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Il buio si avvicina - Jan Fabre

Il buio si avvicina. Questo ti posso dire dal mio punto di vista privilegiato, quello di uno spettatore sempre collocato ai margini, sempre confinato in uno spazio vuoto, prigioniero dentro una terra di nessuno, mi sembra di abitare continuamente una mancanza, un'assenza,

Il buio si avvicina. Questo ti posso dire dal mio punto di vista privilegiato, quello di uno spettatore sempre collocato ai margini, sempre confinato in uno spazio vuoto, prigioniero dentro una terra di nessuno, mi sembra di abitare continuamente una mancanza, un'assenza, e proprio per questo, abituato al deserto, leggo i segni di un lenta ma inesorabile caduta. Entrando in galleria ho guardato la prima opera che ho incontrato e subito ho fatto il confronto più meccanico e banale, quello con il teschio tempestato di diamanti di Damien Hirst (è il demone dell'analogia che dispiega la sua forza). Nell'opera di Hirst è il delirio economico a dettare legge, i diamanti mi sembrano alludere al peso delle transazioni economiche intorno al globo, instancabili, splendide, super resistenti, e le pietre luccicanti finiscono per simboleggiare la supremazia del Valore sulla Morte, trasformando tutto in un allegro carnevale pop (ma possiedono anche una freddezza geologica che mantiene quel tono cinico tanto caro all'artista inglese, come se dicesse: qui la vita non c'è mai stata).

I teschi di Jan Fabre – tutti costituiti dalle iridescenti corazze di coleotteri – sono fatti di una preziosità di natura molto diversa: essendo costituiti da resti ormai privi di vita ci mostrano il risultato di una perdita, indicano una Fine assai più vicina e preoccupante per chi osserva. Inoltre Fabre è uomo di teatro, quindi il teschio da solo non può bastare, bisogna metterlo in scena, di volta in volta fargli recitare una storia che ci spaventi in modo differente. Mi porge una frusta (quasi una promessa-conferma di dannazione) oppure tiene in bocca un uccello strappato al suo volo, immobile e mortificato. Ma il teschio forse più suggestivo è quello che porta incastonate tre pesanti chiavi che serviranno – ovviamente – ad aprire i cancelli del nostro inferno personale. La narrazione è forte ed esplicita: seguiamo le tracce di un Cavaliere Notturno in avventura. Le sculture sono armature (sempre realizzate con i coleotteri) dalla doppia funzione: corazze per difesa ma anche calchi di parti del corpo, quasi a scomporre l'unità vitale in dettagli di rara bellezza ma inutili, raggelati. Sulle pareti leggo brevi ma importanti frasi dell'artista che ribadiscono l'ossessione per la tradizione cavalleresca. 

In ogni caso l'attacco non verrà da un nemico esterno, ma da una malattia ardente dimenticata nel profondo della nostra identità. Per comprendere il pericolo con cui siamo obbligati a confrontarci basta scendere poche scale ed entrare in una sala sotterranea, qui il breve film Lancelot spiega tutto. Protagonista assoluto è un cavaliere medioevale - Fabre stesso calato dentro una lucente armatura- impegnato in una dura lotta solitaria, chiuso in una cripta densa di ombre, sta combattendo contro non si sa cosa, forse contro se stesso, in una verosimile accelerazione di fatica, colpisce il nulla con la spada, con il respiro che diventa affannato. C'è un sofferto spreco di forze, disperazione, capitolazione finale. Ogni gesto è circondato da un senso di minaccia, vago e misterioso, ma non per questo meno inquietante. 

Mi hanno folgorato la nettezza del disegno mentale e la chiarezza delle realizzazioni di questo artista. Mi ha stupito il dettato cavalleresco declinato in una deriva continua, in una dissipazione non controllabile, come a custodire il senso ultimo delle opere dentro un flusso di perdita poi miracolosamente concretizzato nella bellezza degli oggetti, nell'eleganza dell'orizzonte scandito, nell'assoluta aderenza di questo percorso a nessun tempo nostro contemporaneo. Arrivato all'epilogo di questa avventura mi sono trovato intrappolato dentro una magia di carattere teatrale. Gli eventi di cui sono stato testimone – metamorfosi dei corpi, pericoli, violenza, morte e ritorno in scena - sono svaniti in un facile soffio. Tanta passione sprigiona alla fine una vertigine del mai accaduto. In tale paradosso trionfano le rappresentazioni di Jan Fabre. 

Jan Fabre, Knight of the Night, galleria Il Ponte, via di Mezzo 42/b, Firenze. 

www.galleriailponte.com

 

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In Scandinavia

Come sempre non sapevo cosa avrei visto alla mostra verso la quale mi stavo avvicinando, passo dopo passo, con la solita avversione per il tempo presente in cui siamo costretti ad esistere e già desideravo contenere la possibile delusione entro una scala comunque accettabile di rimpianti e possibili recuperi di dignità.

Come sempre non sapevo cosa avrei visto alla mostra verso la quale mi stavo avvicinando, passo dopo passo, con la solita avversione per il tempo presente in cui siamo costretti ad esistere e già desideravo contenere la possibile delusione entro una scala comunque accettabile di rimpianti e possibili recuperi di dignità. Il fatto che i due artisti provenissero dalla Scandinavia non mi aiutava ad immaginare le forme che le opere potevano assumere. Parlando di arti figurative non conosco i contesti, gli stili in atto, le mappe delle attività svolte dalle nuove generazioni nel grande nord dell’Europa. Se ascoltiamo musica jazz è un altro discorso: tutti sanno che in quelle terre vengono prodotte musiche inedite, a volte eleganti messe a fuoco di tradizioni lontane, in altri casi sorprendenti e incendiate operazioni anarchiche, rivolte a corrodere le strutture in nome di una espressività tutta liberata, senza alcuna paura di esagerare, nessuna facilità concessa al pubblico, con il solo imperativo di lasciare esplodere l’energia e poi si andrà dove è necessario andare. 
Arrivato davanti alla galleria, vista la vetrina coperta dalla rete scura dello svedese Klas Eriksson, con gli aeroplani di carta bianca imprigionati dentro le maglie, ho pensato che la mostra mi piaceva già molto, perché i musi appuntiti dei piccoli jet - saggiamente rivolti verso i visitatori che entravano- suggerivano una condizione di prigionia adeguata al periodo attuale. Oggettini utopici bloccati in volo, al tempo stesso la constatazione di un’impossibilità ed un appello alla rivolta. Nelle sale interne, sempre dello stesso autore, ho trovato opere capaci di confermare la vitalità della pittura. Alcune tele astratte -dipinte con tecniche miste, ma soprattutto con inusuali fumogeni colorati –evocavano un romanticismo in technicolor assai gustoso, declinato in forma di riflessione sui confini (ovviamente inesistenti) della pittura contemporanea. 
Al piano sotterraneo, come in una grotta segreta, un deposito dell’inconscio ben organizzato, i lavori del norvegese Be Andr sembrano affermare l’assoluta centralità della matrice linguistica, collocata all’origine di ogni pensiero e forma. Così l’estetica delle opere è letteralmente modellata dalle frasi applicate sopra le superfici specchianti. In un gioco molto sofisticato di rimandi mentali e questioni poste all’occhio dell’osservatore, con rivelazioni che finiscono per rovesciarsi in enigmi. Alla fine, dopo avere a lungo guardato questi segnali, questi residui attivi del linguaggio che tutti parliamo e nessuno di noi possiede realmente, a dominare suprema è la geometria degli spazi visivi. Le matrici letterali promettono al pubblico qualcosa che forse non saranno in grado di mantenere. Dal mio punto di vista questa è una grande emozione.


Trasformative limits. Klas Eriksson, Be Andr. Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51r, Firenze. 
www.eduardosecci.com

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I regni del vuoto

Una mostra dedicata al vuoto e a tutto quello che ci sta intorno. Ad esempio: ricucire il taglio di Lucio Fontana. Potrebbe essere chiaramente il sogno segreto di ogni artista, ripercorrere a ritroso quel fantastico gesto di apertura sull'infinito

Una mostra dedicata al vuoto e a tutto quello che ci sta intorno. Ad esempio: ricucire il taglio di Lucio Fontana. Potrebbe essere chiaramente il sogno segreto di ogni artista, ripercorrere a ritroso quel fantastico gesto di apertura sull'infinito, un po' come richiudere il vaso di Pandora. Un divertimento innanzitutto. Ma qui l'umorismo forse nega la Storia, e portare indietro le lancette dell'orologio, far volare all'indietro i fogli del calendario, lasciare i segni di una violenta chirurgia sul panno rosso, potrebbero essere operazioni meno allegre di quello che sembra. Potrebbero alludere ad una tragedia in corso, ipotesi al nero

Pare a prima vista assai allegra anche una bella palla di polvere grigia collocata sopra una bianca base, come fosse una scultura classica, un busto eloquente, un ritratto. In effetti di ritratto si tratta: quello del nostro tempo che passa ed accumula scarti, elementi di sporcizia, polveri destinate a restare invisibili fino a quando non si cementano, solidificandosi in qualcosa da gettare, cancellare, rimuovere. In questa occasione la polvere trionfa in forma di piccolo monumento alle nostre illusioni di permanenza.

Un vano gesto anche quello di collocarsi nel vuoto della Storia dell'arte con tutta la propria ingombrante presenza di oggi, con la propria disperata agilità, facendo un salto dentro l'opera altrui. Bisogna retrocedere di qualche secolo, azionando un meccanismo di macchina del tempo che forse intende confermare l'impossibilità di stare a proprio agio dentro qualsiasi epoca. In altre declinazioni il vuoto abita mobili costruiti appositamente per contenerlo, teche in cui lo spazio si dispone ad accogliere il nulla.

Infine l'apparizione che mi ha colpito ed emozionato di più: le sculture sonore capaci di emanare rumori - irriconoscibili ma suggestivi – ed anche profumi. Strutture sospese al soffitto, elegantissime con i legni circolari e le trasparenze, con le piccole casse acustiche, con i cavi neri che le ancorano al pavimento. Molto eloquenti sul piano squisitamente visivo, ma al tempo stesso intime in modo sorprendente, stanno davanti a noi e sembrano confermare l'assenza di qualcosa che – lo sappiamo da sempre – ci mancherà ancora per tantissimo tempo. 

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Mind the gap -Davide Allieri, Alexandros Papathanasiou, Luca Pozzi, Tamara Repetto- a cura di Gino Pisapia

Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51/r, Firenze

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Dylan Thomas / Miraggi

Hai presente quel libro di racconti che avevo sempre voluto leggere e non ho mai letto, con quel titolo intrigantissimo che rimanda alla gioventù dell’artista quando è ancora un cucciolo

Hai presente quel libro di racconti che avevo sempre voluto leggere e non ho mai letto, con quel titolo intrigantissimo che rimanda alla gioventù dell’artista quando è ancora un cucciolo, vivace, illuso, capace di percepire la realtà incantata, come se l’artista alla fine anche lui venisse catturato nella corsa del tempo e invecchiando acquistasse un’altra identità, diventando una persona differente, sottoposto ad una erosione, ad una trasformazione, quindi indebolito, fragile, insomma, questa idea che la giovinezza sia una protezione fiammeggiante ma solo temporanea mi aveva incuriosito già a partire dal titolo. Il nome dell’autore poi aggiunge una attrazione irresistibile, è inevitabile associarlo al maggiore cantautore americano del secolo scorso, Zimmerman, che pare abbia deciso di mutare cognome proprio in omaggio allo scrittore gallese, così il nome di questo scrittore è diventato incredibilmente familiare anche per milioni di appassionati di musica che non lo hanno mai letto e forse neppure sanno che è esistito. Un travaso da nome a cognome, da un continente all’altro, da letteratura a canzone, per costruire su questo scarto un’identità falsa destinata a grandissima fama.

Ancora sul titolo: ci sarebbe da riconoscere il riferimento a quell’altro scrittore, l’irlandese modernista che qualche decennio prima aveva riscritto in prosa il viaggio di Ulisse dal proprio punto di vista. Solo che l’irlandese si era concentrato sul giovane uomo, in un modo serio che potrebbe corrispondere ad un certo pessimismo di fondo, mentre il gallese decise di occuparsi del giovane cane, forse per un certo ottimismo di fondo. Non so cosa mi abbia trattenuto dal leggere questo libro durante tutti gli anni in cui ho desiderato di farlo, immaginando che custodisse segreti che avrebbero cambiato per sempre il mio giudizio sul mondo: descrizioni di esperienze, personaggi, vibrazioni dell’età calate dentro una calda cornice di fiducia verso il futuro. Per non ferire una attesa tanto elettrizzante dubito che lo leggerò mai, anche se adesso il volumetto fa bella mostra di sé sopra un ripiano della mia libreria riservato ai libri più speciali, quelli che emanano una forza magnetica prepotente anche senza bisogno di leggerli. Basta guardare le copertine, soppesarli nella mano, sfogliare le pagine senza afferrare nessun significato, provando ad indovinare il loro contenuto, lo stile di scrittura, le forme sviluppate. Oggetti meravigliosi, impenetrabili.

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Visita in studio - Enrico Bertelli

Dentro il mondo e allo stesso tempo fuori dal mondo, una pausa preziosa nella velocità del viaggio, quando la giornata scorre troppo rapida e rischio di cadere in territorio ostile

Dentro il mondo e allo stesso tempo fuori dal mondo, una pausa preziosa nella velocità del viaggio, quando la giornata scorre troppo rapida e rischio di cadere in territorio ostile, quando mi incupisco per le consuete ingiustizie universali in continua moltiplicazione. Anche a sorpresa, senza averla pianificata in precedenza, la visita allo studio di Enrico Bertelli ha aperto una zona temporale santificata, una sospensione capace di indicare altre felici dimensioni, diversi sentieri percorribili nella intricata foresta. Confermata la nuda presenza dell’opera.

In Toscana. Nella città sul mare. In un assolato pomeriggio primaverile, quando tutto il paesaggio sembra già consegnato all’estate, in anticipo sul calendario. La luce intensa mi acceca perché sono ancora abituato all’oscuro inverno. L’edificio non è – come mi aspettavo, sbagliando – un luogo industriale, un camerone asettico, un angolo di fabbrica sterilizzato. All’opposto, si entra in una dimora ottocentesca, solida, tranquillizzante. Alle pareti dell’ingresso vedo collezioni di libri antichi, qui il richiamo al passato è ben presente, incastonato nell’oggi come un necessario gioiello. Di colpo sono uscito dalla confusione della strada per incontrare una radura, una quiete che mi fa respirare subito meglio. 

Lo studio è al piano terra, con la porta-finestra che lascia intravedere un taglio di giardino, anch’esso calmo e silenzioso. Di cosa parliamo quando parliamo di arte astratta? Di niente, direi. Nel senso che le opere resistono all’interpretazione esibendo una loro unicità di presenza. Sono state costruite esattamente in quel modo che vedete: la superficie è la loro profondità. Questo concetto mi sembra si possa applicare perfettamente alle invenzioni di Bertelli.

Le tracce di colore indicano il residuo di precedenti esistenze. Il tema della manipolazione della memoria irradia energia: pentimenti, ripensamenti, sottrazioni. Si viaggia anche in direzione opposta, lanciando la memoria dentro la nuvola del futuro. Posso intuire l’accenno a sviluppi che verranno, visioni sempre parziali che mi lasciano libero di immaginare qualsiasi conclusione, nel dominio dei fenomeni imprevedibili. Una pittura di eventi, un lavoro di attese ed attrazioni. Con i colori brillanti dei nastri adesivi a garantire la genuinità dell’ispirazione. 

Da ultimo un dubbio, una sensazione. Forse il cuore magnetico di tutta questa produzione di segni è lo spazio del giardino di Enrico, quella pozza di luce, alberi e vegetazione che resta accanto al suo operare. E’ un segreto chiuso che non invade lo spazio dello studio. Ma è un modello importante, quasi un sortilegio naturale cresciuto dentro un miraggio tecnico.

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Gianni Dessì

Una piccola poesia ritrovata, inedita, ispirata al lavoro di Gianni Dessì. La scrissi all’inizio degli anni Novanta, quindi è ben stagionata. Faceva parte di una serie di brevi composizioni dedicate agli artisti

Una piccola poesia ritrovata, inedita, ispirata al lavoro di Gianni Dessì. La scrissi all’inizio degli anni Novanta, quindi è ben stagionata. Faceva parte di una serie di brevi composizioni dedicate agli artisti che in quel periodo mi piacevano di più. Mi sembra che possa essere felicemente pubblicata oggi: le opere di Dessì continuano ad emozionarmi moltissimo, ogni volta che ho la fortuna di incontrarle.

 

 

Porto lo specchio

nella pupilla

ci farò abbagli per lei

sporgendomi fuori

dalla terrazza circolare

vedo il giallo

dove sono a respirare

il paesaggio del compleanno.

Gianni Dessì, Galleria Alessandro Bagnai, Piazza Goldoni 2/Lungarno Corsini 16, Firenze.

 

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Punto di vista /punto di fuga. Maurizio Donzelli

Avrei desiderato scrivere questa divagazione – originata dalle opere di Maurizio Donzelli - quando la sera è già scesa, circondato dalle ombre, con il buio che si avvicina

Avrei desiderato scrivere questa divagazione – originata dalle opere di Maurizio Donzelli - quando la sera è già scesa, circondato dalle ombre, con il buio che si avvicina, in una tensione un po’ ansiosa tra le aspettative che la giornata appena trascorsa si porta dietro ed i risultati invisibili ottenuti. Non ho rispettato questa idea iniziale: ancora intorno a me c’è luce, calante, primaverile, pre serale, quasi estiva. Resiste, illumina indirettamente il tavolo su cui è posato il computer, mi illude di una possibile chiarezza a portata di pensiero. Comincio a scrivere partendo quindi da un tradimento.

Iniziare a raccontare circondato dall’oscurità mi pareva fosse una buona idea, proprio come circondate dall’oscurità mi sembrano in fin dei conti sempre le opere d’arte che guardiamo, strappate all’invenzione del loro autore, trattenute nella luce dal nostro sguardo, ma appena guarderemo da un’altra parte questi oggetti precipiteranno nel buio, ancora una volta. Lo sguardo dello spettatore non è mai univoco, intero, unitario. E’ sempre un gesto impuro, nutrito da una dinamica complessa e ambigua. Cosa vediamo quando guardiamo un lavoro d’arte? A questa domanda sembrano alludere in modo convincente le recenti, molto sofisticate, creazioni di Donzelli. 

Percorriamo la superficie e al tempo stesso troviamo la profondità: sono dimensioni legate da una connessione problematica ed inestricabile. La superficie di specchio a prima vista sembra suggerire una esperienza semplice, un fenomeno familiare, rassicurante. Ma se cambiamo il nostro posto nello spazio, mutando l’angolo della visuale, anche la forma dell’opera muta e si apre, rivelando un fondo perturbante, sorprendente, di sostanza incerta. 

Altre volte mi sono perduto nelle volute del colore, nelle spirali morbide che definiscono un universo scandito da linee avvolgenti. Stabilità e cambiamento qui occupano sempre un medesimo luogo. Incontro piani visivi che emanano una quieta forza. Mi suggeriscono anche una sapienza possibile per abitare il mondo: attraversarne gli infiniti strati con attitudine di curiosità ed attenzione, rispettando gli enigmi che incontrerò. Non dovrò sottrarmi alla difficoltà di guardare/pensare. Avrò solo bisogno di cambiare spesso punto di vista per tentare di raggiungere quella profondità speciale che riposa sempre nascosta in superficie. Paradossali costruzioni: più insisti cercando di restare in superficie, più ti obbligano a scendere in profondità. Felice contraddizione, ve lo giuro.

Maurizio Donzelli, Diramante, Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51 r, Firenze.
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In attesa dello stupore: Vincenzo Agnetti

Devo subito confessare una mia colpa: quella di non avere mai visto – prima di questa occasione – le opere di Vincenzo Agnetti dal vero.

Devo subito confessare una mia colpa: quella di non avere mai visto – prima di questa occasione – le opere di Vincenzo Agnetti dal vero. Avevo incontrato molte volte le immagini dei suoi lavori naturalmente, ma solo dentro antichi cataloghi degli anni Settanta, come pagine ritrovate nella cripta di un antico museo della tarda modernità, oppure nelle riviste d’arte che le offrivano come pregiati omaggi alla brillante e lontana epoca dell’arte concettuale italiana. Non so dire per quale arcano motivo, erano sempre riproduzioni in bianco e nero, spesso fotografie sgranate, consunte da una loro febbre, come fossero oppresse da un vento del passato che calava un velo di crepuscolare mitologia sopra tutti gli oggetti, le intuizioni, le invenzioni mentali e fisiche di questo autore straordinario per chiarezza di visione e di realizzazione.

Invenzioni linguistiche innanzitutto. Frasi introdotte nel corpo delle opere come una esatta fioritura della mente, con la felice nitidezza di un pensiero che ci abbaglia. Titoli/dichiarazioni che in un medesimo tempo rivelano l’ispirazione iniziale del fare artistico e diventano materia stessa del lavoro. Qui la vicinanza - ma forse dico troppo poco, dovrei parlare di vera e propria tangenza- di Agnetti alla poesia è lampante. Le sue brevi frasi risultano miracolose: illuminano la scena, seducono gli spettatori, alludono ad altri invisibili territori da attraversare. Essenziali arabeschi linguistici, lasciano materializzare nella mente dell’osservatore tutta una serie di enigmi, ma offrono sempre una via d’uscita, non edificano spazi chiusi, non imprigionano chi guarda in una gabbia predefinita, al contrario, fanno di colpo emergere – come in un libro per bambini dalle pagine pop up che all’apertura innalzano scenari sorprendenti– orizzonti limpidi in cui avventurarsi. 

Mi colpisce, ad oltre quattro decenni di distanza dalla loro creazione, la freschezza sprigionata da questi meccanismi mentali tradotti in eleganti oggetti scenici. Anche l’uso dei colori – considerata la già speciale gamma dei materiali impiegati – conferma una sapienza magistrale. Brilla l’oro delle frasi scavate nella superficie del feltro, confermando la preziosità delle parole. Il nero profondo delle lastre di bachelite accoglie lo sguardo come un manto vellutato, morbido, avvolgente. Le lettere bianche incise sulla superficie producono (in totale leggerezza) quello stupore che Agnetti – pur nel rigore dei suoi procedimenti – teneva evidentemente nella massima considerazione.

Arte concettuale, certo, ormai questa definizione è storia. Ma del tipo che io preferisco: le idee dell’autore non potrebbero resistere dentro il nostro tempo, non arriverebbero a noi, senza la forza delle opere visibili. Voglio dire che qui gli oggetti prodotti funzionano come specchio infedele, arricchito, potenziato, dei concetti che li generarono.  
Vincenzo Agnetti, Testimonianza. Galleria Il Ponte, via di Mezzo 42/b, Firenze

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Visita in studio - Luca Matti

Se vi capiterà mai di entrare nello studio di Luca Matti, sarà come fare ingresso in una fabbrica di inizio Novecento, un salto indietro nel tempo dentro una officina della pittura e del disegno.

Se vi capiterà mai di entrare nello studio di Luca Matti, sarà come fare ingresso in una fabbrica di inizio Novecento, un salto indietro nel tempo dentro una officina della pittura e del disegno. Qui l’artista è un meccanico delle forme, un allegro operaio che dà concretezza alle proprie visioni anche attraverso la fisicità degli oggetti che lo circondano. Lo spazio è ampio, ma non enorme, è un accogliente magazzino /caverna a misura d’uomo, in cui tutto pare a portata di mano, pur nell’accumularsi dei materiali: disegni, tele completate, lavori ancora in corso, grandi sculture in gomma appese alle pareti, tanti libri, riviste illustrate, pile di cd. E poi collezioni di strani oggetti, bottiglie, strumenti musicali, misteriose tubature, filamenti, modernariato vario. Naturalmente ci sono tutti gli strumenti che vi aspettate di trovare in un luogo del genere: foreste di pennelli, lattine di solventi, spatole, matite, preziose carte, colori ammassati su carrelli metallici. 

La prima impressione è quella di trovarsi in mezzo ad un maestoso disordine, dentro un regno fantastico ma assai caotico. Dopo un po’ che siete seduti in poltrona e vi guardate intorno, cominciate a capire che tutta quella roba affascinante pare mescolata a caso, ma in realtà corrisponde esattamente all’ordine emozionale di chi opera in quello spazio. E’ un teatro vivente, un luogo di azione e creazione, una camera delle meraviglie allestita in modo impeccabile. L’inesauribile energia di Luca Matti si irradia ovunque e colloca ogni elemento al giusto posto. All’interno di questo teatro si dispiega una magia potente - ma amichevole - che blocca i visitatori in una dimensione fuori dal tempo. Possiamo dimenticare il calendario e gli obblighi di tutti i giorni. Un sogno. Un vero studio d’artista. 


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