JAZZ FEMMINA

Nella musica jazz si associa la figura femminile in modo rapido e un pò banale alla cantante (appoggiata al pianoforte a coda...) oppure nel migliore dei casi a pianiste dal tocco raffinato ma poco incisivo. Ci sono naturalmente eccezioni, pensiamo ad Alice Coltrane e alle sue figurazioni visionarie e psichedeliche, ma, insomma, sempre in percentuali minime rispetto alla controparte maschile.

Da alcuni anni sono comparse sulla scena diverse donne che si sono fatte spazio in modo definito e personale, suonando strumenti come il sax, il clarinetto, la tromba, con grande personalità, diventando voci imprescindibili del jazz contemporaneo.

In modo assolutamente parziale ho scelto quattro dischi recenti, usciti tutti lo scorso anno, per due etichette tra le più interessanti del panorama internazionale, per apertura mentale e varietà di proposte nonché qualità delle uscite, ovvero la svizzera Intakt e la portoghese Clean Feed.

Cominciamo.

Angelika Niescer (sax alto) e Florian Weber (piano) sono i titolari di un quintetto, completato da tromba, contrabbasso e batteria, che fa uscire “NYC Five” sei brani originali firmati in alternanza dai due leader. Siamo in zone conosciute, dentro strutture solide nelle quali si muovono con agilità gli strumenti che alternano parti sicuramente scritte ad improvvisazioni, sorrette dal basso che è il punto di appoggio, il perno sul quale gli altri ruotano, a loro agio anche sui tempi dispari.

Lo stile della Niescer, fluido e zigzagante, trova l’apice in “The liquid stone” brano veloce tra due ballads morbide, nel quale sposta in avanti la propria scrittura, proponendo come tema un riff zanzaroso e trascinando il resto del gruppo nel brano più coraggioso del disco. Equilibrio.

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Ingrd Laubrock, sassofonista (tenore e soprano) mette insieme un inusuale ensemble, con tromba, koto, piano, elettroniche, tuba e batteria. Qui siamo da tutt’altra parte, i brani si costituiscono in forme mutanti e inquietanti dove non c’è un tema, un centro tonale al quale fare riferimento, ma dove tutti gli strumenti procedono in parallelo alla costruzione di un multistrato , e dove le peculiarità timbriche spostano l’attenzione sui dettagli. Spesso è l’esecuzione frammentata, lo staccato insistito e incalzante a spingere il brano, senza prevalenza tra gli esecutori.

L’ultimo brano “Serpentines” che da il titolo anche a tutto il disco, parte free e poi si dilata, allarga il respiro sulle note sparse del koto, finale. E da lì viene voglia di ricominciare, che tanto ogni ascolto mostra spigoli e prospettive diverse.

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Atmosfere simili, niente spritz jazz oggi, con “Miller’s Tale” che accomuna Sylvie Courvoisier al pianoforte, Evan Parker ai sassofoni tenore e soprano, Mark Feldman al violino e, altra donna, Ikue Mori all’elettronica. Anche in questo caso la formazione non è canonica e l’incontro/incastro tra i musicisti è straordinario: Evan Parker porta in dote la sua immensa storia di improvvisatore inserendosi tra i cluster pianistici della Courvoisier e le passate liriche del violino di Feldman. La punteggiatura ce la mette Ikue Mori tra microsuoni, rumori, gorghi.

L’album curiosamente è composto dai primi quattro brani in cui tutti i musicisti suonano insieme e altri cinque in cui ogni brano è invece realizzato da coppie variabili. Le combinazioni in duo sono un compendio utile perché evidenziano le personalità senza però mai perdersi in tecnicismi autoreferenziali. Esperimentale.

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Susana Santos Silva è una trombettista portoghese, con un cospicua discografia sia a suo nome che come collaboratrice con musicisti in tutta Europa. L’ultimo disco – “Life and other transient storms” – la vede insieme a Lotte Anker, signora dei sassofoni, e poi pianoforte, contrabbasso, batteria, in un combo che, come raccontato dalla stessa Susana, trasferisce in musica un momento di transizione della sua vita – e da lì il titolo.

Il disco è composto da due lunghe improvvisazioni nelle quali i pieni strumentali veementi si alternano a spazi meditati, e poi di nuovo via, sempre su tempi veloci, manciate di note, strappi e ringhi. Tempesta (transitoria).

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Roberto Cagnoli