti stanca…
Tutto questo per introdurre alcune artiste (ebbene si, ancora donne) che hanno a che fare con la voce (la propria) e l’elettronica (sempre in proprio e/o con collaboratori) nonché alcuni plus che derivano dalle loro storie personali e dalla concezione artistica integrata tra musica, video, performance, proporzione estetica.
Andiamo dal facile al difficile, cominciamo con Iokoi, un’artista italo-svizzera che ad oggi ha prodotto un 7” nel 2012 e un album “Liquefy”alla fine del 2016. Suoni in bassa-media battuta, come trip-hop aggiornato nei suoni ogni tanto dubstep e un po’ meno scuro. Racconta di essere influenzata dall’arte e dalla tecnologia, dà grande importanza alle esibizioni live, sia proponendo i brani pubblicati che partecipando a sonorizzazioni improvvisate nell’ambiente teatrale e cinematografico, e non poteva essere altrimenti in quanto per lei la parte visuale è molto importante e di conseguenza sia le grafiche delle copertine che i visuals proiettati durante le esibizioni rivestono un ruolo primario per definirla.
FKA Twigs (vero nome Tahliah Barnett), padre giamaicano, madre spagnola, trasferita poco più che adolescente a Londra, ballerina, cantante, performer. Anche in questo caso il percorso musicale è parallelo a quello visuale, dall’immagine del volto che diviene icona grafica ai video. Esordisce nel 2012 con “EP”, quattro tracce a cui seguono altre quattro tracce su “EP2” e qundi “LP1” (non perde sicuramente tempo con i titoli) album d’esordio del 2014, questi ultimi prodotti da Arca – musicista producer venezuelano che ha lavorato anche con Bjork – e l’ultima uscita, il cui titolo è una sorta di codice fiscale - “M3LL155X” – ma che si legge “Melissa”. Bassi tondi, cantato sentito, sonorità sospese e leggermente inquietanti, disturbi. Il video che accompagna l’uscita è in realtà una sequenza di brani legati, come una piccola suite funzionale e complementare alla musica.
Viene dal SudAfrica, è una ballerina da sempre, e poi modella e cantante: Manthe Ribane coadiuvata dal producer Okzharp rilascia due Ep - sulla prestigiosa Hyperdub - dal suono scarno, architettonicamente ritmato. La voce si avvale a volte di artifici elettronici che ne raffreddano la vocalità incastrandosi tuttavia sempre nelle strutture musicali spigolose con grande gusto. Stilofonica.
“Platform” è il secondo album di Holly Herndon. Uscito nel 2015, ha ottenuto ottimi riscontri di critica e ha stimolato una serie di analisi più meno compatibili con i contenuti musicali, derivanti da una filosofia di vita e di rapporti interpersonali saldamente intrecciata con la tecnologia, come racconta più volte lei stessa nelle interviste -. Sicuramente è un album difficile e interessante che necessita un respiro più ampio per essere ascoltato, diciamo che bisogna essere disposti a seguire la voce, anche qui trattata in vari modi, che percorre melodie su frantumazioni ritmiche, cristalli calpestati, in dialogo costante con i suoi alter ego digitali. Da vedere i live, in particolare quello al The Teragram Ballroom, dove sovrappone magistralmente loops vocali e poco altro.
EPIFANIE #01
Il Parterre, Mario Schiano, una cravatta
Era il 1975. No, forse il 1976. Bah, insomma, avevo intorno ai sedici anni e, curioso e potenzialmente alternativo, con altri amici cercavo di passare un sabato pomeriggio come tanti.
Qualcuno aveva visto un volantino (cit. “porzione cartacea di forma rettangolare contenente informazioni relative ad un evento”, niente eventi facebook), riguardante qualcosa tipo manifestazione alternativa, mercatino alternativo, musica alternativa (l'ho detto che eravamo alternativi) che si svolgeva al Parterre.
Apro una parentesi: il Parterre di Firenze, in piazza della Libertà era ben diverso dal simmetrico padiglione circolare rosso pompeiano che vediamo oggi. Fungeva da centro per le esposizioni, in particolare la Mostra dell'Artigianato ed era un agglomerato di multipli baraccamenti e superfetazioni che coprivano tutta la superficie ora liberata e che, visto dall'interno, visitando le esposizioni, non era percepito come tale, complice la destinazione di mostra mercato, che tra flussi ininterrotti di visitatori e stand di tutte le tipologie, contribuiva all'illusione.
Ma torniamo al sabato del 1975 – o 1976: avevamo già un interesse per musiche eccentriche, il qualcuno di qualche riga sopra dice che c'è Mario Schiano al Parterre e “ti piacerà”, e poi è gratis e a sedici anni gratis era una delle migliori parole che si possano sentire.
Entriamo negli spazi, utilizzati solo in parte, che sembravano come abbandonati di fretta a causa di una catastrofe ignota, tra qualche banchetto di magliette, libri e poster autoprodotti e parecchia desolazione.
Una batteria, altri strumenti appoggiati e un po' di sedie davanti erano invece dedicati alla performance musicale. Aspettiamo e mi guardo in giro: post woodstockiani di ritorno, barbe cubane, alcuni dall'aspetto creativo subito etichettati come musicisti, e poi un tipo in abito completo, tra il beige e il cammello chiaro, giacca/camicia/cravatta, stempiatura importante: assolutamente fuori posto, penso, chissà, è della Questura a controllare, forse; sparisce e poi torna, insomma sembra un impiegato di uno sportello di banca o di un ministero.
Aspettiamo ancora e ad un orario indefinito il batterista comincia a scaldarsi sui tamburi, rullo, crash, prova prova prova, ok. Dai.
Intro, suonano con piglio, tra cavi, microfoni, bottiglie vuote, le custodie degli strumenti, bene così, la sezione ritmica ritma e prepara gli appoggi giusti, la gente che gironzolava un po' annoiata attirata dalla musica si avvicina, i post woodstockiani accennano mosse di ballo ieratico.
Manca qualcosa però.
A fianco, defilato, arriva l'impiegato di banca, si slaccia un po' la cravatta (corta larga, anni 70, come poteva essere altrimenti?) raccoglie un sax contralto dalla custodia e comincia a suonare, note larghe, il groove è quello giusto e i compagni di suono assecondano.
Il tema del brano enunciato, ripetuto, comincia a sfaldarsi, il sax vibra, l'ottone trasfigura, rimodellato da quel signore in giacca/camicia/cravatta, vecchio ai miei occhi di sedicenne, giovane e nuovissimo alle mie orecchie.
Visione, passione e flusso di stridori e fastelli di note in discesa. Mi si apre un corridoio nella mente ed esco da un’altra parte. “Mi piacerà”.
Mario Schiano - sassofonista – 20/07/1933-10/05/2008
Integro con un estratto video della trasmissione di RaiUno “Adesso Musica” – anno 1974 - durante la quale Mario Schiano, leggermente attonito, presenta e cerca di spiegare al conduttore e agli ospiti, presumo giornalisti musicali, un video che illustra un brano del suo ultimo disco. I commenti al video (che per inciso non è un capolavoro) ma soprattutto alla musica “difficile” di Schiano, con la perla del “…mi sembra jazz” del barbuto commentatore vale la visione.
STRADE PARALLELE
L'approccio alla produzione musicale - nuovi percorsi
Il pianista si siede davanti alla tastiera. Le dita, veloci, suonano, annotano sul pentagramma, cancellano, riscrivono. Il chitarrista, curvo, cambia gli accordi e prova l'intonazione della voce. Questa (e altra) la composizione musicale fino ad un po' di tempo fa, poi l'informatica aiuta e sospinge il compositore verso strutture più articolate, ad una visione senz'altro allargata, supportata da software e hardware dedicato.
Gli ultimi anni il musicista si è evoluto e molti hanno scelto di trovare una nuova via alla composizione legata allo strumento musicale esteso, ovvero un insieme di dispositivi per produrre suoni, per modificarli e riprodurli in pubblico in un modo determinato, un’estensione dello “strumento preparato” ampliamente utilizzato nella musica contemporanea.
Ora che vi ho confuso abbastanza le idee prendo una delle direzioni possibili per spiegare.
Il compositore 2.0 sceglie a priori il suo setup, composto solitamente da uno strumento “tradizionale” e da altre macchine atte a modificare in modo sostanziale il suono originale. La novità è che la macchina che modifica il suono originale è sullo stesso livello di importanza dello strumento base, senza gerarchie.
La scelta del setup è quindi parte della composizione perchè ne condiziona concretamente l'esito. L'ultimo tassello – opzionale - è l'impianto audio che, durante il live set, diffonde quanto prodotto e che può essere inconsueto per posizionamento e quantità dei diffusori.
A monte di tutto questo c'è anche la scelta di realizzare la propria musica in studio e distribuirla tramite un supporto fisico o digitale, oppure di consentirne anche l'esecuzione dal vivo o ancora farla vivere solamente nel momento in cui viene creata.
Portare la propria musica davanti ad un pubblico prevede l'accettazione implicita di imprevisti dovuti ad errori esecutivi e défaillance tecnologiche da gestire in modo da riprodurre non tanto (e non solo) la sequenza di note ma il mood intero del brano.
E' evidente che la creazione musicale dipende da una serie di variabili parzialmente controllabili (e questo per alcuni è un valore aggiunto) e pertanto la riproducibilità dell'atto diviene pressoché impossibile cristallizzando l'esecuzione come composizione. L’errore può divenire un’opportunità se considerato uno stimolo a prendere una via inattesa e non una iattura catastrofica.
Parlando con vari musicisti sul come raggiungono il loro scopo musicale si scoprono metodi diversissimi, rigorosi, aleatori, empirici, filosofie opposte e contrarie, dall'amplificazione del battimento delle pietre a sofisticati sistemi di modulazione, all'utilizzo della gesture corporea come controllo parametrico.
Lo spartito – e non è certamente una novità – sparisce per far posto, quando va bene, ad elementi grafici, utili solo come traccia mnemonica, tramite colori, segni o immagini.
La composizione trascende la possibilità tecnica dello strumento permettendo di essere musicista al non-musicista, e di scolpire gradualmente o immediatamente l'emozione della creazione.
Tutto questo per raggiungere l'obiettivo – speriamo – di esprimere in modo compiuto la propria arte con l'iperstrumento che funge da interfaccia bidirezionale tra l'artista e il fruitore. Tralascio volutamente la ricerca di soluzioni originali buone sole come curiosità, ma consiglio un ottimo esempio di “sassofonista espanso” con una performance live di Piero Delle Monache Vedi su Youtube
I musicisti percorrono, per caso o per scelta, multiple strade parallele che a volte però si incrociano e creano nuovi spazi sonori. Sta a noi abitarli.
JAZZ FEMMINA
Alcune (più o meno) conosciute donne del jazz contemporaneo
Nella musica jazz si associa la figura femminile in modo rapido e un pò banale alla cantante (appoggiata al pianoforte a coda...) oppure nel migliore dei casi a pianiste dal tocco raffinato ma poco incisivo. Ci sono naturalmente eccezioni, pensiamo ad Alice Coltrane e alle sue figurazioni visionarie e psichedeliche, ma, insomma, sempre in percentuali minime rispetto alla controparte maschile.
Da alcuni anni sono comparse sulla scena diverse donne che si sono fatte spazio in modo definito e personale, suonando strumenti come il sax, il clarinetto, la tromba, con grande personalità, diventando voci imprescindibili del jazz contemporaneo.
In modo assolutamente parziale ho scelto quattro dischi recenti, usciti tutti lo scorso anno, per due etichette tra le più interessanti del panorama internazionale, per apertura mentale e varietà di proposte nonché qualità delle uscite, ovvero la svizzera Intakt e la portoghese Clean Feed.
Cominciamo.
Angelika Niescer (sax alto) e Florian Weber (piano) sono i titolari di un quintetto, completato da tromba, contrabbasso e batteria, che fa uscire “NYC Five” sei brani originali firmati in alternanza dai due leader. Siamo in zone conosciute, dentro strutture solide nelle quali si muovono con agilità gli strumenti che alternano parti sicuramente scritte ad improvvisazioni, sorrette dal basso che è il punto di appoggio, il perno sul quale gli altri ruotano, a loro agio anche sui tempi dispari.
Lo stile della Niescer, fluido e zigzagante, trova l’apice in “The liquid stone” brano veloce tra due ballads morbide, nel quale sposta in avanti la propria scrittura, proponendo come tema un riff zanzaroso e trascinando il resto del gruppo nel brano più coraggioso del disco. Equilibrio.
Ingrd Laubrock, sassofonista (tenore e soprano) mette insieme un inusuale ensemble, con tromba, koto, piano, elettroniche, tuba e batteria. Qui siamo da tutt’altra parte, i brani si costituiscono in forme mutanti e inquietanti dove non c’è un tema, un centro tonale al quale fare riferimento, ma dove tutti gli strumenti procedono in parallelo alla costruzione di un multistrato , e dove le peculiarità timbriche spostano l’attenzione sui dettagli. Spesso è l’esecuzione frammentata, lo staccato insistito e incalzante a spingere il brano, senza prevalenza tra gli esecutori.
L’ultimo brano “Serpentines” che da il titolo anche a tutto il disco, parte free e poi si dilata, allarga il respiro sulle note sparse del koto, finale. E da lì viene voglia di ricominciare, che tanto ogni ascolto mostra spigoli e prospettive diverse.
Atmosfere simili, niente spritz jazz oggi, con “Miller’s Tale” che accomuna Sylvie Courvoisier al pianoforte, Evan Parker ai sassofoni tenore e soprano, Mark Feldman al violino e, altra donna, Ikue Mori all’elettronica. Anche in questo caso la formazione non è canonica e l’incontro/incastro tra i musicisti è straordinario: Evan Parker porta in dote la sua immensa storia di improvvisatore inserendosi tra i cluster pianistici della Courvoisier e le passate liriche del violino di Feldman. La punteggiatura ce la mette Ikue Mori tra microsuoni, rumori, gorghi.
L’album curiosamente è composto dai primi quattro brani in cui tutti i musicisti suonano insieme e altri cinque in cui ogni brano è invece realizzato da coppie variabili. Le combinazioni in duo sono un compendio utile perché evidenziano le personalità senza però mai perdersi in tecnicismi autoreferenziali. Esperimentale.
Susana Santos Silva è una trombettista portoghese, con un cospicua discografia sia a suo nome che come collaboratrice con musicisti in tutta Europa. L’ultimo disco – “Life and other transient storms” – la vede insieme a Lotte Anker, signora dei sassofoni, e poi pianoforte, contrabbasso, batteria, in un combo che, come raccontato dalla stessa Susana, trasferisce in musica un momento di transizione della sua vita – e da lì il titolo.
Il disco è composto da due lunghe improvvisazioni nelle quali i pieni strumentali veementi si alternano a spazi meditati, e poi di nuovo via, sempre su tempi veloci, manciate di note, strappi e ringhi. Tempesta (transitoria).