Unter den Blinden

A friend writes from (the erstwhile East) Berlin:

The place wasn’t really a hotel. More like a hostel, I suppose, although that term implies youth, or transience. It was run by an organization that provided assistance to the blind. There are still shelters for those in need who are presently referred to with polite names, but the spirit that possessed the big house where we went to fill quotas for work best suited to those accustomed to darkness has vanished.

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I was always glad, when the summonses came. We found unity there, and dignity. 

We were also extravagantly fed. The beer ration was doubled. And then, after work, nutrition and intoxication, we were entertained. 

Music is a dance of colors and vibrations. Dancers exude an enigmatic perfume. Physical contact deepened the sensations aroused.

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We worked only with natural bristles at the Blindhouse (I don’t know what else to call it, now). They were taken from a specific breed of hogs. The skill for assembly was all in the fingertips. We counted the bristles, bound them with waxed thread, inserted the fascicles into holes drilled into hardwood forms so they’d stay put even without an application of glue. The foremen were vague about the brushes’ purpose. They said they didn’t know, but that our product were in great demand. We should feel proud to be of use to the State. 

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Once, in a nightmare, I saw what the brushes were for. 

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The next time a call for work came, I said I’d been taken ill. I was believed. 

When the Wall came down, I was glad. No more Blindhouse, and maybe no more brushes. Hard to believe. They must use something else now, with a different name, made by robots, in China.

I miss the big old house, the beer, the dancers. There’s nothing like it left. Some people would say that’s a good thing.

I’m too old to work. I live in a home for the elderly blind, and for other old people who can see but no longer want to.

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***

Unter den Blinden

Un amico scrive da Berlino (ex-est):

Non era veramente un hotel. Un ostello, forse, anche se in quella parola è implicita gioventù o transitorietà. Era gestito da un’ente che provvedeva per i ciechi. Ci sono sempre ricoveri per i bisognosi che ora vengono chiamati con altri nomi, ma è svanito lo spirito che pervadeva la grande casa dove venivamo per riempire le quote di un lavoro adatto a chi è abituato al buio.

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Ero contento quando ci convocavano. Lì trovavamo solidarietà, e una nostra dignità.

Venivamo abbondantemente nutriti. La razione di birra era raddoppiata. Dopo il lavoro, il pasto e le bevute, c’era l’intrattenimento.

La musica è una danza di colori e vibrazioni. I danzatori trasudano un profumo esoterico. Il contatto fisico approfondiva le sensazioni.

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Usavamo solo setola naturale alla Casa dei Ciechi (ora non saprei che nome dargli), raccolta da una particolare specie di suini. La manualità era tutta nei polpastrelli. Contavamo le setole, le legavamo col filo cerato, inserivamo i fascicoli nei pertugi trapanati nel legno pregiato per farli stare fissi anche senza colla. I caposquadra non dissero mai a cosa servivano le spazzole. Dissero di non sapere, ma che per il nostro prodotto c’era una grandissima richiesta. Dovevamo sentirci fieri di essere utili allo stato.

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Vidi in un incubo a cosa servivano le spazzole.

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La prossima volta che mi chiamarono per venire a lavorare, dissi di stare poco bene. Fui creduto. 

Quando venne giù il muro, ero felice. Niente più Casa dei Ciechi, e forse niente più spazzole. Ma non credo. Useranno qualche altro strumento, con un altro nome, fabbricato da robot cinesi. 

Mi manca la vecchia grande casa, la birra, i danzatori. Non c’è rimasto nulla di simile. Alcuni direbbero che è meglio così.

Sono troppo anziano per lavorare. Vivo in una casa per anziani ciechi, e altri anziani che ci vedono, ma non ne hanno più voglia.

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matthew licht