Bestiarius immaterialis - Gliptodonte
Il gliptodonte era un po’ gatto e un po’ volpe. Rivestito di una tonda corazza aculeolata: il guscio dell’uovo dentro cui si generano e dal quale vengono alla luce i neonati. Amava avvicinarsi agli altri esseri, lasciare che toccassero sotto la sua armatura quella tenera morbidezza che era il suo corpo spoglio. Consentiva a tutti i viventi, fossero quadrupedi, bipedi, radici o pietre, di giovare del suo spirito di gatto e delle sue debolezze di volpe. Sotto il suo ventre caldo, protetto dal guscio orbicolare, d’esagoni acuminati, accudiva i suoi molti ospiti, tenendoli al sicuro dal freddo, dalle intemperie e dalle zanne preoccupanti dei cacciatori sleali e malvagi.
Quando incontrò Homo s’innamorò perdutamente di quella sua capacità – l’intelligenza – che gli permetteva premurose amorevolezze cui nessun altro essere poteva arrivare – non le si può raggiungere solamente attraverso l’impulso istintivo della vita. La memoria di Homo consentiva alle sue zampe manate di rimembrare i punti di maggior piacere sull’addome del gliptodonte.
Finché il primo Homo non abusò di quell’intimità, trafiggendo il cuore morbido della volpe-gatto per cibarsi delle sue carni succulente.
Diventò presto l’alimento preferito di Homo perché cuocendolo al fuoco, col guscio rivolto alle fiamme, era pratico da sostenere oltre che gustoso. E, soprattutto, non bisognava cacciarlo: era privo di qualsiasi difesa, abbandonato alla fiducia negli esseri e nell’esistenza.
Homo iniziò a offrire il gliptodonte anche agli altri animali, quindi a usarlo come concime e poi come legante per i massi che costituivano la sua tana.
Infine si estinse e per migliaia di anni Homo visse la sua dipartita sentendosi addosso una nostalgia straziante e penosa.
Poi lo sostituì e se ne dimenticò completamente.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Topo morto
Isolato, cacciato a vista dagl’incubi.
Roditore senza niente da rodere. Inventore della masturbazione perpetua: abbietta pratica degli esseri – o non-esseri – della sua specie. Pelo ispido e bruno, sporco. Squittii fastidiosi, suoni di lamento e disgrazia. Una malinconica melopea antica gli suona negli occhietti-bottoni, piccoli e neri, mentre riverbera la eco delle sue solitudini.
Sopravvive scappando, correndo lontano dal rimorso artigliato alla sua schiena. Non si ferma, non rallenta, non torna indietro. Le quattro, otto, sedici, trentadue e più zampe zampettano via all’unisono come rami spezzati dalle sferzate di vento – una musica che non si ferma mai ad ascoltare, il ratto codardo. Infine, rintanato nei meandri più remoti, sta, semplicemente sta: neghittoso, fermo, saturo di ripetizioni.
Perché? Il suo istinto risiede nella paura. Il suo sentire è fatto in modo che ogni minimo rumore, anomalia o cambiamento lo facciano sobbalzare in singulti d’ansia. Perché? Anela alla sicurezza, non alla pace. Desidera l’assenza di pensiero, di azione, di scelta. Persevera nella sua ricerca di noncuranza. Assurge alle risposte e soprassiede alle domande. Non è un topo, semplicemente: non-è.
E quando uno spirito, in stato di veglia, ne avverte il rosicchiare lontano, tutta quell’ignavia lo punzecchia fastidiosamente, fino a contagiarlo, fino a fargli desiderare la risposta: il topo è morto ma la sua condanna ti ha raggiunto e ti toccherà.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Il castoro inoperoso
All’interno della Grande Foresta non c’è animale più pigro, rigidamente metodico, del castoro. Poltrisce sul fiume che serpeggia fino a valle.
È una tribù, una famiglia estesa, una comunità fitta di corpi pelosi e bagnaticci, il cui pregio più spiccato risiede nelle zanne fissate all’interno della bocca: gli incisivi, e nelle zampe pinnate, nuotanti, atte a spostarne la carcassa, senza sforzo, tra la riva e la diga, la diga e la riva. L’occupazione cosmica, il contributo all’universo, l’azione definitiva di questo animale è la costruzione di dighe. Dall’alba dei tempi – costellata di leggende ancestrali e brandelli di voci periture – le costruisce per viverci dentro. Dormire, sognare, cibarsi, tutto quel genere di cose che un essere compie per sopravvivere, dentro una diga.
Vi è un esemplare leggendario, unico, tra questi bizzarri animali, che trova l’attività di edificazione delle dighe-tane inutile. Ha smesso di usare le sue zanne, che non sono cresciute. Ha smesso di usare le sue pinne e si sono rattrappite. Lentamente si è sollevato sulle zampe posteriori e ha iniziato a camminare. Vive in una tana scavata all’interno di un albero e intrattiene cordiali rapporti con gli altri esseri della sua razza; lo ammirano, pensa lui. Lo annusano, come sempre, si strofinano su di lui mentre il castoro nullafacente li accarezza dall’alto della sua nuova statura e, di tanto in tanto, si affaccia da una fessura del suo albero e guarda il fiume, e muore di nostalgia.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Gallina-usignolo
Si dice che sia una gallina, ma il cieco la scambierebbe per un usignolo.
Il corpo goffo, dovrebbe toccarlo per sentire quelle ali di pollo ingombranti e inutilizzabili per l’eventualità del volare: potenzialità disattese. Il collo lungo a cono, dovrebbe tirarlo, il cieco, per sentire un grido di gallo. Solo la tortura la scuote, rianimando la sua vera natura – o la sua falsa natura, il suo destino imprescindibile di pollastra.
Normalmente, però, il suo canto è dissimile dal suo essere materiale, si fa irriconoscibile, di altre corde vocali e altre gole e becchi o bocche. Delicato e soave, in armonia con il vento.
Il suono che le fuoriesce dalla bocca è come il silenzio, meglio ancora, è la musica del silenzio.
Ammalia i passanti, di qualunque razza essi siano, rallenta i cuori e li porta a lei, per innalzarsi, ogni giorno, a usignolo ed elevare la sua condizione di volatile che non sa volare e che presumibilmente non saprebbe nemmeno cantare. E lei, la gallina, non sa volare e forse non sa nemmeno cantare, ma imita l’usignolo e si scopre unica: un’anomalia nella massa pennuta. Va in estasi cantando come un usignolo, quella che si dice sia una gallina.
Alla fine anche il cieco, palpeggiandola e manipolandola incurante, la scoprirà essere soltanto un’imitatrice ma, comunque, un’interprete eccezionale, seppure del suono di un’altra creatura. Una – trasmigrando da una gallina a la gallina-usignolo – che, tramite la somiglianza con il differente, trova il senso nel difforme.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Makemake
Idoli di pietra incastonati nella terra nuda, simulacri di Homo, dove si poggia l’uccello sacro, a metà di un cammino circolare, eterno ritorno, un pellegrinaggio rituale verso la vita nuova. Le creature che incontrano il Makemake si tramutano: è una metamorfosi volatile. Crescono ali sulle schiene dei topi, dei bipedi, financo dei marini, rettili e pesci. Prominenze sottili e tese. Rigonfiamenti dello spirito.
È tutto là il potere del dio: la metamorfosi.
La mutazione si offre agli occhi della rondine di mare oscura che si riconosce nel gioco di specchi in cui tutti le somigliano, tutti possono volare, tutti gli esseri beccano in cerca di cibo vermoso. Si sente vicina ai roditori, la sterna fuscata, bianca e ricoperta di nero, o negra ma col ventre d’avorio.
Diventa pesce o inizia a correre su due zampe, sul bagnasciuga sterminato e tra le statue che si trasformano in volatili immensi, di pietra. Immagini irriconoscibili di un volo impossibile.
Il viaggio della rondine si effonde nelle sue uova: esternazioni dell’esistenza. Homo le ruba, le porta via, leggere e fragili, sui palmi delle zampe dal pollice opponibile, fino alla sua isola, per rivendicare il suo ruolo nel rituale della mutazione, per divenire, esso stesso, un angelo di Rapa Nui, un linguaggio divino, una parola che si perde nell’oceano, come una goccia che cade, assieme al temporale, sulla distesa di nulla liquido cui tutti anelano e che ogni cosa circonda e contiene.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - L'ombra del segugio
Occhi di fiamma s’accendono all’avvento del notturno.
Dov’è?
Non trovandosela accanto il cane si tende tutto, ulula all’oscurità e inizia a cercarla con frenetica rabbia. Segue la foresta per i suoi alberi verdi, ora neri; e per i suoi sentieri marroni, ora neri; e per la sua anima immensa, ora assopita e nera. La selva notturna corrobora il pericolo: le tracce si nascondono nelle macchie plutoniche, i rumori sbattono sui tronchi e cambiano il senso dei percorsi, s’insinuano, diventano la notte stessa. Si confondono: lo spazio, i pensieri, le visioni, la Verità.
Il fiuto canino non serve per cacciare l’insensato. Si perde nel fango umido della ricerca infinita, delle piste sbagliate; i lunghi appostamenti nell’attesa di una foglia, su cui una lacrima boschiva si lascia accompagnare al suolo, in planata, e quel delicato rumore impercettibile si fa tuono per il segugio che scatta, e scatterà durante tutta la lunga assenza del Sole: il suo unico vero padrone.
Al ritorno della stella si stenderà immenso lo spettro della sua esistenza – del suo abbaiare e del suo ansimare, con la lingua penzolante oltre la parte destra delle lunghe labbra pelose – e ridiventerà, come ogni giorno, il compagno fedele, ombrifero, di quello storpio animale del buio. Il miraggio di una presenza, l’apparenza del percepirsi.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Il nulla
Massa informe primigenia di sangue, fango e sperma.
Può avere ali per il volo, pinne per il nuoto e zampe per la marcia o può strisciare sul ventre o sul dorso. Branchie e artigli retrattili; anima, cervello, cuore, stomaco: protrattili ed espandibili. Sensi acutissimi o assopiti dal nessun uso, in letarghi senza termine; percepisce i suoni da grandi orecchie elefantine e può allungare il naso come un formichiere per assorbire gli odori più specifici e fugaci; la sua pelle è armatura distaccata o epidermide nuda, gelatinosa, ipersensibile. I suoi occhi, uno e moltissimi, ciclopici e ommatidi. Ciechi e onnivedenti. Come una corda, la sua lingua può stendersi in lunghezza e diversificare i gusti stesi sulle papille gustative (foliate, filiformi, fungiformi o informi), per riconoscerli: ognuno con la sua punta misteriosa di dolceamaro; oppure farsi matassa per inglobare il miscuglio delle diversità in un solo e unico sapore: la Vita.
Cielo, mare, fuoco, terra: domina gli elementi, adattandovisi.
Il divenire e la metamorfosi sono i suoi segreti, il cambiamento è la sua natura.
Non vi è aspetto definibile nell’essere che si vede ed è fantasma, che ci può essere ma non c’è, che esiste ma non si può percepire, eppure è: la parola nascosta, il linguaggio dell'assenza: .
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Pesce diavolo
Squame di tenebra per pelle: arroncigliate, brillanti, spruzzi di notturno. Il corpo serpentino e polposo. La testa adornata di spuntoni che si aprono in corona all’altezza delle branchie. Pinne neroidi spezzano visualmente in parti il busto-coda-corpo. Sei grosse pale sottili, per il nuoto e per il volo.
Mostro, drago, serpe malefica, pesce diavolo: così lo si conosce. Anche se la presentazione, il primo impatto, non comprende lontanamente l’arcana complessità perversa dell’incontro.
Il primo incontro è nel sonno.
I suoi movimenti sono flussi di luce spenta che s’insinuano nelle trame del pensiero. Vederlo è una scossa che infiamma lo sterno e sconvolge la lucidità, per sempre. Il suo silenzio privo di versi, bolla d’assoluto. I suoi occhi vitrei, diamanti nella pégola. La sua anima strabordante intimorisce il viaggiatore, lo riporta alla coscienza se scivola inconsapevole nel letto della mediocrità.
Dimora nel lago, dinanzi al tempio, assieme alle carpe, gli storioni e i pesci rossi, che vicendevolmente si mangiano, attraversando l’acqua salmastra senza meta né direzione.
Dorme, e quando dorme tutti gli abitanti delle acque lo seguono nell’occulto della morte. Le creature del tempio ne sentono il vibrare, risvegliano i loro animi assopiti nella meditazione e ritrovano la forza devastante del supremo.
La sua esistenza è un dono; la sua volata: un eufonico motivo perturbante, il motivo che tiene in piedi questo castello d’acqua chiamato Verità, riportando tutto al sogno, al nucleo, all’inviolabile.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Nero cavallo della notte
Generato dall’oscurità delle ossessioni oniriche, dalla diabolica immaginazione dell’incoscienza. Esiste, più di ogni altra creatura vivente, perché contenuto in ogni coscienza, sempre pronto a essere.
Ha forma di cavallo ma più grande o più piccolo o con tre zampe o due o con la testa d’uomo, di donna, di mostro, di altro animale, o senza testa, o soltanto con il muso lungo e gli occhi e le piccole orecchie, lì attaccate ai lati del crine, ma senza corpo e senza zampe e senza muscolatura.
Si nutre di paura al suo stadio primevo: istintivo-percettiva: sanguigna.
Trotta indolente o corre al galoppo nei sentieri del profondo, è un’ombra. Nascosto tra gli spettri, sbuca dalle tenebre per atterrire. Disgusta quelli con poco fegato, sostituendo le sue fibre a carne putrefatta che cola fino al terreno raggrumandosi in cumuli di sangue nero. Nitrisce e s’impenna e fa rumore, e non basta cospargere tutte le strade di paglia per attutire il fragore dei suoi zoccoli appuntiti, e non basterebbe nemmeno dare fuoco a tutto quel pagliericcio per illuminare il buio che gli si srotola dalla criniera: le fiamme lo avvolgerebbero regalandogli nuova possanza, terrore in surplus, e la plusvalenza del suo atterrire si raddoppierebbe – egli è generato dalla forza creatrice della percezione, incontrollabile, che tutto forma e muta. Non esiste, eppure è un cavallo, nero, procreato dalla notte dell’anima.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Avvoltoio sepolcrale
Le sue ingombranti ali rannicchiate e la gobba spoglia – iconicamente: il becchino richiuso nel cappotto – appaiono tali e quali a quelle degli altri suoi simili sparsi nel cielo. Esseri legati inscindibilmente alla morte, da cui assorbono la vita. Uccelli funerari, simboli fraintesi del male e dell’oscurità, come gli stessi necrofori.
Gli avvoltoi tibetani si distinguono dai loro fratelli non per indole o per forma, ma perché fecero un patto con Homo, secoli e secoli fa. Specificamente con i monaci buddhisti che dimorano, sotto le zampe galleggianti degli alati, sul terreno duro delle alture sacre dove alla notte riposano e meditano. I cenobiti hanno appreso il dono della comunione con il circostante e del silenzio contemplativo che unisce a tutte le anime, dalle viscere, perciò parlano la lingua degli avvoltoi, con i quali, alla notte, riposano e meditano.
Fu possibile ad Avvoltoio interloquire esclusivamente con questo Homo: la particolare varietà che veste stoffe d’arancio e porpora sulle pelli e che mai si ciberebbe di carne per propria scelta (piuttosto la morte!), che mai tradirebbe l’animale o qualunque altro essere, per ossequio verso tutto ciò che vibra: dal vento antico al sogno sempre appena nato.
L’accordo tra Homo e avvoltoio è divino e mistico, si basa sulla sacralità della fine ritualizzata nel funerale celeste.
Avvoltoio si ciba dei defunti tra i monaci, che Homo serve canonicamente ai becchi affamati, in una liturgia che ricircola le energie dell’universo, riempiendo il flusso di un senso originario e rendendo Avvoltoio essenziale – l’essenza stessa della morte – esecrazione della fine e rinascita benedetta.