CREPUSCOLARE Andrea Cafarella CREPUSCOLARE Andrea Cafarella

CREPUSCOLARE - Da quando hai messo una X sul nostro nulla

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No! È da quando hai messo una X sul nostro nulla – il nostro amore, la nostra disperazione morbosa – che sei diventata diversa – un parafrasare il gelo naturale del tuo sangue per compiacere la mia nuova e ritrovata sensibilità al respiro degli altri, classico cliché. Ti sei ricordata del tuo scopo, viscido rettile. Hai sparso il rossetto dappertutto come una pazza e te la sei data a gambe! Questo hai fatto: non hai avuto il coraggio di sanguinare per vivere, ti sei fermata al simbolo: X: divieto, annullamento, fine. Come un animale, a sangue freddo.

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Là, sono rimasto di sasso, immobile e indifeso. Mi hai pietrificato, Medusa di cartone. Mi hai reso cane e maiale, Circe di cartapesta. Mi hai trattenuto dal compiere il mio destino, Maga, con i tuoi veleni e le tue stregonerie da pezzente, da megera, da cartomante di strada, che fa sconti ai viaggiatori stanchi se le concedono la loro verga sonante. Vero Strega? Non hai nemmeno la dolcezza di Calipso e la sua bellezza, negra, come le origini. Devo tornare in patria, col cuore spezzato dell’eroe, per scacciare via la tua ombra che mi tortura la notte. Una patina oscura sui miei sensi orfici.

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Trovo la tua pelle morta sul mio letto, negli angoli della scrivania, nei pertugi tra una libreria e l’altra e nei libri, nei titoli e tra le pagine. Le tue squame sparse, intrecciate ai miei peli d’orso. Disgustosa sporcizia, da eliminare. Ma cos’è in fondo lo sporco? Un’entità metafisica, come urlava Archistein l’esiliato? Cos’è lo sporco? Una sensazione tattile, che dai polpastrelli si riversa sull’epidermide del braccio e si arrampica sul petto stringendo alla gola; vola mesmerico attraverso le narici, e vorresti urlare come Archistein che lo sporco non esiste, ma te lo senti addosso, ti toglie il respiro e muori.

 

Non è che ti sembra di morire, in quel momento: muori e basta.


Testo: Andrea Cafarella

fotografie: Martha Micali


l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti


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CREPUSCOLARE - Sei sempre stata un cigno bianco che tergiversa sulle sue zampe pinnate

Sei sempre stata un cigno bianco che tergiversa sulle sue zampe pinnate

Sei sempre stata un cigno bianco che tergiversa sulle sue zampe pinnate. Ti sei sentita un po’ ingombrante, tra quelle pareti d’ombra. Hai adocchiato i gabbiani che vibravano l’aria e penetravano le increspature dei mari perigliosi, e ti sei detta che tu, tu sei come Livingston, non c’è dubbio. Hai aperto le ali maestose più volte quel giorno e più volte le hai richiuse nella notte che sembra non avere mai fine.

Sei sempre stata un cigno bianco che tergiversa sulle sue zampe pinnate

Hai sentito subito che lo spazio concessoti non era sufficiente per l’intera tua apertura alare, ma non hai ceduto. Dalla cima della tua torre-gabbia, indolente, hai osservato le cose che passavano davanti ai tuoi occhi belli: il sole, le nuvole, il cielo azzurro, il cielo grigio, il cielo arancio e il cielo blu, la luna e gli altri tuoi fratelli e sorelle, che non restavano mai e mai sono rimasti.

Sei sempre stata un cigno bianco che tergiversa sulle sue zampe pinnate

Ricordi bene il giorno in cui hai capito Jonathan. Guardavi il volo continuo di tutte quelle anime danzanti nel fuori, ripetevi, sussurrando, le parole dei canti che avevi sentito molte volte dagli altri. Hai serrato, nello stesso istante, ogni tuo collegamento, anche fisico, con l’esterno. In un respiro sei stata, tutta te, riportata all’aria e al volo, sulle acque infinite e le isole – come nèi sulla pelle liquida del mediterraneo – e hai capito cosa sei.


Testo: Andrea Cafarella

fotografie: martha micali


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