Old Mold, New Mold/Muffe, vecchie e nuove

La muffa non dorme mai. Ai portieri di notte è concesso di appisolarsi, ma è meglio non esagerare. I manager ti vogliono stropicciato e intontito dal sonno quando arrivano, la mattina. Borse grigie sotto gli occhi sono segni di solerzia.

Passano molte notti senza chiamate alla reception. Suonano campanelli attutiti quando qualcuno entra nella hall dal mondo di fuori, ma non succede spesso. Fanno scattare. Evito i paragoni con criceti ammaestrati.

L’Hotel Kranepool è un posto tranquillo quando c’è buio fuori, ma non sempre.

La signora nella Stanza 512 disse che la muffa nel bagno le impediva il riposo. “Fa un suono sgranocchiante,” sussurrò, come se avesse paura che la muffa la sentisse. “Come una persona obesa e sdentata che mastichi semolino.”

Lasciai la targhetta Torno Subito sul banco della reception e salii in ascensore. Anche l’ascensore sembra che mastichi, almeno in salita. Forse è solo di notte, però. Il Kranepool ha fame, quando gli internati hanno mangiato e si sono coricati.

La signora in 512 stava a piedi nel corridoio moquettato, reggendo la porta, come se avesse paura di stare nella camera. Aveva sciolto i capelli bianchi. Non si era messa l’accapatoio Kranepool. La sua camicia da notte era translucida, come le tende delle docce dell’hotel, sulle quali affiorano macchie trasparenti quando si bagnano. La gestione ha affissato insegne per pregare gli ospiti di lasciare aperte le finestre dei loro bagni quando escono.

La sua camicia da notte presentava ombre sfumate nei punti di contatto con la sua pelle. 

Forse la fissai. Pensavo a muffa.

La luce del bagno era accesa. La camera era illuminata solo dall’abat-jour sul comodino accanto al letto. Non c’è televisione, al Kranepool. Alcuni ospiti se ne lamentano, altri dicono di gradire la vacanza dalle radiazioni catodiche, e dalle voci trasmesse. Stava leggendo un denso libro dalla copertina blu, non si leggeva il titolo. Le tende chiuse venivano smosse dall’aria fresca che entrava dalla finestra socchiusa.

Ascoltammo. Ci guardammo negli occhi.

C’era un suono, come di nuvole grigie che si baciavano appassionatamente in una cella carceraria tappezzata di ovatta polverosa. Mi guardò, come per dire, “Te l’avevo detto.”

I rumori di fame romantica venivano dal bagno. Lei si sedette in sul letto. Entrai nel bagno.

Lo specchio sopra il lavabo non era appannato, anche il vetro smerigliato della finestra era libero di ombre. Non c’erano macchie nella vasca da bagno, né nella cabina doccia, o sulla tenda. Mi chiusi dietro la porta del bagno. C’era una lieve macchia nella parte di sopra a destra. Quando la guardai meglio, la macchia espanse e crebbe. Dal suono che produsse, decisi che era meglio muovermi piano. La muffa, come spore di piede d’atleta, può saltare. Presi una salvietta dalla rastrelliera cromata sopra la vasca da bagno e strofinai. Era come un gioco che mi piaceva da bambino. Tracciavi formule e diagrammi come uno scienziato impazzito al comando di qualche lunatica macchina spaziale, poi, quando le cose si complicavano troppo, potevi cancellare lo schermo argentato girando una manopola. Quel gesto dava grande soddisfazione. Ripetei l’intervento sulla porta ammuffita, e appallottolai la salvietta.

“Ora dovrebbe essere tutto a posto,” dissi.

Stava leggendo il suo libro. La parte in cima di lei scompariva contro le coltri bianchi e la parete bianca. 

L’ospite della stanza 512 sembrava un fantasma dal viso il colore della pelle.

Ascoltammo un poco. C’era silenzio, a parte il vento fuori.

“Buonanotte,” disse lei. 

La lavanderia dell’hotel è in cantina, direttamente sotto la cucina a pianterreno. Di notte, un bagliore verdastro pervade quella camera piena di acciaio inossidabile. Le radiazioni gamma neutralizzerebbero germi, materiale genetico umano e acari. Buttai la salvietta macchiata nel cesto della biancheria, che sembra il fratello minore di un ciclotrone, crivellato di colpi.

Il resto della notte è passato senza problemi, come tante notti qui al Kranepool. Mi afflosciai sulla brandina nella cabina dietro la reception. Feci un incubo erotico con Mary Tilden, la temibile bulla di uno dei licei che frequentai quando mio padre era nella Marina Militare.

A volte faccio colazione all’hotel prima di tornare a casa. Per me è la cena, suppongo.

Gli ospiti mattinieri si pappano il meglio del buffet. La collega incaricata della prima colazione sembra scocciata quando mi aggrego a loro, ma ne ho diritto. Ho controllato. 

La giornata prometteva splendore.

I pochi ospiti presenti non potevano masticare così rumorosamente. Qualcuno gridò in cucina, e fece cadere un vassoio carico di porcellana pesante. Mi sentii responsabile, come se avessi sbagliato qualcosa durante la notte.

La collega incaricata del pasto mattutino stava in cucina trafissa. Teneva le mani sulle guance, paralizzata in un urlo da film-horror muto. Fissava una chiazza scura sulla parete accanto alla finestra. La macchia nerastra si espandeva piano, mangiando il vuoto bianco.

Mold never sleeps. Night porters are allowed to, but it’s better not to overdo it. Managers want you rumpled and bleary when they come in. Gray bags under the Night Porter’s eyes are the mark of a job well done. 

Most nights pass with no calls to the front desk. Muted bells bong when someone enters the lobby from the outside world, but that doesn’t happen often. Still, the job is to be alert, buttoned up and at your post while the echoes bounce around the lobby. 

The Kranepool’s a quiet place when it’s dark outside, but not always.

The woman in Room 512 said the mold in the bathroom was disturbing her rest. “Makes a crunching sound,” she whispered, as though she were afraid the mold might hear her. “Like someone fat, without enough teeth, mushing oatmeal.”

I left the Be Right Back sign on the desk and rode the elevator upstairs. The elevator makes chewing sounds too. Maybe it’s only at night, though. The Kranepool gets hungry, when everyone’s eaten and gone to bed. 

The lady in 512 was standing barefoot in the carpeted corridor, holding the door, as though she were afraid to be in her room. She’d let her white hair down, hadn’t put on a Kranepool bathrobe. Her nightgown was translucent, like the hotel’s shower-curtains, which bloom with clear spots when wet. There are signs posted asking guests to please leave the bathroom windows of their rooms open when they go out. 

Her nightgown showed nuanced shadows at points of contact with her skin.

Maybe I stared. Mold on the brain.

The light was on in the bathroom. The room itself was lit only by the reading lamp on the little bedside table No television, at the Kranepool. Some guests complain about this, others say they enjoy the break from cathode radiation and broadcast voices. She was reading a thick book with a blue cover, its title indiscernible. The drawn curtains moved, stirred by fresh air from the slightly open window. 

We listened. We looked at each other. 

There was a sound, like gray clouds kissing each other passionately in a prison cell lined with dusty cotton wool. Her look said, told you so.

The romantically hungry noises came from the bathroom. She sat at the foot of the bed. I went in.

The mirror over the sink was unfogged, the frosted window shadow-free. No stains on the bathtub, shower-stall or shower-curtain. I closed the bathroom door behind me. There was a faint blot on the enamel paint at its top left quadrant. On closer inspection, the blot grew and spread. The sound it made said, better move slowly. Mold, like athlete’s foot, can leap. I took a washcloth off the chrome rack above the bathtub and wiped. The effect was like a game I used to enjoy when I was a kid. You scribbled and scrawled formulae and diagrams like a scientist at the controls of some crazy space-gadget, then, when things got too complicated, you could sweep the silver screen clean by turning a dial. This always felt so satisfying. I repeated the operation, then balled up the washcloth.

“Should be OK now,” I said. 

She was reading her book. Her top half blended in with the white sheets and bedstead. The guest in 512 looked like a ghost with a skin-colored face. 

We both listened a while. Silence, except for the wind outside. 

“Good night,” she said.

The hotel’s laundry facility is in the basement, directly under the ground-floor kitchen. Greenish lights glow in that steel-lined room, at night. Gamma-radiation supposedly annihilates germs, human genetic material and mites. I tossed the mold-stained washcloth in the main hamper, which looks like a cyclotron’s kid sister, shot full of holes.

The rest of the night was uneventful, like so many nights here at the Kranepool. I flopped on the cot in the little room behind the reception area, and had a wet nightmare about Mary Tilden, the fearsome girl bully at one of the high schools I attended when my father was in the Navy.

Sometimes I have breakfast at the hotel before I head home. I guess it’s dinner, for me. Guests who’re early risers get to enjoy the buffet’s Greatest Hits. The Kranepool’s breakfast director seems annoyed when I join them, but I’m within my rights. I checked. 

It looked like a bright day was in store. 

The chewing sounds in the dining room were louder than should’ve been possible for such a small number of breakfasters. Someone in the kitchen screamed and dropped a tray loaded with heavy porcelain. Somehow, I felt responsible, as though I’d misbehaved during the night. 

The breakfast director stood paralyzed, her fists on her cheeks in a silent horror-movie scream. She stared at the spot of the kitchen’s wall by the window. The fuzzy blackness spread, slowly, eating white space.

matthew licht