Circostanza 251 - Nella stanza 251

Bagno D'aria (anni '60)

 Cristina Guarducci (Cartavetra, 10 Giugno 2016)

Cristina Guarducci (Cartavetra, 10 Giugno 2016)

La mattina si spande nell’aria, tocca i bordi turchini dell’orizzonte e poi ritorna, portata da onde leggere fino alla riva. Il caldo verrà nel pomeriggio, per ora la freschezza dell’acqua e degli alberi permette ai bambini di schiamazzare in mare e rotolarsi poi sulla sabbia. Francesca allungata sulla battigia osserva i movimenti della baby sitter per testare quanto sia affidabile. Poco, le sembra, occupata soprattutto a spalmare di olio la sua nordica pelle trasparente. Per fortuna è bruttina, pensa Francesca con sollievo, anche se con suo marito non si sa mai. Francesca cambia discorso dentro la sua testa, ha deciso di non indugiare più con questi stupidi pensieri. Lei è bella e lo sa perfino il suo riflesso lucido sulla battigia, lo sanno i rari uomini che passano per andare a pescare al molo. La spiaggia è deserta, una pellicola di latte posata sul mare vitreo. Il cielo è deserto, senza nuvole, senza gli uccelli partiti all’arrembaggio di pescherecci lontani. Il mare suona come dentro una scatola, le voci dei bambini si perdono risucchiate dallo spazio. 
Una calma così, pensa Francesca alzandosi  per fare due passi, una calma così intensa che sembra il preludio di una meraviglia che poi non accadrà. La baby sitter gioca con i  bambini e Francesca  improvvisamente le vuole bene, la considera già della famiglia. In ogni caso le è grata di essere lì, non le piace stare sola ad aspettare l’arrivo di Carlo. Così il suo tempo è diviso in due parti, il movimento del fine settimana, pieno di cene, di gente, e la pace vuota degli altri giorni in cui Francesca si sente riportare prepotentemente verso se stessa, verso una donna che non conosce e forse non conoscerà mai, che sarebbe prosperata senza Carlo e la famiglia,  una cosa assurda alla quale è meglio non pensare. Potrebbe essere  lei la baby sitter e l’altra la signora. Ma Francesca  è solo una signora di ventisette anni, bellissima come una vergine nonostante i bambini. 
Mentre avanza sulla riva i pesci la accompagnano docili, le conchiglie aprono la bocca di stupore, i calabroni ronzano, verdi e splendenti, la prendono di mira. Francesca si sente piena e intatta, questo sentimento le viene dal cuore come un regalo del mare che la ama. Forse la ama più di Carlo, pensa. Mentre l’ idea le attraversa la testa,  il cielo è improvvisamente sconquassato da un rumore pazzo. 
Un enorme calabrone giallo ingrossa e gira sulla sua testa, è quasi un pensiero solidificato, le fa la danza intorno, riparte per sempre e poi ritorna. Francesca si sente sollevare verso l’alto, ma è solo il vento artificiale dell’elicottero, che indugia, traballa, si sposta e poi si posa sulla sabbia poco lontano. 
Le pale rallentano dolcemente, e un uomo scende a terra. Non è un militare, i pantaloni di lino e la camicia bianca sono eleganti, anche la sua abbronzatura è raffinata.  Le viene incontro sorridendo come se la conoscesse, invece si presenta, le sfiora la mano con le labbra, ma lei non riesce neppure a pronunciare il suo nome. È arrossita, è timida, le gambe le tremano. Per lo spavento, forse.  Le dice che è stanco di volare, a giro fin dall’alba ha visitato già tutte  le isole, ma questa è davvero la spiaggia  più bella! Francesca sa che è un complimento per lei,  ma non abbassa gli occhi, diventa allegra e leggera. Le vengono in mente parole futili, sui viaggi in barca che ha fatto lungo la costa, sulla vita in pineta d’estate, perfino sui suoi figli che hanno smesso di giocare e la puntano di lontano, trattenuti dalla baby sitter. Le sue frasi cantano, sta evocando un mondo di poesia che non esisteva fino a qualche attimo prima, e il pilota è diventato serio. Francesca non ricordava più quello sguardo impuro che gli uomini non osano, adesso. I bambini vogliono sedersi al posto di comando, si arrampicano con i piedi pieni di sabbia e Francesca si arrabbia, ma al  pilota non importa. Quando sono scesi le propone di fare un giro e lei accetta come se fosse ineluttabile.  
Il rumore delle pale è l’unico rumore al mondo, la spirale che dà origine alla vita, che li innalza verso l’ azzurro  assoluto dell’estate. Francesca non ha paura e vede la sua casa dall’alto coperta dal vecchio pino largo come un lago verde. Poi il paese più lontano e la prima isola, tutto è a portata di mano, una serie di balocchi raccolti per lei, che lui le sta offrendo, ma senza parlare. Quando guida è ancora più serio e la sua serietà fa sprofondare Francesca  all’interno di se stessa. Stanno volando, ma a lei sembra di prendere radici.  La pineta color smeraldo fugge sotto di loro, svanisce, e poco dopo sono a picco sul mare in un punto vuoto, in cui non c’è più nulla di solido per miglia, solo la luce che li solleva come il vento.  Volare è la cosa più bella che esista, dice lui, le dice che  gli sembra di volare stamani per la prima volta, e anche questo è un complimento. Francesca è  felice e infatti tutto è naturale, l’elicottero e quest’uomo serio che ha bisogno della sua allegria, lo guida lei adesso, verso la scogliera su cui si arrampicava da bambina, i cui anelli di roccia sempre più scuri sprofondano negli abissi. E se fosse un peccato? Vedere le cose così nette, dominare dall’alto ciò che di solito ci assorbe. Vorrebbe chiederlo a lui, ma le è difficile  trovare le parole.  Il pilota le risponde lo stesso, questa tracotanza di volare, dice, gli sembra che debba pagarla cara a volte, ma rinunciarci è impossibile. Francesca si sente così temeraria stamani che sarebbe pronta a morire con lui, dimenticando perfino i suoi figli, sarebbe la morte più allegra che sia mai esistita. E l’uomo  sorride, l’elicottero allarga la sua rotta come se non dovesse mai più ritornare. Parlano e non parlano, sono silenziosi eppure quante cose sono state dette! Poi il sole all’improvviso perde la sua posizione dominante, fa sentire il suo peso plumbeo trascinando lo spirito verso il basso. Sembrerebbe che i bambini non ci siano più, deve essere passata  già l’ora di pranzo e quella della siesta, Francesca si sente come se avesse viaggiato nel tempo, forse quando tornerà a terra essi saranno già grandi e lei avrà i capelli bianchi. È tutta una vita che lei e il pilota hanno vissuto insieme, ma non sono stanchi, lui rallenta a malincuore, scende piano, aspetta che l’ultima pala abbia smesso di girare e poi si gira verso di lei. “Posso accompagnarla?” sussurra. La spiaggia è fosforescente, sono forse atterrati su un altro pianeta, dove non è più possibile vivere, dove l’arsura e la luce sono diventati insopportabili. L’uomo e la donna si dirigono verso l’ombra del capanno e restano in silenzio, aspettando che il lamento del mare addolcisca i loro cuori. 
Quando si sente pronto il pilota si inginocchia e le bacia al mano, poi si alza senza guardarla e corre verso l’elicottero, ci salta sopra e fa partire  il mulinello infernale delle pale che a quel punto potrebbero scoppiare come una bomba e farli saltare in aria tutti e due, e invece l’apparecchio dondola incerto, turbina tracciando  grandi giri malinconici si solleva dentro gli occhi spalancati di Francesca che non pensa, sta solo vivendo. 

Cristina Guarducci (Cartavetra, 10 Giugno 2016)


 

Viaje a las islas

 Simone Lisi (Cartavetra, 10 Giugno 2016)

Simone Lisi (Cartavetra, 10 Giugno 2016)

Il giorno dopo l'esame di maturità, esattamente il giorno dopo, che ancora non sapevo il voto, e mi avrebbe telefonato il Caporali, l'assistente di laboratorio amante dei Canti Orfici, con cui avevo scritto la mia tesi dal titolo: Perché le arselle hanno un foro?, mi chiamò Roberto Caporali in persona per dirmi il voto alla maturità perché era un po' anche suo, mi chiamò che io stavo già sul ponte della nave partita da Ancona, e forse me lo immagino che fu solo dopo la notte trascorsa al porto del Pireo, la sera in cui la Grecia vinse il campionato europeo di calcio, dopo una notte a non dormire in un giardino, fu solo la mattina dopo che partii per le isole, e mi ricongiunsi a quella famiglia semi sconosciuta e alla loro barca a vela, Siddharta, l'avevano chiamata, di cui sarei stato mozzo e figlio adottivo, amante in uno spazio ristretto della figlia sedicenne, guardiano della sua verginità, là sù un'isola, Castellorizo, nel profondo sud delle cicladi, ricordo che trovammo una qualche casetta abbandonata di pescatori e ci sdraiammo sul pavimento grezzo e lei di certo non doveva star troppo comoda, poi si tuffò in mare mentre io accesi una sigaretta ma questo davvero me lo immagino, e la guardai nuotare via nel mare greco finché tornò a darmi qualche bacio o a strusciarmi il suo naso bagnato contro il mio mento o la mia guancia e io penso fossi già lontanissimo, con la testa altrove, ad Angelica, al mare del Portogallo, o chissà a quali altri mari ancora.

Simone Lisi


 

L'isola No

Matthew Licht (Cartavetra, 10 Giugno 2016)

Partenza! 
L’isola No è spesso nascosta da una fitta nebbia colore della giada verde lattea. Anche per questo è raggiungibile solo con la nave. La nave, perché ci va una sola, l’Alone, 20,000 tonnellate, registrata in Liberia, capitanata da Graham Manden, un suddito inglese che purtuttavia si rifiuta di indossare qualsiasi forma di divisa. 
L’Alone parte dal porto di Livorno. Non è una nave veloce. Impiega una settimana per arrivare all’isola, se il mare non è mosso. 
Gli oblò del cassero di poppa fanno pensare a una maschera, il volto paralizzato di un amichevole pagliaccio. Non è un caso. 
La bitta riservata all’Alone è di una forma simbolica. Nave e ormeggio interpretano i ruoli di amanti costretti a trovarsi e poi lasciarsi sempre al solito posto. Perciò quella zona del porto è chiamata il Molo della passione dagli indigeni. 
A bordo si mangia in modo non sontuoso, ma soddisfacente. Il cuoco Yves Carpeau assomiglia a uno sceriffo del Far West. Ai fornelli si mette una rete sui folti baffi, per non aggiungere ingredienti troppo personali. Propone a ciurma e passeggeri un vasto ricettario a base di riso e fagioli. 
L’Alone profuma di pane appena sfornato. Quando salpa, si lascia dietro un tanfo di bassa marea. 

 


VIP a bordo! Una stella del jazz 
Si è imbarcato una fantastica celebrità, il batterista Art Blakey. 
Concerti dei Jazz Messengers sono un felice ricordo dell’adolescenza. Provavo amore filiale per quell’omone rotondo, ridente, incoronato da un alone di capelli bianchi crespi. Per visitare l’isola No è ridiventato un severo monaco della musica. 
Non aveva con sé lo strumento. Quando gli fu chiesto di rallegrare una cena con un assolo sul pentolone della sboba vuoto, guardò male tutti. 

 


Il cesso
Le cabine di seconda classe non hanno cessi privati, ma la ritirata in fondo al corridoio è pulita e rassicurante. La bocca della tazza sembra dire, da qui non finirà in mare mai nessuno. 
Come tutte le altre cose della nave, il cesso è solido, saldamente bullonato e rafforzato da strati di vernice anti-salmastro. 
Guardando dall’oblò durante le meditazioni mattutine, ho visto delfini, razze manta, un sommergibile giapponese, e tre uomini che pagaiavano disperatamente una gigantesca canoa di guerra in fiamme. 
Forse sono allucinazioni provocate dalla dieta a base di fagioli. 
I boati della sirena sono terrificanti. Affogano urli, gemiti, scoregge. Chissà perché il capitano Manden la fa tuonare così spesso?

 

 
La cabina doccia

Questa distesa di mare è particolarmente salata. Secondo i naturalisti, la salinità è madre di tempeste. Anche l’acqua della doccia a bordo è salata. Risucchiata da una pompa a prua, viene scaldata dal motore. Sotto il suo getto bollente, si capisce cosa vuol dire essere un prosciutto cotto, uno spaghetto. 
Un marinaio della sala macchine mi regalò un sapone creato apposta per uso con acqua di mare. Profuma di alghe marine. Arrivo a tavola spargendo la promessa di una cena a base di sushi, che non arriva mai. 
La ciurma divora maniacalmente fagioli. 
Le mie ripetute richieste per spinaci vengono ignorate. Insoddisfatto, sogno di essere Braccio di Ferro. Una versione onirica di Olivia, tettuta, mi porta una scodella di verdura saltata, mi imbocca con le manine. Mastico come una mucca. Facciamo l’amore sotto la doccia. L’acqua calda scorre infinita, il vapore sembra una tempesta osservata da uno zeppelin. Le onde danno ritmo alla nostra danza. Olivia grida come il vento, ride come i gabbiani. La sirena della nave urla per salutare l’alba, e mi risveglio col cuore a pezzi. 

 


Accoglienza nel porto di No
Nei Caraibi, fulve damigelle vestite di gonne fruscianti di fibra di palma sistemano ghirlande di orchidee attorno ai colli di visitatori appena sbarcati. Su No, la cerimonia è orribilmente diversa. Appaiono mostri-dèi. Le loro danze fanno scattare meccanisimi stroboscopici nei cervelli dei turisti. Vedevo sbarre nere. Non solo urlavano come dèmoni, aprivano i loro toraci per emettere suoni
ancora più spaventosi. Danno l’impressione che la natura, l’anima e il tempo siano aspetti della stessa orrenda cosa. 
Il dio-mostro raffigurato qui rappresenta lo squalo toro, specie assai diffusa nelle acque attorno all’isola. Gli squali toro si nutrono di pesci volanti, e di albatross immaturi che si stancano di volare. 

 


Turismo e collezionismo
Le maschere No sono ricercate da collezionisti, ma è impossibile acquistarle in gallerie d’arte o mercatini. Alcuni curatori di musei di antropologia ed etnologia si sono lasciati corrompere, ma questo traffico è venuto presto alla luce, e i colpevoli furono ridotti al polmone d’acciaio. Chi è ossessionato non ha scelta: deve fare un viaggio all’isola. 
Non tutti i turisti aspiranti acquirenti di maschere riescono a superare il controllo doganale dei danzanti mostri-dèi. Alcuni sciagurati devono tornare ai loro continenti a mani vuote. Non possono sperare in un ritorno più fruttifero. Gli dèi-mostri hanno memoria per i visi dei mortali, e il profumo dei loro sudori freddi. 
Le maschere No che indossano i mostri-dèi potrebbero essere occhiali che mettono a fuoco l’anima di chi viene da fuori. 

 


Chi si mette una maschera No si spoglia di un’altra maschera
È sconsigliato ai non-isolani di sistemare sul proprio grugno una maschera No. Ne possono risultare delle deformazioni. 
Di solito queste metamorfosi da maschera durano solo quanto basta per spaventare qualche bambino o persona anziana, ma sono stati registrati dei casi di mutazioni facciali permanenti, dovute a contatto prolungato con maschere No. Gli afflitti vengono ospitati, o forse isolati, nello zoo per barbari trasformati in maschera-mostri. Gli isolani li nutrono lanciando noccioline e banane nella gabbia. 

 


Scambio di volti
In certi casi, proprietari di maschere No insoddisfacenti le possono cambiare. Tali scambi avvengono mediante incontri con spiriti della luce, o spiriti del fuoco, che forse sono gli stessi spiriti, la stessa cosa. 
La cerimonia scambio-maschere avviene attorno a falò di scarti della creazione di maschere. Le ombre dei cerimonianti danzano con gli ineffabili esseri luminosi e caldi. 
Gli spiriti della luce e del fuoco girano nudi per la foresta, passano attraverso gli alberi e anche alle persone che si avventurano tra loro. È scortese essere vestiti in presenza di spiriti che non sentono il bisogno di coprirsi. Se lo spirito acconsente, prenderà la maschera non più desiderata, e farà apparire dalla foresta la maschera appropriata. Anche agli spiriti pare ingiusto che una persona debba passare tutta la vita a contemplare una maschera col corno peniforme o ditiforme sulla fronte. 

 


Stop! 
Le maschere No non solo rappresentano i sentimenti degli abitanti del mondo metafisico, svolgono anche mansioni sociali. Fungono da semafori, telecamere antifurto, animistiche badanti per poppanti e persone anziane. Non esiste segnaletica stradale, sull’isola, che è poverissima di strade asfaltate e di motori a scoppio. Molti isolani sono pedalatori di risciò. Obbediscono ciecamente alle maschere, e non fanno incidenti. 
Un turista fu colto a infliggere arte contemporanea alle maschere, bendandole i buchi degli occhi, riempiendo le orbite vuote con occhi di plastica che si agitano nel vento, e attacando fumetti autoadesivi per far dire cazzate a oggetti dignitosamente muti. Fu decapitato nella piazza grande della capitale. La testa recisa venne rimpicciolita, e rimane esposta come monito nel Museo della barbarie. 

 


Buco nero
L’ospite più celebre del Grand Hotel CasiNò Royale finora è David Lynch, regista anonimo del film underground La vita sessuale delle maschere. 
Il Buco nero della Hall rappresenta, secondo il maestro statunitense, il retto prolassato della Via Lattea. Vi è rimasto inginocchiato davanti per ore, in attesa di una materna schizzata che non arrivò. 
“La prossima volta mi metto imbottiture per ginocchia,° disse il regista. “Del tipo che usano i giardiniere e le prostitute navigate.” 
I pazzi godono di particolare rispetto, nel mondo delle maschere. Al regista è stato concesso un rarissimo permesso di soggiorno permanente. 

 


Riso e pianto
Se due maschere ridono, il terzo piange. Non è possibile consolarlo. Le maschere sono insensibili alle barzellette e al solletico sotto il mento. 

 

 

Turismo alieno
Arrivano turisti da parti più distanti che i continenti che i non-isolani si illudono di conoscere. Le maschere No fanno gola anche negli universi paralleli. In quello dove nulla si muove più lentamente della luce sono apprezzate maschere raffiguranti donne isteriche, invasate. 

 


Lo spirito della Polvere
Foto-ricordo del mio amico d’infanzia Kurt Sorenson con un amichevole spirito della polvere, scattato il giorno della partenza. 
Allo sbarco, Kurt era molto più brutto di quanto appare qui. 
Gli spiriti della polvere non si fanno vedere spesso. Incontrarli è un privilegio. Non portano maschere. Non si degnano di toccarle. Non sentono il bisogno di coprirsi il volto, o di crearsene un altro. Su tutta l’isola, spolverare maschere è tabù. 
Parlano, gli spiriti della polvere. Anzi, sussurrano. Hanno la voce rauca ma rassicurante. 
“L’universo non è che una vasta dispersione di polvere. Torneremo insieme, uno di questi giorni. Intanto, buon viaggio.” 

Testo e immagini di Matthew Licht 

Stanza 251