Bestiarius immaterialis - Orso
Leggendario spirito della Caccia.
Le grosse zampe ne acuiscono il fascino terrificante. Protuberanze, acuminate e potenti, che tentarono la fuga o corsero contro altri esseri, e toccarono l’acqua e il muschio e la terra e le erbe e spezzarono rami. Scapparono dal cacciatore quelle zampe possenti, ghermirono pesci immersi nell’acqua dolce, sul letto del fiume, incuranti, incoscienti: morsi ancora vivi. Morti.
Nei boschi, in cui il primo Homo sorvolava il muschio sulle ali dell’istinto, Orso fu fratello, perché allora potevano capirsi. I versi di tutti quegli Adamo sparsi per il globo erano vicini, prossimi ai rugli dell’animale, comprensibili; e quel pelo fitto s’assomigliava a quello di Homo, che, però, s’apprestava ad allontanarsi da Orso, a distinguerlo, ad arginarlo e a cacciarlo nella riserva naturale della Vita, offerta, nella sua interezza, all’unica specie votata alla folle, egoista ricerca d’imperio sul tutto: Homo.
Già trovava il modo, quel plagiatore, di rubare il miele durante la dolce e dolorosa caccia all’alveare.
Il rito sacro: la sinergia tra gli esseri.
Non rubare: il comandamento primigenio.
E poi arrivò il momento della carne, e dove un tempo Homo poteva assopirsi sul dorso del fratello, adesso Caino desiderava il sangue di Abele, e di Adamo e di Eva, e le ossa delle bestie appese al collo, in ordine su un filo, ricavato da una nerbatura d’albero. E in un attimo tutto si taglia, si sfrange e diventa un macinato carnoso compatto a forma di cono, che gira su se stesso, attorno al baricentro di metallo scadente, lega artificiale.
Si dice che corsero contro il cacciatore, ma avevano animo morbido e rivolto alla Verità.
Non potevano vincere, non poterono sopravvivere nell’inferno di Homo, il dominatore, sovrano di tutto.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Black Lips #8 - Se
Se, chiedendo a un gruppo di persone di scrivere qualsiasi cosa su di un foglio: tre su cinque parlano di pace, uno di libertà e l’altro di Dio e di libertà e di pace.
Cosa significa questo per te?
Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.
le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.
Black lips nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.
Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.
Testi: Andrea Cafarella
Fotografie: Danilo Currò
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Bestiarius immaterialis - Gliptodonte
Il gliptodonte era un po’ gatto e un po’ volpe. Rivestito di una tonda corazza aculeolata: il guscio dell’uovo dentro cui si generano e dal quale vengono alla luce i neonati. Amava avvicinarsi agli altri esseri, lasciare che toccassero sotto la sua armatura quella tenera morbidezza che era il suo corpo spoglio. Consentiva a tutti i viventi, fossero quadrupedi, bipedi, radici o pietre, di giovare del suo spirito di gatto e delle sue debolezze di volpe. Sotto il suo ventre caldo, protetto dal guscio orbicolare, d’esagoni acuminati, accudiva i suoi molti ospiti, tenendoli al sicuro dal freddo, dalle intemperie e dalle zanne preoccupanti dei cacciatori sleali e malvagi.
Quando incontrò Homo s’innamorò perdutamente di quella sua capacità – l’intelligenza – che gli permetteva premurose amorevolezze cui nessun altro essere poteva arrivare – non le si può raggiungere solamente attraverso l’impulso istintivo della vita. La memoria di Homo consentiva alle sue zampe manate di rimembrare i punti di maggior piacere sull’addome del gliptodonte.
Finché il primo Homo non abusò di quell’intimità, trafiggendo il cuore morbido della volpe-gatto per cibarsi delle sue carni succulente.
Diventò presto l’alimento preferito di Homo perché cuocendolo al fuoco, col guscio rivolto alle fiamme, era pratico da sostenere oltre che gustoso. E, soprattutto, non bisognava cacciarlo: era privo di qualsiasi difesa, abbandonato alla fiducia negli esseri e nell’esistenza.
Homo iniziò a offrire il gliptodonte anche agli altri animali, quindi a usarlo come concime e poi come legante per i massi che costituivano la sua tana.
Infine si estinse e per migliaia di anni Homo visse la sua dipartita sentendosi addosso una nostalgia straziante e penosa.
Poi lo sostituì e se ne dimenticò completamente.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Topo morto
Isolato, cacciato a vista dagl’incubi.
Roditore senza niente da rodere. Inventore della masturbazione perpetua: abbietta pratica degli esseri – o non-esseri – della sua specie. Pelo ispido e bruno, sporco. Squittii fastidiosi, suoni di lamento e disgrazia. Una malinconica melopea antica gli suona negli occhietti-bottoni, piccoli e neri, mentre riverbera la eco delle sue solitudini.
Sopravvive scappando, correndo lontano dal rimorso artigliato alla sua schiena. Non si ferma, non rallenta, non torna indietro. Le quattro, otto, sedici, trentadue e più zampe zampettano via all’unisono come rami spezzati dalle sferzate di vento – una musica che non si ferma mai ad ascoltare, il ratto codardo. Infine, rintanato nei meandri più remoti, sta, semplicemente sta: neghittoso, fermo, saturo di ripetizioni.
Perché? Il suo istinto risiede nella paura. Il suo sentire è fatto in modo che ogni minimo rumore, anomalia o cambiamento lo facciano sobbalzare in singulti d’ansia. Perché? Anela alla sicurezza, non alla pace. Desidera l’assenza di pensiero, di azione, di scelta. Persevera nella sua ricerca di noncuranza. Assurge alle risposte e soprassiede alle domande. Non è un topo, semplicemente: non-è.
E quando uno spirito, in stato di veglia, ne avverte il rosicchiare lontano, tutta quell’ignavia lo punzecchia fastidiosamente, fino a contagiarlo, fino a fargli desiderare la risposta: il topo è morto ma la sua condanna ti ha raggiunto e ti toccherà.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Black Lips #7 - Mamma
Mamma
Africa!
Casa primordiale dell’uomo
di noi.
Centro / focolare
brace
del nuovo
di poi.
Africa!
secolare, millenaria.
Mamma!
hai covato l’uovo del tuo stesso male
muoio
se muori.
Nido
di tutti
di ogni
di sogni migratori
rosa e leggeri
su di una zampa
sola,
se ieri eri
l’isola
e ora
signora di morti per fame e guerra e sofferenza
non preoccuparti...
Il tuo popolo
tornerà
ad abitarti / a curarti
e curarsi di te
e a darti da bere.
Mamma Africa!
Perdona i tuoi figli
e nipoti
vorrebbero solo
in cuor loro
tornare
da te.
Cantare / Urlare
di te / per te.
Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.
le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.
Black lips nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.
Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.
Testi: Andrea Cafarella
Fotografie: Danilo Currò
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Bestiarius immaterialis - Il castoro inoperoso
All’interno della Grande Foresta non c’è animale più pigro, rigidamente metodico, del castoro. Poltrisce sul fiume che serpeggia fino a valle.
È una tribù, una famiglia estesa, una comunità fitta di corpi pelosi e bagnaticci, il cui pregio più spiccato risiede nelle zanne fissate all’interno della bocca: gli incisivi, e nelle zampe pinnate, nuotanti, atte a spostarne la carcassa, senza sforzo, tra la riva e la diga, la diga e la riva. L’occupazione cosmica, il contributo all’universo, l’azione definitiva di questo animale è la costruzione di dighe. Dall’alba dei tempi – costellata di leggende ancestrali e brandelli di voci periture – le costruisce per viverci dentro. Dormire, sognare, cibarsi, tutto quel genere di cose che un essere compie per sopravvivere, dentro una diga.
Vi è un esemplare leggendario, unico, tra questi bizzarri animali, che trova l’attività di edificazione delle dighe-tane inutile. Ha smesso di usare le sue zanne, che non sono cresciute. Ha smesso di usare le sue pinne e si sono rattrappite. Lentamente si è sollevato sulle zampe posteriori e ha iniziato a camminare. Vive in una tana scavata all’interno di un albero e intrattiene cordiali rapporti con gli altri esseri della sua razza; lo ammirano, pensa lui. Lo annusano, come sempre, si strofinano su di lui mentre il castoro nullafacente li accarezza dall’alto della sua nuova statura e, di tanto in tanto, si affaccia da una fessura del suo albero e guarda il fiume, e muore di nostalgia.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Gallina-usignolo
Si dice che sia una gallina, ma il cieco la scambierebbe per un usignolo.
Il corpo goffo, dovrebbe toccarlo per sentire quelle ali di pollo ingombranti e inutilizzabili per l’eventualità del volare: potenzialità disattese. Il collo lungo a cono, dovrebbe tirarlo, il cieco, per sentire un grido di gallo. Solo la tortura la scuote, rianimando la sua vera natura – o la sua falsa natura, il suo destino imprescindibile di pollastra.
Normalmente, però, il suo canto è dissimile dal suo essere materiale, si fa irriconoscibile, di altre corde vocali e altre gole e becchi o bocche. Delicato e soave, in armonia con il vento.
Il suono che le fuoriesce dalla bocca è come il silenzio, meglio ancora, è la musica del silenzio.
Ammalia i passanti, di qualunque razza essi siano, rallenta i cuori e li porta a lei, per innalzarsi, ogni giorno, a usignolo ed elevare la sua condizione di volatile che non sa volare e che presumibilmente non saprebbe nemmeno cantare. E lei, la gallina, non sa volare e forse non sa nemmeno cantare, ma imita l’usignolo e si scopre unica: un’anomalia nella massa pennuta. Va in estasi cantando come un usignolo, quella che si dice sia una gallina.
Alla fine anche il cieco, palpeggiandola e manipolandola incurante, la scoprirà essere soltanto un’imitatrice ma, comunque, un’interprete eccezionale, seppure del suono di un’altra creatura. Una – trasmigrando da una gallina a la gallina-usignolo – che, tramite la somiglianza con il differente, trova il senso nel difforme.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Black Lips #6 - Uguali
Uguali
Vengo dal Ghana.
Sono tunisino.
Je suis algérien.
I am from Nigeria.
...
...
...
perché
pensate
e dite (tra voi)
che noi
siamo tutti uguali?
Dovremmo
almeno
essere tutti uguali
(anche
a voi).
Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.
le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.
Black lips nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.
Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.
Testi: Andrea Cafarella
Fotografie: Danilo Currò
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Bestiarius immaterialis - Makemake
Idoli di pietra incastonati nella terra nuda, simulacri di Homo, dove si poggia l’uccello sacro, a metà di un cammino circolare, eterno ritorno, un pellegrinaggio rituale verso la vita nuova. Le creature che incontrano il Makemake si tramutano: è una metamorfosi volatile. Crescono ali sulle schiene dei topi, dei bipedi, financo dei marini, rettili e pesci. Prominenze sottili e tese. Rigonfiamenti dello spirito.
È tutto là il potere del dio: la metamorfosi.
La mutazione si offre agli occhi della rondine di mare oscura che si riconosce nel gioco di specchi in cui tutti le somigliano, tutti possono volare, tutti gli esseri beccano in cerca di cibo vermoso. Si sente vicina ai roditori, la sterna fuscata, bianca e ricoperta di nero, o negra ma col ventre d’avorio.
Diventa pesce o inizia a correre su due zampe, sul bagnasciuga sterminato e tra le statue che si trasformano in volatili immensi, di pietra. Immagini irriconoscibili di un volo impossibile.
Il viaggio della rondine si effonde nelle sue uova: esternazioni dell’esistenza. Homo le ruba, le porta via, leggere e fragili, sui palmi delle zampe dal pollice opponibile, fino alla sua isola, per rivendicare il suo ruolo nel rituale della mutazione, per divenire, esso stesso, un angelo di Rapa Nui, un linguaggio divino, una parola che si perde nell’oceano, come una goccia che cade, assieme al temporale, sulla distesa di nulla liquido cui tutti anelano e che ogni cosa circonda e contiene.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - L'ombra del segugio
Occhi di fiamma s’accendono all’avvento del notturno.
Dov’è?
Non trovandosela accanto il cane si tende tutto, ulula all’oscurità e inizia a cercarla con frenetica rabbia. Segue la foresta per i suoi alberi verdi, ora neri; e per i suoi sentieri marroni, ora neri; e per la sua anima immensa, ora assopita e nera. La selva notturna corrobora il pericolo: le tracce si nascondono nelle macchie plutoniche, i rumori sbattono sui tronchi e cambiano il senso dei percorsi, s’insinuano, diventano la notte stessa. Si confondono: lo spazio, i pensieri, le visioni, la Verità.
Il fiuto canino non serve per cacciare l’insensato. Si perde nel fango umido della ricerca infinita, delle piste sbagliate; i lunghi appostamenti nell’attesa di una foglia, su cui una lacrima boschiva si lascia accompagnare al suolo, in planata, e quel delicato rumore impercettibile si fa tuono per il segugio che scatta, e scatterà durante tutta la lunga assenza del Sole: il suo unico vero padrone.
Al ritorno della stella si stenderà immenso lo spettro della sua esistenza – del suo abbaiare e del suo ansimare, con la lingua penzolante oltre la parte destra delle lunghe labbra pelose – e ridiventerà, come ogni giorno, il compagno fedele, ombrifero, di quello storpio animale del buio. Il miraggio di una presenza, l’apparenza del percepirsi.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Black Lips #5 - Prima
Prima
Prima
stavamo bene
Io
pa’, ma’
e tre fratelli
due sorelle.
La guerra ha preso
pa’
e due fratelli
e la testa di ma’.
Siamo rimasti
in quattro
e un corpo
vuoto.
Poi
siamo scappati
Io sono vivo.
Pa’, ma’
– il suo corpo –
e tre fratelli
due sorelle
Io
non
lo
so.
Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.
le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.
Black lips nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.
Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.
Testi: Andrea Cafarella
Fotografie: Danilo Currò
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Da lontano e da sempre. Un pensierino per Julio e Jorge Luis
C’è un momento, della mia vita da lettore, che vorrei non scordarmi mai (che sembra un po’ la traccia di un pensierino e un po’ lo è e, parlando di una cosa così piccola e personale, forse, non potrebbe essere altrimenti):
Avevo letto Rayuela l’anno prima e mi aveva sconvolto – un effetto abbastanza comune, credo, per chi riesce ad immergervisi, almeno un po'. Mi ero appena trasferito a Roma e tra le prime persone che conobbi c’era F, che è uno degli individui che tutt'ora preferisco, in assoluto . Quando ci incontrammo la prima volta, scrivendo la mia data di nascita, mi informò, con distratto entusiasmo, del fatto che sono nato lo stesso giorno e lo stesso mese di Julio Cortázar (pronunciando il suo nome con l’accento al punto giusto, che io, ignorante, non avevo mai considerato, non potendone, in pratica, parlare con nessuno che mi potesse correggere) (facendomi rendere conto, inoltre, di avere totalmente ignorato la data di nascita, o di averla, ancor peggio, scordata). Questo dato insignificante e minuscolo, che era sempre stato a portata dei miei occhi, mi rese orgogliosamente felice, come se mi spettasse qualcosa di misterioso e straordinario da quella rivelazione e mi sembra riverberarsi ancora oggi nelle mie scelte piccolissime e in quelle decisive.
Mi piace pensare – in modo del tutto infantile, me ne rendo conto – che qualcosa di lui viva in me, pur sapendo che vive in chiunque abbia letto le sue frasi perfette e complesse e il suo scintillante linguaggio che, ineluttabile, s'insinua e si mischia al sangue e alla carne. Ti contagia, è un’anomalia. Distorce il modo che avevi di vedere la letteratura e le cose del mondo e tutto cambia, inevitabilmente.
Riporto qui un estratto da Il giro del giorno in ottanta mondi (pubblicato da Sur edizioni e nuovamente in tutte le librerie, sempre con la spledida traduzione di Eleonora Mogavero) in cui Cortázar omaggia il suo e nostro maestro Jorge Luis Borges (peraltro nato il 24 Agosto) con una poesia raffinata, densa e magica. Anch'io «oggi la mischio a questo mazzo di carte e magari qualcuno te la leggerà a Buenos Aires, Borges, e tu sorriderai, la tratterai un attimo nella tua memoria, che conosce migliori occupazioni, e a me questo basta da lontano e da sempre».
The smiler with the knife under the cloak
Giusto a metà dell’ensaimada
si bloccò e disse: Babilonia.
Pochissimi capirono
che voleva dire il Río de la Plata.
Quando se ne resero conto era ormai tardi,
chi fermerà quel puledro che galoppa
da Patmos a Gottinga con le redini tese?
Si cominciò a parlare di vikings
al café Tortoni,
e questo guarì alcuni da Juan Pedro Calou
e fece ammalare i più deboli di rune e di David Hume.
Lui intanto leggeva
romanzi polizieschi.
Scrissi questa poesia nel 1956 in India, of all places. Non ricordo bene le circostanze, avevamo parlato di Borges con altri argentini cercando di dimenticare per un po’ il bombardamento di Suez e un documento dell’Unesco sulla comprensione internazionale che ci avevano dato da tradurre; a un certo punto sentii che il mio affetto per lui, all’improvviso quasi tangibile fra sikh e odore di spezie e musica di sitar, era come un practical joke telepatico che Borges mi stava facendo dalla sua casa di calle Maipú per poter dire in seguito: «Strano che qualcuno mi voglia bene da un posto inverosimile come Nuova Delhi, vero...?!» E il foglio di carta si inceppò nella macchina mentre ricordavo certe lezioni di letteratura inglese dalle parti di calle Charcas, in cui lui ci aveva spiegato come il verso di Chaucer fosse esattamente la metafora creola di «portare il coltello sotto il poncho», e mi invase una tenerezza idiota che annegai nel succo di mango e nella poesia che non inviai mai a Borges, intanto perché io Borges l’ho visto soltanto due o tre volte in tutta la mia vita, e poi perché quanto a mandare poesie la vita mi ha chiuso i rubinetti verso i trentotto anni.
Non volli mai renderla pubblica anche se stavo per farlo quando la rivista L’Herne mi chiese un contributo per il numero dedicato a Borges, ma sospettai che i borgesiani di professione avrebbero visto un’ironica mancanza di rispetto in quel futile riassunto di tutto il bene che ci ha fatto la sua opera. Fu quasi un peccato perché il numero, quando uscì, era così grosso da sembrare un elefante, ragione per cui sarebbe stato il veicolo perfetto per la mia poesia indiana; comunque oggi la mischio a questo mazzo di carte e magari qualcuno te la leggerà a Buenos Aires, Borges, e tu sorriderai, la tratterrai un attimo nella tua memoria, che conosce migliori occupazioni, e a me questo basta da lontano e da sempre.
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Il nulla
Massa informe primigenia di sangue, fango e sperma.
Può avere ali per il volo, pinne per il nuoto e zampe per la marcia o può strisciare sul ventre o sul dorso. Branchie e artigli retrattili; anima, cervello, cuore, stomaco: protrattili ed espandibili. Sensi acutissimi o assopiti dal nessun uso, in letarghi senza termine; percepisce i suoni da grandi orecchie elefantine e può allungare il naso come un formichiere per assorbire gli odori più specifici e fugaci; la sua pelle è armatura distaccata o epidermide nuda, gelatinosa, ipersensibile. I suoi occhi, uno e moltissimi, ciclopici e ommatidi. Ciechi e onnivedenti. Come una corda, la sua lingua può stendersi in lunghezza e diversificare i gusti stesi sulle papille gustative (foliate, filiformi, fungiformi o informi), per riconoscerli: ognuno con la sua punta misteriosa di dolceamaro; oppure farsi matassa per inglobare il miscuglio delle diversità in un solo e unico sapore: la Vita.
Cielo, mare, fuoco, terra: domina gli elementi, adattandovisi.
Il divenire e la metamorfosi sono i suoi segreti, il cambiamento è la sua natura.
Non vi è aspetto definibile nell’essere che si vede ed è fantasma, che ci può essere ma non c’è, che esiste ma non si può percepire, eppure è: la parola nascosta, il linguaggio dell'assenza: .
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Bestiarius immaterialis - Pesce diavolo
Squame di tenebra per pelle: arroncigliate, brillanti, spruzzi di notturno. Il corpo serpentino e polposo. La testa adornata di spuntoni che si aprono in corona all’altezza delle branchie. Pinne neroidi spezzano visualmente in parti il busto-coda-corpo. Sei grosse pale sottili, per il nuoto e per il volo.
Mostro, drago, serpe malefica, pesce diavolo: così lo si conosce. Anche se la presentazione, il primo impatto, non comprende lontanamente l’arcana complessità perversa dell’incontro.
Il primo incontro è nel sonno.
I suoi movimenti sono flussi di luce spenta che s’insinuano nelle trame del pensiero. Vederlo è una scossa che infiamma lo sterno e sconvolge la lucidità, per sempre. Il suo silenzio privo di versi, bolla d’assoluto. I suoi occhi vitrei, diamanti nella pégola. La sua anima strabordante intimorisce il viaggiatore, lo riporta alla coscienza se scivola inconsapevole nel letto della mediocrità.
Dimora nel lago, dinanzi al tempio, assieme alle carpe, gli storioni e i pesci rossi, che vicendevolmente si mangiano, attraversando l’acqua salmastra senza meta né direzione.
Dorme, e quando dorme tutti gli abitanti delle acque lo seguono nell’occulto della morte. Le creature del tempio ne sentono il vibrare, risvegliano i loro animi assopiti nella meditazione e ritrovano la forza devastante del supremo.
La sua esistenza è un dono; la sua volata: un eufonico motivo perturbante, il motivo che tiene in piedi questo castello d’acqua chiamato Verità, riportando tutto al sogno, al nucleo, all’inviolabile.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Black Lips #4 - La cosa più importante
La cosa più importante
Pour moi
la cosa
che davvero
è la più
importante
del mondo,
di tutte.
Più di te
di me
di mamma e papà
Più di tutte
le cose
del mondo.
Più dei bambini
delle storie
dei vecchi
più di noi
Per me è:
la paix.
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Black lips nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.
Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.
Testi: Andrea Cafarella
Fotografie: Danilo Currò
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Bestiarius immaterialis - Nero cavallo della notte
Generato dall’oscurità delle ossessioni oniriche, dalla diabolica immaginazione dell’incoscienza. Esiste, più di ogni altra creatura vivente, perché contenuto in ogni coscienza, sempre pronto a essere.
Ha forma di cavallo ma più grande o più piccolo o con tre zampe o due o con la testa d’uomo, di donna, di mostro, di altro animale, o senza testa, o soltanto con il muso lungo e gli occhi e le piccole orecchie, lì attaccate ai lati del crine, ma senza corpo e senza zampe e senza muscolatura.
Si nutre di paura al suo stadio primevo: istintivo-percettiva: sanguigna.
Trotta indolente o corre al galoppo nei sentieri del profondo, è un’ombra. Nascosto tra gli spettri, sbuca dalle tenebre per atterrire. Disgusta quelli con poco fegato, sostituendo le sue fibre a carne putrefatta che cola fino al terreno raggrumandosi in cumuli di sangue nero. Nitrisce e s’impenna e fa rumore, e non basta cospargere tutte le strade di paglia per attutire il fragore dei suoi zoccoli appuntiti, e non basterebbe nemmeno dare fuoco a tutto quel pagliericcio per illuminare il buio che gli si srotola dalla criniera: le fiamme lo avvolgerebbero regalandogli nuova possanza, terrore in surplus, e la plusvalenza del suo atterrire si raddoppierebbe – egli è generato dalla forza creatrice della percezione, incontrollabile, che tutto forma e muta. Non esiste, eppure è un cavallo, nero, procreato dalla notte dell’anima.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Bestiarius immaterialis - Avvoltoio sepolcrale
Le sue ingombranti ali rannicchiate e la gobba spoglia – iconicamente: il becchino richiuso nel cappotto – appaiono tali e quali a quelle degli altri suoi simili sparsi nel cielo. Esseri legati inscindibilmente alla morte, da cui assorbono la vita. Uccelli funerari, simboli fraintesi del male e dell’oscurità, come gli stessi necrofori.
Gli avvoltoi tibetani si distinguono dai loro fratelli non per indole o per forma, ma perché fecero un patto con Homo, secoli e secoli fa. Specificamente con i monaci buddhisti che dimorano, sotto le zampe galleggianti degli alati, sul terreno duro delle alture sacre dove alla notte riposano e meditano. I cenobiti hanno appreso il dono della comunione con il circostante e del silenzio contemplativo che unisce a tutte le anime, dalle viscere, perciò parlano la lingua degli avvoltoi, con i quali, alla notte, riposano e meditano.
Fu possibile ad Avvoltoio interloquire esclusivamente con questo Homo: la particolare varietà che veste stoffe d’arancio e porpora sulle pelli e che mai si ciberebbe di carne per propria scelta (piuttosto la morte!), che mai tradirebbe l’animale o qualunque altro essere, per ossequio verso tutto ciò che vibra: dal vento antico al sogno sempre appena nato.
L’accordo tra Homo e avvoltoio è divino e mistico, si basa sulla sacralità della fine ritualizzata nel funerale celeste.
Avvoltoio si ciba dei defunti tra i monaci, che Homo serve canonicamente ai becchi affamati, in una liturgia che ricircola le energie dell’universo, riempiendo il flusso di un senso originario e rendendo Avvoltoio essenziale – l’essenza stessa della morte – esecrazione della fine e rinascita benedetta.
Testo: Andrea Cafarella
Illustrazione: Emiliano Martino
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Black Lips #3 - Nera
Nera
Invade tutta la città
nuovi migranti.
Confonde
di nuovo
bene e male
fede uno e fede due
lavoro e schiavitù
elemosina e carità.
Non sono briganti, non sono pirati!
La sabbia
nera
dell’Etna
invade tutta la città.
Spazziamo i balconi
le strade e le vie
le case e le ville
i palazzi bassi
come nani, timora
come ignoranti.
Non sono pirati, non sono briganti!
Nuovi migranti
come noi, poco fa
e adesso
ci confondiamo
neri e bianchi
dottori e lavapiatti
signori e mendicanti
gente falsa e gente vera
mentre invadiamo le altre città
come la sabbia dell’Etna
Nera.
Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.
le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.
Black lips nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.
Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.
Testi: Andrea Cafarella
Fotografie: Danilo Currò
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Black Lips #2 - My name
My name
Il mio
nome è:
Omar
Fasasi
Ndulu
Sunday
Banga
Dinari
me.
La prima
first
volta
time
ho visto queste foto
saw this picture
ero sorpreso
felice
pensavo che erano solo for fun.
Poi
osservandole da vicino
closer
I UNDERSTOOD
HO CAPITO.
Sono un messaggio di pace
di libertà
di bellezza
(di diversità?)
Quando le guardo, mi ricordo tante cose e
tears comes down from my eyes.
Lacrime
scendono giù
dai miei
occhi.
Il mio nome è
anche il vostro.
Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.
le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.
Black lips nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.
Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.
Testi: Andrea Cafarella
Fotografie: Danilo Currò
l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti
Black Lips #1 - Poi
Poi
Era una barca grande
sicura
ci hanno detto.
Quando siamo arrivati al mare
abbiamo visto una barchetta
piccola.
Tutta la notte
tutta la giornata
poi alla sera
si è rotta.
Hanno perso la
testa
tutta la notte
tutta la giornata
vogliono nuotare.
Cinque
Sei
metri: poi
non ce la fanno
poi
cominciano a gridare
poi
aiutatemi, aiutatemi!
Poi via.
Vediamo tante barche che passano
urliamo, urliamo!
ma nessuno
non veniva.
Poi
eravamo quasi morti.
Non lo so se non vedono o fanno finta di non vedere.
Altri son morti
nella notte
rimaniamo quasi tre.
Io
mio cugino
altra persona.
Poi
alla sera
è piovuto.
Dopo il
piove
abbiamo avuto il
freddo
che ha ucciso mio cugino.
mi ha detto:
« lasciamo stare, tutta questa gente è morta, moriamo anche noi, non nuotiamo, lasciamo stare, rimaniamo su fino alla fine ».
L’ho chiamato, l’ho chiamato
ma nessuno
non risponde,
era andato
via.
Poi
si comincia
a pensare male. Perché
sono andati tutti
sei rimasto solo.
...
Poi,
ho preso la corda
ero quasi morto.
Poi:
Lampedusa.