Veicolo fermo

fotografia di Aldo Quario

“Veicolo fermo tra Biandrate e Novara” recitava il pannello segnaletico sulla A4. 

Qualcuno potrebbe aver bisogno di soccorso, pensò Enrico. Il viaggio era monotono, il caldo di agosto appena mitigato dallo scendere della sera, il parabrezza una costellazione di insetti spappolati. Enrico cominciò da subito a scrutare la corsia di soccorso in cerca dell’auto.

Qualche chilometro dopo Biandrate, eccola lì, una berlina accostata, con le quattro frecce. La vide da distante, ed Enrico ebbe il tempo di segnalare educatamente, spostarsi sulla corsia di destra, poi ancora più in là, oltrepassare la linea bianca continua, e fermarsi giusto dietro l’auto in sosta. Inserì le doppie frecce.

Era il crepuscolo. A lato dell’autostrada un campo di granoturco, gli steli alti e verdi formavano una barriera alla vista. Le pannocchie nei cartocci gli riportarono alla memoria vecchi film americani, le pianure dello Iowa. Dietro, in lontananza, si intravedevano strane forme bianche e tondeggianti, forse dei silos, le cui sagome si staccavano sul cielo che si oscurava, come fossero sospese. Nessuna rana, nessun grillo, nessun rumore.

Nessuna auto passava, che potesse distrarre le zanzare dall’infestare l’area di sosta improvvisata. Saturavano l'aria calda resa dolciastra di frutta marcescente, impazienti che uno degli occupanti venisse allo scoperto. Enrico scese con prudenza. La linea bianca pulsava regolare di arancio, al ritmo dei lampeggianti sincroni. Sembrava che lo ammonisse. Enrico se ne tenne a distanza, si diresse verso l’abitacolo dell’auto davanti alla sua, bussò al finestrino.

L’occupante azionò il meccanismo e, silenzioso, il vetro si abbassò. Ne uscì un odore di fumo vecchio misto alla pelle dei sedili. Era fresco, dentro. Enrico non vedeva bene l’interno, era troppo buio, solo due occhi e un’espressione frastornata.

-Cosa vuole?

-No... Mi scusi, ho visto un’auto ferma e ho pensato... Posso aiutarla? Ha bisogno?

Gli occhi si dirigevano nervosi verso Enrico, a scrutare tutto il viso, riuscivano quasi a tenere distanti le zanzare e il caldo.

-Io... ho visto un’auto ferma, con le doppie frecce- iniziò una voce dagli occhi –e mi sono fermato a vedere... a prestare soccorso. Sono sceso, ho bussato, e l’altro mi ha detto che si era fermato ad aiutare un’auto ferma... poi però se n’è andato. Adesso scusi, ma devo proprio...

L’ultima parola non riuscì a superare il finestrino che si chiudeva. 

L’auto si mise in moto e partì, sembrò quasi fluttuare nel crepuscolo, e lasciò Enrico con il buio, negli insetti. Non riusciva bene a capire cosa fosse successo. A malapena distingueva le forme intorno a sé, neppure i silos riflettevano più alcuna luce. Solo la linea, a terra, continuava a pulsare intimidatoria. Enrico ritornò all’auto.

Qualche minuto e un’utilitaria si accodò, inserendo le doppie frecce. I fari impedivano a Enrico di vedere il conducente. Questi scese con prudenza, si tenne a distanza dalla linea bianca, si diresse verso l’abitacolo e bussò al finestrino.

Enrico azionò il meccanismo e, silenzioso, il vetro si abbassò.

-Cosa vuole?

 

Aldo Quario

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