Un autobus luminoso

 Opera di Guido Andrea Di Marco (collezione di Sergio Tossi) 

Opera di Guido Andrea Di Marco (collezione di Sergio Tossi) 

Vinicio era un barbone ormai in là con gli anni, uno dei tanti disperati e dispersi per le strade della città, che la notte andava a dormire sulle grate della metropolitana o nelle sale d’aspetto delle stazioni degli autobus, mentre di giorno, seduto su qualche marciapiede, chiedeva l’elemosina ai passanti. Fin quando riusciva a rimanere sobrio, sorrideva a tutti e dispensava a chiunque avesse voglia di starlo a sentire delle buone parole, ma non appena il pensiero di Sally tornava a farsi presente, un gran velo di tristezza gli si stendeva davanti. Vinicio allora si sentiva come uno che ancora vivo è stato deposto in un sepolcro. Senza di Sally la vita gli era insopportabile e perciò beveva fino a stordirsi liquori di pessima qualità e, unici momenti di relativa quiete, erano quando in stato di estasi alcolica non sentiva più acciacchi e miserie e si metteva ad ululare una sua canzone - sempre quella - con lo sguardo rivolto a qualche neon nei sottopassí, scambiato forse per la luna o la stella di Betlemme. 
Circondato da una mercanzia di stracci, pezzi di cartone e di sacchetti di ogni genere, Vinicio invocava in cuor suo la morte, cosicché una notte lei gli si presentò, elegante come si conviene, sedendogli accanto sulla panca della stazione degli autobus. 
“E’ ora che vieni con me” gli disse, indicando oltre al finestrone, un autobus argenteo, mai visto prima uno così luminoso e bello, pronto a partire solo per lui. 
Vinicio seppe subito che era davvero lei, tant’è che non le chiese nemmeno spiegazioni, ma per una dannata combinazione, proprio quel giorno, aveva avuto da un fratello di sventura notizie di Sally: l’indirizzo dove lei abitava era una strada non distante da lì. Il mattino dopo contava di andare da lei, di rivederla ancora una volta. Aveva già pensato dove rimediare un mazzolino di fiori. Pensava che guardandola nel profondo degli occhi, che ricordava verdi, avrebbe di certo saputo se nel suo cuore ci fosse ancora posto per lui. 
“Ci pensi ancora, eh!” disse la morte, che sapeva leggere nei pensieri. E a Vinicio non restò che abbassare lo sguardo. 
La morte guardò spazientita l’orologio e gli disse: “Senti, io non è che sono come il lattaio che posso ripassare da qui ogni giorno. Bisogna che ti decidi. Lì dove andiamo sarà la fine di tutti i tuoi mali” e perversa come sa esserlo solo la morte glieli elencò uno per uno, se mai Vinicio avesse avuto bisogno di sentirseli rammentare. Poi, vedendo che anche così non bastava, prese a blandirlo con promesse: “Avrai tutti i giorni caffelatte coi biscotti. Quanti anni sono Vinicio che non fai colazione a caffellatte e biscotti?! “ 
“Sì, ma le donne?” 
“Non mi dirai che sei rimasto ai cavoli e alle cicogne?!” 
“E Sally? Ho saputo dove sta. Ti prego, mi basterebbe un giorno, uno solo. Permettimi di rivederla una volta e poi vengo dove vuoi.” 
“Non è mia abitudine, ma stasera mi sento in buona e proprio perché sei tu... Domani notte alle tre passo di nuovo da qui. Vedi di farti trovare, perché io non aspetto.” 
“Ti do la mia parola d’onore” disse Vinicio con gli occhi bagnati dalla felicità. 
“Lascia perdere l’onore... quello è da un po’ che te lo sei bevuto.” 

La mattina dopo Vinicio si mise di buon ora in cammino. Nella notte aveva smesso di nevicare e un sole come da settimane non si era più visto rischiarava la città ancora imbiancata. Ben deciso a non sbronzarsi, almeno per quel giorno, Vinicio non passò dall’emporio dei liquori, e impiegò invece i soldi rimasti per affittare una cabina doccia in un bagno a pagamento. 
In tarda mattinata arrivò all’indirizzo che aveva segnato su un foglietto e grande fu la delusione quando si accorse che era falso. All’altezza del numero segnato c’era l’enorme buca di un palazzo demolito da chissà quanto tempo. Vinicio sentì piovergli nel cuore uno sconforto smisurato. Ma  non si dette per vinto e cercò informazioni dai passanti, chiedendo dov’era finita la gente che prima abitava lì; anche se poi sono davvero poche le persone che hanno voglia di fermarsi a dar retta a un barbone. I più tiravano dritto e giusto qualcuno, più che altro per levarselo prima dai piedi, gli metteva in mano una moneta per poi continuare per la propria strada senza ascoltarlo. 
Poco alla volta, per giri larghi e concentrici, Vinicio si ritrovò davanti all’emporio dei liquori e con quei pochi soldi che aveva finì per acquistare la peggiore bottiglia di sputafuoco e in compagnia di quella si abbandonò su una panchina del parco, gelida più che mai, e presto fu di nuovo buio e nel cervello di Vinicio il delirio. Attraversava il parco un uomo abbastanza giovane, alto, vestito di nero, che al sentire Vinicio cantare la sua sconclusionata canzone si fermò davanti a lui per un po’. Per qualche ragione dovette sembrargli interessante ciò che Vinicio stava cantando, perché tirò fuori un registratore minuscolo e glielo mise davanti incidendone qualche frammento. Poi, forse per rimanere in pace con la propria coscienza, tirò Vinicio su di peso e infilandogli in tasca del pastrano una banconota gli urlò forte, a due dita dagli occhi: “Io lo so… puoi farcela!”. 
“Farcela?! Che cosa!?” biasciò Vinicio, ma l’altro se n’era già andato, mentre lui si afflosciava di nuovo sulla panchina, adesso più gelida che mai. 
Forse fu la rinnovata sensazione di freddo, oppure quella parola, “Farcela”, che rimbalzava da un nodo neuronale all’altro del cervello, poco alla volta Vinicio riguadagnò una qualche coscienza e insieme a quella una posizione eretta; quindi, sia pure barcollando, si rituffò nel giro vorticoso della città. Ancor sempre canticchiando arrivò fin davanti all’ingresso di un locale notturno, un peep-show, dove, posando lo sguardo su una locandina, a Vinicio quasi venne un colpo, quello definitivo e risolutore. Dio che meraviglia! Abbarbicata in un’unica curva sinuosa a un tubo di metallo, il manifesto ritraeva la sua Sally, ne era certo. La faccia, il sorriso e tutto il resto, ma soprattutto gli occhi verdi... Era lei! La cosa strana poteva essere semmai questa: che Vinicio in tutti questi anni si fosse invecchiato parecchio, mentre lei, Sally, proprio per niente. Ma Vinicio l’aveva sempre saputo che c’era del magico in quella donna e adesso ne aveva semmai la conferma. 
Il prezzo dei biglietto d’ingresso era caro ma come in certi sogni che a volte si fanno, mettendosi una mano in tasca di soldi se ne ritrovava anche più del necessario. 
Così Vinicio andò dentro al locale e per buona parte della serata se ne stette beato, seduto su uno sgabello, davanti a un bicchiere buon di whisky, mormorando felice la sua solita canzone. Lei, la sua Sally, volteggiava a pochi centimetri, vestita di un ridottissimo perizoma tempestato di lustrini, dove uno alla volta i clienti del locale infilavano entusiasti delle banconote. Anche Vinicio volle fare così. Quando Sally si abbassò di fronte a lui, munifico come un re, Vicino le infilò nell’elastico tutto quello che gli era rimasto. E lei lo ripagò dei suo miglior sorriso. Vinicio rivide ancora una volta quegli occhi verdi e seppe così che nel cuore di Sally c’era per lui ancor sempre posto. 


 

Riccardo Subri