P.I.llole

Fotografia di Bärbel Reinhard

Fotografia di Bärbel Reinhard

Il suono metallico della sveglia infranse il muro sottile del suo sonno agitato e la riportò a contatto con la realtà.

Ore sei e sedici minuti.

Era tempo di alzarsi, lavarsi, pettinarsi, fare colazione e andare al lavoro.

Era la Banca che, gestendo il suo P.I., profilo di indebitamento, provvedeva automaticamente a calcolare l’ora precisa alla quale avrebbe dovuto svegliarsi ogni mattina. In tal modo la sua giornata lavorativa avrebbe potuto essere abbastanza lunga da permetterle di portare a termine regolarmente il pagamento rateale della lavastoviglie, della nuova automobile, del frigorifero a crioregolazione variabile, del nuovo computer e delle cure farmacologiche.

La donna si sedette sul letto. Esausta.

Aprì una confezione di pastiglie blu pervinca e ne inghiottì una velocemente. Era un nuovo ritrovato dell’industria farmaceutica per combattere la sindrome da stanchezza cronica. Capitava spesso che chi si trovava nella condizione di dover lavorare alcune ore più dell’orario normale fosse afflitto da questo disturbo. Fortunatamente studi recenti avevano messo a punto un rimedio farmacologico che consentiva di superare l’impasse e di affrontare la giornata efficientemente.

Guardò suo marito che dormiva ancora, nel letto accanto. Lui avrebbe avuto dodici minuti supplementari di sonno a disposizione.

Si ricordò che doveva ordinargli le iniezioni per la sindrome da sottoesposizione alla luce solare. Il fatto che passasse tutte quelle ore in un ufficio illuminato da una luce artificiale era una cosa che non poteva far bene alla salute. Lo dicevano gli esperti. Registrò un rapido appunto sulla sua agenda elettronica vocale.

Si alzò e camminò in punta di piedi fino alla stanza da bagno. L’esaminatore di urina del water le comunicò che i parametri erano accettabili, il che le provocò un po’ di ansia, perché, comunque, non si può mai avere l’assoluta certezza di essere in salute. Soprattutto adesso, che sentiva in gola il sapore acre dell’angoscia per l’occasione perduta.

Lei e George erano stati all’Agenzia il giorno prima. Avevano sperato di potercela fare, che la Banca avrebbe concesso loro almeno una settimana di vacanza. Una settimana sola. Era dal 2024 che non ne facevano. Avrebbero concluso il pagamento delle rate della lavatrice nel giro di tre mesi e quelle del frigorifero entro i prossimi cinque. E sì, senza dubbio avrebbero saldato almeno queste due voci del bilancio e forse sarebbe rimasto qualcosa anche per una cena fuori.

L’agente bancario aveva impostato dei dati sul computer, per ricalcolare il P.I. e riprogrammare un piano di rateizzazione. Sarebbe costato cinque minuti di sonno in meno al giorno, per tre anni e due mesi.

Accettabile.

Però, nel frattempo, forse ce l’avrebbero fatta ad uscire a cena una sera. Avrebbero lasciato i bambini dai nonni e loro sarebbero andati a quel piccolo ristorante sul lago, dove si erano conosciuti sette anni prima. Sarebbe stato importante farlo, perché un enorme numero di studi psicologici diceva che il settimo anno di matrimonio è quello più a rischio. È l’anno delle separazioni. L’anno della sindrome da assuefazione reciproca, quando ormai l’entusiasmo iniziale di una relazione è superato e il subentrare dei problemi quotidiani può minare la solidità della coppia. E Dio solo sa se la loro coppia aveva bisogno di solidità. Erano già tre mesi che George prendeva delle pastiglie per evitare l’insorgere della sindrome da insoddisfazione sessuale. Era una sindrome molto diffusa e la sua amica Magda ci aveva avuto a che fare con tutti e tre i suoi mariti.

Era successo invece che la maestra di John li aveva fatti chiamare. Aveva detto loro che il bambino risultava piuttosto agitato e distratto negli ultimi tempi, così l’aveva sottoposto al test per l’ADHD, la sindrome da iperattività, disattenzione e difficoltà di apprendimento. Il neuropsichiatria lo avrebbe esaminato in giornata per confermare o meno la diagnosi. Una fitta di angoscia le attraversò il petto all’improvviso provocandole un conato di vomito. Se il dottore avesse diagnosticato la sindrome gli avrebbe sicuramente prescritto una cura, mandando così in frantumi tutti i calcoli fatti fino a ieri.

Il loro P.I. avrebbe dovuto essere ricalcolato da capo.

Sarebbero stati svegliati un quarto d’ora prima ogni mattina, sia lei che George, e la vacanza avrebbe aspettato chissà quanto tempo ancora. Del resto non poteva certo rifiutarsi di far curare il bambino ed essere magari accusata di negligenza nei confronti dei bisogni educativi ed emotivi di suo figlio. Lei amava il suo cucciolo e ringraziava Dio che al giorno d’oggi ci fossero tutte queste possibilità per mantenersi sempre in salute. Voleva che suo figlio fosse protetto dalla pressione e dalla minaccia che le esperienze della vita rappresentavano. Sfide impreviste e traumatiche, alle quali lui, forse, non avrebbe saputo far fronte. Ed era contenta che la scuola cercasse di migliorare il benessere e la salute mentale dei bambini.

Frustrazione, crimine, disoccupazione e caos sono il prodotto di un cattivo sistema educativo.

Aprì l’armadietto per cercare la crema da giorno. Si fece strada fra gli innumerevoli flaconi multicolori di integratori e vitamine. Ne inghiottì soprappensiero un paio qui e là, ma il nodo che sentiva nello stomaco ancora non accennava a sciogliersi.

Guardò al di là del vetro leggermente opaco della finestra del bagno. Fuori il sole stava per sorgere in tutto il suo smagliante splendore primaverile. Sarebbe stata una giornata meravigliosa, peccato dover stare rinchiusi in ufficio fino al tramonto.

Sospirò cercando di calmarsi mentre spalmava generose ditate di crema sul viso.

Quello di cui avrebbe avuto veramente bisogno in quel momento, pensò, sarebbe stata una bella pastiglia per sedare la sindrome da pagamento della rate.

Solo che, ne era certa, non avrebbe assolutamente potuto permettersela.

Aldo Quario

Aldo Quario