Ultima fantasia

 fotografia di Bärbel Reinhard

fotografia di Bärbel Reinhard

Mai provato niente di simile: aveva dovuto correre a casa che gli bruciava nei pantaloni, ma in ascensore non ce l’aveva fatta, se l’era tirato fuori, aveva iniziato a toccarsi ed era venuto prima del sesto piano. Mai provato un fuoco impazzito così violento, nemmeno per una donna nuda lì, reale e tangibile, sotto lì, a gambe aperte. 
Si erano scontrati sul marciapiede. Così s’immaginava un ictus: una folgore. E un sorriso, gli archi acuti delle sopracciglia, tutto un volto affilato, senza carne, ma giù, scendendo giù… si toccò di nuovo e venne di nuovo in tre secondi. Non è giusto, pensò, è lei, voglio lei, la voglio la voglio la voglio e non la vedrò mai più, e si mise a piangere. 
Passarono i mesi. Quando godeva pensava a lei. Il ricordo vivo scolorì, ma non l’intensità della passione, perché passione era, innamorato era, non aveva mai amato così tanto in tutta la vita. Si masturbava e a volte piangeva, su quelle gote rosa che s’ingrigivano nel tunnel della memoria, su quell’onda brutale di sensualità che l’aveva trascinato e abbandonato nel deserto.

* * *

Passarono quattro anni. Uscito da Media World, dove era andato a guardare i tablet e aveva acquistato Call of Duty: Black Ops II, si mise a passeggiare sotto la sopraelevata della circonvallazione, dondolando il sacchetto, pensando al modo di ottenere una mezza domenica libera di gioco senza drizzare troppo le antenne dei direttivi. 
Apprezzò i vasti cantieri dei nuovi residenziali di Parco Vittoria. Le griglie dei ponteggi parevano già abitabili, le gru potevano magari fungere da montacarichi per portare su la spesa dall’Esselunga. Poter non uscire mai di casa, dimenticare la città… 
Andando avanti, al di là dei cavi del filobus e di un silo per cemento, emerse un cumulo verdognolo, una montagnola terrazzata e circondata da anelli concentrici di inferriate, almeno sei, no sette livelli. Sulla cima, a un’altitudine comunque minima rispetto alle gru, alberelli e una strana forma metallica filante. Il monte si elevava da un terrapieno coperto di rampicanti, che aggettavano direttamente sulla strada. Un tabellone diceva: 

PARCO INDUSTRIA ALFA ROMEO PORTELLO RITORNO AL FUTURO

Una rampa curva immetteva nel parco. Salì per il vialetto fatto di cocci, schegge di plastica, ceramiche smussate come quelle che fa il mare, calcinacci. Da una grata o da un cerchio di tartan, ogni tot, sbucava un lampione oppure, sorretto da una guaina di gomma, un piccolo acero. 
Passò in un prato ampio, lo percorse con andatura incostante, venne al bordo di un lago curvilineo, si affacciò: vide i riflessi dei condomini alla distanza sotto il fondo grigiazzurro. Un adolescente si aggirava cercando un punto dove posare lo skateboard. Una coppia era stesa sulle felpe, nell’erba. Un cane abbaiava antipaticamente da qualche parte. Tornò verso la collina e s’incamminò sul sentiero, che ascendeva a spirale. Le inferriate, si accorse, altro non erano che una cancellata protettiva, un’imbracatura che accompagnava la salita formando un canyon. Al terzo giro la visuale cominciò ad aprirsi sul paesaggio desultorio di Milano. 
Sulla cima trovò una vasca dove galleggiava una tartaruga morta. Nel mezzo riconobbe il coacervo strano che aveva visto dal basso: un fiotto di metallo, quasi un’infiorescenza dell’inferriata che stringeva la collina, simile, più che a un getto d’acqua, a una scala a chiocciola accartocciata da un bombardamento. Si appoggiò su una panchina per tirare il fiato. Esaminò le scritte, una gli piacque: “Berenice mi struggi resuscitiamo assieme”. Sotto: “Vai ciula”. 
Un’agitazione, un fiocco bianco, un cane: un volpino. Lo sguardo risalì lungo il guinzaglio: una fiamma pallida. Le molle cariche degli zigomi slavi sostenevano gli occhi luccicanti. Nemmeno a dire il seno, la vita, il calore… Lei. Se la prima volta la bellezza l’aveva accecato, adesso non sapeva cosa provare. 
Il volpino abbaiò. La padrona si accovacciò, gli posò un dito sul naso, disse «sh». 
«È una piaga,» disse. La sua voce era strascicata e stanca, così persa nelle eco di un passato chiaramente mai esistito da suonare opaca, un filo presuntuosa, ma non inelegante nella sua sciatta noncuranza, e nel risultare allo stesso tempo melliflua e ripulsiva, proprio per queste contraddizioni, risultava struggente. 
Si sedette accanto. Il sole calando si era scrollato dalla cenere e incendiava la collina. 
«Ieri faceva schifo,» disse lei. «Oggi almeno è tutto rosso.» 
«Ti piace qui?» 
Spallucce: «Ci porto su Rambo.» 
Lui fece per carezzarlo ma Rambo ringhiò. 
«Guarda, è meglio se lo lasci perdere, è pazzo. Ti posso chiedere una sigaretta?» 
«Non ne ho.» 
«Una cicca sennò?» 
«No.» 
«Dell’acqua.» 
«No.» 
«Che palle. Mi sono ingozzata di Pringles e ora ho la bocca tutta impastata. E la nausea.» 
«Ci sarà pure una fontanella, da qualche parte.» 
«No. Ci sono i distributori della Pepsi. Ma la Pepsi non mi piace.» 
Mentre la ascoltava, guardava verso l’interno del parco, che la collina tutto dominava, e alla parola “Pepsi” ebbe un tuffo al cuore, perché si accorse che il lago, che ad alzo zero pareva di forma gentilmente ondulata come un laghetto romantico, disegnava in realtà precisamente il logo della Pepsi, quello nuovo con la cintura spanciata diagonale. Cosa significa? pensò. Sbirciò il volto perfetto della ragazza: dimostrava solo noia. Si sentì inquieto. Forse anche lei, perché disse: 
«Ti ho già visto da qualche parte?» 
«Sì. Una volta.» 
«Davvero? Quando fu?» 
«Anni fa…» 
«Non mi ricordo. Di sicuro mi hai  avrò fatto una delle mie figure di cacca.» 
«Niente affatto.» 
«Ma di sicuro. Ci sono abbonata.» 
«Ti assicuro che no.» 
«Vabbè, non me ne importa niente.» 
Tacquero. Un po’ troppo a lungo: ecco l’imbarazzo che risaliva. Lo ruppe ancora lei: 
«Che hai comprato?» 
«Eh?» 
«Là. Nella busta.» 
«Niente, una cavolata.» 
«Cos’è che è?» 
«Un gioco.» 
«Un gioco? Che gioco?» 
Le mostrò la confezione, dove un uomo rasato, pistola nella destra e coltello nella sinistra, attendeva evidentemente il momento giusto per saltar fuori dall’ombra e uccidere i nemici. 
«Ti piacciono i videogiochi?» 
«No. Cioè, non lo so. Giocavo a Puzzle Bubble.» 
«Bello.» 
«Sì, carino.» 
«E poi?» 
«Poi basta, conosco solo Puzzle Bubble.» 
«Come ti chiami?» 
«Che domanda è? Non ti riguarda.» 
Il crepuscolo s’infittì. Il sole era scomparso trascinando con sé le fiamme del tramonto. Ma brandelli di quei colori ardenti si erano incagliati in forma di luci elettriche, come semi di energia arenati sul manto urbano che si esaurissero nel tentativo di chiamare casa. E proprio quando iniziava a dirsi che era meglio, proprio meglio, in ogni caso meglio andare, lei gli prese la mano. 
«Mi sento sola,» disse. Guardò la mano come si guarda un insetto e la lasciò. Egli si trovò paralizzato. 
«Ieri notte mi sono svegliata e mi formicolavano tutte le cosce, e ho avuto la sensazione netta, nettissima che c’era qualcuno nel letto con me. Lì per lì mi sono detta: magari c’è qualcuno e non me lo ricordo, a volte capita che vado a letto con qualcuno e poi la mattina dopo non so chi è. Ma ero andata a letto da sola, ne ero sicurissima. Ero lì che non ci vedevo niente, ma sentivo che c’era questo rigonfiamento nelle coperte, una persona lì accanto a me. E poi un freddo, un freddo… Brrr…» 
«E poi?» 
«Niente. È andato via.» 
Ancora quel silenzio insopportabile. Gli venne il dubbio che era anche colpa sua. Cercò intorno un appiglio per parlare, ma non c’era più niente d’interessante. 
«Potresti anche invitarmi a cena.» 
«Volentieri,» annaspò, «andiamo al giapponese.» 
Scosse il capo. 
«Cinese?» 
«Per l’amor di dio. Mi viene da sboccare.» 
«Bon. Allora niente, felice di conoscerti…» fece per alzarsi ma lei lo trattenne: 
«Non mi va di andare al ristorante. Andiamo a casa mia.» 
Il cuore ricominciò a correre, però all’incontrario. 
«Casa tua?» 
«Lì» – accennò col mento ai condomini che delimitavano il parco dal lato opposto alla circolare. 
Spiò nello sguardo della ragazza per una conferma, ma non gli riuscì di catturarlo. Continuava a perdersi per la sera, senza aver l’aria di voler sfuggire, ma attratto piuttosto da un qualche potere che chiamava di lontano. 
«Va bene. Casa tua.» 
«Sono tanti piani ma non ti preoccupare, l’ascensore funziona,» e sorrise come se avesse detto una cosa buffa. Rambo, fiutando il prossimo ritorno, si mise a tirare il guinzaglio, saltellare, abbaiare. Lei disse «Rambo, Rambo,» strattonò rudemente e lui si rimise buono. Si avviarono piano pianino. 
«È fatta di macerie,» disse. «E cadaveri.» Scalzò una scaglia di terra secca con la punta della scarpa. 
Si sentì come un infermiere che porta una paziente a fare la sua prima passeggiata di convalescente, quella che comincia con l’entusiasmo della riconquista della vita, s’interrompe per la spossatezza e finisce con la mortificazione di dover ammettere che la convalescenza è ancora malattia e che anche la salute futura non sarà la stessa che era prima. 
Uscirono dal parco, attraversarono la strada. Davanti al portone disse: 
«In realtà non ho niente in frigo.» 
«Va bene. Ordiniamo la pizza.» 
«Non mi va.» 
In ascensore Rambo impazzì e abbaiò come un forsennato, saltando contro la parete e unghiellando lo specchio. 
«Fa sempre così in ascensore?» 
«No.» 
«Io mi lavo un attimo,» disse entrando, «Cucina è di là, vedi un po’ cosa trovi.» 
In frigo c’era del latte scaduto. In freezer una busta di minestrone Knorr. Le dispense erano tutte vuote. L’unica cosa usata era la caffettiera sul fornello piccolo. Gli venne un dubbio. Tornò in corridoio. Quelle parole, “mi lavo un attimo”, “cucina è di là”, echeggiavano ancora. Era perfettamente spoglio, non un mobile, non un oggetto d’uso. Entrò nella prima sala che doveva essere stato il soggiorno. C’era solo un cuscino quadrato sul pavimento, accanto a una ciotola. Alcuni rettangoli più chiari alle pareti, nei punti dove erano stati dei quadri. Anche la stanza connessa, una ex sala da pranzo o studio, era vuota. 
Ritornò in corridoio. Raggiunse la porta del bagno, sentì rumore di acqua corrente, proseguì. C’erano solo altre due porte: dietro la prima, una camera da letto bianca, linda, ordinatissima; dietro la seconda, una tana sudicia: divani bassi attorno a una porta scardinata e messa giù a mo di tavolo, ingombra di una rovina strabordante di scarti, avanzi e fogli coperti di scarabocchi neri. Intorno, tappeti incrostati, poster, pupazzi, metà della stanza occupata da un pianoforte a coda ingrigito dalla polvere. Fece dietrofront, deciso a fuggire. 
Era in mezzo al corridoio, con un asciugamano arrotolato in testa, leggings neri, e una canottiera bianca che evidenziava i grandi seni. 
«Cucini il minestrone?» chiese la voce perversa. 
Si avvicinò, puntandolo di sotto in su, imporporandosi adorabilmente, slittando con avvitamenti rapidi e precisi sulle punte dei piedi, schiuse le labbra mollemente come una candela rossa s’incava sciogliendosi. Giunta a un passo, si buttò sul pavimento come un frutto marcio, gli occhi d’improvviso allagati, come se il dolore avesse fatto condensa: 
«Eccola. Eccola che viene. È la crisi. È l’attacco di panico. Sento che sta venendo.» 
«Non c’è problema. È tutto a posto,» disse e le si sedette accanto, «Va tutto bene.» 
«Non mi toccare per favore.» 
«Non ti tocco. Ti puoi fidare di me. Siamo a casa tua, siamo qui tranquilli.» 
«Anzi dammi la mano. No, aspetta!» 
«Aspetto. Sto qui. Aspetto. Respira.» 
La ragazza cercò di regolarizzare la respirazione, l’affanno causava il sussulto dei seni e lui per non eccitarsi si costrinse a distogliere lo sguardo. Poco a poco, i singhiozzi si diradarono, il pianto si sciolse e cominciò a lamentarsi: 
«Perché proprio a me? Perché questa tensione? Tutte le sante volte che mi sento un attimo pronta ad avvicinarmi a qualcuno, mica tanto eh? solo un po’, solo cinque minuti, mi prende alla gola questo, questo, questo coso!» e fece un gesto come per strapparsi un colletto. I seni dondolarono, invitanti. 
«Mi dispiace,» continuò, «non è colpa tua, tu non c’entri niente. C’è qualcosa che mi mangia il cervello come se dovessi morire. Mi sento in dovere di fare sesso con te, ma poi mi sembra che allora ti devo dare tutta la mia vita.» 
«Non voglio fare sesso con te.» 
«Bene bravo, se non ti fai i filmini è meglio. Che poi, in fondo, sai cosa me ne importa delle persone? Niente. Io non ho bisogno di nessuno. Mi alzo alle sei. Vado a correre. Alle sette e un quarto, sole o pioggia, prendo lo scooter. Specie con la pioggia, sennò non arriverei mai. Alle sette e quaranta sono a lavoro. Alle diciassette stacco. Torno, guardo la TV, dormo. Il venerdì esco, vado in un locale, ballo, bevo, tiro un po’ se me la offrono, se qualcuno ci prova con me se ho bevuto poco lo prendo a calci se ho bevuto tanto ci scopo. Non è colpa tua. Tu non c’entri niente. Che mi frega?» 
Lui alzò le mani: «Non ti ho mai chiesto di fare sesso con me.» 
«Ma l’hai pensato. Ora è meglio se te ne vai.»
«Allora ciao,» disse e si alzò. Lei lo trattenne per il sacchetto di Media World. 
«Ma ti avevo promesso un minestrone.» 
«Sarà per un’altra volta.» 
«No, no. Ora.» 
«Due condizioni: cucino io.» 
«Ok.»
«E dopo me ne vado.» 
Si lasciò seguire per il corridoio. L’acqua in pentola bollì, il blocco di verdura la raffreddò, ci mise un po’ a ricominciare a bollire. A forza di vapore, la cucina si scaldò e la tensione si sciolse in proporzione. 
«Come va con la crisi di panico?» 
«Meglio, grazie, è stata una giornata difficile.» Si soffiò il naso. 
«Ora lo dobbiamo fare.» 
«Falla finita.» 
«Ma quanto sei maliziosa? Il minestrone. Ci dobbiamo fare il minestrone.» 
«Madonna santissima. Non so se ce la faccio. Ho lo stomaco chiuso. Le Pringles.» 
«Mi lasci solo?» 
«Neanche per sogno. Non mi muovo di qui.» 
«Bon. Mangerò il minestrone da solo come uno sfigato.» 
Gli tirò uno scappellotto: «Dai scemo, lo assaggio.» 
Allungò presto il mestolino fumante con su un cubetto di carota. 
«Adesso?» 
«E quando?» 
«La carota non mi va.» 
«Senti mi hai stancato, la mangio io,» e così fece. 
«Mi servi nel piatto o no?» 
Fece apparire una bottiglia di vino e dopo due bicchieri aveva le gote arrossate. Lui soffiava sul cucchiaio, diceva manca sale, cercava di non sbrodolarsi. Dopo, satollo e surriscaldato dal brodo, fece il caffè. Poi si alzò: 
«Tempo che vado. Grazie per la bella serata.» 
Lo guardò riconoscente. Era bellissima. Si avvicinò. Le labbra si schiusero come gocce di rugiada sui cancelli del paradiso. Rambo si mise ad abbaiare. 
«Ma dov’è?» 
«In bagno come sempre, sennò spacca i maroni.» 
Sulla soglia dell’ascensore, lui dentro, lei fuori, si scambiarono un bacio rovente che sapeva di verdure bollite. 
«Non voglio più che te ne vai,» mormorò lei come una bimba in punto di morte. La mano fu più veloce del pensiero: schiacciò l’uno, lei si ritrasse, la porta si chiuse. Fece in tempo a venire prima di toccare terra.

Gregorio Magini