Falling
falling #1, tecnica necessaria su lenzuolo cm 90x130, 2016
falling #2, tecnica necessaria (matite, matite colorate e smalto) su lenzuolo cm 50x50, 2016
falling #8, tecnica necessaria (matite, matite colorate e smalto) su lenzuolo cm 30x40, 2016
falling #9, tecnica necessaria (matite, matite colorate e smalto) su carta cm 40x50, 2017
falling #10, tecnica necessaria (matite, matite colorate e smalto) su carta cm 40x50, 2017
Valentina Biasetti
Notturno
NOTTURNO PALAZZO #1, 2006
NOTTURNO PALAZZO #3, 2006
NOTTURNO PALAZZO #2, 2006
NOTTURNO PALAZZO #4,anno 2006
NOTTURNO Dittico #1-#4, 2006
NOTTURNO Dittico #2-#3, 2006
NOTTURNO Dittico #5-#6, 2006
NOTTURNO Dittico #7-#8, 2006
Silvia Noferi
Le fotografie della serie "Notturno” rappresentano palazzi urbani, architetture avvolte nella foschia dell’imbrunire. Fanno da pandant a queste immagini scatti di persone addormentate nel proprio letto. I loro volti sono celati all’occhio dello spettatore. Sono raffigurazione intime ed evocative che rimandano alla sfera dell’esistenza quotidiana rispecchiando la visione che l’artista ha della città e del paesaggio in generale. Habitat nel senso si abitare, vivere un luogo dunque.
Valeria De Simoni
Pattern
Nella serie Pattern i pesci sono inseriti in un reticolato di linee, come se fosse una mappa con diverse direzioni e percorsi che è metafora di un viaggio impercorribile. È il segno con una trama di intrecci, di punti, di macchie e rilievi di inchiostro a dominare i miei soggetti, a rendere loro il respiro, il movimento, raccontando una storia.
Pietro Desirò
Pietro Desirò, vive a Firenze dove ha studiato pittura e si è specializzato in incisione presso la Fondazione Il Bisonte. Ha già al suo attivo numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Dal 2015 è, insieme ad altri artisti, uno dei fondatori della galleria/laboratorio Cartavetra di Firenze.
Uncanny Valley
Uncanny Valley - la zona perturbante - è un'ipotesi dello studioso di robotica Masahiro Mori del 1970. Basandosi sulla teoria dello psichiatra Ernst Jentsch, approfondito da Freud, descrive la sensazione in ambito estetico di una forma di dualismo affettivo quando in un oggetto - un automa - o in una situazione si confondono caratteristiche di estraneità e di familiarità, fino ad arrivare al livelllo di inquietudine o repulsione. Il corpo, presentato non più nella sua entità, ma frammentato, maschera l'indentità e l'empatia giocando con i meccanismi di percezione della realtà manipolata.
Bärbel Reinhard
Corredo nuziale
Le mutande come pretesto, come oggetto, come provocazione ironica, come simbolo femminile, come riflessione intima. Da “mutare”, le mutande in questo progetto scandiscono i giorni di un periodo prettamente femminile, i 28 giorni del ciclo mestruale.
Descrivono e ritmano il loro alternarsi giornaliero e mutevole fatto di simboli; il legame con il corpo - l’interazione che ha con l’Altro - è il racconto di momenti , che possono essere futili o importanti. Ognuna ha una sua vita ed è di questo che parlano.
Rosita D'Agrosa
Rosita D’agrosa è nata a Polla, Salerno, nel 1989, vive e lavora a Firenze. Il suo percorso artistico inizialmente legato ad un linguaggio pittorico figurativo, negli ultimi anni cambia radicalmente approccio ai materiali e media artistici utilizzati. La sua è una ricerca concettuale fondata sul tentativo di dar vita ad un alfabeto in codice fatto di simboli depositati su materiali che non nascono per essere artistici. Fa uso di teli anticamente adoperati come assorbenti dalle donne provenienti del corredo nuziale della nonna. Dipinge degli acquerelli che successivamente cuce sugli assorbenti e sulle lenzuola degli anni ’50 sulle quali interviene con il ricamo riportando una tradizione familiare al di fuori del contesto.
Interstizi
Davies Zambotti ha studiato pittura presso l'accademia "Albertina" di Torino, regia e produzione audio/video a Milano ed è stata allieva di Marco Bellocchio. Regista/fotografa, ha lavorato in molti set cinematografici, tra cui "Sorelle Mai" di Marco Bellocchio, "I Galantuomini" di Edoardo Winspeare, "The International" di Tom Tykwer. Attraverso i suoi lavori, ricerca e analizza l’impossibilità della certezza umana, utilizzando il video e la fotografia come un microscopio, una lente con cui poter osservare le ombre fra gli interstizi del quotidiano.
Onirico: Luca Matti
Il Cassetto nel Sogno, olio su tela, cm 40 x 50, 2016
Città Feroce, olio su tela, cm 100 x 120, 2016
Anamnesi, olio su tela, cm 100 x 70, 2016
Città Perenne, olio su tela, cm 60 x 80, 2016
Luca Matti
La poetica dell'impronta
La nostra pelle è una superficie duale, contemporaneamente chiusa a proteggere l'interno del corpo e costantemente esposta verso il mondo esterno. Lentamente e inconsapevolmente il contatto imprime segni, solchi, tracce sugli oggetti che tocchiamo e sulla nostra stessa pelle, diventando specchio di chi siamo, del nostro vissuto, del nostro passato.
Il mio lavoro vuole essere una riflessione sulla pelle come superficie unica e individuale capace di contraddistinguere ogni individuo e di raccontare chi siamo. L’impronta è testimone di un'esistenza che permette di far sopravvivere l'uomo al di là del tempo e della sua spoglia mortale salvandolo dal nulla. Un marchio capace di far incontrare all'occhi una presenza in una assenza, un vissuto, un istante.
Chiara Sacchi
Chiara Sacchi è nata a Pavia nel 1993. Laureata all'Accademia di Belle arti di Brera attualmente studia fotografia presso la scuola APAB di Firenze. I suoi progetti si focalizzano principalmente sulle tematiche legate al corpo, all'identità e alla memoria.
Space Equal to Itself
space equal to itself
which rises or denies itself
Mallarmé
“Aby Warburg’s Mnemosyne-Atlas is an unfinished attempt to map the pathways that give art history and cosmography their pathos-laden meanings. Warburg thought this visual, metaphoric encyclopedia, with its constellations of symbolic images, would animate the viewer’s memory, imagination, and understanding of what he called the afterlife of antiquity.”
Christopher Johnson
Tramite l'uso di sovrapposizioni istintive ed anacronistiche di immagini e immaginazioni derivanti da campi e da tempi disparati, si creano nuove cartografie visive, parallelismi e antonimi, che - accostati in dittici - si emancipano anche dal loro ordine storico e gerarchico.
Paesaggi e corpi, natura e cultura, materie e forme fusi insieme creano un immaginario di metamorfosi, costruendo bodyscapes di scenari reali e delle loro rappresentazione.
Bärbel Reinhard
Pour les chiens
Margherita Cesaretti
Margherita Cesaretti è nata ad Assisi nel 1982. Si è laureata all’Accademia di Belle Arti di Firenze e studia fotografia alla Fondazione Studio Marangoni. Sue opere sono presenti nella Collezione Italiana della Fondazione Fotografia Modena e nella Raccolta di Fotografia Fondo Franco Fontana della Galleria Civica di Modena.
Fuochi fatui
‘L’Angelico Beato’, penna biro, matita, caffè, bitume, verderame e correttore su carta su cartone su tavola, cm 36x38, 2016.
‘Basilisco’, penna biro, china, caffè, bitume e verderame su carta su cartone su tavola, cm 36x38, 2016
‘Fuoco Fatuo’, penna biro, china, caffè, bitume e verderame su carta su cartone su tavola, cm 33,5x35, 2016
‘Fuoco Fatuo’ penna biro, china, caffè, bitume e verderame su carta su cartone su tavola, cm 33,5x35, 2016
‘Fuoco Fatuo’ penna biro, china caffè, bitume e verderame su carta su cartone su tavola, cm 33,5x35, 2016
‘Baubau’, penna biro, china, caffè, bitume e verderame su carta su cartone su tavola, cm 33,5x35, 2016
Raffaello Becucci
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Raffaello Becucci vive e lavora a Firenze. Realizza opere prevalentemente su carta su tavola usando inchiostro di biro, verderame, caffè, bitume e pennarelli. Lavora su una personale rielaborazione/interpretazione di iconografie legate alla nostra storia figurativa più “sommersa”, sul valore e sulle simbologie delle immagini, in particolare la sua attenzione si concentra sulle stampe popolari, come i bestiari medievali, le illustrazioni, le incisioni mediche, i tarocchi, andando così a creare strani personaggi, mostri, demoni ed angeli che descrivono un racconto figurativo onirico, tra sogno e realtà. Dal 2001 collabora con recensioni e articoli alla rivista d’arte e cultura contemporanea “Juliet”.
Erano questi gli altri mondi?
Davies Zambotti
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Davies Zambotti ha studiato pittura presso l'accademia "Albertina" di Torino, regia e produzione audio/video a Milano ed è stata allieva di Marco Bellocchio. Regista/fotografa, ha lavorato in molti set cinematografici, tra cui "Sorelle Mai" di Marco Bellocchio, "I Galantuomini" di Edoardo Winspeare, "The International" di Tom Tykwer. Attraverso i suoi lavori, ricerca e analizza l’impossibilità della certezza umana, utilizzando il video e la fotografia come un microscopio, una lente con cui poter osservare le ombre fra gli interstizi del quotidiano.
Circostanza 251 - mostre personali
Durante Circostanza 251, nella prima sala della galleria Cartavetra si sono alternate le tre mostre personali di Baerbel Reinhard, Carlo Zei e Stefano Loria
31 Maggio - 3 Giugno 2016
Bärbel Reinhard
Bärbel Reinhard
Bärbel Reinhard
04 - 07 Giugno 2016
Carlo Zei
Carlo Zei
Carlo Zei
08 - 11 Giugno 2016
Stefano Loria
Stefano Loria
Stefano Loria
Circostanza 251 - art of the day
Durante Circostanza 251, ogni giorno, una parete degli spazi interni della galleria Cartavetra è stata occupata da “Art of the Day”, una rotazione di otto artisti della Stanza 251.
01 Giugno 2016
Valentina Biasetti
Valentina Biasetti
02 Giugno 2016
Angelo Foschini e Lavinia Iacomelli
Foschini & Iacomelli
03 Giugno 2016
Francesco Niccolai
Francesco Niccolai
06 Giugno 2016
Beatrice Squitti
Beatrice Squitti
07 Giugno 2016
Enrico Bertelli
Enrico Bertelli
09 Giugno 2016
Andrew Smaldone
10 Giugno 2016
Francesco Lauretta
Francesco Lauretta
11 Giugno 2016
Enrico Bianda
Enrico Bianda
Diario argentino
La ragazza del bus
Alessandro ha conosciuto una ragazza sul bus notturno per Mendoza. Lei stava tornando a casa sua, a San Luis. Era il suo primo viaggio. Ha deciso di farlo da sola, a Buenos Aires. Lei era bella, dice lui. Lui le ha fatto un ritratto sul suo taccuino, la prospettiva era sbagliata, lei gli ha fatto una foto di nascosto, col cellulare. Hanno iniziato a parlare quando tutti dormivano. Lei gli ha chiesto se “teneva ninos”. Lui con tono allarmato ha risposto che no, non ci pensava neppure ad avere figli. Lei lo ascoltava ammirata mentre lui le parlava di viaggi, dell’università, di Firenze. Lei invece “tiene una nina”, Abril si chiama. Gli dice che ha undici anni la sua bambina, lei invece ne ha ventisei. Alessandro fa i conti nella sua testa. Lei ha anche un tatuaggio che le parte dalla coscia e le arriva fino alla spalla, glielo mostra. Gli chiede se ha tatuaggi. Lui risponde che non può, è troppo peloso. Lei è scesa che il sole non era ancora sorto e ha dato un bacio sulla fronte ad Alessandro portandosi con se il disegno che le aveva fatto.
Hector
Nel deserto del Leoncito c’erano due macchine e un furgoncino. La nostra macchina era quella con un cerchione in meno. Nel furgone c’erano tre ragazzi che bevevano mate. Nell’altra macchina una coppia, lui palestrato, l’occhiale d’aviatore, lei piccola, tutta curve, vestita di tuta nera dai polpacci in sù, con una criniera di capelli riccioli biondi tenuta in ordine da un paio di occhiali da sole saldi sulla testa. Inizia a parlarci nel suo italiano, quello che ha dovuto imparare per lavoro, non sappiamo che lavoro. È espansiva. Decide che abbiamo assolutamente bisogno di una foto di gruppo nel deserto, come ricordo. Ce la fa controluce. Ci invita a seguirli in macchina, loro sono diretti all’osservatorio che si trova poco distante.
Così dal deserto iniziamo a salire per uno dei tanti crepacci dove scorre un fiume e poi improvvisamente dal deserto compaiono pioppi in filari, salici piangenti, campi con bestie al pascolo, alberi da frutto. Ci fermiamo davanti ad una casa, anni ’70, porte a vetri, il prato curato sul davanti, una fila di panni stesi in ordine dietro, uno sdraio, un forno per il barbecue. Dentro, nell’ingresso, fra le piante da interni troppo rigogliose sta un tavolino con qualche brochure dell’osservatorio e un piccolo Budda che regge degli incensi accesi. La signora intraprendente decide per noi che faremo la visita dell’osservatorio, noi ci lasciamo fare. Hector è lì che ci aspetta. Hector è un fisico specializzato in astronomia, ha un paio di baffi bianchi e folti sul viso abbronzato e sorridente, spiega l’astronomia in uno spagnolo così chiaro e didattico che pare di sentire la nostra lingua. Ci interroga come un docente nella sua classe, guidandoci nell’osservatorio. Lui sta lì, nella casa dell’osservatorio, nel deserto del Leoncito dove la notte la via lattea forma un anello che va a chiudersi su di noi.
Indios
Sotto la pensilina dei bus aspetta con noi una donna con sei bambini, i tratti indios, gli zigomi alti, la pelle bruciata dal sole, gli occhi neri e stretti. Si copre la bocca col collo della sua felpa per non farci vedere che le mancano due denti. Il più piccolo dei bambini è avvolto in una coperta sulle sue ginocchia. Le due bambine più grandi, al massimo di dieci anni, ci guardano incuriosite, ogni tanto bisbigliano tra di loro e ridono. La maggiore delle due porta ai piedi delle zeppe di almeno sette centimetri, da donna adulta, ci dondola impacciata, ma con noncuranza, come fosse normale camminare così, strusciando il tacco di legno sul pavimento, abbassandosi come un equilibrista a raccogliere ogni tanto uno dei fratelli minori che gioca per terra. La più piccola delle sorelle srotola i filtri delle sigarette che trova sotto la panchina dove sta seduta la madre. La madre è stanca e silenziosa. Non dice niente.
I cani randagi continuano a farci compagnia.
Café Bar los Tribunales
Alle tre del pomeriggio, sotto il sole del tropico del capricorno, a Salta fa troppo caldo. Nel Café Bar los Tribunales tutto è rimasto come negli anni ’60: il vecchio frigo in legno arancio e verde, i tavoli sbilenchi in legno scuro, gli specchi con scritte in corsivo di bibite ormai in disuso. Il bar è quasi vuoto se si escludono i due giovani che bevono una birra in un angolo e un vecchio ingobbito e piccolo, col viso all’altezza del tavolo che sfoglia il giornale. Accanto al bancone, sulla parete, sta una foto immensa della vittoria italiana dei mondiali 2006. Una ragazza arriva per prendere la nostra ordinazione. Intanto noto una vecchia così piccola che quasi scompare dietro al bancone nel tentativo di pulirlo. Ha le mani di una bambina, il viso indio e gli occhi ingranditi dalle spesse lenti degli occhiali. Dopo svariati disguidi linguistici riusciamo a ottenere dalla ragazza otto succhi di pera avendone chiesti solo quattro. Duecento pesos di succo di pera per aver detto “uno mas por favor”. In un angolo del bar sono appesi dei fogli di giornale in cui si parla del bar, fondato negli anni cinquanta da Carlo, un ragazzo di ventidue anni, immigrato italiano da Trento. Il bar è stato per anni il ritrovo di tanti giudici e magistrati le cui foto stanno appese lungo tutto il muro. Dopo un’ora, quando ormai siamo gli unici clienti ci alziamo con la vescica piena. La vecchia ci viene dietro per pulire il tavolo e timidamente aspetta un nostro sguardo per rivolgerci la parola. Con uno strano italiano ci chiede di dove siamo. “Mio marito era di Trento” ci dice, indicando una foto del marito appesa sopra il bancone. Pietro lentamente le dice che anche suo padre è di Trento. Sorride e sembra essere contenta che il padre di Pietro sia di Trento oppure che ancora una volta abbia potuto parlare la lingua del marito morto.
Il taxi
Quando il tassista è arrivato per portarci all’aeroporto ci ha detto con faccia afflitta che gli zaini li dovevamo tenere con noi. Alessandro indicava innervosito il bagagliaio. Il tassista di rimando sconsolato ha aperto il bagagliaio mostrandoci la bombola che lo occupava praticamente del tutto. Ci siamo stretti nell’abitacolo con tutte le nostre borse. Avevo un unico spiraglio di finestrino aperto da cui respirare e guardare fuori con un occhio solo: strade assolate, case basse in uno stile coloniale rivisitato, studentesse in divisa scolastica che si guardano nel riflesso delle vetrine, cani stanchi, sdraiati nelle piazze, cani a salsiccia che corrono goffi nella polvere, insegne della coca cola dovunque e nell’orecchio sinistro le cover spagnole di successi pop 2015, gli occhi rossi del tassista nello specchietto retrovisore. La strada non è breve fino all’aeroporto: periferia, cavalli sul ciglio della strada, santini addobbati con stracci rossi e scritte elettorali dovunque col nome del presidente a ripetizione “Macri Macri Macri…”.
Sulle Ande nell’ombra blu delle montagne ho salutato un gaucho a cavallo, vestito come in un sogno, col cappello nero dalla tesa larga e il poncho colorato. Lui mi ha salutato di rimando, con la mano aperta e ha continuato a salire sulle sue montagne conquistate dove nelle piccole chiese intonacate gli arcangeli in cornici fiorite, con gli abiti dei conquistadores, caricano l’archibugio e le madonne si vestono di coperte ricamate di fiumi, alberi, lama e viandanti, come montagne.
Isabella Soulard (testo e immagini)
Millimetri
MILLIMETRI (sensazioni di cose minime) #4, tecnica necessaria su carta-matita e pastelli a olio, mm750x750, 2015
MILLIMETRI (sensazioni di cose minime) #3, tecnica necessaria su carta-matita e pastelli a olio, mm750x750, 2015
Valentina Biasetti