L’importanza della letteratura non è in dubbio: chiacchierata con Vanni Santoni

 Vanni Santoni fotografato da Carlo Zei

Vanni Santoni fotografato da Carlo Zei

A soli sei mesi dalla Stanza profonda, e mentre ancora se ne parla molto, è uscito per Mondadori il tuo nuovo romanzo, L’impero del sogno, che si presenta con una copertina di grande impatto e uno strillo di Valerio Evangelisti che ti paragona a Alfred Kubin: come si rapporta al precedente, e come si colloca nel complesso della tua produzione?

L’impero del sogno, da un punto di vista strutturale, è molto lontano da La stanza profonda: quest’ultimo è un romanzo realistico, per di più con elementi saggistici, in continuità col precedente Muro di casse, mentre l’Impero è a tutti gli effetti un romanzo fantastico di tipo avventuroso. È pieno di rimandi, anche di riflessioni se vogliamo, sul mondo del gioco (in particolare sul videogioco), cosa che lo lega alla Stanza, però in questo caso sono elementi molto più nascosti all’interno della trama, non esplicitati. È vero, però, che entrambi i libri parlano di come gli immaginarî possano influenzare la realtà e le nostre vite, e c’è anche un piccolo crossover perché chi ha letto La stanza profonda ricorderà che a un certo punto c’è una scena in cui Federico Melani, questo ragazzo che frequenta in modo saltuario il tavolo da gioco di ruolo dei protagonisti, arriva e chiede dove si finito un vecchio manuale che aveva portato lui anni prima, lo riprende e scompare. Se nella Stanza questa scena sembrava servire soltanto a mostrare al lettore come il garage del gioco, negli “anni d’oro”, fosse un porto di mare, nell’Impero del sogno vediamo la medesima scena dal punto di vista del Melani e si scopre che era una questione addirittura d’importanza vitale rispetto all’avventura fantastica in cui è calato in quest’ultimo romanzo. Questo è stato possibile perché in realtà i due libri sono stati pensati contemporaneamente. L’impero del sogno nasce prima, almeno in embrione, perché viene proprio da un sogno fatto sei anni or sono (il Mella invece è un personaggio di finzione anche abbastanza distante da me: nel mio piccolo canone, di cui Gli interessi in comune è il fulcro principale, il mio alter ego era Iacopo Gori, che figura anche tra i protagonisti di Muro di casse e che qui e nella Stanza profonda appare in qualità di comparsa). Questo sogno aveva la caratteristica di essere seriale, oltre che molto vivido; la cosa mi incuriosì e così lo trascrissi. Il fatto che quando tornavo a letto continuasse come una serie era molto inusuale (poi se si facesse un’indagine forse si scoprirebbe che non era una cosa particolarmente speciale, forse oggi le nostre menti, abituate come sono alle narrazioni seriali, sono più portate a farlo), così pensai che avrebbe potuto essere lo spunto per qualche futura storia. Poi, mentre lavoravo sulla progettazione della Stanza profonda, quindi due anni fa, ho intuito che quel sogno poteva essere l’embrione del libro che cercavo: un libro che facesse da ponte tra la mia produzione realistica, che riguarda in buona parte la riflessione sul ruolo degli immaginarî, e la mia produzione fantastica, composta dai due fantasy intertestuali di Terra ignota

È vero poi che esiste una sorta di macroromanzo composto da vari miei libri e attraversato da una sola continuity: esso parte da Gli interessi in comune, da cui si estendono tre raggi, rappresentati dai personaggi di Iacopo Gori, Filippo “Paride” Paridelli e Federico “Mella” Melani, che vanno a essere i protagonisti, rispettivamente, di Muro di casse, La stanza profonda e L’Impero del sogno. A loro volta quei libri hanno dei piccoli spin-off, come il racconto Emma & Cleo contenuto nell’antologia L’Età della febbre, che approfondisce un altro personaggio di Muro di casse, o la novella Tutti i ragni, che si lega a La stanza profonda in virtù di varie linee tematiche. Con L’impero del sogno ho per certi versi chiuso un cerchio, collegando tale produzione più realistica ai due fantasy di Terra ignota, di cui è anche un prequel, dato che ne spiega la cosmologia, pur rimanendo narrativamente indipendente. Proprio in virtù della chiusura di questo cerchio decennale, credo che il grosso romanzo che sto scrivendo, che per ora ha come titolo di lavorazione I fratelli Michelangelo, sarà il nuovo cespite da cui partirà ciò che scriverò nel prossimo decennio.

Sono passati dieci anni dal tuo esordio (con Personaggi precari, NdR): c’è stato un momento preciso nella tua vita in cui hai capito che saresti diventato scrittore?

Per rispondere è necessario definire “scrittore”. Se per scrittore si intende chi vive del proprio scrivere, quel momento coincide con la pubblicazione degli Interessi in comune, il mio secondo libro, con una major. Era il 2008. Lì hanno cominciato ad arrivare un po’ di soldini e di collaborazioni pagate, e quindi ho realizzato che fare questo mestiere sarebbe stato possibile, ancorché complesso. Se invece si intende semplicemente chi considera la scrittura l’attività principale della propria esistenza, ciò è avvenuto già nel 2004, quando la mia strada si incrociò per caso con quella della rivista autoprodotta Mostro: scrissi un racconto quasi per sfida, poi un altro per orgoglio – non mi pubblicarono il primo, anche se lo discussero in redazione – e a quel punto ci ero già dentro fino al mento, tant’è che mentre scrivevo il terzo mi scoprii già a sbozzare un romanzo.

Com’è stata la tua vita da esordiente?

Non semplicissima. Quel primo romanzo, Vassilj e la morte, vinse un concorso per esordienti organizzato da Vallecchi, un marchio “ex glorioso” che ai tempi – era il 2005 – stava in fase di rilancio, ma era un rilancio farlocco: la casa editrice incassò le quote di partecipazione, informò noi vincitori (dopo un lungo silenzio misto a comunicazioni fumose) che i nostri libri non sarebbero mai usciti e dopo qualche mese dichiarò pure bancarotta. Io ero stato così ingenuo da aver detto a tutti che sarebbe presto uscito un mio libro. A quel punto o lo facevo uscire in qualche modo, o sarei passato per un millantatore. Inviai quel manoscritto a tutti gli editori che conoscevo e anche a diverse agenzie letterarie, sottolineando il suo aver vinto un concorso nazionale a cui avevano partecipato svariate centinaia di testi: ricevetti solo silenzi e porte in faccia. Nel frattempo però avevo cominciato a scrivere altri due romanzi e aperto due blog in cui raccoglievo altri testi a carattere epigrafico. La prima pubblicazione arrivò nel 2007, quando vinsi un altro concorso, indetto dalla piccola casa editrice milanese RGB, con una selezione di testi tratta da uno di questi blog. Si trattava di Personaggi precari. Uscì, e vendette anche abbastanza rispetto alla piccolezza dell’editore – il blog era molto noto nell’allora vitale comunità di Splinder – ma passò inosservato per quanto riguarda la critica e gli addetti ai lavori. Completato che ebbi uno dei due romanzi che andavo scrivendo (e lanciato altri progetti, come SIC, che ci avrebbe messo altri sei anni a trovare la via della libreria con In territorio nemico, uscito per minimum fax nel 2013) e lo inviai al Premio Calvino e a varie grandi case editrici, assieme a quel libriccino edito da RGB. Proprio mentre seppi da fonti interne che il libro stava andando avanti al Calvino, rispose Feltrinelli, così lo ritirai dalla competizione come da regolamento e Gli interessi in comune uscì nella tarda primavera del 2008. Per la prima volta vidi dei soldi veri per quello che avevo scritto e, come detto sopra, capii che avrebbe potuto diventare un mestiere. A conti fatti, dal momento in cui ho scritto il mio primo raccontino, nel 2004, ci ho messo tre anni a esordire e quattro ad arrivare a un grosso editore: posso considerarmi abbastanza fortunato, anche se è vero che l’impegno è stato significativo. In effetti, da quando mi è venuto questo sghiribizzo dello scrivere non ho più alzato la testa dalla scrivania, lavorando su innumerevoli fronti contemporaneamente pur di farcela.

C’è un libro in particolare, tra quelli scritti da te negli anni, a cui sei particolarmente affezionato?

Cerco sempre, per ragioni di sopravvivenza psichica, di preferire l’ultimo libro che ho scritto, quindi il mio massimo affetto al momento va a La stanza profonda, che del resto mi ha dato grandi soddisfazioni.

Sicuramente, poi, mi fa piacere che Personaggi precari, dopo quell’uscita in sordina, abbia trovato poi, anche in virtù della riedizione Voland del 2013, un buon riscontro critico, e sia considerato oggi da molti un libro importante degli anni zero, tant’è che quest’anno è uscito in una nuova incarnazione. Per come è fatto il mercato editoriale e distributivo oggi, non è poco che un libro dopo dieci anni continui a girare e far parlare di sé.

Cosa consiglieresti a un giovane esordiente che ha il desiderio di pubblicare? Orientarsi verso case editrici piccole o grandi?

Un aspirante scrittore non deve orientarsi verso nessuna casa editrice. Deve scrivere sulle riviste, o ancora meglio fondarne di proprie. Quando, attraverso la pratica e il confronto con i pari, avrà ottenuto un buon controllo dei propri mezzi espressivi, potrà cominciare a pensare a un editore – ma se ha scritto abbastanza cose e abbastanza buone su rivista, è più probabile che sarà un editore a trovare lui. Lo scouting, del resto, avviene più attraverso le riviste che attraverso i manoscritti che arrivano alle case editrici. Fa eccezione a questa regola il Premio Calvino, a cui è sempre una buona idea partecipare. E ovviamente l’aspirante autore deve stare sempre e in ogni caso lontano dall’editoria a pagamento: non solo perché è una truffa, ma perché una pubblicazione del genere rischia poi di pregiudicare anche la sua eventuale carriera futura con editori veri. Ho scritto una sorta di guida all’esordio qui, dove esprimo questi concetti in modo più articolato e dico più o meno tutto ciò che posso dire in merito.

Quanto è importante avere una conoscenza vasta degli autori illustri di un tempo? Sei d’accordo sul fatto che i nuovi scrittori non leggano più, o non abbastanza?

La conoscenza dei classici è fondamentale, così come, una volta acquisita quella, è importante avere anche una buona conoscenza della narrativa contemporanea di valore, per capire come è strutturato il campo letterario in cui si aspira a entrare. Non sono in possesso di statistiche sulle letture degli scrittori, quello che posso dire è che io leggo molto – in effetti non faccio altro tutto il giorno. Ed ero un lettore fortissimo anche prima di mettermi a scrivere. Lo stesso vale per i colleghi che stimo. Non è possibile fare buona narrativa senza leggere moltissimo.

Un problema molto diffuso tra gli esordienti è il rischio di essere troppo retorici e ridondanti. Che consiglio potresti dare, e quali letture consiglieresti per ripulire la scrittura?

Lo stile si migliora con le buone letture. Non è detto però che un dato problema possa essere risolto leggendo libri che vanno nella direzione opposta, il discorso è più complesso e “sistemico”. Quindi leggere, leggere, leggere. Poi, leggere ancora. Rimarresti stupita a vedere quanto poco hanno letto e leggono molti aspiranti, naturalmente destinati al naufragio. Se si sta diffondendo un assurdo clima di “gentismo editoriale” è anche a causa di questo, visto che difficilmente chi conosce bene i classici rischia di sopravvalutarsi.

Quanto ha influito l’ambiente letterario fiorentino sulla tua attività di narratore?

Se non ci fosse stata la rivista Mostro non avrei mai cominciato a scrivere, quindi direi che devo tutto alla “scena” – ma è bene ricordare anche che nel 2004 la scena era costituita solo da quella rivista, e tutto ciò che è venuto dopo, e che oggi viene tanto celebrato, lo abbiamo costruito noi e quelli che sono venuti dopo, con riviste come Re:vista, Slipperypond, Collettivomensa, Riot Van, 404:FNF… Come racconta il decano Nelli, prima a Firenze c’era il deserto. Oggi, invece, il problema è magari che, a fronte di tanta vitalità – nel frattempo sono sorte molte nuove riviste, penso a Stanza251, Con.tempo, Street book magazine, A few words, L’Eco del Nulla, The FLR… – a Firenze non c’è più un editoria che intercetti tutte queste nuove voci. Chi ha le spalle più larghe, gli editori se li trova a Roma o Milano, ma c’è comunque il rischio che gli altri si disperdano, o non arrivino a una piena professionalizzazione, se non trovano sbocchi editoriali. Il paradosso più grande, in tutto questo, è chiaramente Giunti, l’unica grande casa editrice rimasta in città, che però si comporta come un exclave, senza guardare alla scena che ha sotto casa. 

Credi che l’attuale politica commerciale delle case editrici stia puntando su libri di basso livello per raggiungere un pubblico più vasto? Esistono ancora i grandi autori, maestri della letteratura, come un tempo? Come definiresti la tua esperienza a Tunué, la casa editrice per cui lavori?

Le case editrici devono stare in piedi, quindi è normale che una parte del loro pubblicato risponda a esigenze commerciali. I grandi autori ci sono e pubblicano pure bene – Magrelli e Mari escono con Einaudi, Magris con Garzanti, Arbasino e Ceronetti con Adelphi che ovviamente pubblica anche Calasso, Maraini e Siti con Rizzoli, Moresco con Mondadori… –, non mi pare che l’editoria li ignori. Il problema sopravviene piuttosto quando si “inquinano” collane di un certo prestigio con titoli di livello minore, ottenendo magari riscontri economici sul breve, ma danneggiando il marchio sul lungo periodo, dato che così facendo si mina il rapporto di fiducia tra editore e lettore. Per quanto riguarda la collana Romanzi di Tunué, sono partito proprio dalla volontà di ristabilire un patto coi lettori, puntando esclusivamente sulla qualità letteraria: che un nostro libro poi ti piaccia o meno, quello che garantiamo è che è stato scelto esclusivamente in base a parametri qualitativi. Ciò detto, è anche vero che gli obiettivi di venduto di una piccola sono molto diversi da quelli di una major, e quindi è più facile, per certi versi, “restare puri”.

Le case editrici, almeno le più grandi, sembrano di fatto delle aziende e quindi forse considerano il libro pubblicato, e l’autore stesso, come un prodotto da vendere. Sei d’accordo? E credi che questa logica di mercato faccia perdere di valore il potere della letteratura?

Le case editrici sono delle aziende. Letteratura e editoria sono due cose diverse tra loro che a volte si incrociano. Quello che conta è che i libri di valore escano, e mi sembra che ciò accada. Come ebbe a scrivere Nicola Lagioia, il sistema editoriale è come una serie di reti piene di buchi messe una sotto l’altra. La singola rete è sempre fallata, ma tutte insieme finiscono quasi sempre per intercettare tutto ciò che vale veramente. Non mi sembra che ci siano casi Morselli in giro, anche se per ogni aspirante frustrato può essere seducente considerarsi tale. 

Quale pensi che possa essere il ruolo della letteratura al giorno d’oggi?

La letteratura, nelle sue varie forme, era, è e rimarrà la principale eredità di ogni civiltà, epoca e consesso umano, la sostanziale sintesi del suo spirito: la sua importanza non è in dubbio oggi, così come non lo è stata in passato e non lo sarà in futuro.


Laura Bonaiuti, nata a Fiesole nel 1992, ha esordito nel 2015 col romanzo Se nessuno sa dove sei (Piemme)

Laura Bonaiuti