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Bestiarius immaterialis - Il kakanino

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Tra tutti gli uccelli è il più minuto. Le sue dimensioni, ad ali raccolte, equivalgono a quelle di una mosca, seppure le sue ali, lunghe il doppio del suo corpicino ossuto, aumentino la percezione spaziale che dall’esterno se ne può avere. Il kakanino vive in spazi chiusi, perché immerso nell’aperto cielo sarebbe spazzato via dal vento, gigantesco spettro invisibile che spira in ogni dove.

Spesso, quando due o più kakanini riescono a trovarsi e riunirsi, essi scavano il fondo della terra creando cunicoli e gallerie dove svolazzare in santa pace. Molto più spesso essi non riescono a trovarsi, oppure dopo essersi trovati vengono divisi da una sferzata, pur flebile, d’aria cattiva, del nemico fraterno. Comunque vada il kakanino continua a sbattere le ali.

Quando è rapito dal vento presuntuoso, trascinato via a forza, il kakanino può diventare preda di qualsiasi bocca aperta, incurante, inconsapevole, che semplicemente rilascia il peso della vita in uno sbadiglio; o che si appropinqua a del cibo, energia vitale, con veemenza; oppure può accadere che il kakanino venga trangugiato accidentalmente dalle fauci di un’altra creatura nell’atto d’emettere un verso – uno spiraglio di linguaggio più o meno articolato, più o meno consapevole, più o meno sensato. Per questo motivo muoiono a milioni, i kakanini sparsi nel cielo, quasi invisibili, senza che nessuno se ne curi. Eppure il kakanino continua a sbattere le ali perché questa è l’unica cosa che può fare. Qualcuno di essi si è arreso, accasciandosi al suolo e diventando corpuscolo nel soffio d’aria cosmico che tutto carezza. E nessuno degli altri ha pensato, nemmeno per un attimo, che ciò non fosse legittimo. Qualcuno di loro li ha pure invidiati, i morti, eroi dell’arrendevolezza. Eppure il kakanino continua a sbattere le ali, anche da morto, anche se non esiste, anche se sbattere le ali non vuol dire propriamente volare.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti


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Bestiarius immaterialis - Il cinghiale voracissimo

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Enorme. Il rumore dei suoi zoccoli trascinati sul terreno rimbomba come un terremoto che squarcia la terra, la consuma creando un solco. E s’ode un tonfo, quando la zampa si poggia nuovamente al suolo nudo, per sollevare quel corpo immenso oltremisura. Il cinghiale mangia qualunque esistenza: verdi foglie d’alberi, corteccia marrone, carne e ossa e sangue, ingurgita pietrame e terraglia. Non effettua alcuna cernita, non trasceglie: ciò che passa sotto il suo naso vigile la sua bocca dentuta lo ingloba, risucchiandone l’interno e la buccia, senza distinzione. Non svuota le carcasse di ciò che è commestibile, prende tutto. Sarà il suo stomaco inscalfibile a disciogliere ciò che può essere digerito ed espellere il superfluo.

Al suo passaggio si forma una scia di nulla indelebile. Un deserto lineare e confuso. Dall’alto: un disegno d’indubbia complicatezza onnivora. In questo ghirigoro, formato dal suo strisciare nel mondo, vi è un messaggio misterioso. Dice dell’insoddisfazione perenne. Dice della fame. La traccia del cinghiale, il solco che si lascia alle spalle è un gesto, forse inconsapevole, che da senso alla sua sofferenza. Il significato straziante del suo ossessivo cibarsi si traduce in un segno indelebile vergato a ogni passo sulla superficie dell’esistenza.

Divora intere città, beve i fiumi, svuota le foreste e pialla le montagne. Annulla, silenzia.

Il suo è un messaggio disperato, una richiesta d’aiuto bulimica e maniacale, inarrestabile. Quando si accascerà al suolo, ormai sconfitto dalla fatica, finalmente il suo destino sarà compiuto e il suo dire arriverà al punto, alla fine. E il suo verbo riecheggerà per sempre nel vuoto.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - La lepre sincera

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Ha le orecchie a punta e il manto morbido che termina in un batuffolo spumoso: la coda. Zampette anteriori corte e quelle posteriori lunghe e rannicchiate, pronte al salto. Occhi neri paralleli che guardano trecentosessanta gradi di esistenza attorno a lei. Il naso protuberante fiuta la presenza altrui a centinaia di passi di distanza, prima che la sentano anche le orecchie e il corpo tutto si ponga sull’attenti per controllare la sicurezza, la certezza di non cadere in trappola, di non divenire preda. Eppure, la lepre sincera è destinata all’estinzione e alla morte, a essere cacciata, catturata e mangiata. Poiché, quando la lepre sincera avverte il pericolo, seppure il suo istinto sarebbe quello di nascondersi e fuggire, ella permane immobile e all’avvicinarsi del cacciatore, ad egli si affida.

Si avvicina docile, la lepre sincera, mostra il petto bianco e lo offre ai predatori, di qualunque specie essi siano. Si offre in dono volontariamente.

Con questo gesto riconquista la libertà: se il cacciatore azzanna e squarcia, il suo cuore è felice e impavido si abbandona all’amore della morte e al piacere del sacrificio. Succede poi, alle volte, che il cacciatore, commosso dal gesto della lepre si fermi, rifletta, osservi il manto lucido e morbidamente mosso dal soffiare placido del vento. Succede che il cacciatore s’allunghi verso la lepre e ne accarezzi il corpo caldo. Succede che le sue protuberanze, scivolando sul naso e poi sulla piccola testa, gli trasmettano qualcosa d’insensato e fondamentale. In fine, succede che il cacciatore risparmi la lepre e la custodisca, si prenda cura della sua libertà e del suo benessere.

Succede che il cacciatore impara dalla lepre il valore della fiducia e si scorda di uccidere.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Lo spettro muto

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Un’ombra è un’ombra, ma un’ombra non è mai un’ombra e basta. Se si scrutasse l’oscurità con maggiore attenzione si noterebbero tutte le sue forme, definirsi e farsi carne, illuminarsi di pura conoscenza e concentrazione e svelarsi strato per strato di misteriosi nascondimenti, fino ad arrivare all’essenza: il mondo degli spettri che si nasconde nell’ombra, dietro le cose. Ed è lì che i fantasmi parlano, fanno rumore, urlano i loro malesseri, cercano il conforto dei cari che non ebbero in vita, frugano negli anfratti, trascinano catene giù per i pendii rocciosi e scuotono e spezzano i rami per farsi udire.

Lo spettro muto guarda i suoi simili agitarsi nel buio per richiamare l’attenzione dei vivi, mostrarsi, lasciarsi intravedere, sbracciarsi in cerca di uno sguardo di terrore. Non sente l’impulso di esternare la sua disperazione e così sta fermo in un angolo nel silenzio, avvolto nel suo nulla abnorme e senza fine. Non sente di avere alcuno scopo, annichilito dalla stasi, nella sua bolla di esistenza parziale e inascoltata. Potrebbe parlare, spiegarsi, farsi vedere, spostare gli oggetti, soffiare sugl’esseri il suo alito gelato o urlare forte fino a muovere le foglie e la sabbia e spaventare gli animali che avvertono i rumori del sovrumano, dell’intangibile. Potrebbe scatenare il putiferio, solo per segnalare la sua presenza famigliare.

Il suo cadavere è ancora lì, unico ricordo di un corpo, di una vita, di una corporeità ormai dimenticata da tutti. Perché? Si chiede lo spettro muto, inerte, nel suo angolo di mutismo cosmico. Accarezza la pelle del muso del suo vecchio corpo, freddo e disteso sulla terra nuda, e ripercorre i passi della sua vita e riflette. Attentamente si affronta, alla fine.

E nessuno lo verrà mai a sapere.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Salmone immobile

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C’è un ruscello che attraversa il bosco e la radura e diventa un grande fiume, per arrivare a valle e finalmente raggiungere la propria foce, la bocca che sputa sul mare l’essenza stessa di tutto il corso d’acqua. In quel punto esatto branchi interi di salmoni erano soliti imboccare la corrente contraria per risalire faticosamente fino al lago che diede loro i natali. Per compiere il rituale della vita, la riproduzione, spargendo minuscole uova gelatinose che s’involano e si poggiano sul fondo. Un movimento circolare di nascita e fatica e morte.

E il fiume iniziò a urlare, a straripare, a recere il suo linguaggio acquatico sulla terra che lo affianca, allargando il proprio letto, facendosi spazio nel terreno. E la potenza con cui il suo essere liquido si fiondava, mano nella mano alla gravità, fino a valle e poi nell’istmo che lo lega al grande mare, si centuplicò diventando inarrestabile, formando cascate e rivoli d’acqua tra le rocce. In tanti provarono a risalire la corrente, salmoni testardi e coraggiosi. E tutti morirono nel tentativo, o semplicemente si arresero, virando la rotta con le pinne rosse lucenti, per ritornare al mare e morire comunque, senza aver perpetrato la specie, senza aver lasciato un seme su questa terra e in questo gigantesco acquitrino.

Uno solo, fra tutti, riuscì con forza a contrastare l’urlo del fiume straboccato sul suo becco, lottando contro le sferzate violente insinuatesi fino all’interno delle sue branchie dure. Da allora e per sempre, l’energia delle sue pinne ostinate equivale quella dell’acqua ed egli resta immobile seppure in perenne movimento. Non vuole cedere. Fatica e difficoltà non lo spaventano, e anche se quel grido spumoso non smetterà mai di risuonare e spingere il salmone a valle, verso la morte, egli sente il dovere di continuare a nuotare verso il cielo. E le sue squame lucide, levigate dallo strofinio continuo del fiume, sono divenute ormai scaglie di luce. E le sue pinne tenaci sono irrefrenabili simulacri della forza, dell’energia che tutto genera, della Vita stessa. E il suo cuore ha un disperato bisogno di fermarsi e godere della pace che seguirà a questo sacrificio eterno, fatto d’amore sconfinato.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - La foglia d'oro

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Dalle gemme verdi, la foglia d’oro si protrae verso la vita: si fa verde, rossa, arancio e nuovamente dorata fino a volare lentamente sul terreno e morire, e poi rinascere gemma e rifarsi verde per risuonare nella sua anima e all’esterno, nella melodia dell’assoluto, i toni sanguigni autunnali che ne percorrono le venature, provenienti da un altrove lontano, di creature morte, distanti e risucchiate dalle radici del grande albero che da tutte le morti prende la vita e il sangue.

Questa foglia, unica e sola, percossa dal rossore, ritrova nello sguardo degli esseri viventi che la incontrano la sua vera natura riflessa splendidamente. S’innamora, la foglia. Si rivede e comprende il suo ruolo e muta forma, cambia il suo aspetto assieme al circostante e, allo stesso modo, interviene nel percorso dei viventi cambiandone il guardare. Gli occhi verdi si fanno arancio, rosso, e d’oro e finalmente vedono. Vedono gli esseri invisibili che prima erano nascosti nell’ombra o celati nel loro stato immateriale impalpabile. Vedono i flussi, i nuovi occhi dorati, ne carezzano le striature, ne sentono la forza metamorfica e l’energia esistentiva. Tutto cambia: i sensi, ormai aperti alle possibilità infinite del cosmo, attraversano il corpo, mentalmente, dalle estremità fino al centro, in un atto di consapevolezza puro e semplice: la meditazione. Vi è un perturbamento alla vista della foglia d’oro, la foglia del ficus sanguinis, la foglia che in sé racchiude ogni cosa; in questo istante, di assoluta perdizione nell’intangibile, essa si fa carne e l’albero si può finalmente toccare. Tutto ha senso; e la creatura, illuminata di verità, che sosta ormai catatonica dinnanzi alla foglia d’oro, sente il bisogno di staccarla e ingurgitarla: assaggiarla, masticarla, ingoiarla. Inglobarla, farla propria.

La foglia d’oro è velenosa, questa è la sua arma di difesa, la sua tecnica di caccia. Così, quello stesso essere, scoperta e mangiata la verità, deve dire addio alla vita materiale e seguire la foglia, nel regno di ciò che c’è ma non è possibile vedere né toccare.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Lumacone demente

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Della consistenza di una mucosa e dal colore giallastro, senza antenne né occhi né epidermide con la quale toccare, direttamente immersa nell’atmosfera senza alcuna protezione, senza alcun filtro del sentire, che decodifichi, che spieghi al lumacone l’esterno. Quest’essere sente ciò che è fuori di sé come le particelle invisibili dell’aria si riconoscono le une con le altre, sapendo di essere singole, uniche, ma parte di un solo inscindibile corpo. Così il lumacone non avverte la sua massa, la sua sagoma, i suoi confini. Si sente parte di un insieme dal quale non gli è possibile emergere a presenza unica. Per questa ragione il lumacone vaga e si ciba e respira e sfiora le altre presenze, consapevoli, al contrario suo. E tutto ciò lo fa senza mai fermarsi a chiedersi di se stesso. Continua per la sua strada e nelle sue attività primarie come se un ordine gli fosse stato impartito da sempre, dall’alto.

Un giorno verrà calpestato e ridotto in poltiglia, o trascinato via da un’ondata marina, da un uccello dispettoso o dal vento pieno di rabbia. Non ha importanza, per il lumacone non cambia niente. Anche ridotto in poltiglia il lumacone si sente parte di un unico enorme essere e dentro di sé esegue quelle stesse funzioni di quando i confini del suo corpo erano quantomeno visibili, dall’esterno. Dentro di sé avanza e si ciba e respira e sfiora altra vita, altra carne, altra acqua, altra aria, altra terra, incontra il fuoco e finalmente muore e cessa di esistere. Tutto ciò esclusivamente dentro, perché non ha contezza del fuori, dell’altrove, non ha mai avuto una sua esistenza delimitata e distante dal tutto, che lo rendesse capace di percepirsi.

Il lumacone, però, forse, è l’unico essere saggio, in grado di arrendersi all’universo e al ruolo infinitamente piccolo e marginale che ogni essere ha all’interno dell’Essere primordiale che è tutto e ogni cosa: il cosmo intero.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Vivida fuliggine

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Discendente del fuoco: dalla brace frizzante prende vita, sostanza dello sporco, sollevandosi cheta e inconsistente da anfratti e interstizi nascosti, per depositarsi su pelli e manti di pelo, e tessuti e superfici. Sulla purezza.

Come un branco di meduse mosse dalla corrente, brandelli riuniti in un unico corpo nel vento, la fuliggine compie un disordinato volo. Può condensarsi in nuvole oscure e gigantesche, sciamando sulle foreste indifese; oppure si raggomitola in sfere irregolari, batuffoli che si poggiano leggeri e innocui, all’apparenza, sui corpi. Se la caligine è pachidermica o zanzarica non ha alcuna importanza, perché la sua anima risiede nel lordume e di lordume è siffatta. Contamina, insozza, ingiuria tutto ciò che sfiora. La sua forma informe le consente di adattarsi allo spazio, di essere piccola dov’è piccolo il mondo e grande quando la visuale si apre sullo spazio: un’ampia complessità tutta d’avvolgere. Segue meticolosamente l’istinto di affidarsi al fuoco creatore e al vento padre, per raggiungere tutto il circostante, fino a scomparire in un soffio dello stesso vento o in un gesto di un qualsiasi essere che ne sia stato toccato e che, accorgendosene o meno, la scaccia via, liberandosene parzialmente.

Poiché quell’essere l’avrà già sentito: avverte il lerciume laido dei fiocchi grigi e brumosi poggiatiglisi addosso, e da quell’attimo non è più lo stesso. Può imparare a scordarlo, come Cane, oppure può far finta di ignorarlo, come Elefante, o ancora nascondersi nelle profondità acquatiche come pesci e molluschi e mammiferi e gli altri abitanti del mare; eppure ne sentirà sempre il peso, il tocco contagioso della lordura. 


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - La piovra a quattro cuori

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Appare di pietra, il corpo molle, steso sulla superficie mimetizzante di scogli rossi e fratelli polipi, coralli. Dall’infinito del tempo mantiene il segreto della sua presenza, somigliando a tutto ciò che la circonda, cosicché nessuno stimolo percettivo arrivi all’esterno come un segnale del suo esistere. Cosa sono gli esseri che non possono essere visti né sentiti? Cos’è una roccia che alcuna ventosa abbia mai avvinghiato, che alcun occhio abbia perlustrato, che solo l’acqua e il sale, avvolgendo l’esistenza intera, hanno potuto avvertire, come una misteriosa presenza nella moltitudine? – Ma il mare non conosce la differenza tra l’essere e l’essere percepiti. Il suo modo di avvertire le cose è pura intuizione o nulla cosmico, o una percezione onnicomprensiva inesprimibile.

Ogni polpo possiede tre cuori: per vivere, per sentire e per avvertire la paura e quindi il pericolo. Questo essere tentacolare, unico, invece – che nell’essenza sarebbe piovra, ma alla vista parrebbe pietra – ne possiede un quarto, nel suo corpo informe: le serve per avere coscienza di sé. Così la piovra a quattro cuori sente la roccia spoglia cui da sempre è poggiata, e il mare che, in perpetuo movimento, carezza la sua pelle vischiosa; ha paura di lasciarsi percepire da altre presenze, e quando scorge l’ignoto si concentra sulla sua stessa immobilità, medita, ascolta il battito dei suoi quattro cuori, che scandiscono un ciclo continuo e immutabile, che solo il timore può alterare.

In quel momento la piovra a quattro cuori riconosce la verità di esistere, l’accadimento di vivere – e trema – e profondamente respira, rallentando il battere del cardio, per tornare in sé e dimenticarsi di essere, ancora un po’. 


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Il ragno a otto teste

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Guardiano del mondo senza Tempo, custode del nulla, perché da esso fuoriesca tutto e non ritorni alcuna cosa.

Insetto multiforme – della grandezza di un lampo – si compone di otto lunghe zampe a coronare il corpo grassoccio da cui spuntano altrettante differenti teste pelose e oscure. Ognuna di esse esegue una funzione che la distingue e la rende unica. La prima, la più grande, quella centrale, che si contrappone all’addome – libero dalla presenza delle teste – serve a sentire le cose del mondo materico. La seconda, continuando alla sua destra, gli è utile per controllarsi e non lasciarsi scivolare nel baratro della cattiveria. La terza è la testa di cui si avvale per progettare, per pianificare, che gli consente di conoscere i suoi prossimi otto passi. La quarta vede: vede l’immateriale, le idee, le sensazioni e le energie che s’intrecciano ai flussi del cosmo. La quinta è la testa del perdono. La sesta è quella che usa per discernere le menzogne dalla Verità. La settima testa non serve a niente, ma ha il potere di rendere possibile qualsiasi cosa per proteggere il ragno, rimpicciolendo le creature che tentano il ritorno al mondo che non c’è, annichilendo il loro ego e le loro possibilità di riuscita, spegnendo la speranza dell’impossibile. L’ottava testa è la Vita; e grazie a essa il ragno esiste ed esisterà sempre.

Riposa, il ragno a otto teste, nelle profondità del buco che porta al mondo immateriale; che può trovarsi in cima al monte o immerso tra i coralli, che si può spostare all’interno degli esseri o sulla superficie della loro pelle, può nascondersi in un tocco, in un bacio, in una melodia. Egli è lì e sempre lì sarà, e riposa e sente e medita e contempla. Le sue otto teste, assopite, sono pronte al giudizio senza possibile assoluzione. Mantiene esploratori e avventurieri dell’ignoto appesi per la schiena a un filo invisibile della sua tela di ragno e li regge sull’abisso del passaggio mai traversato; le vertigini scuotono l’anima e una visione caotica del turbine – che contiene e crea e ricrea le cose che non sono ma che potrebbero essere – eleva lo spirito del viaggiatore nell’estasi del perturbante.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Il figlio della folgore

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Quando una folgore spezza il terreno, dalla sua potenza luminosa, che si sfrange sulla nudità del suolo, si sprigiona un essere che vive un attimo. Un globo di luce consistente come la carne, come corteccia, come pietra dura. Una porzione di universo che si raggruma, inconsapevole del Tempo e rivoluziona tutto il visibile. Esso è il figlio della folgore. Esso creò Fuoco, il Dio di Homo, colui che spaventa innumerevoli bestie, che fa da protezione a quei pochi esseri, illuminati, che sanno sfruttarne la forza e la luce e il calore. Esso uccise, squarciando inavvertitamente corpi di bestie e di alberi. Esso illuminò, dando l’estasi maestosa della comprensione a chi lo vide. Esso definisce l’esistenza stessa, racchiude il cosmo, dilata l’assoluto e lo conchiude in una forma appena percepibile.

Esso, nella notte dei tempi, vibrò. Mantenne la sua forma per poco più di quell’attimo, generando Vita. Adesso esiste in due modi e due forme distinte e compenetrate l’una nell’altra.

Quando una folgore spezza il terreno, esso esiste, di nuovo e sempre, per quell’attimo magico. E, contemporaneamente, trema, costante fiammella vitale, nel centro interiore di ogni cosa singola, eternamente, nondimeno che in quella stessa momentanea traccia di folgore di cui esso stesso è fatto.

Le creature viventi lo sentono nel sonno e nella contemplazione. Le piante lo avvertono scorrere nella clorofilla e gli animali lo assaporano nel rosso sanguigno, nel bianco vischioso o nel liquido verde che percorre le vene delle loro prede. Il figlio della folgore smuove la terra e i massi e spira nei venti per muovere lo sterminato mare che, goccia a goccia, anch’esso pullula delle sue tracce.

Esso è Vita ed è esso stesso fatto di Vita.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Gombrolone

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Ributtante, a distanza, è già il suo grugnire: un barbuglio che genera sgomento e disgusto: uno sconvolgimento dell’anima che penetra financo piante e s’insinua nella terra inaridita, prosciugata della sua stessa linfa. Non è solo la sua voce a spaventare di bruttezza ma, innanzitutto, la sua presenza penosa e desolante che colpisce tutti i sensi, uno a uno.

Il contatto iniziatico, con quella sua aura oscura e avvolgente, sconquassa il sesto senso e lo inibisce, lo mette in ginocchio, lo umilia pericolosamente fino a rispedirlo nel dedalo tortuoso di uno storpio inferno. L’intrusione sonora avviene simultaneamente a quella olfattiva, con un canto fetido, un puzzo stonato, un olezzo e una melodia di putrefazione. Infine, il gombrolone si mostra, timido e indifeso, agli sguardi ingenui. Si fidano gli occhi dei viandanti, di quell’ombra pelosa nell’oscurità, dalla quale fuoriesce il gombrolone, con movimenti scoordinati e innaturali, scattosi, malati. Lasciano entrare la luce – sconcertati da quella torbida presenza, fino a perdere lucidità – quegli occhi ancora limpidi, concedendo all’oscuro di disegnare la figura della bestia che, mano a mano, si definisce nelle iridi trapassando i neuroni e travolgendo i nervi, intaccando muscoli e fibre, per colpire nuovamente all’essenza e devastare il concetto stesso di Vita.

La sua bruttezza è cangiante: pelosa, glabra, rattrappita o liscia e turgida, deforme o perfettamente simmetrica. Le sue zampe hanno forme diverse, lunghezze differenti e niente del suo corpo materiale s’intona con il circostante, come l’attorno mai gli s’amalgama. Ogni dettaglio si trasforma in un rigurgito interiore che sbrana la coscienza altrui.

Per questo il gombrolone è solo. Accoglie la sua solitudine e la sua vocazione al brutto. Arranca nell’ombra, cosciente di essere il lampo che dilania il sublime, il tuono che strappa le pareti della perfezione, conscio, perché disgustato da se medesimo, in un’estasi eterna quanto la sua disgraziata permanenza nel Tempo.


Testo: Andrea Cafarella

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Bestiarius immaterialis - Il ghiropardo

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Lo si trova dormiente durante tutto il dì, visto che mai fuoriesce di tana col sole alto nell’azzurro. Lo si ritrova dormiente anche alla notte, durante lo sbattere delle palpebre lunari.

La sua attività principale è, pressoché esclusivamente, vivere il percepimento del sogno: muoversi all’interno dei pianeti orfici con la disinvoltura di un felino che, con elegante passo felpato, si aggira per boschi pieni di ircocervi e chimere, e poi su, nei cieli oscuri dove pterodattili e grifoni s’involano in danze mitologiche, generando raggi di luce che illuminano e disvelano nuove fantasie, nuove immagini notturne.

Il ghiropardo trascorre così tanto tempo a occhi chiusi che il momento della veglia lo avverte come irreale, lo trascende senza consapevolezza e controllo: si sveglia e corre, più veloce del vento, dritto verso la preda, che divinatoriamente già conosce, già ha azzannato al collo, già atterra con forza e già trascina nella sua tana del sonno perpetuo e già ingurgita, già socchiudendo lo sguardo di veglia e calandosi in un nuovo sonno, dove tutto gli appare più vero e dove, soprattutto, sente di avere coscienza del circostante e, specialmente, del suo essere, del suo accadere e dei suoi movimenti interiori.

Vede i flussi nei sogni, ascolta finalmente la vera Voce.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Il gabbiano di terra

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Vi è una radura che prima non era radura, immensa. Nessuno sembra aver veduto o avvertito con altri sensi – finanche col percepire del cuore ­– la sua creazione.

Il gigantesco spiazzo desolato, stepposo, vuoto, si trova nella rotta migratoria di uno stormo di gabbiani. Sarebbe più corretto dire che si trovava, in quanto la rotta – da quando esiste la radura – non è più percorsa dai volatili, e non esiste più la migrazione, e lo stormo è inevitabilmente divenuto branco. Un branco di gabbiani cacciatori.

Nei secoli il gabbiano si è annerito e le ali, come incurvate dal vento forte della radura, si sono rimpicciolite per dare rapidità alle sferzate nell’aria, alle picchiate e ai cambi di rotta, ciechi e istintivi. Le zampe palmate hanno sviluppato artigli oscuri e taglienti e si sono adattate al terreno, indurendosi e trasformandosi in tenaglie, la cui presa inestricabile è potenziata dalla membrana, che servì per nuotare, a mo’ di trappola, per oscurare la vista alla preda e spegnere le sue speranze salvifiche.

Il gabbiano caccia tutt’al più roditori, persi nel tentativo di traversare la radura, da un bosco al bosco più vicino, irraggiungibile, ma comunque migliore dell’inferno da cui provengono. A volte semplicemente s’imbattono nella gigantesca radura per caso, correndo alla ricerca di qualcosa o qualcuno, e lasciano il bosco – un po’ come i gabbiani di terra fecero un tempo che non è più il Tempo: persero la rotta.

Il gabbiano di terra ha deformato il suo becco in un diamante liscio e tagliente, e quando si avventa sulla preda, dall’alto del volo, la punge di nero conficcandosi al terreno, come una freccia. Quando sente che la vita ha definitivamente lasciato il corpicino, ritorna alle sue consuetudini primeve: lo raccoglie nel suo becco, dove inizia a digerirne la vita, per tramutarla in un ammasso di ossa e carne e sangue, dividendola allo stormo, al branco, e tenendone il meglio per sé. 


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Roccia scura

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Nelle profondità cavernose del deserto, dove la sabbia si è condensata diventando pietra che origina monti, colline, pareti a strapiombo sul mare arancio, e tra di essi, nelle pieghe ondose dei granelli smossi dal vento, si formano intercapedini perigliose, labirinti levigati con lentissima sapienza dal sospiro dell’assoluto. Dove il fennec si aggira guardingo, accogliendo i suoni nuovi che s’infiltrano nelle tonalità della lunga melodia, suonata dall’aria al suo passaggio tra le fessure. Lì, dove lo scarabeo si poggia in cerca di nulla nel niente. Nell’imo degli agglomerati duri della rena, dove il buio fitto tramuta la luce, da flebile testa di moro in oro puro e luccicante e infine in scintillante lama scolorata che si mischia all’oscurità ubiqua. Esattamente in quel punto recondito cui occhio nudo non può giungere. In una prigione di silenzio. Lì, respira e vive la Roccia scura.

Essa ha coscienza di sé, si sente. È levigata dal sale del mare che la toccò nelle ere passate, ha conosciuto pesci e alberi e foglie che si tuffarono nel vuoto, per sfiorarla prima di morire. Ha aspettato che l’acqua e la sua gorgogliante vita l’abbandonassero nella tristezza della solitudine. Ha rispettato l’inquilina nuova, anzi, i milioni di minuscoli chicchi e pulviscoli minimi che l’avrebbero guardata con l’ammirazione con cui si scruta l’antico – la saggezza del Tempo. Ha accolto il modo che la sabbia ebbe ed ha di formare le sue sorelle, simili a lei ma, forse, incoscienti. Non sa parlare, non conosce linguaggio la Roccia scura. Riflette, rimugina, rimesta le idee, come globi luminosi che fluttuano nell’eterna notte della sua anima in veglia.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti


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Bestiarius immaterialis - Homo antecessor

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Pochissimi esemplari, dislocati nello spazio a siderali distanze, persistono tra le foreste, i monti e le piane. Si riuniscono in famiglie allargate creando un patto di sangue inscindibile, un accordo che si fonda sulla reciproca consunzione: il vicendevole mangiarsi. Questo è il modo in cui Homo antecessor resiste, sopravvive, si reincarna in sé stesso originando un vortice chiuso di vita che si autoalimenta.

La pelle duttile è come un tessuto, tirato dagli apici fino allo stremo – terminazioni che non esistono di un drappo senza inizio né fine, conchiuso in se stesso – involucro di muscoli gonfi e vivi, sempre pronti all’azione, che si contraggono e distendono in un perpetuo danzare armonico: un simbolo. I rari esemplari di Homo antecessor parlano con il corpo: si toccano e conoscono già i fiumi di linguaggio che l’altro, simile, vuole trapassare, dal proprio al corpo altrui. Non hanno bisogno di parole, che d’altronde non conoscono. Il passaggio di un dito sulla fronte può voler significare tutto lo scibile del cosmo interiore, oppure niente, solo affetto, o ancora un semplice suggerimento, una richiesta, un’informazione utile. Quello che conta è l’intenzione, la volontà.

La mascella dell’Homo antecessor è dura e imponente, fa spavento al piccolo cranio che su di essa poggia. E su questo dissidio si basa la gestualità della reincarnazione, il primo vero rituale di Homo, il primo passo che crea distanza dalle bestie, il pactum.

Homo incide con una pietra la fronte spaziosa della vittima sacrificale, solitamente un esemplare di sesso maschile, ne assaggia il liquido linfatico rosso che sgorga fino alla bocca della stessa vittima, mischiato alla saliva del carnefice. Anch’ella assapora il gusto di quell’unione, leccandone i liquidi mesciti in un’unica pozione fluida.

Il secondo squarcio è quello decisivo: un taglio profondo al collo seguito da un morso famelico e rapidissimo, per non disperdere nemmeno una goccia di Vita, per rigenerarsi: il carnefice e la vittima, e viceversa, in questo infinito e straziante supplizio sensato.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Le sirene

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Donne fino all’ombelico, uccelli marini dalla vita in giù. Esseri divisi tra cielo e mare, squarciati da un’esistenza passata tra i corpi acquatici ad anelare la vita immersa nel vento. L’istinto le porta a respirare sott’acqua da branchie squamose e sopr’acqua da bocche carnose e morbide, che non sentono l’effetto dell’abisso e del suo gelido tocco prolungato. Conoscono il canto supremo che tutto muove e sono maestre nell’esecuzione, armoniosa e controllata, che solo Orfeo, per necessità, ebbe l’ardire di contrastare, e nondimeno superare in potenza. Poggiano il loro corpo, perfetto a metà – una metà per gli occhi vitrei dei pesci e l’altra metà per le percezioni aeree dei viventi sopra l’orizzonte – lo depongono, il corpo – i due corpi – sulla superficie di scogli affioranti, coperti da soffici alghe bagnate. Lì, come predatori incuranti, pigri felini pronti a scattare, s’immolano in vorticosi cantici che provengono dall’affiorare del Tempo e della Vita. Striduli urli che ricordano la nascita e la morte, il richiamo dell’assoluto che tutti gli esseri avvertono e, sentendolo nell’aria intrappolata tra le loro orecchie, non possono rifuggire; devono seguirlo, disperatamente, fino al precipizio e oltre, fino al sogno di una vita passata a metà, tra cielo e mare.

L’illusione scatenata dalle sirene non è un gioco, non è una trappola. Sono le stesse maliarde ad ammaliarsi, loro medesime, a illudersi che l’unione acquatica con gli abitanti delle terre emerse possa finalmente creare una congiunzione, liberarle da quella prigione liquida a metà.

È sincero il richiamo delle sirene. È folle e sincero il richiamo delle sirene. Una richiesta d’aiuto, un singulto, un grido, un’invocazione disperata: un canto impossibile cui sottrarsi è impossibile.

 

 


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Il cigno rosso

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Ogni penna è una sbuffata d’assoluto.

Il manto gonfio, come poggiato s’una crinolina, quando si apre in ali maestose, crepuscolari, il sole l’illumina, stella vicina,  perché brilli d’incanto puniceo. Vedere il cigno rosso equivale a sentire il cosmo intero racchiuso nell’ultimo battito di ciglia. Vedere il cigno rosso è morire. Letteralmente morire.

Così – albero che cade nel bosco deserto, percepito solo da futuri spettri, nella sua valle di lacrime – il cigno rosso è l’unico essere al mondo a conoscere il Linguaggio, a padroneggiare, nel canto, la Voce.

Decanta i versi di un passato raccontato al presente nel futuro, e di un tempo senza Tempo dove la metamorfosi è l’estasi degli esseri illuminati, rimestati in un turbine, creatore esistenziale. Linee di linguaggio meravigliose trasfondono la magia di una visione celeste e purpurea. Da quel frammento dell’intero Linguaggio si diffondono la ragione del cigno e lo scopo supremo del rosso.

Sotto l’implume vello morbido, però, un corpo nudo rimugina sulla propria condizione, agogna la fine, sente che nulla di tutto ciò che vortica attorno a sé, e che egli stesso emana, abbia senso alcuno, e, in effetti, lo sa, lo ha sempre saputo, i versi che invoca, ossessivamente, ne sono l’affermazione, la profezia genetliaca della Voce: nel Nulla è il senso.

Apre il becco e con forza rimastica le liriche della genesi, ripercorre le lettere come uno Sciamano, sussurra le s ed espira le p e ogni vocale illumina una parte del cielo che poi viene sfumata dalle diversità sostanziali delle consonanti. I blu labiali sulla profondità della volta dipingono lo spazio dei gialli dentali e dei verdi palatali; il tocco velato dei rossi velari è l’ultima organza d’innanzi alla Verità che esplode sui piccoli occhi del cigno, chetando l’angoscia della sua consapevolezza estrema – del Linguaggio, del canto e della Voce – e inane.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Ficus sanguinis

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Al margine della Grande Foresta – dove tutto il possibile è potuto succedere, e le piante sono anche animali e rocce, e viceversa; dove la vita è un’onda inconcepibile che mischia le cose e crea, senza sosta, quello che sarà da quello che potrebbe essere – vive il ficus sanguinis e in ogni altro luogo anche, egli vive.

La bestia immobile.

L’arbusto onnipresente.

Ciò che differenzia le bestie dai vegetali fratelli del ficus è il sangue: ebbene, questo albero è una bestia, è un animale. Nelle arterie, che si torcono all’interno del tronco robusto, scorre liquido rosso pulsante, aspirato e poi soffiato via da un cuore gigantesco e verde, fino alle ultime punte di rami e radici oblunghe. Non si nutre di terreno, dell’acqua e del sole; non conosce fotosintesi clorofilliana e non sa che gli altri suoi simili respirano assieme al mondo e per il mondo, depurando l’aria, risanando l’esistenza di tutti gli esseri sanguigni.

Il ficus sanguinis è un predatore: succhia le ultime energie dalle carcasse che si fondono al terreno dopo la morte. Ovunque. È becchino e tomba.

Nei secoli, le sue radici, espandendosi in ogni direzione, legandosi ad altre radici, perforando le rocce, superando i mari e i deserti, hanno raggiunto ogni angolo del mondo e dei mondi, e adesso il ficus sente ogni cosa e tutte le morti che accadono sono per lui festa e nutrimento. Vive della fine altrui, assapora il sangue rancido e nero di corpi invisibili, ormai assediati da terre lontane, risucchiati da terreni distanti, e ne gode. Come qualsiasi altro predatore, la sua principale strategia è attendere, sapere riconoscere il momento giusto e poi attaccare disperatamente. E, seppure sembri che non si muova, che non abbia parte in alcun attacco e in alcuna caccia, è esso stesso, placido e costante, a mandare sorella morte, a richiamare la nera signora, a implorarla di agire per interposta passione, a pregarla di sfamarlo come una sedula madre.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Orso

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Leggendario spirito della Caccia.

Le grosse zampe ne acuiscono il fascino terrificante. Protuberanze, acuminate e potenti, che tentarono la fuga o corsero contro altri esseri, e toccarono l’acqua e il muschio e la terra e le erbe e spezzarono rami. Scapparono dal cacciatore quelle zampe possenti, ghermirono pesci immersi nell’acqua dolce, sul letto del fiume, incuranti, incoscienti: morsi ancora vivi. Morti.

Nei boschi, in cui il primo Homo sorvolava il muschio sulle ali dell’istinto, Orso fu fratello, perché allora potevano capirsi. I versi di tutti quegli Adamo sparsi per il globo erano vicini, prossimi ai rugli dell’animale, comprensibili; e quel pelo fitto s’assomigliava a quello di Homo, che, però, s’apprestava ad allontanarsi da Orso, a distinguerlo, ad arginarlo e a cacciarlo nella riserva naturale della Vita, offerta, nella sua interezza, all’unica specie votata alla folle, egoista ricerca d’imperio sul tutto: Homo.

Già trovava il modo, quel plagiatore, di rubare il miele durante la dolce e dolorosa caccia all’alveare.

Il rito sacro: la sinergia tra gli esseri.

Non rubare: il comandamento primigenio.

E poi arrivò il momento della carne, e dove un tempo Homo poteva assopirsi sul dorso del fratello, adesso Caino desiderava il sangue di Abele, e di Adamo e di Eva, e le ossa delle bestie appese al collo, in ordine su un filo, ricavato da una nerbatura d’albero. E in un attimo tutto si taglia, si sfrange e diventa un macinato carnoso compatto a forma di cono, che gira su se stesso, attorno al baricentro di metallo scadente, lega artificiale.

Si dice che corsero contro il cacciatore, ma avevano animo morbido e rivolto alla Verità.

Non potevano vincere, non poterono sopravvivere nell’inferno di Homo, il dominatore, sovrano di tutto.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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