Notturni di un albergo diurno, 2

Un’amica ci scrive da Torino:

Dietro il banco dell’albergo diurno sotto la stazione centrale sedeva la donna più enorme che avessi mai visto.

Sentendo la mia voce, si alzò. “Ah eccoti. Cosa posso fare per te, ragazzina?”

“Non sono una ragazzina. Cerco lavoro. Non mi vogliono ai negozi di moda in centro.”

“Cosa sai fare? Non è mica un circo, qui.”

“So far stare bene la gente,” dissi. “Specialmente quando ho tra le mani i loro piedi.”

“Ti prendiamo in prova.”

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Il grembiule che la gigantessa tolse da un armadietto era roba da scuola elementare. Potevo solo immaginare dove si faceva confezionare gli indumenti da lavoro lei.

Pedicure e massaggio dei piedi è un lavoro duro. La condizione di quelle estremità la racconta lunga sulla vita di una persona. Lavorai sodo e ascoltai storie. La lista dei miei clienti crebbe. Dopo poche settimane avevo i giorni e le notti esauriti.

La gestione del diurno ne era contenta. 

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Una sera, quando avevo una rara mezz’ora libera tra appuntamenti, la gigantessa entrò nella mia cameretta. “Ti devo dire una cosa,” disse.

Ero sicura che voleva chiedermi una percentuale delle mance, visto che mi aveva dato una possibilità.

“Ho i piedi martoriati,” disse invece. “Da sempre. Ma nessuno è mai riuscito ad aiutarmi.”

“Fammi provare.”

Era un’impresa sistemare solo uno dei suoi piedoni nel mio grembo. Aveva le piante dei piedi dure come quelle di un’elefantessa. Dovetti lavorare in profondità sui tessuti. La donnona gemette.

Il prossimo cliente bussò, poi picchiò sulla porta. Le mezz’ore libere volano. “Dovremo finire dopo,” sussurrai.

“Assolutamente,” mugugnò la gigantessa. “Dobbiamo. Finire.”

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L’albergo diurno chiudeva alle due del mattino. Non c’è tanta gente in giro a quell’ora. Nemmeno ci sono treni. Regna un bel silenzio. Mi sarò addormentata nella poltrona pedicure.

“Qualunque cosa tu abbia fatto,” mi sussurrò nell’orecchio la gigantessa, svegliandomi, “ora devi andare fino in fondo.”

Stanca com’ero, mi addentrai ancora di più nelle storie dei suoi piedi. Eravamo sole, poteva urlare quanto voleva. Eventualmente il trattamento riuscì. “E ora cosa posso fare per te, mio piccolo bocciolo di rosa?”

“Fammi sentire alta,” dissi.

Mi issò sulle spalle e danzammo per la stanzina. Uscimmo fuori nel buio della metropoli e vagammo per le strade fino all’alba. Tornando all’albergo diurno, lanciavamo un’unica, vasta ombra.

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***

Albergo Diurno Days & Nights, part 2

A friend writes from Turin, Italy:

Behind the desk at the entrance to the Albergo Diurno under the main train station sat the largest woman I’d ever seen. 

She heard my voice, and rose. “Oh, there you are. What can I do for you, little girl?”

“I’m not a little girl. I need work. They won’t hire me at the fashion boutiques in town.”

“What can you do? This isn’t a circus.”

“People feel good after they’ve put their feet in my hands” I said. 

“You’re hired.”

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The work-smock the giantess pulled out of a locker was a memory from grade school. I could only wonder where she had her clothes made. 

Pedicure and foot massage is hard work. The condition of a person’s feet tells you a lot about his or her life, if you’re willing to listen. I worked hard, and heard the stories. My client list grew. Soon my days and nights were fully booked. 

Management was pleased. 

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One evening during a rare free half-hour between sessions, the giantess receptionist loomed in the doorway of my cubicle. “Gotta tell you something,” she said. I thought she’d demand a percentage of my tips, since she’d given me the job. 

“My feet are killing me,” she said instead. “They always have. But no one’s ever been able to help.”

“Lemme try.” 

Just to get one of her massive hooves into my lap was a struggle. Her soles were thicker than an elephant’s. I had to work deep into the tissues. The big lady moaned.

The next client knocked, then banged on the door. Free half-hours fly by. “We’ll have to finish this later,” I said. 

“Oh yes,” the giantess gasped. “We must. Finish this.”

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Closing time was two in the morning. Not many people around at that hour. No trains rumble in and out of the station. A lovely quiet takes over. I must’ve fallen asleep in the pedicure chair. The giantess whispered in my ear and woke me up. “Whatever you did, you have to go all the way. Now.”

Exhausted as I was, I pressed even deeper into the giantess’ feet. Since there was no one else around, she groaned out loud. Eventually the job was done. “What can I do for you now, my little pink bonbon?”

“Make me feel tall,” I said.

She hoisted me onto her shoulders and danced me around the room. Then we went out into the city night and wandered the streets until dawn. On the way back to the Diurno, we cast one, vast shadow. 

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matthew licht