Liber matrum - Verena
La lussuria è il suo stemma. Etera offertasi, di sua propria sponte, ai carnefici giunti da ogni dove. Cibo per le belve affamate. Serva per vocazione. Verena è la goduria dell’amplesso, l’estasi dell’orgasmo.
Donatasi all’universo intero per tramite della madre di tutte le madri: Notte. Verena è nello zampillo che scaturisce dal sesso di Notte e scorre nella fantastica complessità dei suoi sogni, ovvero di tutto ciò che esiste.
Le forme giunoniche le fanno scintillare: cosce libidinose, le cui linee morbide sono scolpite su di una pelle marmorea, lucente come ossidiana; fianchi vellutati che si slanciano nelle gambe, maestose sinuosità concupiscenti sorte da natiche perfette, voluttuose; le incurvature fioriscono ai seni, abbondanti, accoglienti, statuari; i suddetti pomi fanno da base al viso pieno, dove la brama di corpi spadroneggia: lo sguardo ammiccante, le labbra gonfie e umide, le guance sporgenti coperte di stelle, la fronte spaziosa nata da un naso sottile ed elegante. Un singolo neo che sembra racchiudere tutti i segreti dell’oscurità.
Verena è l’attrazione carnale nella sua forma più elevata e pura. La sua sola presenza provoca l’avvicinarsi degl’esseri, l’avvicendarsi dei desideri, l’avvalorarsi, parola per parola, dell’intero almanacco erotico di tutto quanto sia fantasticabile.
E non solo. Verena rappresenta il momento della resa nell’atto del fondersi di due anime, di due enti. Il movimento interiore – che può precedere una più evidente azione concreta – di arrendersi e affidarsi e perdersi totalmente nell’unione. Porsi al servizio di un amore più grande. Rinunciare a sé. Sacrificarsi.
Santa tra i santi. Verena è il sacrificio, il sacrificio che annuncia la morte.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Liber matrum - Manana Touzarzai
Manana è una bambina. È sempre stata e sarà sempre una bambina. Non vive nel tempo. Non vive nello spazio. Non vive nella realtà. Non vive nemmeno nei sogni o nello sterminato invisibile. Non vive. Non è mai nata e non morirà mai. Manana è poco più che un’idea.
Eppure, è una bambina, Manana Touzarzai. Più precisamente Manana è una neonata, ha l’essenza di un essere costantemente nella fase iniziale della vita. Manana è eterna. In effetti Manana è un paradosso. Esiste antiteticamente all’immagine delle cose. Se le cose esistono solo quando le si può in qualche modo percepire, Manana non esiste. Manana non è percepibile in nessun modo, mai. Nonostante ciò, esiste comunque. Sovvertendo l’ordine delle cose. Manana non vive ed è la vita stessa. Non è mai nata e non morirà mai, tuttavia, è la nascita e la morte, nella loro forma più autentica.
Manana Touzarzai probabilmente viene prima della Notte. Viene prima della genesi: l’amplesso di Notte e Dì. Viene prima dei sogni di Notte: il concepimento di tutto ciò che esiste. Presumibilmente resisterà alla fine di ogni cosa. Quando Notte riaprirà gli occhi, per lasciare che tutto scompaia, Manana sarà l’unico ente rimasto. E non è detto che persino Notte e Dì non vengano risucchiati, in quel sogno finito, assieme all’universo intero. Non è detto che Manana Touzarzai non sia proprio l’inizio e la fine di tutto. Dio o il suo angelo messaggero: il braccio di Dio. Niente è detto sul conto di Manana e nulla è possibile dirsi se non che c’è: Manana Touzarzai è l’essere nella sua forma più pura. Si trova in tutte le cose? Dimora ogni esistenza?
Sì e no.
Manana è una bambina. Un paradosso. In quanto tale non ci è dato di spiegarla in alcun modo. Non ci è concesso di percepirla né di comprenderla, eppure Manana è: più di ogni altra cosa, esistente o meno.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Liber matrum - Enogra
La «fatta di lacrime». Liquida, le sue forme sono mutevoli come acqua; adattandosi a qualsiasi superficie può arrivare in ogni luogo e svaporare nell’aria limpida. Offusca la vista degli esseri, così da apparire sempre dietro una patina fumosa. Preferisce comunque mostrarsi in una foggia che le assomiglia. Così, è più frequente avere la sensazione di trovarsi davanti a un tritone, metà pesce e metà uomo. Nulla di più falso e soggettivo. Senza dubbio una falena tenderebbe a immaginare un essere metà falena e metà insetto di mare, e un uccello la vedrà somigliante a un esemplare della sua specie, e un fantasma a un fantasma, e un albero a un albero, e così via. Enogra ricorda a ogni entità che tutto ciò che esiste viene dall’acqua e di acqua è siffatto. Allo stesso tempo rammenta che ogni essere ha dovuto nascere dalla sofferenza d’un parto – sia esso fisico, mentale o spirituale – e nella sofferenza tornerà a risplendere, tra le braccia della morte, alla fine.
Nel momento della tristizia e dello sconforto più assoluto, appare. Evocata dalle lacrime, Enogra si rivela perché sente il richiamo profondo del dolore.
Solo nel momento orribile della disperazione è nascosta la possibilità del cambiamento. Il potere della metamorfosi. Così il serpente si contorce nel periodo della muta e perde la pelle per sostituirla con squame più resistenti. Illuminato dalla luce del sole apparirà cosparso di un nuovo splendore e attaccato dai predatori sarà più duro per le loro fauci ed essi rinunceranno alla preda per timore di non poter scalfire la sua rinnovata armatura. E quel serpente saprà, avendo guardato negl’occhi di Enogra, che è grazie al patimento e alla rinuncia e al sacrificio di quella vecchia pelle che sopravvive. Che bisogna essere come l’acqua e saper cambiare costantemente, senza cambiare mai.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Liber matrum - Hime
L’alleata. Hime rappresenta il legame.
Uomo e donna. Buio e luce. La profondità dell’abisso più assoluto che si unisce al più alto e irraggiungibile dei cieli. Il brutto e il bello. L’oriente e l’occidente. Ciò che si può e ciò che non è possibile fare, vedere, credere. La casa e la strada. La tana e l’esterno. Vecchio e bambino. Il sesso, Hime è nel sesso. Nell’unione si manifesta. Enorme e minuscola. Può nascondersi dietro un granello di roccia scheggiatosi dal monte e apparire come la montagna stessa e su di essa distendersi coprendola interamente per ricongiungerla a quel granello come all’universo intero in un solo gesto, semplice e complesso. Riassume tutte le strutture dell’esistenza e del pensiero e del vuoto. Si compone di tutte le forme possibili, immaginabili e non. È composta di frammenti di ogni entità che le ricoprono il corpo come un mosaico in perenne metamorfosi.
Hime spiega con la sua presenza che tutto è legato, che ogni ente è parte del tutto e inscindibile da tutti gli altri enti. Lo spiega con la tenerezza dei cuccioli che, appena nati, possono vederla come una minuscola luce, poggiata su ogni cosa. Soprattutto sulle cose invisibili. È lei che dona le prime visioni a quegli occhi ancora vergini.
Hime è la maga dei neonati perché è intercedendo con loro che si esprime nel modo a lei più naturale, è nella purezza di quegli sguardi ciechi e onniveggenti che rivede se stessa. Perché i neonati – siano essi foglie, cuccioli d’elefante o brevissimi sogni nati da un pisolino – sono i suoi figli, simulacri dell’alleanza tra due entità, del legame che intercorre tra gl’opposti. Nella natività Hime prospera e vive per sempre, circondata da ciò che è appena venuto al mondo ed è già e ancora morto.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Liber matrum - Olpe
Signora dell’attesa, del presidio, della resa.
Chinata sui fogli scrive l’esistenza mentr’essa accade. Non vive e non ha mai vissuto e i fogli non sono fogli ma simulacri della memoria che nessun essere vivente può comprendere. Sono ciò che noi chiamiamo fogli, o lastre di pietra o papiri: tracce di linguaggio apparentemente cancellabili. E come anche ciò che è vergato nelle rocce può scomparire e scomparirà, i solchi che Olpe traccia svaniscono appena vergati. Sono solo immagini della realtà e appartengono al nulla. Ripetizioni di ciò che non esiste già e sempre esisterà. Dove il tempo non esiste più e ciò che accade si riverbera nel tutto e contemporaneamente si reitera e resta in uno stato di immobilità, nella quasi azione in cui niente avviene e tutto può succedere.
Olpe è immobile mentre ogni cosa avviene per mezzo del suo agire. Questa è la sua sostanza.
Così conserva e mostra, all’universo intero, l’intero universo. Riflette il cosmo nel cosmo. Lo rivela.
Olpe non è altro che un riflesso di tutta l’interezza dei sogni di Notte, vale a dire: l’illusione emanata dall’esistenza stessa.
Per questo motivo è impossibile percepire la dea dell’abbandono e al contempo la si riceve in ogni sguardo e in ogni respiro, nei sogni. Per questa ragione sembra invisibile pur essendo onnipresente. Abita il vuoto invisibile di cui è fatta ogni cosa e le stesse galassie e le stelle e i pianeti e il cuore.
Eppure, Olpe è cieca e non le è permesso di guardare sé stessa. E se questo avverrà alla fine di ogni cosa non è dato saperlo, Olpe si fida di ciò che è, senza bisogno di conferme, senza bisogno di sapersi con i suoi occhi, per pura intuizione. Questa è la consapevolezza assoluta.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Liber matrum - Priskila
Non lascia mai il suo giaciglio. Immersa nella disperazione. Sdraiata sul pube di Notte, gli occhi socchiusi, lamine, linee di luce flebili e strette che chiedono il buio. Immobile, con un peso oscuro al posto del petto: il tradimento del Giorno dormiente. Priskila rivive in ogni menzogna per punire l’imbroglione. Priskila è la giustizia, la bestia sterminatrice che caccia selvaggiamente il bugiardo nell’atto inesorabile di estorcere, dalla sua bocca lorda, la Verità. Priskila appare al traditore per mostrargli, nei suoi stessi occhi, il male che dimora nel suo cuore. Per soffocarlo di dolore e infine rivelargli la sua vera natura. Priskila è essa stessa uno specchio e tutti gli specchi. Vive nell’iride di tutti noi, dimora nell’immagine falsa che ognuno crea di sé stesso e si palesa solo nel momento in cui quella lastra riflettente viene spezzata. Si riprende tutto Priskila, senza pietà. Senza alcuna compassione. Con una letale lucidità. Non ha bisogno di armi perché la Verità l’assiste e la cattiveria serve solo a mostrare la bellezza di Priskila – che porta in sé quella della Verità – in tutto il suo crudele splendore.
Tutto ciò avviene esclusivamente nella testa di Priskila, ornata da lisci capelli del colore del buio, conficcata nel sesso di Notte, in una perpetua masturbazione che le rende possibile l’incanto di esistere ed essere contemporaneamente in ogni luogo che abbia un’immagine da specchiare. L’immagine che torna all’immagine per distruggerla.
In quel suo talamo ombroso e pieno di energia nera Priskila sta accasciata come morta, senza potersi alzare e senza poter dormire, senza poter vivere se non nel momento della rivelazione degli altri negl’altri. La disperazione le ha levato la forza e Priskila piange lacrime di pece che s’intrecciano alla chioma, che le coprono il corpo e le ferite, che l’avvolgono di dolore morbido e rassicurante. Nel dolore e nell’odio è la sua stagione e il suo motivo d’esistere, e in essi si esaurisce e muore. E rinasce e muore nuovamente, all’infinito.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Liber matrum - Lalat
La prima figlia dei sogni di Notte è pura evanescenza. Il suo corpo traslucido la restituisce all’altrui sentire come una visione spumosa. La si vede scivolare nel blu del mare di notte, da vera Ofelia, fin nelle profondità da cui non è possibile risalire. La si scorge nei sogni. Nel manto sottile, lo spazio d’inconsistenza che separa il mondo materiale dall’immateriale sconfinato e invisibile. La membrana. Dove soggiace il silenzio: nel vuoto.
La sua consistenza filiforme, di veli eterei sfilacciati attorno alle membra, somiglia a un vento. Il suo sguardo mesmerico trapassa le cose. La sua sostanza impalpabile incarna perfettamente la sua voce fina, delicata. Le ombre fluttuano dal capo santo e avvolgono tutti i fili dell’universo, le coincidenzeche di norma siamo soliti ignorare.
È apparsa ad antichi Re e Faraoni, ha ispirato poeti e seminatori di vergogne, si è lasciata inseguire da menti geniali, da entità straordinarie e ha accarezzato l’ultima lacrima di sonno della Notte prima che le s’aprissero le palpebre e finisse l’onirica esistenza d’ogni cosa. Esiste da sempre Lalat, la prima figlia, la madre dei sogni, progenitrice dell’incubo, meretrice ch’ammalia. Ella, lo spirito. L’oscurità che comprende e nobilita l’oscuro. E nell’eternità senza tempo discende nell’abisso, come per tornare a casa, disperatamente, senza mai fermarsi.
Cosa stia cercando, nella sua dimensione unica, solipsistica e intoccabile, nessuno può saperlo. Neanch’ella lo sa, come la Notte non sa di giacere nel letto del Dì e crear l’universo sognando. Così Lalat è sempre in cerca, s’immerge, sprofonda, e solo chi anela alla profondità assoluta può avere la fortuna di vedere questo spettro exquisitus. Un’apparizione che non è possibile dimenticare.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Toricorno
Al centro della fronte nera, spaziosa, un buco. Un cono di nulla che attraversa il cranio. Un cono di buio che nessuna luce può illuminare. Un cono di ombre impenetrabili. Sembra pieno, il buco che porta sulla fronte il toricorno. Tuttavia, i corpi materiali: pietre, foglie, insetti, acqua, persino l’aria, possono accedervi senza perdere di concretezza, senza scomparire, senza essere risucchiati da alcuna forza misteriosa. E senza poter vedere o ricordarne alcunché.
Cosa c’è dentro il buco del toricorno? Questo non è dato saperlo. Si potrebbe anche tentare di estrapolare questa informazione dalla mosca curiosa che ne è arrivata al fondo. Non se ne ricorderebbe. Si potrebbe uccidere o immobilizzare un esemplare di toricorno e scrutare con maggiore attenzione dentro il buco, utilizzare qualsiasi strumento per aiutare l’occhio. Il curioso scorderebbe subito quanto visto e tornerebbe a cercare ossessivamente una risposta dentro quel buco senza luce né memoria. Si potrebbe chiedere al toricorno, ipotizzando di riuscire a comunicare con l’animale. Potrebbe essere una soluzione, quel buco rappresenta forse le intenzioni più intime e nascoste dell’animale. Potrebbe infine svelare l’interno del buco. Diradare le ombre e creare lo spazio per delle risposte.
Questo ha a che fare con la sua vulnerabilità.
Nel malaugurato caso un toricorno decidesse deliberatamente – ipotesi fantasiosa quanto distante dalle possibilità del reale – di «mostrare» a tutti le pareti curve del buco che porta in fronte, nello sciagurato incidente che lo porterebbe a denudarsi davanti all’universo intero, in quell’orribile evenienza si nasconde la certezza della fine, la chiusura del cerchio, la mano del Tempo che si chiude a pugno e segna il risveglio del Dì e della Notte, e il termine ultimo dei sogni di lei, quindi del Tutto.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Sinnilichio
Della famiglia degli ursidi, il sinnilichio, nella sua forma adulta, è più minuto di un cucciolo di orso bruno. Tuttavia il sinnilichio non ha armi. Perlomeno non ha le armi dei suoi simili: artigli, possenti fauci costellate di zanne e nemmeno la stazza.
Tutti gli orsi, in fondo, sono animali pacifici. Utilizzano le proprie risorse nell’atto della pesca, della ricerca del miele e soprattutto per difendersi e difendere i cuccioli. Ben di rado zanne e artigli si accompagnano alla ferocia nella lotta. E in questo il sinnilichio è un esponente esemplare: non conosce la rabbia. Poiché non conosce la paura.
Tutto ciò potrebbe sembrare – e teoricamente lo è – davvero molto pericoloso. Un’entità che non sa difendersi può sempre fuggire o chiedere aiuto; una che non sa di doversi difendere da alcunché, non ha scampo. La sopravvivenza del sinnilichio si basa sulla sua spavalderia, la noncuranza. Questo bellissimo mammifero, dal pelo abbondante e soffice, desidera un’unica cosa semplice: contatto fisico. Attenzione, dolcezza.
Carezze, precisamente.
Senza alcuna precauzione, vulnerabile a chiunque trovi difronte, il sinnilichio vi si avvicina lento e le sue intenzioni sono benevole, limpide. Generano un campo di energia delicatissimo che avvolge, l’oggetto delle sue mire, di tenerezza e fiducia. Si accosta, lui e la sua fragilità, ai corpi degl’esseri che incontra sulla via, strofina il muso alle pelli e alle pellicce, alle cortecce intricate di nodi dei grandi alberi, che gli grattano via il fastidio dalla schiena. Abbraccia le sue vittime col corpo morbido e si lascia carezzare mostrando grande trasporto, un trasporto vero, una passione sincera per i corpi, per le zampe, per i nasi, per le orecchie, per la materialità delle intenzioni altrui.
E la vittima muore tra le sue braccia, procurandogli un grande dolore; un dolore che il sinnilichio celebra mangiando quelle carni ancora calde, ancora piene del meraviglioso senso dell’incontro.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Settimio reparto
I reparto sono creature magiche, non vi è dubbio.
Vivono nel timore: di copulare, di procreare; sanno che uno dei due genitori dovrà morire a seguito del concepimento e hanno attuato nel tempo diverse strategie per rifuggire questa pur essenziale pratica di sopravvivenza della specie. Pertanto vivono e cacciano in gruppi popolati da esemplari dello stesso sesso e difficilmente incontrano, nell’arco della loro esistenza, un rappresentante del sesso opposto. Esistono soltanto sette generazioni di reparto, e la settima è l’ultima, poiché – e questa è la magia istintuale dei reparto – in ogni gruppo c’è sempre un dissidente, per ogni generazione. Uno dei reparto, senza apparente motivazione, a un certo punto, si contrappone con forza alla sua stessa natura. Lotta contro la paura in un puro atto di follia. Scappa altrove in cerca di un branco di esemplari del sesso opposto, rinnegando il proprio ed essendone ripudiato definitivamente, in modo assoluto, l’esemplare in questione lo sa, lo sente già prima di agire. E lo fa comunque, perdendo tutto, rinunciando persino alla sua stessa vita. Questa azione coincide con un movimento parallelo, di una creatura simile, un altro reparto di sesso opposto che compie lo stesso atto scellerato. I due s’incontrano a metà strada, questo succede per ognuna delle sette generazioni che si susseguono nella vita del gruppo. I due si fondono nell’atto dell’unione carnale. Al termine di questo romantico rituale contro natura il cuore di uno dei due cessa di battere, mentre l’ovulo inseminato nel ventre dell’altro – sia maschi che femmine possono essere fecondati – inizia a pulsare tra le lacrime della solitudine. A quel punto il reparto, gravido, torna dal proprio gruppo dove verrà accolto, con gioia, in attesa della nascita dei cuccioli che rinnoveranno la specie. Il genitore verrà comunque ucciso e mangiato dagli altri componenti del branco, una volta dati alla luce i piccoli. A causa della sua natura folle e sicuramente scomoda per tutto il gruppo.
E così, di generazione in generazione, fino alla settima, l’ultima, all’interno della quale non vi è stato alcun dissidente.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Odrata
Immersa in una bolla. L’odrata è l’unico essere, la cui vita si svolge nelle profondità marine, che non entra in contatto con l’acqua salata dei mari, se non al momento dell’emersione, paradossalmente. Si presenta come un grande pesce di forma ellissoidale, le sue squame sono del colore del cielo e delle nuvole, la sua bocca segue la forma del corpo e nessuna pinna sporge dalla superficie del suo ventre o della sua schiena. Grandi occhi vitrei e scuri come il fondale incastonati ai lati del muso. Nessuna branchia. Nessuna coda, ma un ultimo curvarsi del corpo. La bocca può spalancarsi formando una curiosa circonferenza che raggiunge il diametro dell’intera misura del pesce. Teoricamente potrebbe mangiare se stessa, se lo volesse o lo potesse anche solo pensare, sospettare, desiderare.
L’odrata vive dentro una bolla da essa stessa formata. Non riesce a nuotare né a respirare sott’acqua. È nata all’interno di una sfera d’aria che, spinta dalla corrente, può salire casualmente a galla. Quando l’odrata sorge, emergendo dalle acque, la bolla esplode, lasciando congiungere l’aria che vi stava all’interno e che era dell’odrata sola, all’aria ch’è di tutti. Il cielo ritorna al cielo.
A quel punto, e solo a quel punto, l’odrata canta una melodia perfetta e disturbante. Il canto si espande e si lega al vento e percorre infinite strade immaginarie in ogni direzione e verso ogni luogo. Alcune particelle d’aria, quelle particelle d’aria, esattamente quelle e non altre, provenienti da ogni dove e da innumerevoli venti innominabili, sentendo quel richiamo inconfondibile, si raggruppano muovendosi verso l’odrata e formano attorno a lei una bolla inscalfibile, se non dall’aria stessa, uno scudo, una protezione totale e un limite assoluto, preservandola da tutto e tutti, sott’acqua.
Soltanto un essere speciale e particolarissimo, un plancton secolare, riesce a oltrepassare quella barriera e a entrare e uscire liberamente dalla bolla. Esso è il nutrimento dell’odrata e l’unico amico e l’unico essere con il quale l’odrata riesce ad avere un contatto, un attimo di aderenza, di accoglimento, di amore. Quel plancton, per l’odrata, è il suo unico; visto che essa non sa, né può immaginare, che il suo canto risuona nelle orecchie di tutti noi ed è parte del silenzio stesso. Non sapendo di poter toccare, attraverso la sua voce, ogni cosa esistente al mondo; eccetto che sott’acqua, il posto in cui vive, dove nessuno la sente.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Il sottogatto
Tutto al contrario, sente il sottogatto.
Si dice dei gatti che possano comunicare, contattare il regno dei morti. Si dice che siano un passaggio, un portale per il mondo immateriale. Ed ecco svelato perché, non del tutto a torto, circolino queste leggende su questo nobile animale. Sotto ognuno di essi vive una creatura simile, anzi, del tutto identica, che però non ha arti ed è invisibile ai più. Esattamente all’altezza del ventre di ogni gatto esistito ha dimorato un sottogatto. I due esseri, vissuti in simbiosi, condividono fisicamente solo un lembo di pelle all’altezza delle mammelle. Il sistema neuronale è unico, attraversando i corpo, hanno quindi gli stessi pensieri e le stesse emozioni, diciamo, le sentono entrambi quantomeno; sono e non sono lo stesso animale, in un certo qual modo oscuro.
Perché il sottogatto è animale a sé, ed anzi opposto. Se il gatto è propenso all’essere addomesticato e alla convivenza pacifica con altri animali, il sottogatto vede sempre del male, ovunque e vorrebbe, in uno scatto, recidere la carne a tutti gli esseri cui passa di fianco. Se il gatto è pigro e ama dormire, il sottogatto è sempre all’erta e non dorme mai tranquillo, per paura di essere attaccato durante il sonno. Riposa prima un occhio e poi l’altro, vedette alterne della paura, nel buio.
Il sottogatto tuttavia non ha quasi mai il controllo degli arti, pertanto, deve sottomettersi a dei comportamenti e delle dinamiche – attuate dal gatto con cui condivide i nervi, cui è legato dalla carne – che trova disturbanti come una tortura. In quei momenti il sottogatto riesce nell’unica cosa di cui è capace: ascendere allo spazio d’inconsistenza in cui è possibile percepire visibile e invisibile, vivi e morti, luci e ombre. Quando ritorna in sé la paura lo divora, perché per un istante ha perso il controllo, e la sua rabbia gli consente di comandare, per qualche tempo, gli arti del gatto e graffiare, soffiare, correre via leggero sui cuscinetti morbidi e callosi, sotto le zampe pelose del suo alter ego.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Chincavo
Non è affatto semplice riuscire a scorgere il chincavo nell’atto di volare. Non è facile, in assoluto, vedere chiaramente e da vicino un esemplare di chincavo. Sembrerebbe quasi che questo uccello odi volare e odi la compagnia. Oppure che non sopporti semplicemente l’idea di farsi scrutare da indiscreti occhi di altra razza. Eppure, in queste supposizioni, falsate da una conoscenza insufficiente, riposa un barlume di verità. Effettivamente il chincavo odia la compagnia e non ama volare. E soprattutto non sopporta d’esser guardato, lo detesta. Tuttavia, non è questo il motivo che porta questo uccello a essere così diffidente da evitare di essere visto, in particolar modo durante il volo.
Le sue ali brune tagliano le correnti di rado perché durante la sua attività più importante, il chincavo non potrebbe mai utilizzarle. Il suo becco dorato non può muoversi nel corso dello svolgimento della sua principale facoltà. I suoi occhi onnicomprensivi, poi, rappresentano il centro della suddetta capacità; il dono della natura, dell’universo, a questo grosso predatore del cielo; pertanto non possono servire ad altro che a compiere il gesto, il movimento, l’abilità che rappresenta il senso della sua esistenza.
Il chincavo aspetta e assorbe. Restando immobile su una rupe nascosta, accoglie l’unicità del tutto. Si ferma su una roccia sporgente. Prende a respirare, lungo lento e profondo. Chiude gli occhi gonfiando le penne che ha sul becco. Resta così, appollaiato davanti alla vallata per ore intere; poi, nel tempo di uno spalancarsi di ciglia – un istante sentito, presente – spalanca gli occhi e riceve nel respiro la sapienza, la conoscenza dell’attorno atemporale. Senza considerare il Tempo, il chincavo riconosce la storia del luogo in cui si trova. E quindi gli spostamenti delle sue prede, i suoi, e il suo stesso futuro. Poiché respira il presente, l’adesso.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - La zanzara perdisinsi
La perdisinsi è una zanzara rossa. All’apparenza. Una goccia di sangue nell’aria trasparente. All’apparenza. Un punto da cui inizia il fil rouge impalpabile che sta dietro le cose, nella quarta parete del reale, la dimensione intangibile. All’apparenza.
In realtà non esiste. Ciò nondimeno il suo pungiglione può penetrare ogni cosa, animata o inanimata che sia. La protuberanza, anch’essa di un rosso purpureo, che codificheremmo come sua unica arma, è in realtà l’unico suo mezzo di comunicazione, il medium di tutto ciò che essa ha da dire, da significare nel mondo. Il senso che il suo essere può avere nell’altrui esistenza e, ove possibile, nell’altrui sentire.
Il pungiglione della zanzara perdisinsi rilascia un liquido che si fa immediatamente vapore, fuoriuscendone copioso. Cosicché, nelle carni, nella pietra, nella legna, nelle acque e in tutto ciò che è possibile toccare, al suo interno, questo liquido – che è liquido soltanto dentro il corpo della perdisinsi – evapora immediatamente, nell’istante esatto del contatto epidermico.
Il contagio è immediato.
Niente di ciò che era prima ora è. Tutto si riconfigura in trascendenza. Non esiste più la carne, la pietra, la legna, l’acqua: il corpo. Non esiste più l’attorno. Tutto si frammenta e la verifica consueta di ciò che esiste sul piano tattile perde d’importanza e tutto si volatilizza in un soffio di percezione. Da quel momento la montagna si fa spirito, e il mare immenso si fa spirito, e persino un esemplare di Homo, se toccato dal pungiglione benedetto della zanzara perdisinsi, si fa spirito. Le concezioni dell’«ammaliato» si mischiano al corpo e ascendono a uno stadio vaporoso, sottile, un tutt’uno di fumo e sangue e carne e nervi che si unisce in un meraviglioso insieme nuvolare che è finalmente lo specchio esatto dell’universo. All’apparenza.
In realtà la zanzara perdisinsi è già fumo e la si può respirare ovunque e in ogni momento.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - La turupia
Superare i propri limiti significa andare oltre il proprio corpo e le possibilità spirituali della propria anima. In questo caso parliamo di un’entità illimitata, infinita, che alcuni chiamano paura, che ha nome turupia. Si tratta di un puntino minuscolo, insignificante, il cui corpicino difficilmente è possibile percepire per chicchessia, come un frammento d’aria o una particella di una goccia d’acqua. Eppure essa ha una voce possente e un linguaggio che si sprigiona in onde persistenti e continue. S’annida al limitare degli organi atti alle funzioni auditive o, dove non presenti, a quelli preposti alla funzione sensoriale più importante dell’essere in questione. Come per i funghi, nei quali s’incunea tra le fibre; o come per le rocce, tra le cui striature si slunga; oppure per le lumache, alle cui antenne s’appende – comoda in ogni luogo e in ogni tempo.
Appare, senza preavviso, senza un richiamo, senza alcun motivo; e resta presente: un lamentarsi incessabile con la funzione, per la turupia, di un continuo consiglio, un riflesso di ciò che essa sente dentro, e della sofferenza proveniente dai corpi esterni e arriva con una forza esiziale alla sua sensibilità stupefacente, allo stato allucinatorio in cui traspare al suo sentire pure ciò che è invisibile.
Essa è la turupia, la signora di tutte le angosce, la madre di ogni timore. E risulta insopportabile, quasi sempre. Accostata alla tortura, alla violenza, essa piuttosto è l’aiutante, l’amica di ogni entità, concreta o meno, presente o passata o futura, essa è lo specchio, essa è l’acqua che disseta la bocca fiduciosa di esseri illuminati che sanno di poter bere di quell’acqua pura, di poter ascoltare quella voce, quel canto languido, e ritrovarsi e sapere tutto e vedere tutto e finalmente superarsi e arrivare oltre ogni limite.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - La balenottera solitaria
Somiglia a un pesce e a un cetaceo e a una balena, anzi, è una balena, quindi un cetaceo: mammifero marino. Eppure non è uguale a nessun altro essere della sua specie. Essa differisce in un'unica caratteristica essenziale: il suo canto è inaudibile. Nelle profondità oceaniche nuota e dimora e dorme a metà. Al fondo del mare si appropinqua come all’unico fratello. Poi si slancia al cielo maestoso per rifiatare e di nuovo verso l’abisso ricade morbidamente accanto ai suoi simili, tutti diversi.
Il suo verso maestoso raggiunge le frequenze inudibili dei canti degli altissimi, arriva all’universo e dialoga col tutto, anche se nessuna entità può avvertirne il suono. Per questo motivo la balenottera solitaria non è in grado di comunicare con alcun essere se non con il cosmo intero, che essa però non sente né sentì mai rispondere. Così vive una solitudine triste e placida. Una solitudine che ormai le è d’uso e di cui non potrebbe davvero fare a meno, seppure il suo istinto la spinga al richiamo. E il suo canto risuona nel baratro acquatico, nell’eterno silenzio disteso sul fondale marino. Le onde sonore che dalla sua enorme bocca si propagano arrivano ai confini di tutto e toccano pinne e squame e braccia e rocce e destini inconoscibili che si aggrappano a quel suo canto invisibile, mutandone il suono – come una parola fuori dalle righe cambia tutto il significato del testo – dando equilibro al fluire di tutte le energie che regolano il meccanismo dell’universo, e se mancasse, questa minima increspatura del linguaggio complessivo del tutto, sarebbe interamente caos, interamente inizio e fine, sublime disarmonia dell’esistente, miscela in subbuglio di ciò che esiste e di ciò che potrebbe esistere.
E così, da sempre, la balenottera è sola, e canta per qualcuno o qualcosa che non vedrà mai, e crede e vive e in essa è segreto il mistero dell’eccezione e del suo senso assoluto.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Salinodolce
Il salinodolce è un essere molto particolare, unico nel suo genere, abituato a stare al margine delle cose. Persino il suo nome, non lo si conosce, non glielo si è dato, nessuno si è preso la briga di nominarlo e bisogna qui fare un grosso sforzo per affibbiargli il nomignolo di salinodolce. Esso deriva dall’unica caratteristica comunemente riconosciuta dagli studiosi di questa entità metamorfica, spesso considerata puramente metaforica, perché mai è stato o sarà possibile, effettivamente, dimostrarne l’esistenza e le forme e il contenuto. Tuttavia, su questo sono tutti più o meno d’accordo: lo si può trovare in acque di mare come di lago e fiume. L’enigma si complica ulteriormente però, perché sono stati segnalati avvistamenti in cielo e sui monti o in pianura e tra l’argilla melmosa che si forma nelle pozze, nei buchi morbidi che genera la pioggia. Si potrebbe dire che questo animale è legato all’acqua, eppure, quale essere vivente non lo è?
La sostanza del salinodolce è l’invisibilità, o quasi. La quasi invisibilità. La quasi inesistenza: quindi, l’esistenza ai margini dell’esistenza. La percezione altrui definisce l’esistere? Vi sono creature mai viste né udite o percepite: potremmo affermare che esistono? No. Invece il salinodolce esiste, qualcuno l’ha visto ma non potrebbe dire dove o come; qualcuno l’ha sentito, ma era un verso, un canto, un rumore molesto di un corpo che sposta i rami o che genera l’ondeggiare del mare tutt’attorno al corpo. No. Questo non lo si potrebbe propriamente dire.
Il salinodolce è forse quello spazio tra la terra e l’acqua o tra la terra e il cielo? Il bagnasciuga? Il salinodolce è la domanda stessa? Non potremmo mai dirlo con certezza, eppure esiste, il salinodolce: eppure esiste? Il salinodolce è proprio il salinodolce?
No, eppure esiste.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Il cercopiteco fausto
Gli occhi: due pozze nere profonde come il nulla, fisse in avanti, perché il cercopiteco fausto non cerca, egli trova. La sua visuale è fissa, immobile sull’avanti e sull’adesso. È un primate simile a molti altri, ma una variazione genetica non gli permette di spostare lo sguardo, le sue pupille restano immobili sulla direzione che la testa decide di prendere. Il suo capo tondo è l’unico a comandare le sfere circolari che sbucano sopra il naso: tenere, luminose. Così il cercopiteco dovrebbe essere, a rigore di logica, indifeso, impossibilitato a controllare la sua destra e la sinistra e l’alto e il basso. Facile preda dei rapaci che sorvolano il cielo e dei veloci cacciatori del buio e della luce, sulla terra. E cosi è, almeno all’apparenza.
Non sono in molti, in effetti, e non lo sono mai stati, gli esemplari di cercopiteco fausto, seppure, al contempo, non sono mai stati nemmeno decimati o vicini all’estinzione, a furia di essere uccisi da questi fantomatici predatori in cerca di carne, in cerca di una preda indifesa nelle difficoltà della natura selvaggia. Se prendessimo uno spazio e un tempo ben definiti, ci accorgeremmo che l’incidenza di assassinii ai danni di queste scimmie è incredibilmente bassa, minima, inconsistente. Si potrebbe perfino dire che nessuno degli abili carnivori che potenzialmente andrebbero ghiotti della sua carne riescano davvero a cacciarlo, il cercopiteco fausto. E non si nasconde; da animale privo di timore quale è, oltre che privo di strumenti per avvertire il pericolo, chiaramente.
Il cercopiteco fausto, essenzialmente, gode di una fortuna sconfinata e illogica, quasi divina, una buona sorte che può sovvertire l’ordine degli eventi e manomettere la casualità dell’universo. È un imbroglione, in sostanza. C’è chi pensa che i predatori vengano addolciti da quegli occhi grandi e amorevoli, belli. No, vorrebbero sbranarli, se solo gli capitassero a tiro. Eppure ogni morso poi sembra tirato al vento, ed è facile cadere in terra o preda della follia, nel tentativo di inseguire il cercopiteco fausto. Sarebbe meglio rinunciare, e spesso, in effetti, succede che il predatore famelico ha già incontrato in precedenza un esemplare di cercopiteco e non ha voglia di perdere tempo e rinuncia – a volte la fame non lo consente, certo, e in quel momento non so se è la fortuna di quella scimmia a farlo desistere, oppure egli abbandona per timore di essa. Fatto sta che il cercopiteco nemmeno s’accorge del Male, non vede le fauci della morte, mangia, dorme, s’arrampica sui rami più alti, vive, qui e ora, e tutto il resto lo lascia oltre il confine dei suoi occhi tondi, grandi come Tutto.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Il bautto
Il volto: lastra lucente e colorata senza profondità.
Il corpo: immagine evanescente custodita nel pensamento.
Entità che levita, cui sembra nulla si frapponga al contatto con la terra. Solo aria e spazio. Eppure aria non v’è e spazio non sussiste, poiché la materia invisibile che lo compone, esiste, seppur visibile – e vista – solo dal bautto stesso. Non è possibile attraversarne la materialità, seppure solamente al tatto si palesa. Se quindi si provasse a intercettare la nuca del bautto, intuitivamente, immaginandola a partire dagli occhi vuoti, fori del suo volto, di quella sua maschera, unica parte del suo corpo percepibile allo sguardo; vi si toccherebbe proprio la cervice e si potrebbe continuare, seguendo la spina dorsale e poi la forma degli arti e si potrebbe avvertire la peluria e persino – concentrandosi – il battito del cuore e l’ampliarsi e restringersi dei polmoni a ogni lungo respiro.
Il bautto è una creatura meditativa. Lo si può incontrare nelle grotte profonde, dietro le alte cascate, nel fitto dei boschi, ove, con il suo perpetuo attendere, esso sacralizza i luoghi che abita.
Il bautto è un’entità falsa, come tutte – come tutti.
Il suo scopo irraggiungibile è la conquista della Verità, ed essa è ciò che insegue, cercando nei labirinti della propria anima, trascendendo, scomparendo totalmente. La sua meta è chiara: smascherarsi. E nella sua esatta natura è però la maschera, l’apparenza, la finzione. L’impossibilità di raggiungere l’autentica nudità delle intenzioni.
Il bautto scava nel suo essere strappando un velo dietro l’altro. Una porta di menzogne che ne nasconde un’altra che ne custodisce una nuova. Bisogna che conosca la porta per aprire quella successiva; e questo è un processo lento, costante, essenziale. Soprattutto: il bautto può guardare attraverso le porte solo dopo aver sconfitto qualsiasi aspettativa al riguardo di cosa incontrerà: nulla, nulla di nuovo – tutto, tutto quanto già conosce, il suo stesso essere.
E – lo sa anche lo stesso bautto – non esiste una Verità da conseguire, essa coincide con la sua stessa ricerca. Per questo il bautto non smette mai di aspirare ad essa con applicazione incondizionata, nella consapevolezza di non poterla mai possedere e nel gesto paradossale di cercarsi comunque, e perciò: Essere.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Drago
Le sue scaglie rosse luccicano al sole e s’infiammano come torce maledette sul sentiero della perdizione. L’occhio nudo ne è abbagliato e l’orecchio più fine, ai rumori taglienti di tutto quel movimento, di quell’immensurabile massa che si sposta nello spazio, resta confuso e disorientato, come se una montagna intera s’ergesse su zampe immense e ali mastodontiche per prendere il volo. Non è possibile percepire il drago, nella sua interezza, con l’ausilio dei sensi. Nemmeno il falco in lontananza può scorgerne il corpo in una visione complessiva. Il drago ha una stazza incommensurabile. Potrebbe sputare fuoco e immergersi negli abissi diventando acqua esso stesso. Potrebbe avere tre o sette teste imperiose e coronate di spine indistruttibili. Potrebbe avere un’intelligenza sovrannaturale e una sensibilità che supera qualsiasi immaginazione e la saggezza di migliaia di maestri messi insieme, impegnati eternamente nell’arte dello studio e della pratica. Potrebbe essere malvagio e avido o generoso e umile.
Chiunque ne scorge le scaglie tende a farsene un’idea, un volo d’immaginazione che vorrebbe avvicinarsi alla lontana realtà. Piccoli esseri che semplicemente avvertono il timore per quella sua gigantesca stazza e, di conseguenza, se ne tengono alla larga. Alberi che tremano al suo passaggio, perché le fiamme che sprigiona la sua armatura sono per loro il male e l’inferno. Homo ne ha costruito leggende, complessi apparati di significati simbolici che ne coinvolgono l’aspetto come la psiche – semplicemente supposti.
Il drago vede e sente perfettamente tutti questi esseri minuti. Da lontano, da una distanza metafisica incolmabile. Da un altro mondo, un altro universo, un’altra vita. Accarezza la terra e le acque e s’accovaccia sul fondo dei laghi per secoli e lunghissime ere che si susseguono. E si pone le stesse domande che tutti gli esseri viventi e le entità immateriali si pongono. Perennemente, senza mai trovare davvero una risposta.