Bestiarius immaterialis - Toricorno
Al centro della fronte nera, spaziosa, un buco. Un cono di nulla che attraversa il cranio. Un cono di buio che nessuna luce può illuminare. Un cono di ombre impenetrabili. Sembra pieno, il buco che porta sulla fronte il toricorno. Tuttavia, i corpi materiali: pietre, foglie, insetti, acqua, persino l’aria, possono accedervi senza perdere di concretezza, senza scomparire, senza essere risucchiati da alcuna forza misteriosa. E senza poter vedere o ricordarne alcunché.
Cosa c’è dentro il buco del toricorno? Questo non è dato saperlo. Si potrebbe anche tentare di estrapolare questa informazione dalla mosca curiosa che ne è arrivata al fondo. Non se ne ricorderebbe. Si potrebbe uccidere o immobilizzare un esemplare di toricorno e scrutare con maggiore attenzione dentro il buco, utilizzare qualsiasi strumento per aiutare l’occhio. Il curioso scorderebbe subito quanto visto e tornerebbe a cercare ossessivamente una risposta dentro quel buco senza luce né memoria. Si potrebbe chiedere al toricorno, ipotizzando di riuscire a comunicare con l’animale. Potrebbe essere una soluzione, quel buco rappresenta forse le intenzioni più intime e nascoste dell’animale. Potrebbe infine svelare l’interno del buco. Diradare le ombre e creare lo spazio per delle risposte.
Questo ha a che fare con la sua vulnerabilità.
Nel malaugurato caso un toricorno decidesse deliberatamente – ipotesi fantasiosa quanto distante dalle possibilità del reale – di «mostrare» a tutti le pareti curve del buco che porta in fronte, nello sciagurato incidente che lo porterebbe a denudarsi davanti all’universo intero, in quell’orribile evenienza si nasconde la certezza della fine, la chiusura del cerchio, la mano del Tempo che si chiude a pugno e segna il risveglio del Dì e della Notte, e il termine ultimo dei sogni di lei, quindi del Tutto.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Sinnilichio
Della famiglia degli ursidi, il sinnilichio, nella sua forma adulta, è più minuto di un cucciolo di orso bruno. Tuttavia il sinnilichio non ha armi. Perlomeno non ha le armi dei suoi simili: artigli, possenti fauci costellate di zanne e nemmeno la stazza.
Tutti gli orsi, in fondo, sono animali pacifici. Utilizzano le proprie risorse nell’atto della pesca, della ricerca del miele e soprattutto per difendersi e difendere i cuccioli. Ben di rado zanne e artigli si accompagnano alla ferocia nella lotta. E in questo il sinnilichio è un esponente esemplare: non conosce la rabbia. Poiché non conosce la paura.
Tutto ciò potrebbe sembrare – e teoricamente lo è – davvero molto pericoloso. Un’entità che non sa difendersi può sempre fuggire o chiedere aiuto; una che non sa di doversi difendere da alcunché, non ha scampo. La sopravvivenza del sinnilichio si basa sulla sua spavalderia, la noncuranza. Questo bellissimo mammifero, dal pelo abbondante e soffice, desidera un’unica cosa semplice: contatto fisico. Attenzione, dolcezza.
Carezze, precisamente.
Senza alcuna precauzione, vulnerabile a chiunque trovi difronte, il sinnilichio vi si avvicina lento e le sue intenzioni sono benevole, limpide. Generano un campo di energia delicatissimo che avvolge, l’oggetto delle sue mire, di tenerezza e fiducia. Si accosta, lui e la sua fragilità, ai corpi degl’esseri che incontra sulla via, strofina il muso alle pelli e alle pellicce, alle cortecce intricate di nodi dei grandi alberi, che gli grattano via il fastidio dalla schiena. Abbraccia le sue vittime col corpo morbido e si lascia carezzare mostrando grande trasporto, un trasporto vero, una passione sincera per i corpi, per le zampe, per i nasi, per le orecchie, per la materialità delle intenzioni altrui.
E la vittima muore tra le sue braccia, procurandogli un grande dolore; un dolore che il sinnilichio celebra mangiando quelle carni ancora calde, ancora piene del meraviglioso senso dell’incontro.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Settimio reparto
I reparto sono creature magiche, non vi è dubbio.
Vivono nel timore: di copulare, di procreare; sanno che uno dei due genitori dovrà morire a seguito del concepimento e hanno attuato nel tempo diverse strategie per rifuggire questa pur essenziale pratica di sopravvivenza della specie. Pertanto vivono e cacciano in gruppi popolati da esemplari dello stesso sesso e difficilmente incontrano, nell’arco della loro esistenza, un rappresentante del sesso opposto. Esistono soltanto sette generazioni di reparto, e la settima è l’ultima, poiché – e questa è la magia istintuale dei reparto – in ogni gruppo c’è sempre un dissidente, per ogni generazione. Uno dei reparto, senza apparente motivazione, a un certo punto, si contrappone con forza alla sua stessa natura. Lotta contro la paura in un puro atto di follia. Scappa altrove in cerca di un branco di esemplari del sesso opposto, rinnegando il proprio ed essendone ripudiato definitivamente, in modo assoluto, l’esemplare in questione lo sa, lo sente già prima di agire. E lo fa comunque, perdendo tutto, rinunciando persino alla sua stessa vita. Questa azione coincide con un movimento parallelo, di una creatura simile, un altro reparto di sesso opposto che compie lo stesso atto scellerato. I due s’incontrano a metà strada, questo succede per ognuna delle sette generazioni che si susseguono nella vita del gruppo. I due si fondono nell’atto dell’unione carnale. Al termine di questo romantico rituale contro natura il cuore di uno dei due cessa di battere, mentre l’ovulo inseminato nel ventre dell’altro – sia maschi che femmine possono essere fecondati – inizia a pulsare tra le lacrime della solitudine. A quel punto il reparto, gravido, torna dal proprio gruppo dove verrà accolto, con gioia, in attesa della nascita dei cuccioli che rinnoveranno la specie. Il genitore verrà comunque ucciso e mangiato dagli altri componenti del branco, una volta dati alla luce i piccoli. A causa della sua natura folle e sicuramente scomoda per tutto il gruppo.
E così, di generazione in generazione, fino alla settima, l’ultima, all’interno della quale non vi è stato alcun dissidente.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Odrata
Immersa in una bolla. L’odrata è l’unico essere, la cui vita si svolge nelle profondità marine, che non entra in contatto con l’acqua salata dei mari, se non al momento dell’emersione, paradossalmente. Si presenta come un grande pesce di forma ellissoidale, le sue squame sono del colore del cielo e delle nuvole, la sua bocca segue la forma del corpo e nessuna pinna sporge dalla superficie del suo ventre o della sua schiena. Grandi occhi vitrei e scuri come il fondale incastonati ai lati del muso. Nessuna branchia. Nessuna coda, ma un ultimo curvarsi del corpo. La bocca può spalancarsi formando una curiosa circonferenza che raggiunge il diametro dell’intera misura del pesce. Teoricamente potrebbe mangiare se stessa, se lo volesse o lo potesse anche solo pensare, sospettare, desiderare.
L’odrata vive dentro una bolla da essa stessa formata. Non riesce a nuotare né a respirare sott’acqua. È nata all’interno di una sfera d’aria che, spinta dalla corrente, può salire casualmente a galla. Quando l’odrata sorge, emergendo dalle acque, la bolla esplode, lasciando congiungere l’aria che vi stava all’interno e che era dell’odrata sola, all’aria ch’è di tutti. Il cielo ritorna al cielo.
A quel punto, e solo a quel punto, l’odrata canta una melodia perfetta e disturbante. Il canto si espande e si lega al vento e percorre infinite strade immaginarie in ogni direzione e verso ogni luogo. Alcune particelle d’aria, quelle particelle d’aria, esattamente quelle e non altre, provenienti da ogni dove e da innumerevoli venti innominabili, sentendo quel richiamo inconfondibile, si raggruppano muovendosi verso l’odrata e formano attorno a lei una bolla inscalfibile, se non dall’aria stessa, uno scudo, una protezione totale e un limite assoluto, preservandola da tutto e tutti, sott’acqua.
Soltanto un essere speciale e particolarissimo, un plancton secolare, riesce a oltrepassare quella barriera e a entrare e uscire liberamente dalla bolla. Esso è il nutrimento dell’odrata e l’unico amico e l’unico essere con il quale l’odrata riesce ad avere un contatto, un attimo di aderenza, di accoglimento, di amore. Quel plancton, per l’odrata, è il suo unico; visto che essa non sa, né può immaginare, che il suo canto risuona nelle orecchie di tutti noi ed è parte del silenzio stesso. Non sapendo di poter toccare, attraverso la sua voce, ogni cosa esistente al mondo; eccetto che sott’acqua, il posto in cui vive, dove nessuno la sente.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Il sottogatto
Tutto al contrario, sente il sottogatto.
Si dice dei gatti che possano comunicare, contattare il regno dei morti. Si dice che siano un passaggio, un portale per il mondo immateriale. Ed ecco svelato perché, non del tutto a torto, circolino queste leggende su questo nobile animale. Sotto ognuno di essi vive una creatura simile, anzi, del tutto identica, che però non ha arti ed è invisibile ai più. Esattamente all’altezza del ventre di ogni gatto esistito ha dimorato un sottogatto. I due esseri, vissuti in simbiosi, condividono fisicamente solo un lembo di pelle all’altezza delle mammelle. Il sistema neuronale è unico, attraversando i corpo, hanno quindi gli stessi pensieri e le stesse emozioni, diciamo, le sentono entrambi quantomeno; sono e non sono lo stesso animale, in un certo qual modo oscuro.
Perché il sottogatto è animale a sé, ed anzi opposto. Se il gatto è propenso all’essere addomesticato e alla convivenza pacifica con altri animali, il sottogatto vede sempre del male, ovunque e vorrebbe, in uno scatto, recidere la carne a tutti gli esseri cui passa di fianco. Se il gatto è pigro e ama dormire, il sottogatto è sempre all’erta e non dorme mai tranquillo, per paura di essere attaccato durante il sonno. Riposa prima un occhio e poi l’altro, vedette alterne della paura, nel buio.
Il sottogatto tuttavia non ha quasi mai il controllo degli arti, pertanto, deve sottomettersi a dei comportamenti e delle dinamiche – attuate dal gatto con cui condivide i nervi, cui è legato dalla carne – che trova disturbanti come una tortura. In quei momenti il sottogatto riesce nell’unica cosa di cui è capace: ascendere allo spazio d’inconsistenza in cui è possibile percepire visibile e invisibile, vivi e morti, luci e ombre. Quando ritorna in sé la paura lo divora, perché per un istante ha perso il controllo, e la sua rabbia gli consente di comandare, per qualche tempo, gli arti del gatto e graffiare, soffiare, correre via leggero sui cuscinetti morbidi e callosi, sotto le zampe pelose del suo alter ego.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Chincavo
Non è affatto semplice riuscire a scorgere il chincavo nell’atto di volare. Non è facile, in assoluto, vedere chiaramente e da vicino un esemplare di chincavo. Sembrerebbe quasi che questo uccello odi volare e odi la compagnia. Oppure che non sopporti semplicemente l’idea di farsi scrutare da indiscreti occhi di altra razza. Eppure, in queste supposizioni, falsate da una conoscenza insufficiente, riposa un barlume di verità. Effettivamente il chincavo odia la compagnia e non ama volare. E soprattutto non sopporta d’esser guardato, lo detesta. Tuttavia, non è questo il motivo che porta questo uccello a essere così diffidente da evitare di essere visto, in particolar modo durante il volo.
Le sue ali brune tagliano le correnti di rado perché durante la sua attività più importante, il chincavo non potrebbe mai utilizzarle. Il suo becco dorato non può muoversi nel corso dello svolgimento della sua principale facoltà. I suoi occhi onnicomprensivi, poi, rappresentano il centro della suddetta capacità; il dono della natura, dell’universo, a questo grosso predatore del cielo; pertanto non possono servire ad altro che a compiere il gesto, il movimento, l’abilità che rappresenta il senso della sua esistenza.
Il chincavo aspetta e assorbe. Restando immobile su una rupe nascosta, accoglie l’unicità del tutto. Si ferma su una roccia sporgente. Prende a respirare, lungo lento e profondo. Chiude gli occhi gonfiando le penne che ha sul becco. Resta così, appollaiato davanti alla vallata per ore intere; poi, nel tempo di uno spalancarsi di ciglia – un istante sentito, presente – spalanca gli occhi e riceve nel respiro la sapienza, la conoscenza dell’attorno atemporale. Senza considerare il Tempo, il chincavo riconosce la storia del luogo in cui si trova. E quindi gli spostamenti delle sue prede, i suoi, e il suo stesso futuro. Poiché respira il presente, l’adesso.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - La zanzara perdisinsi
La perdisinsi è una zanzara rossa. All’apparenza. Una goccia di sangue nell’aria trasparente. All’apparenza. Un punto da cui inizia il fil rouge impalpabile che sta dietro le cose, nella quarta parete del reale, la dimensione intangibile. All’apparenza.
In realtà non esiste. Ciò nondimeno il suo pungiglione può penetrare ogni cosa, animata o inanimata che sia. La protuberanza, anch’essa di un rosso purpureo, che codificheremmo come sua unica arma, è in realtà l’unico suo mezzo di comunicazione, il medium di tutto ciò che essa ha da dire, da significare nel mondo. Il senso che il suo essere può avere nell’altrui esistenza e, ove possibile, nell’altrui sentire.
Il pungiglione della zanzara perdisinsi rilascia un liquido che si fa immediatamente vapore, fuoriuscendone copioso. Cosicché, nelle carni, nella pietra, nella legna, nelle acque e in tutto ciò che è possibile toccare, al suo interno, questo liquido – che è liquido soltanto dentro il corpo della perdisinsi – evapora immediatamente, nell’istante esatto del contatto epidermico.
Il contagio è immediato.
Niente di ciò che era prima ora è. Tutto si riconfigura in trascendenza. Non esiste più la carne, la pietra, la legna, l’acqua: il corpo. Non esiste più l’attorno. Tutto si frammenta e la verifica consueta di ciò che esiste sul piano tattile perde d’importanza e tutto si volatilizza in un soffio di percezione. Da quel momento la montagna si fa spirito, e il mare immenso si fa spirito, e persino un esemplare di Homo, se toccato dal pungiglione benedetto della zanzara perdisinsi, si fa spirito. Le concezioni dell’«ammaliato» si mischiano al corpo e ascendono a uno stadio vaporoso, sottile, un tutt’uno di fumo e sangue e carne e nervi che si unisce in un meraviglioso insieme nuvolare che è finalmente lo specchio esatto dell’universo. All’apparenza.
In realtà la zanzara perdisinsi è già fumo e la si può respirare ovunque e in ogni momento.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - La turupia
Superare i propri limiti significa andare oltre il proprio corpo e le possibilità spirituali della propria anima. In questo caso parliamo di un’entità illimitata, infinita, che alcuni chiamano paura, che ha nome turupia. Si tratta di un puntino minuscolo, insignificante, il cui corpicino difficilmente è possibile percepire per chicchessia, come un frammento d’aria o una particella di una goccia d’acqua. Eppure essa ha una voce possente e un linguaggio che si sprigiona in onde persistenti e continue. S’annida al limitare degli organi atti alle funzioni auditive o, dove non presenti, a quelli preposti alla funzione sensoriale più importante dell’essere in questione. Come per i funghi, nei quali s’incunea tra le fibre; o come per le rocce, tra le cui striature si slunga; oppure per le lumache, alle cui antenne s’appende – comoda in ogni luogo e in ogni tempo.
Appare, senza preavviso, senza un richiamo, senza alcun motivo; e resta presente: un lamentarsi incessabile con la funzione, per la turupia, di un continuo consiglio, un riflesso di ciò che essa sente dentro, e della sofferenza proveniente dai corpi esterni e arriva con una forza esiziale alla sua sensibilità stupefacente, allo stato allucinatorio in cui traspare al suo sentire pure ciò che è invisibile.
Essa è la turupia, la signora di tutte le angosce, la madre di ogni timore. E risulta insopportabile, quasi sempre. Accostata alla tortura, alla violenza, essa piuttosto è l’aiutante, l’amica di ogni entità, concreta o meno, presente o passata o futura, essa è lo specchio, essa è l’acqua che disseta la bocca fiduciosa di esseri illuminati che sanno di poter bere di quell’acqua pura, di poter ascoltare quella voce, quel canto languido, e ritrovarsi e sapere tutto e vedere tutto e finalmente superarsi e arrivare oltre ogni limite.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - La balenottera solitaria
Somiglia a un pesce e a un cetaceo e a una balena, anzi, è una balena, quindi un cetaceo: mammifero marino. Eppure non è uguale a nessun altro essere della sua specie. Essa differisce in un'unica caratteristica essenziale: il suo canto è inaudibile. Nelle profondità oceaniche nuota e dimora e dorme a metà. Al fondo del mare si appropinqua come all’unico fratello. Poi si slancia al cielo maestoso per rifiatare e di nuovo verso l’abisso ricade morbidamente accanto ai suoi simili, tutti diversi.
Il suo verso maestoso raggiunge le frequenze inudibili dei canti degli altissimi, arriva all’universo e dialoga col tutto, anche se nessuna entità può avvertirne il suono. Per questo motivo la balenottera solitaria non è in grado di comunicare con alcun essere se non con il cosmo intero, che essa però non sente né sentì mai rispondere. Così vive una solitudine triste e placida. Una solitudine che ormai le è d’uso e di cui non potrebbe davvero fare a meno, seppure il suo istinto la spinga al richiamo. E il suo canto risuona nel baratro acquatico, nell’eterno silenzio disteso sul fondale marino. Le onde sonore che dalla sua enorme bocca si propagano arrivano ai confini di tutto e toccano pinne e squame e braccia e rocce e destini inconoscibili che si aggrappano a quel suo canto invisibile, mutandone il suono – come una parola fuori dalle righe cambia tutto il significato del testo – dando equilibro al fluire di tutte le energie che regolano il meccanismo dell’universo, e se mancasse, questa minima increspatura del linguaggio complessivo del tutto, sarebbe interamente caos, interamente inizio e fine, sublime disarmonia dell’esistente, miscela in subbuglio di ciò che esiste e di ciò che potrebbe esistere.
E così, da sempre, la balenottera è sola, e canta per qualcuno o qualcosa che non vedrà mai, e crede e vive e in essa è segreto il mistero dell’eccezione e del suo senso assoluto.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Salinodolce
Il salinodolce è un essere molto particolare, unico nel suo genere, abituato a stare al margine delle cose. Persino il suo nome, non lo si conosce, non glielo si è dato, nessuno si è preso la briga di nominarlo e bisogna qui fare un grosso sforzo per affibbiargli il nomignolo di salinodolce. Esso deriva dall’unica caratteristica comunemente riconosciuta dagli studiosi di questa entità metamorfica, spesso considerata puramente metaforica, perché mai è stato o sarà possibile, effettivamente, dimostrarne l’esistenza e le forme e il contenuto. Tuttavia, su questo sono tutti più o meno d’accordo: lo si può trovare in acque di mare come di lago e fiume. L’enigma si complica ulteriormente però, perché sono stati segnalati avvistamenti in cielo e sui monti o in pianura e tra l’argilla melmosa che si forma nelle pozze, nei buchi morbidi che genera la pioggia. Si potrebbe dire che questo animale è legato all’acqua, eppure, quale essere vivente non lo è?
La sostanza del salinodolce è l’invisibilità, o quasi. La quasi invisibilità. La quasi inesistenza: quindi, l’esistenza ai margini dell’esistenza. La percezione altrui definisce l’esistere? Vi sono creature mai viste né udite o percepite: potremmo affermare che esistono? No. Invece il salinodolce esiste, qualcuno l’ha visto ma non potrebbe dire dove o come; qualcuno l’ha sentito, ma era un verso, un canto, un rumore molesto di un corpo che sposta i rami o che genera l’ondeggiare del mare tutt’attorno al corpo. No. Questo non lo si potrebbe propriamente dire.
Il salinodolce è forse quello spazio tra la terra e l’acqua o tra la terra e il cielo? Il bagnasciuga? Il salinodolce è la domanda stessa? Non potremmo mai dirlo con certezza, eppure esiste, il salinodolce: eppure esiste? Il salinodolce è proprio il salinodolce?
No, eppure esiste.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Il cercopiteco fausto
Gli occhi: due pozze nere profonde come il nulla, fisse in avanti, perché il cercopiteco fausto non cerca, egli trova. La sua visuale è fissa, immobile sull’avanti e sull’adesso. È un primate simile a molti altri, ma una variazione genetica non gli permette di spostare lo sguardo, le sue pupille restano immobili sulla direzione che la testa decide di prendere. Il suo capo tondo è l’unico a comandare le sfere circolari che sbucano sopra il naso: tenere, luminose. Così il cercopiteco dovrebbe essere, a rigore di logica, indifeso, impossibilitato a controllare la sua destra e la sinistra e l’alto e il basso. Facile preda dei rapaci che sorvolano il cielo e dei veloci cacciatori del buio e della luce, sulla terra. E cosi è, almeno all’apparenza.
Non sono in molti, in effetti, e non lo sono mai stati, gli esemplari di cercopiteco fausto, seppure, al contempo, non sono mai stati nemmeno decimati o vicini all’estinzione, a furia di essere uccisi da questi fantomatici predatori in cerca di carne, in cerca di una preda indifesa nelle difficoltà della natura selvaggia. Se prendessimo uno spazio e un tempo ben definiti, ci accorgeremmo che l’incidenza di assassinii ai danni di queste scimmie è incredibilmente bassa, minima, inconsistente. Si potrebbe perfino dire che nessuno degli abili carnivori che potenzialmente andrebbero ghiotti della sua carne riescano davvero a cacciarlo, il cercopiteco fausto. E non si nasconde; da animale privo di timore quale è, oltre che privo di strumenti per avvertire il pericolo, chiaramente.
Il cercopiteco fausto, essenzialmente, gode di una fortuna sconfinata e illogica, quasi divina, una buona sorte che può sovvertire l’ordine degli eventi e manomettere la casualità dell’universo. È un imbroglione, in sostanza. C’è chi pensa che i predatori vengano addolciti da quegli occhi grandi e amorevoli, belli. No, vorrebbero sbranarli, se solo gli capitassero a tiro. Eppure ogni morso poi sembra tirato al vento, ed è facile cadere in terra o preda della follia, nel tentativo di inseguire il cercopiteco fausto. Sarebbe meglio rinunciare, e spesso, in effetti, succede che il predatore famelico ha già incontrato in precedenza un esemplare di cercopiteco e non ha voglia di perdere tempo e rinuncia – a volte la fame non lo consente, certo, e in quel momento non so se è la fortuna di quella scimmia a farlo desistere, oppure egli abbandona per timore di essa. Fatto sta che il cercopiteco nemmeno s’accorge del Male, non vede le fauci della morte, mangia, dorme, s’arrampica sui rami più alti, vive, qui e ora, e tutto il resto lo lascia oltre il confine dei suoi occhi tondi, grandi come Tutto.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Il bautto
Il volto: lastra lucente e colorata senza profondità.
Il corpo: immagine evanescente custodita nel pensamento.
Entità che levita, cui sembra nulla si frapponga al contatto con la terra. Solo aria e spazio. Eppure aria non v’è e spazio non sussiste, poiché la materia invisibile che lo compone, esiste, seppur visibile – e vista – solo dal bautto stesso. Non è possibile attraversarne la materialità, seppure solamente al tatto si palesa. Se quindi si provasse a intercettare la nuca del bautto, intuitivamente, immaginandola a partire dagli occhi vuoti, fori del suo volto, di quella sua maschera, unica parte del suo corpo percepibile allo sguardo; vi si toccherebbe proprio la cervice e si potrebbe continuare, seguendo la spina dorsale e poi la forma degli arti e si potrebbe avvertire la peluria e persino – concentrandosi – il battito del cuore e l’ampliarsi e restringersi dei polmoni a ogni lungo respiro.
Il bautto è una creatura meditativa. Lo si può incontrare nelle grotte profonde, dietro le alte cascate, nel fitto dei boschi, ove, con il suo perpetuo attendere, esso sacralizza i luoghi che abita.
Il bautto è un’entità falsa, come tutte – come tutti.
Il suo scopo irraggiungibile è la conquista della Verità, ed essa è ciò che insegue, cercando nei labirinti della propria anima, trascendendo, scomparendo totalmente. La sua meta è chiara: smascherarsi. E nella sua esatta natura è però la maschera, l’apparenza, la finzione. L’impossibilità di raggiungere l’autentica nudità delle intenzioni.
Il bautto scava nel suo essere strappando un velo dietro l’altro. Una porta di menzogne che ne nasconde un’altra che ne custodisce una nuova. Bisogna che conosca la porta per aprire quella successiva; e questo è un processo lento, costante, essenziale. Soprattutto: il bautto può guardare attraverso le porte solo dopo aver sconfitto qualsiasi aspettativa al riguardo di cosa incontrerà: nulla, nulla di nuovo – tutto, tutto quanto già conosce, il suo stesso essere.
E – lo sa anche lo stesso bautto – non esiste una Verità da conseguire, essa coincide con la sua stessa ricerca. Per questo il bautto non smette mai di aspirare ad essa con applicazione incondizionata, nella consapevolezza di non poterla mai possedere e nel gesto paradossale di cercarsi comunque, e perciò: Essere.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Drago
Le sue scaglie rosse luccicano al sole e s’infiammano come torce maledette sul sentiero della perdizione. L’occhio nudo ne è abbagliato e l’orecchio più fine, ai rumori taglienti di tutto quel movimento, di quell’immensurabile massa che si sposta nello spazio, resta confuso e disorientato, come se una montagna intera s’ergesse su zampe immense e ali mastodontiche per prendere il volo. Non è possibile percepire il drago, nella sua interezza, con l’ausilio dei sensi. Nemmeno il falco in lontananza può scorgerne il corpo in una visione complessiva. Il drago ha una stazza incommensurabile. Potrebbe sputare fuoco e immergersi negli abissi diventando acqua esso stesso. Potrebbe avere tre o sette teste imperiose e coronate di spine indistruttibili. Potrebbe avere un’intelligenza sovrannaturale e una sensibilità che supera qualsiasi immaginazione e la saggezza di migliaia di maestri messi insieme, impegnati eternamente nell’arte dello studio e della pratica. Potrebbe essere malvagio e avido o generoso e umile.
Chiunque ne scorge le scaglie tende a farsene un’idea, un volo d’immaginazione che vorrebbe avvicinarsi alla lontana realtà. Piccoli esseri che semplicemente avvertono il timore per quella sua gigantesca stazza e, di conseguenza, se ne tengono alla larga. Alberi che tremano al suo passaggio, perché le fiamme che sprigiona la sua armatura sono per loro il male e l’inferno. Homo ne ha costruito leggende, complessi apparati di significati simbolici che ne coinvolgono l’aspetto come la psiche – semplicemente supposti.
Il drago vede e sente perfettamente tutti questi esseri minuti. Da lontano, da una distanza metafisica incolmabile. Da un altro mondo, un altro universo, un’altra vita. Accarezza la terra e le acque e s’accovaccia sul fondo dei laghi per secoli e lunghissime ere che si susseguono. E si pone le stesse domande che tutti gli esseri viventi e le entità immateriali si pongono. Perennemente, senza mai trovare davvero una risposta.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Anguro
Grandi incisivi cubici si fanno largo, imponendosi alla vista, sul muso sporgente che sorregge gli occhioni color nocciola. Le piccole orecchie otturate dalla sabbia stanno lì, ai lati di un volto di pelo: sono inutili, inutilizzabili. L’anguro sente i suoni e i rumori soltanto nei primi istanti dopo la sua nascita, per poi lasciare spazio ai granelli e al silenzio; all’agglomerato di materia che lo separa auditivamente dall’esterno.
La particolarità di questo piccolo animale innocuo è che i suoi denti, sbattendo continuamente, al ritmo perfetto della natura, provocano un suono sordo che, propagandosi traverso il grande stomaco dell’anguro, risuona potente ovunque egli sia. L’effetto che se ne ottiene è di un perpetuo tamburellare profondo e corposo, che segue il passo, il battito, il rumore del vento che l’anguro non può sentire, ma che evidentemente avverte, dentro di sé. E quel suono, il battere dei suoi denti, lo aiuta a trovare le ghiande di cui si nutre, poiché, mosse dalle onde sonore, esse si svelano all’anguro, che agilmente può raggiungerle e cibarsene. Contemporaneamente, lo sbattere dei suoi dentoni piatti spaventa i predatori, tenendoli lontani e ammalia alcune delle creature del bosco che, da sempre e per sempre, attratte dal tamburellare dell’anguro, ne seguono il cammino, lasciando dei doni, per ringraziare di quei ritmi così vividi e ispiratori. Annullano la stanchezza, i suoi battiti, se chi li ascolta ha l’animo predisposto. Danno energia e segnano il sentiero, a chi li ascolta con orecchie e cuore aperti.
Inconsapevole, l’anguro vive per le ghiande e nient’altro, e vaga per i sentieri con una forza vitale senza pari, una cadenza interiore che somiglia a quella dei flussi del cosmo e due occhi immensi e vuoti come il baratro che precede l’ascesa di tutte le anime al mondo degli spiriti, e che attende anche lui, che non ne sa nulla e che mai si chiederà alcunché, alcun perché.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Skltru
La pelle sottile – come un velo leggerissimo, molle e trasparente –, poggiata su un groviglio disordinato e illogico di ossa, disvela un’immagine mostruosa: una scultura senza organi interni e senza cavità esterne in cui accogliere la luce, l’aria, i suoni; un ammasso caotico di materiale: cartilagini, protuberanze di carne, sangue che scorre senza alcuna via da seguire, spinto da un muscolo deforme che funge da cuore; e ossa bianche e nere e grigie e ingiallite dal tempo, o inverdite dalla cancrena prima che diventino nere, o rese rosse da chissà quale infezione o sconosciuta malattia. E in fondo che cos’è la malattia se non una delle possibili condizioni del corpo? E se, piuttosto che anomala, quella stessa condizione risultasse come la prassi del corpo? Alla fine, cos’è la malattia se non una possibilità di cambiamento?
E quest’essere, senza forma – considerato, dagli altri esseri che possono muoversi nello spazio, al pari di una roccia – non avendo alcun modo per comunicare con ciò che sta al di fuori di lui, si nutre di malattia e comunica attraverso di essa. Cambia con la malattia, evolve, comunica. Ogni osso rotto ha un significato specifico: aforistico. Ogni sfumatura di colore sotto la sua pelle inconsistente è una parola e una frase e un canto muto. Ogni taglio e ferita sulla parete epidermica si compone come la punteggiatura nel periodare sopraffino delle sue intenzioni. Ciascuno di questi suoi segni racchiude un unico senso specifico: la volontà astrale del disordine. Così le entità illuminate dal prezioso dono di poter vedere oltre il visibile, dinanzi a quest’opera d’arte immateriale s’immobilizzano, ipnotizzati dalla perfezione e dai segni misteriosi della lingua immane dell’universo, dai significati mostruosi e perturbanti del caos.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Formiche mentecoltrici
Non fosse che per il capo, il corpo sproporzionato di alcuni esemplari di questa rarissima famiglia di imenotteri sarebbe in tutto e per tutto simile a quello delle altre formiche: la testa, infatti, supera di ben sei volte la dimensione del corpo, impedendo all’insetto di zampettare, men che meno di volare altrove, al di fuori della propria tana: un palazzo profondissimo, fatto di terra, che si tramuta in roccia dopo il giusto tempo. Un castello di cunicoli, troppo stretti per consentire il passaggio alle pochissime elette che giacciono nella «sala» centrale dell’edificio terroso. Poggiate sull’enorme testa, con disciplina ferrea, si dedicano all’unica attività alla quale possono dedicarsi: pensare. Esse sono artigiane del pensiero, dell’uso della mente. Coltivatrici instancabili del ragionamento. Vivono da parassite: un gruppo di esse si sacrifica: non evolveranno mai al livello delle altre sorelle e si occuperanno del nutrimento, del benessere e della sicurezza dei preziosi esemplari sviluppatisi nel culto dell’inazione e del puro atto di ascoltarsi. La pratica della contemplazione.
Ogni nidiata avrà quindi delle formiche prescelte – pochissime, a volte nessuna – idonee alla suprema attività che contraddistingue la loro razza, capaci di sentire la vocazione e, contemporaneamente, il peso – come una condanna – del compito perpetuo che le aspetta per l’intera durata dell’esistenza. Così, senza che nessuno glielo ordini e senza concordarlo con le altre, spontaneamente, la formica mentecoltrice si abbandona al silenzio accanto alle sorelle più grandi. Segue la sua vera natura.
La mente superdotata di queste formiche, dopo una lunga attesa creativa, arriva a trascendere quel corpo immobile e, legandosi ai pensieri delle sorelle e a quelli d’infinite altre entità disperse nell’universo – sempre di più, col tempo e al crescere della propria testa e del proprio spirito –, unificandosi telepaticamente a ogni stralcio, ogni scheggia di significato esistente, forma pensieri giganteschi, senza scopo né funzione; senza mai chiedersi se tutto ciò sia frutto di un interiore fantasticare collettivo o di un effettivo viaggio nel Tutto, senza confini, che giunge di certo alla Verità.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Mangiafumo
È un involucro molliccio richiuso in placche dure e nere, tonde. Ha la forma di due sfere collegate da un tubo poco più stretto. La più parte del tempo somiglia a una linea che si muove rotolando. Quando poi il mangiafumo incontra un fuoco, i suoi nervi ballano di gioia e quella stessa linea nera s’inizia a gonfiare e vibra in preda a convulsioni spettacolari. S’apposta di canto ai fumi provocati dal fuoco, pieni di cenere e pulviscolo, resti di una materialità consumata dal calore. Lentamente e magnificamente aspira tutto quel polverume sparso nell’attorno e gonfia le sue sacche immense fino a che le fiamme non si chetano e l’aria torna pulita e limpida.
In quel momento avviene la metamorfosi.
Uno sciame di esserini colorati sprizza fuori dalle placche nere investendo l’esterno e dipingendo nuove tonalità dell’esistenza nell’esistenza stessa. Non è un arcobaleno, è più che altro un caos di possibilità per l’occhio. E anche l’aria si profuma di tutto ciò che è memoria: milioni di particelle d’odore, un caleidoscopio d’ormoni che mistericamente si legano l’un l’altra in una danza armoniosa olfattiva senza precedenti.
Così va avanti per giorni il mangiafuoco, fino a svuotarsi di tutta quella diversità splendente. Ridiviene linea e ricomincia la caccia. E così, ancora e ancora. Gli alberi e l’aria accarezzano le sue placche scure al suo passaggio, come a ringraziarlo. E la sua saggezza ridecora il mondo e ripulisce i polmoni dell’universo. Non sia mai che il fuoco cessi di bruciare con violenza, non ci sarebbe più mutamento, ciclo, vita. Non ci sarebbe più alcuna linea nera da rigonfiare di essenza, una striscia d’infinito dalla quale ricominciare, sempre.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Sugnola
Pesce antico e pietroso. Nuota poggiandosi al fondale e carezza tutte le sozzure del mare, lo sporco è la sua casa. Ogni esemplare ha il suo verso di terra, con cui scandaglia la superficie del fondo, e il suo verso di mare, con cui scruta il blu in cerca di qualcosa. La sugnola somiglia in tutto e per tutto alla sogliola. La differenza tra i due pesci è che la più comune sogliola tende a mimetizzarsi e fare di questo suo bislacco metodo di spostamento la sua forza e la sua armatura; mentre la sugnola si comporta in maniera diametralmente opposta: poggiandosi sul manto terroso cambia colore per formare un contrasto appariscente. Si fa notare, la sugnola.
Nelle ere questa scomoda qualità della sugnola ha portato più volte al limine della sua estinzione, perché chiaramente tutti i predatori degli abissi, soprattutto i più pigri, hanno approfittato per banchettare sull’egocentrismo di questo pesce dal portamento incoerente e disarmonioso. Hanno approfittato di lei, gli altri pesci voraci.
Tuttavia la sugnola ha imparato la lezione dell’universo e ha accettato la sua natura. Si è adattata alla sua natura. Per sopravvivere ha trovato una strategia di branco, che le consente di vivere in pace e riprodursi in gran quantità.
La sugnola risplende nel buio oscuro degli abissi e quando s’avvede di un grosso cetaceo o un pesce di una grandezza sufficiente, gli si tuffa tra le fauci e tiene il respiro in apnea. Si annida nello stomaco di questi giganti oceanici e aspetta fratelli e sorelle. Crea il suo habitat naturale parassitario, vive nella quiete assoluta di uno stomaco la sua vita bentonica. Prolifera, moltiplicandosi in migliaia di piccole larve. Quando lo spazio si fa troppo angusto per sì tanti esemplari, la famiglia si riunisce e scava un varco nel corpo dell’ospite che le ha protette fino a quel momento, uccidendolo. Infine il branco si poggia sul fondale ricoprendolo interamente per miglia e mimetizzandosi, come una gigantesca zolla di terreno, che per la sua grandezza, appare solo leggermente difforme.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - La volpe gigante
Sette code di pelo fanno da cornice al corpicino agile della volpe, come fossero un’unica coda di pavone immensa, di color arancio sbiadito e con le punte bianche. Ognuna di esse è attratta da un elemento: acqua, terra, fuoco, aria, fogliame, pelle, spirito. Ed è così che la volpe gigante approccia ogni entità che incontra: sfiorandola delicatamente con una delle sue sette code e scoprendo così, esattamente, la materia di cui è fatta la creatura che la volpe si trova di fronte.
Esiste da sempre, la volpe gigante, e continua a crescere, ad aumentare di taglia. E dopo aver raggiunto la stazza del cane, di Homo, dell’orso e poi dell’elefante, adesso si misura con gli alberi e sembrerebbe pronta a svettare accanto ai monti. Grandi animali le si accovacciano sul manto scambiandola per una roccia ammantata di strana peluria vegetale, morbida e comoda, un ottimo giaciglio sul quale accucciarsi e dormire. D’altronde dormire sulla volpe gigante è un’esperienza mistica che alcuni animali praticano come fosse un rito di passaggio, anche se c’è sempre il rischio di morire. Sia per mano sua, della volpe, per sua propria volontà; che per un suo inconsapevole gesto, nel sonno o durante i primi movimenti appena sveglia. Un accenno di moto incurante che rapidamente schiaccia e uccide.
La volpe gigante è così astuta che ha fregato la morte e la natura. Così astuta ed egoista che ha fregato tutti, persino sé stessa. E così, annoiata dal mondo senza fine, che si rimpicciolisce ogni giorno di più e che lei stessa ha creato e cercato e trovato infine, si aggira per le praterie e le foreste i cui alberi man mano vede sempre più come suoi fratelli, più di altri animali che un tempo furono simili a lei. Sto diventando un albero? si chiede di tanto in tanto accarezzandone le fronde col muso. E un riflesso ancestrale del ricordo di nasi e zampe amiche la prende alla sprovvista. Una nostalgia atavica, incolmabile, un’assenza eterna e gigantesca.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - La pantera urlatrice
Non ringhia e non sa stare in silenzio.
Un tempo forse anche lei s’è acquattata nell’ombra immobile in attesa della preda. Poi: il trauma. Da quell’istante, perduto nell’eternità, la pantera altro non fa che latrare, urlare, strillare, strepitare disperatamente la sua presenza. Gli animali, ancora prima che per la paura di essere cacciati, scappano via per il fastidio, il disagio perturbante dell’altrui tormento.
La sua voce è un canto disarmonico e straziante. Inizialmente commuove, genera compassione, e rapidamente la compenetrazione emotiva si trasforma in contagio e chi ascolta il grido oscuro della pantera se ne addolora profondamente e, sconfitto dalla tristezza, si rintana anch’egli nel più completo buio e nella totale assenza di suono. Lontano da qualsiasi cosa abbia un significato che potrebbe scatenare nuovi traumi e nuova angoscia e alimentare l’urlo innaturale che cresce dentro e si traduce in un’afflizione interminabile.
La pantera urlante si prostra davanti al suo dolore, ogni giorno, scheletrica e inutile, senza cercare alcuna via di fuga ma crogiolandosi nella sua disperazione senza tempo. E non muore. Spera di terminare la sua vita e liberarsi dalla sua maledizione, eppure non muore. Ogni tanto chiude gli occhi, sanguinanti e senza più lacrime, nel tentativo di lasciarsi andare alla fine. Poi: il trauma. Li riapre e le appare lucidamente l’immagine di quella sua vita grama, ridotta all’osso da una condanna egoista, che non concede nemmeno la fine ma si riverbera, tortura reiterata assieme al ciclo lunare; che non cresce e non uccide, che sta lì, fantasmagorica, nascosta nell’ombra di tutte le cose, tra la peluria nera del manto della pantera, insinuandosi nelle sue vene ricolme di sangue rancido e nero, sotto il cielo nero e la foresta nera, oscura, in cui risuonano, sovrastando il rumore delle foglie sbattute dai venti, le urla atroci e terribili della pantera immobile, accasciata nel suo eterno patimento.