Cucire

 Fotografia di Valeria Pierini

Fotografia di Valeria Pierini

Cucire: perché mai?

Cucire la camicia che si è scucita alla manica, era del resto una camicia Oviesse pagata venti euro ai saldi, una camicia di finto lino. Voglio dire che la distruzione era prevista. 
Perché allora quella scelta, di cucire e non piuttosto buttare, tirare via tutto nel cestino, o ignorare la questione e ripensarci la prossima estate?

Nessuna risposta.

Ero uscito a cercare un regalo di compleanno per Diana, ma il negozio era chiuso. Un negozio che vende cose antiche indiane e cinesi, che ha dei prezzi folli. Fortuna che era chiuso. Così mi sono ritrovato fermo per strada, due passi in una direzione, tre verso un angolo, poi fermo in mezzo alla via, pensando alle cose da fare, a un negozio dove trovare un regalo, uno qualsiasi, ed è stato allora che ho visto la mesticheria.

La mia collega di Napoli non aveva idea che esistessero posti con questo nome. Loro li chiamano in un altro modo, ma non me lo ha detto, o lo ha detto e io l'ho scordato. Sono entrato in mesticheria. Ho chiesto: avete quel rocchetto di fili di molti colori, per cucire? L'anziana signora sfocata mi ha scrutato da dietro ai suoi occhiali di anni e anni di richieste di ogni tipo, mi ha guardato e detto: la treccia?

Sì, dammi la treccia vecchia e fatti da parte. Ho pagato la somma esosa richiesta per quei fili intrecciati tra loro, quattro euro e trenta, ma c'erano anche due aghi inclusi nel prezzo, così che era tutto perfetto. Sono tornato a casa e ho preso la mia camicia di finto lino dell'Oviesse e scelto un colore tra quelli disponibili che si avvicinasse al colore del tessuto e ho cominciato a cucire.

Ho pensato due cose, queste. Che se uno crede un poco, anche pochissimo, nella reincarnazione, penserà, al momento di cucire, che tale gesto sia già accaduto. E' quasi certo, come stare davanti a un fuoco, o cose così. Poi ho pensato anche che forse il motivo per cui facevo quello invece chessò di lavorare, o leggere un libro o studiare le lingue era per dirmi: vedi che me la cavo, che ce la faccio, che non sono male neanche a cucire, perfino a cucire, pur non avendolo mai fatto, se non magari, in una vita passata?

Ma la verità è che no, mi sembra grazioso il mio arrocco sulla camicia, ma non lo è. Sono fili disordinati, sovrapposti, che non reggeranno agli strappi futuri sulla manica della camicia finto lino. 
Ma non importa davvero. Sono belli lo stesso quegli arabeschi nell'interno della manica, che la rendono più pesante e ruvida e spessa, rispetto al resto della camicia, pagata due lire, che rimetterò la prossima primavera.

Simone Lisi