Hotel Kranepool

Sono passati i tempi in cui uno poteva guadagnare da vivere scrivendo racconti. Un romanziere di grande successo disse che il lavoro ideale per narratori è ragioniere di bordello. L’Hotel Kranepool non è un posto così, e non so ragionare, neanche a costo di rimetterci la pelle. Il manager mi guardò appena, e non mi fece accomodare. Lesse il foglio che gli avevo dato e disse, “Portiere di notte.”
C’è una branda nella stanzetta dietro la reception. Il monitor di sorveglianza emette un lieve ronzio, e un bagliore caloroso, nelle notti fredde. L’albergo è abbonato a una grande varietà di riviste, che si trovano accatastate ordinatamente su vari mobili nella hall. Gli ospiti sembrano avere poco tempo per le pubblicazioni cartacee. Io invece, almeno in teoria, avrei tutto il tempo del mondo.
Ogni ora, più o meno, dovrei fare le ronde. Senti se qualcuno urla in maniera preoccupante. Guarda se scorre sangue da sotto le porte. Controlla che non ci siano finestre rotte. Se ne trovi una aperta, guarda se un’ospite ci è saltato. Non succede spesso, ma succede.
Di solito senti prima le sirene.
Il manager è un tipo decente. Dice che voglio scrivere per aiutarmi a stare sveglio, sono affari miei. Per contraccambiare, gli ho dato alcuni libri. Senza guardarli, ringraziò.

Il manager mi guardò come fossi impazzito quando gli chiesi se si poteva spegnere il sistema sonoro Muzak durante il turno di notte.
“Di che stai parlando?” disse.
“Magari gli ospiti preferirebbero non dover sentire musica mentre cercano di dormire,” dissi. Intendevo, mi sta facendo impazzire mentre cerco di scrivere, o di leggere riviste, tra le ronde di sorveglianza. 
“Voglio dire, qui al Kranepool non ce l’abbiamo, il Muzak. Nemmeno nella sala da pranzo. Non esiste suono al mondo che mi dia più fastidio che melodie sul vibrafono.”
“Come fa a sapere che sono coinvolti vibrafoni?”
Mi guardò come per dire, vuoi fare il furbo? “Bene, nottambulo. La tua missione sarà di scoprire donde viene questa musica notturna. Alcune persone, forse lo sai, ricevono trasmissioni radio attraverso le loro otturazioni dentali. Se scopri che la musica ce l’hai in testa, ti puoi costituire al manicomio più vicino, e noi ci cercheremo un altro portiere di notte.”

Pensieri di rinnovata disoccupazione e di manicomio diedero impeto alle ronde di quella notte. Cominciai nella sala da pranzo, dove di solito si possono rimediare panini, burro e marmellata, rimasugli della colazione. Mungendo il samovar, si ottiene di solito una tazza di caffè maniacalmente forte. Là dentro si sentiva musica. Era fioca, ma comunque erano presenti note di vibrafono che raffreddavano l’aria. Le tende di lino si muovevano quasi impercettibilmente.
C’erano luci accese in alcune delle stanze che, secondo il registro, non erano affittate per la notte. Niente ombre che indicassero movimento. Non controllai se le porte erano aperte, da poter entrare e spegnere le luci. Nemmeno bussai. Stavo cercando musica. Un pensiero mi rodeva: se dovessi entrare in una delle stanze illuminate, forse avrei trovato un uomo in piedi su una sedia, che reggeva una radio accesa sotto lo sfogo dell’aria condizionata. Il mistero sarebbe risolto, ma sarebbe anche stata una situazione scomoda. Il portiere provvede sicurezza, coperte e cuscini extra, e informazioni utili per le attività notturne degli ospiti. Non sono lì per fare domande, o dare ordini. “Per favore spenga la radio e vada a letto, signore. È tardi.” 
L’Hotel Kranepool ha una piattaforma d’osservazione. Gli ospiti possono ammirare i decolli e gli atterraggi di aerei all’aeroporto. C’è anche un ottimo panorama di un albergo in centro che ha all’ultimo piano un ristorante-bar. Rotea come il piatto di un giradischi al rallentatore.
L’illuminazione lassù all’osservatorio è strana. Le sfere luminose sono spettrali anche quando sono accese. Il soffitto non è terribilmente alto. Note cristalline trasparivano da quei corpi vitrei. Pensai che potesse essere uno scherzo delle brezze notturne, quindi controllai le finestre. Erano chiuse, e saldamente. Le notti in questa città sono sorprendentemente fredde, e poi ci sono le zanzare, nate da pozzanghere sul tetto stile Internazionale. Mi alzai su una sedia, e ascoltai.

The days when a guy could make a living writing short stories are over. A fabulously successful novelist once said that the ideal job for fiction types is bookkeeper in a whorehouse. The Kranepool’s not that kind of joint, and I couldn’t keep books to save my life. The manager barely looked up, and didn’t say please sit down. He read the sheet of paper I’d handed him and said, “Night man.”
There’s a cot in the little room behind the reception desk. The surveillance monitor hums gently, glows warmly, on cold nights. The hotel subscribes to a wide variety of magazines, which cover the lobby’s coffee table in orderly stacks. The guests have no time for print media. I have all the time in the world. At night, at least.
Once an hour or so I’m supposed to make the rounds. Listen for screams, the bad kind. See if blood’s flowing from under doors. Check for broken windows. Find one open, look down to see if a guest jumped. Doesn’t happen often, but it does.
Usually you hear the sirens first.
The manager’s a decent guy. He says if I want to write while I’m at the desk in order to stay awake, great. I gave him some books. When he asked, I said he could keep them. The manager looked at me like I was nuts when I asked if I could turn off the Muzak machine during the night shift.
“What’re you talking about?” he said.
“The guests might prefer not to have music, when they’re trying to sleep,’ I said. What I meant was, it was driving me nuts when I was at the desk, trying to write stories and read magazines in between inspection rounds.
“What I mean is, we don’t have Muzak here at the Kranepool. Not even in the dining room. There isn’t a sound in the world that bugs me more than vibraphone melodies.”
“Then how’d you know there’s vibraphones involved?”
His look said, wise guy, huh? “OK, night man. Your mission is to find out where this Muzak of yours comes from. Some people, you know, receive radio transmissions through the amalgam fillings in their teeth. If you find out the music’s all in your head, you can check yourself into the nearest mental hospital, and we’ll find us another night porter.”

Thoughts of fresh unemployment and the nuthouse meant I went walking, after midnight. The dining room’s usually good for stale rolls and the samovar can be milked for a cup of weapons-grade coffee. The music was faint, but it was there. Vibraphone notes lent a chill to the air. The muslin curtains moved. 
There were lights on in some of the rooms that weren’t supposed to be rented for the night, according to the register. No shadows to indicate movement inside them. I didn’t check to see if the doors were open, so I could go in and switch the lights off. Didn’t knock, either. I was looking for music. But a thought bugged me: if I went into one of the lit rooms, I might find a man standing on a chair, holding a ghetto blaster up to the air vent. They mystery would be solved, but it’d be awkward. The night porter’s there to provide security, extra blankets, and information that might help guests in their nocturnal ramblings, not to ask them questions, or give orders. “Please put the radio down, sir, and go to bed. It’s late.”
The Kranepool has an observation deck. Guests can watch airplanes take off, circle, and land at the airport. There’s also a good view of a hotel downtown that features a rotating bar and restaurant on its top floor. 
The lighting scheme up there in the observatory is odd. The luminous spheres are ghostly even when they’re switched on. The ceiling isn’t terribly high. Glassy notes floated down from those vitreous bodies. I thought it might be a trick of the breeze, so I checked the windows. They were shut, tight. Gets surprisingly cold in this city, at night, and then there are mosquitoes, born from puddles on the International Style roof. I stood on a chair, and listened.

Matthew Licht