Il piccione

fotografia di Carlo Zei

All’ombra di un platano, seduto su una panchina in un lato tranquillo dei giardini di piazza D’Azeglio, il primo di maggio del proprio venticinquesimo anno di vita, senza crucci né ambasce, Giacomo si gode l’aria tiepida del pomeriggio. Completati i suoi studi senza troppa fatica e con ragionevole successo, Giacomo ha salute e denaro sufficienti per poter guardare a quel pomeriggio come qualcosa di ripetibile indefinitamente. 
A dire il vero, una vaga ma persistente inquietudine sta proprio adesso attraversando l’animo di Giacomo. E’ un’esperienza familiare a chi lascia vagare liberamente il proprio pensiero durante la pacifica digestione di un pomeriggio primaverile, specie quando la voce interiore dell’età adulta non ha ancora zittito col suo prepotente sarcasmo ogni altro bisbiglio invitante alla digressione, ed i dettagli più marginali che si offrono alla nostra percezione si colorano ancora di trame complesse e fondamentali.
Giacomo divaga dunque, e nel filo dei suoi pensieri ogni cosa, da quel ragazzo a posto che è, si sistema in modo ragionevole ed ordinato. Tuttavia c’è qualcosa che si ostina a non farsi inquadrare e per definire quel qualcosa si dovrà, come peraltro fa Giacomo stesso, evitare l’errore di certi dotti che, da ogni cosa sulla quale applicano il proprio pensiero, vedono emergere strane contraddizioni. Ciò che turba Giacomo andrà dunque espresso con schietta semplicità, senza giri di parole, e si tratta, niente meno, che del significato della propria vita e della necessità di averlo ben chiaro di fronte a sé, tondo e trasparente come una biglia. Roba da rovinare un pomeriggio ai giardini. Ma il pomeriggio prosegue nonostante tutto, e Giacomo non si può trattenere dal domandarsi: Chi sono io? Che senso ha tutto questo? Ecco, se lo dice proprio così, quasi ad alta voce, al punto che si guarda intorno contrito, consapevole che domande del genere, che ognuno si pone prima o poi, difficilmente vengono prese sul serio da chi le ascolta. Che senso ha la vita? Ma son domande da farsi? Giacomo scrolla le spalle, sorridendo della propria ingenuità. Ma come è vero che una lettera arriva sempre a destinazione, dato che la sua destinazione è dove la lettera arriva, così non c’è domanda che rimanga senza risposta e Giacomo riceve la sua, forte e chiara.
“I passeri”.
A Giacomo quasi prende un colpo, ma come abbiamo detto gode di ottima salute, quindi si riprende subito e non vedendo nessuno intorno a sé, pensa di aver udito qualche voce dalla strada, o dalle finestre intorno.
“I passeri, dico”.
Questa volta non c’è dubbio, la voce viene da... già, da dove viene?
“Prego?”
“Sei forse sordo? Anzi no, lo so che non lo sei, ovviamente. Comunque sia, i passeri, i passeri, hai capito adesso?”
“Veramente no. Ma chi parla? Dove sei?”
“E chi vuoi che parli?  Vedi nessuno intorno a te?”
"Non vedo nessuno, quindi vieni fuori, per favore".
"Ma sono fuori, più fuori di così non é possibile. E ti assicuro che non mi capita spesso".
Sto parlando da solo, si dice Giacomo, é una cosa che può succedere, basta restare calmi, non agitarsi, una voce interiore, un po' più nitida del solito, tutto qui.
"Macché voce interiore, ma guarda un po' come vi ha ridotto quel mediconzolo viennese, cosa pensi, che sia il tuo subconscio? Il tuo super-io? O cosa?"
"Beh, meglio il mio subconscio che gli alieni a invadermi la testa", risponde Giacomo, ormai rassegnato a questo battibecco.
"Facciamola breve, che lo scetticismo mi annoia, ora ti dò una prova incontrovertibile della mia esistenza e poi mi stai a sentire, o preferisci che ti lasci alle tue domande senza risposta?"
"Che tipo di prova? Un cespuglio in fiamme?"
"Se vuoi, ma si rischia di dar fuoco a tutto il parco, sei sicuro?"
"Magari anche qualcosa di meno vistoso potrebbe andare."
"Bene, ora ti alzi, e dietro quel cespuglio trovi un portafoglio, ti vanno bene 300 euro?"
"Certo, e un milione andrebbe anche meglio."
"Sí, un milione, e poi? Questo é solo per provarti che non sei pazzo, dovrebbe bastarti una monetina, su prendilo."
"Ok, se lo dici tu..."
"Ecco, trecento euro esatti, contali. Sei convinto adesso che non stai parlando da solo?"
“Convintissimo, che dire... grazie”.
“Prego. Ora mi stammi a sentire. Dunque, si tratta dei passeri. Per quanto ti riguarda, quello è il senso della vita”.
“Ma perché i passeri?”
“E perché il chiostro di un monastero? Perché il cilicio, il marxismo, una carriera nelle assicurazioni o una chitarra elettrica? E’ il tuo senso della vita e basta. E ringrazia, che non è niente di complicato.”
“Ma cosa devo fare con i passeri? Parlarci?”
“Ma no, al giorno d’oggi ti prenderebbero per pazzo e ti rinchiuderebbero.  Non ho detto che voglio fare di te un martire o un santo.  Basta che li osservi. So che ti piace questa piazza, giusto?  Allora vieni qui tutti i giorni e guardali, se vuoi puoi anche dargli da mangiare. E‘ opzionale, e non aggiunge niente al senso della vita, ma magari spezza la monotonia.  Allora, ci siamo capiti? Se vuoi che la tua vita abbia un senso, accetta questa rivelazione. E’ un atto di fede, quindi ti devi fidare, e guarda che di solito sono molto meno evidente di così. C’è chi mi dà retta anche solo con dei vaghissimi e ambiguissimi cenni. Ma oggi è una bella giornata (l’ho fatta io) e mi è venuta voglia di manifestarmi a te.  Ora però la pausa è finita e torno alle mie faccende.  Auguri e buon lavoro, puoi cominciare anche subito. Addio.”
La voce se n’è andata come era venuta, Giacomo ha parlato con Dio per non più di tre minuti, pensa ad un sogno, naturalmente. Ma il portafoglio con i trecento euro è ancora in mano sua, i soldi sono reali, il portafoglio è un po’ liso, ma di ottima qualità, la marca è cancellata dall’usura ma sotto il marchio sbiadito è ancora visibile la scritta, contenente un inquietante errore di stampa: “leather gods”. 

La nuova vita di Giacomo procede spedita, dotata di una così precisa direzione. Il giardino di Piazza D’Azeglio e persino la panchina preferita di Giacomo, sopravvivono indenni al passare del tempo come se fossero protetti da una muraglia invisibile. Il mondo conosce crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche, guerre e cambiamenti del costume, ma non il confortevole quadrilatero che ogni giorno avvolge Giacomo. I passeri, creature adattate alle stagioni della città, sgambettano di fronte a lui sull’erba ingiallita d’estate come sulla terra indurita dall’inverno, lui li osserva, a volte metodico, a volte distratto, sempre più esperto negli anni, il suo mondo è scandito dalla grana delle molliche di pane, e dalle testoline nervose che restituiscono obliquamente il suo sguardo attento.

Ci sono giorni diversi dagli altri, nei quali la danza dei passeri sembra quasi svelare un significato segreto, seguire geometrie perfette, ritmi musicali. A volte invece lo sconforto prende Giacomo, parla rivolto al vecchio cespuglio, attende un altro segno, una rivelazione diversa. Si ribella, a volte. Può essere che si rifiuti di distribuire le solite molliche di pane, o che scelga un’altra panchina. Fantastica, persino, di gettare veleno agli uccelli, poi se ne pente e, in colpa, riprende a distribuire briciole più generosamente, per farsi perdonare.

Altre persone attraversano la vita di Giacomo. Forse anche in forma d’amore. Ci sono attimi in cui gli sembra che il significato della sua esistenza sia condivisibile. Occasionalmente, l’ingombrante evidenza della vita altrui sembra fargli percepire la possibilità di sensi diversi, molteplici e contraddittori. Ma le differenze esigono la forza del desiderio e il molteplice, alla lunga, stanca. Gli anni passano e Giacomo finisce col riconoscere negli altri copie imperfette di sé stesso: errori tollerabili purché sufficientemente distanti.

Giacomo è ormai vecchio. La piazza, con qualche panchina in meno ed erosa sui bordi dall’asfalto è rimasta quasi la stessa, i platani sono ancora generosi di ombra in questo primo maggio che Giacomo sente essere anche il suo ultimo. Nonostante tutto, si appresta al suo quotidiano giorno di osservazione. Non c’è nulla di nuovo che i passerotti possano rivelargli, eppure loro saltellano con lo stesso entusiasmo di sempre e lui giudiziosamente li osserva, come ha sempre fatto, tutta la vita.

Potrebbe finire così la sua esistenza, riflette Giacomo, sarebbe una conclusione serena. Certo, sarebbe stato bello capirne il perché, ma non adesso, prima forse, ora è stanco e gli basta il sole di maggio e il conforto dei suoi gesti abituali. Ma non è così che doveva andare, perché una voce familiare torna a farsi sentire, forte e chiara, solo che ora, a distanza di una intera esistenza, sembra insostenibilmente viva e piena di sé.

“Ma che hai fatto?”
“Ti ho ubbidito, ho osservato i passeri ogni giorno della mia vita”
“Hai sbagliato, disgraziato. Erano i piccioni. I piccioni dovevi osservare”
“I... piccioni? Vuoi dire che ho capito male?”
“I piccioni, certo. Ed adesso è troppo tardi. Hai le ore contate. Hai sprecato la tua esistenza.”
“E, non c’è più niente da fare?”
“E che vuoi fare? Non è nei passeri che ho posto la Verità, ma nei piccioni. Non puoi tornare indietro. Nemmeno io lo posso fare. Mi spiace”
“Ma non puoi almeno dirmi cosa mi sono perso?”
“Per capirlo avresti dovuto viverlo, ma non lo hai fatto, quindi la Verità ti è preclusa per sempre. Non c’è niente che possa cambiare questo fatto. Se vuoi posso ascoltarti, ma non posso dirti niente più di questo:”
Giacomo è stanco, sente la vita sfuggirgli, sarebbe facile chinare il capo, chiudere gli occhi e arrendersi. Vorrebbe addormentarsi convincendosi che questo secondo incontro sia solo un sogno. Invece sorride e risponde.
“No. Ti sbagli.”
“Come? Io, mi sbaglio? Sei alla fine, ma io so bene che non sei senile, come fai a dire che io, dico, Dio, mi sbaglio?”
“Non dico che ti sbagli sui piccioni, chi sono io per giudicare? Quelli te li lascio. Immagino che tu abbia anche promesso un chiaro significato ad altre persone. Per esempio quel ragazzo seduto laggiù, così concentrato sul suo libro, gli hai promesso di trovare un significato nella carriera accademica, immagino”
“In politica, diventerà sindaco di una città di media grandezza”
“Buon per lui, ma dimmi, ti riveli ad ognuno? Sempre?”
“In un modo o nell’altro, immagino di sì. A volte non è nemmeno necessario darmi tanto da fare, sembra che non possiate proprio vivere senza dare un significato alla vostra esistenza. A volte intervengo, a volte no, a volte non c’è proprio niente da fare, ci sono casi patologici, disperati, di solito finiscono in tragedia o col suicidio. Anche se li ho espressamente proibiti non li posso impedire, sai, il libero arbitrio”.
“E casi come il mio?”
“Un fatto penoso, ma non infrequente”
“Quindi mi dici che la mia vita non ha senso”
“Non ne ha. Le istruzioni che ti ho dato non le hai capite o non hai voluto seguirle”
“Infatti, ho seguito un’altra strada”
“Una strada che non porta da nessuna parte, una tua bizzarrìa”
“Bizzarra o no, l’ho seguita, ogni giorno potevo scegliere di non farlo, eppure non ho mai smesso di crederci, ho vissuto l’intera mia esistenza in un mondo che vedevo come dotato di senso.”
“Ma un senso sbagliato”.
“Qual’è la differenza fra un senso sbagliato e uno corretto?”
“Mi pare ovvio: sono Io”.
“E’ qui che ti sbagli. La differenza la faccio io”
“Vuoi dire che non esisto? Mi sembra che abbiamo chiarito questo punto”
“Che tu esista o no è irrilevante quando si tratta di dare un senso a me stesso”.
“Ma se posso incenerirti qui, all’istante”.
“Quello puoi farlo, e puoi anche garantire il senso alle altre cose, tipo, è sbagliato uccidere, o uccidersi. Ma non puoi privare la mia vita di significato, perché quello glielo dò da solo. Il senso della mia vita è stato vivere una vita che avesse senso, e io l’ho vissuta”.
“Se ti contenti, per me va bene. Ma ti ho sentito poco fa chiederti il perché del tuo osservare, e ho voluto soddisfare la tua curiosità, e la risposta è che è stato un errore. Decidi tu cosa farne di questa Verità, ormai l‘unica che ti è accessibile”.

Giacomo, di nuovo solo, guarda un’altra volta il giardino che è stato la sua esistenza. I platani gli fanno ancora ombra in questo primo giorno di maggio. 
Un piccione si avvicina cautamente, lo guarda speranzoso mentre Giacomo stringe ancora in mano un cartoccio di briciole di pane. I due si scambiano uno sguardo di assoluta comprensione, poi Giacomo lo allontana con un calcio, e muore.

 

Carlo Zei

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