No regresa coyote

Visto che ero un disastro per quanto riguarda gli aspetti pratici della vita, Diana si illuse che fossi creativo. Quando andò a rotoli l’ennesimo lavoro che mi aveva procurato, non mi buttò fuori di casa. Mi disse di Sandpaper Studio.
“Il marito di una collega ha imparato a disegnare mentre era tra lavori,” disse Diana. “Per cinque dollari ci puoi passare l’intero pomeriggio.”
“Che bello,” dissi, ma mi sembrava di aver sentito le prime note della sinfonia Devi sloggiare.
“È solo un’idea. Potresti provare.”
Sandpaper Studio era giù a SoHo.
A quell’epoca era una spettrale ex-zona industriale urbana. Trovai il posto. Scesi delle scale al buio. Poteva essere un teatro underground. Forse di notte lo era. La matrona che leggeva un giornale e beveva caffè si presentò: Minerva.
“Sei in anticipo,” disse, ma chiaramente non era un problema. “Mettiti dove ti pare.”
Materiali nuovi di zecca sono il segno del principiante. “Lascia stare quella roba, per ora,” disse Minerva. “Cominciamo con matita e carta di giornale.”
Me le diede: cose abbandonate da allievi che avevano mollato.
“Lezioni private con me sono cinque dollari l’ora, durante la sessione.”
Arrivò altra gente. Sistemarono cavalletti come professionisti.
La modella ritardava. Gli artisti si disegnarono fra di loro, tamburellarono con le matite. Minerva mi chiese da quanto tempo ero disoccupato. 
La modella arrivò. Forse non era la donna più grassa della città. La sala si animò: Ehi, Juno! 

 fotografia di Bärbel Reinhard

fotografia di Bärbel Reinhard

La palestra dell’Olimpo era uno scantinato a SoHo.
Juno emerse nuda da dietro il separé pseudo-giapponese e montò sul palco. Mise un piede su una cassa di legno e si trasformò nella Nike della cellulite.
All’università i corsi di storia dell’arte erano sonnolente proiezioni di diapositive, sfilate di fotoni che rappresentavano nobildonne egizie, pupe romane, la sorella di Napoleone, Jackie O.
Da Ingres a Braccio di Ferro ai protouomini del Neandertal che sputavano fuliggine sulle mani per lasciare segni della loro esistenza. Chi siamo? Quelli che occupano le caverne degli orsi. Per noi il fuoco è una cosa fantastica. Questi sono gli animali che ci piace mangiare, quegli altri li lasciamo stare perché ci sbranerebbero. Da dove veniamo? Per quanto ne sappiamo, siamo sempre stati qui. Dove andiamo? Da nessuna parte, finché quella tigre dalle zanne a sciabola resta in agguato alla bocca della grotta.
La modella Juno alzò il braccio per afferrare una banana immaginaria da un’invisibile palma. Protesse il poppante dalle frecce dei spartani. Si congelò in un passo di danza per celebrare il ritorno della primavera.
Il pomeriggio passò. 
“Allora, sono cinque per la sessione,” disse Minerva, “e dammene altri due per il blocco. La matita te la regalo. Comprati una gommapane per la prossima volta.”
“Quand’è la prossima volta?”
“Quando vuoi. E se vuoi un consiglio, prenditi una lezione. Ti insegno le ossa.”
“Le ossa?” A raggi X, le mie mani scheletriche si estesero verso le costole della mia fidanzata, una gabbia cartilaginosa attorno al suo tenero cuore. 
Minerva mi guardò materna. “Le ossa sono l’essenza del disegno,” disse. 
“Allora fremo dalla voglia di conoscerle tutte.” 
Gli artisti rimasero a chiacchierare. Sembrava una scena d’imbrocco. Forse Diana mi aveva dato il volantino per dire: trovati un’altra cretina romantica. Uno di loro esponeva in una galleria della 57ma Strada. Figurava nelle riviste che Diana portava a casa, cronache di come vivono quelli che prendono sul serio la vita. 
L’armadietto dello studio conteneva scheletri umani. Quando Minerva fu soddisfatta che l’ossatura di base l’avevo captata, mi sguinzagliò su un’altra modella, una hippie spigolosa dalle folte ascelle.
Questa figlia dei fiori in kimono chiese di vedere i miei schizzi. Sembrava infrangere un tabù. Sei qui per spogliarti e metterti in posa. Non hai il diritto di ispezionare ciò che ispiri. Ma non c’erano regolamenti affissi.
Sfogliò il blocco. “Proprio come pensavo,” disse, ma non disse ciò che aveva pensato. Chissà quanti sfigati disoccupati avranno trascorso pomeriggi allo Sandpaper Studio per sbirciare donne nude.  
Passarono mesi. Ogni tanto portavo a casa un disegno che consideravo finito. Donne nude, più che altro.
Diana li portò dal corniciaio. “Ti devi prendere sul serio,” disse. “Almeno prova.”
Di solito è quando qualcuno mi dice prova che combino i peggiori disastri.
Minerva mi chiese se avrei fatto da modello in cambio di denaro, sessioni e lezioni gratis. “Hai un’ossatura difficile,” disse.
La parte difficile sarebbe stata mettermi nudo davanti a gente abituata a vedermi in jeans. “Potrei provare,” dissi.
“Puoi cominciare domani. Portati un kimono, se ce l’hai.” 
Ce l’avevo. Non dissi nulla a Diana del nuovo lavoro di modello. 
Ero nervosissimo. Gli altri modelli erano superdotati. Si mettevano in posa per puro esibizionismo. Ma era troppo tardi per ritirarmi.
Minerva aveva il dono divino di leggere nei pensieri, o forse era solo l’intuito femminile, che alla fine sono la stessa cosa. “Respira regolarmente,” disse. “Fai fluire sangue al pene.” 
Forse era stato un uomo, in una vita precedente. Vidi volti barbuti di oligarchi ateniesi dietro i suoi occhiali quasi smerigliati.
Posare nudi non è un gioco. 
A fine sessione non applaudì nessuno, ma nemmeno fischiarono. Il celebre artista mi chiese in prestito il kimono nero. Lo voleva dipingere.
“Vuoi dire, lo imbratterai di vernice?”
“Sto facendo una serie di ritratti di accappatoi, e quel giaccone giapponese è la giusta nota sincopata per completarla.”
Glielo passai. “Mi servirà mercoledì prossimo.”
Dovevo chiedergli soldi, pensai, non appena fu troppo tardi. Forse mi avrebbe dato uno schizzo preliminare che potevo vendere da Sotheby’s.
Sarà bello essere un artista di successo, sapere che il tuo lavoro dà piacere alla gente, che aggiunge significato alle loro vite. 
Minerva mi diede sempre più appuntamenti. Mi mostrò libri di scultura per suggerirmi pose da imitare: il gallo morente, Orazio al ponte, Saturno che divora i figli. Mi mise in contatto con scuole di arte, istituti, accademie. Divenne più o meno un impiego a tempo pieno.
Confessai a Diana come passavo veramente i pomeriggi, mentre lei faceva carriera in pubblicità. Era felice che avessi trovato da lavorare, ma sembrò delusa. “Dovresti continuare invece,” disse. “Sei bravo.”
Aveva appeso disegni incorniciati in strane postazioni nel monolocale, da cui si scorgevano i grattacieli della 57ma Strada. Poteva sembrare interessante a qualcuno venuto da fuori, ma non volevo che quelle cose mi guardassero. Non ebbi il coraggio di dirle, non sono artista, sono solo diventato più bravo a stare fermo.

Matthew Licht

Matthew Licht