Simone Lisi Simone Lisi

La spesa in un paese straniero

Se vivessimo in un paese straniero andremmo anche noi a fare la spesa con uno di quei carrettini che usano le donne anziane. O quelli che danno i volantini nei condomini.  Anche noi andremmo a fare la spesa dopo le nostre giornate di lavoro lontani, tenendo una borsa con un bracciolo ciascuno, io con l'altra mano trascinerei quel carretto carico di roba voluminosa, di rotoli di carta igienica.

Fotografia di Carlo Zei

Se vivessimo in un paese straniero andremmo anche noi a fare la spesa con uno di quei carrettini che usano le donne anziane. O quelli che danno i volantini nei condomini. 

Anche noi andremmo a fare la spesa dopo le nostre giornate di lavoro lontani, tenendo una borsa con un bracciolo ciascuno, io con l'altra mano trascinerei quel carretto carico di roba voluminosa, di rotoli di carta igienica. E tu mi vedresti così, quando a un semaforo staremmo fermi ad aspettare il verde, con il viso stanco, con le mie occhiaie e sudore addosso, con la mia facciaccia grigia, e un giubbotto liso e una mano al nostro sacco comune e un'altra a reggere quel carretto. Mi vedresti così, talmente poco virile con quel carretto, così poco uomo a trascinarmi dietro quel carrello da vecchina. Eppure l'acquisto di quel carretto sarebbe stato un acquisto dei più utili e lo terremmo nell'ingresso come un monito di queste nostre spese al supermercato, al crepuscolo. Non monito, ma un richiamo, come un bip, anche quando saremmo nel letto e faremmo l'amore, te penseresti forse al carretto da donna ormai anziana come qualcosa di sbagliato, per me, come qualcosa di non adatto a un uomo vero che la spesa la trascina sulla schiena, la spinge come un monolite di marmo, lo trascina coi denti come un camion al Guinness dei primati, ma forse quel tipo d'uomo non la fa nemmeno la spesa, e quindi no. 

Se vivessimo in un paese straniero andremmo al tramonto a fare la spesa e forse usciremmo fuori dal supermercato che ancora ci sarebbe luce e io trascinerei quel nostro carrettino pieno di roba, un cestino pesante, ma comodo da portare tranne a volte per le strade dissestate, i marciapiedi e gli attraversamenti pedonali. Solo a volte tu ti gireresti a guardarmi col tuo viso stanco e dolce e familiare, ma il più delle volte guarderesti davanti a te e non ti distrarrebbe niente, neanche un tramonto sopra le case, neanche un passante in bicicletta, nessuna bicicletta, nessuna macchina ti distrarrebbe perché le sole ruote per noi in quel paese straniero sarebbero le ruote del nostro carrettino. 

Simone Lisi

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Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti

Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti. Penso all'abilità con cui scelgono parole come umettare, oppure penso alla parola nettàre. Io non ho scritto mai una poesia, solo una volta l'incipit, dedicato al quartiere in cui ho abitato due anni e che fa così:

Immagine di Stefano Loria

Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti. Penso all'abilità con cui scelgono parole come umettare, oppure penso alla parola nettàre. Io non ho scritto mai una poesia, solo una volta l'incipit, dedicato al quartiere in cui ho abitato due anni e che fa così:

 

Oltrarno, putrida latrina

Ho provato ad andare avanti, ma ho lasciato perdere perché credo che la poesia sia come l'amore, se funziona vuol dire che va bene e che c'è, altrimenti vuol dire che si è sbagliato, che ci si è confusi con altre cose.

Ho fatto vedere a Diana la poesia quell'incipit di poesia e lei ha detto: è bello perché è un novenario. Lei ha questa capacità comune a tutte le ragazze che ho avuto, di contare. Ho sempre trovato fidanzate che contavano, contavano cose differenti, ma comunque contavano. Diana per esempio conta le sillabe e questo suo argomento di conteggio me la rende graditissima.

Comunque dicevo dei poeti e di come non ho mai conosciuto nessuno più pratico, che è da un lato un modo per dire che io poeta non sono e quindi neppure una persona pratica, ma anche un modo per dire proprio la cosa che dico.

Penso a Ferruccio, che è il mio amico più poeta che conosco, il vecchio Ferruccio che stanotte ha attraversato il mare tra Sicilia e Sardegna. La traversata è avvenuta senza problemi, come riporta la pagina facebook di suo padre, che seguo (questo per dire solo che Ferruccio è a tutti gli effetti un poeta vivente).

Lui è davvero bravissimo a utilizzare parole, penso ad esempio alla parola ghirlanda, oppure... non mi viene in mente nient'altro, e in verità anche ghirlanda ora che ci penso è il nome di una via, Via Ghirlandaio sarebbe, abbreviata in ghirlanda, e fa parte di una toponomastica che appartiene sicuramente più a me che a lui, che lavoro all'ufficio postale tutto il giorno (anzi mezza giornata perché faccio il part-time) e passo le giornate a sentir parlare di vie. Alla fine se ci penso mi sembra di essere diventato uomo solo da quando ho quel lavoro e conosco le vie della città, mentre prima avevo zone avvolte da nebbia come fosse una fiaba (era bello non conoscere le strade, in verità).

Penso alle parole usate dal poeta Ferruccio senza pensare a nessuna parola in particolare, ma all'uso che lui riesce a farne, a come è pratico nel metterne una dietro l'altra a formare delle melodie, e se una non gli piace o non ci sta bene ne prova un'altra, e alla fine la trova, perché è una persona pratica, io credo. Sceglie sempre delle parole che ci stanno benissimo, Ferruccio, mentre io dopo quel mio unico incipit che è stato alla fin fine casuale, non ho saputo più come rigirarmi. Sarà che non sono pratico, mi dico, sarà che Ferruccio ha più dimestichezza con le parole umettare, con il verbo nettàre, che io non so nemmeno che vuol dire.

Mi piacerebbe molto finire di scrivere la mia poesia, forse un giorno che Ferruccio torna dal mare (ma è possibile che lui non torni mai dal suo viaggio in barca a vela, neanche a dicembre inoltrato, nemmeno nelle giornate cortissime di gennaio e poi fredde madide di febbraio lo vedremo gironzolare per il quartiere) gli chiederò di aiutarmi a ultimarla, o forse gli manderò queste mie parole a un fermo posta di un porto del sud, e lui le leggerà con le gambe penzoloni dalla barca che sfiorano il mare.

Simone Lisi

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Angela

Angela aspetta dentro una lavanderia a gettoni, seduta, che si lavino i piumini. Non è nemmeno un anno che si è trasferita in una città nel nord, ma come sono cambiate in fretta le cose.

immagine di Carlo Zei

Angela aspetta dentro una lavanderia a gettoni, seduta, che si lavino i piumini. Non è nemmeno un anno che si è trasferita in una città nel nord, ma come sono cambiate in fretta le cose. Vivere giù era diventato impossibile. Per tante ragioni, ma prima fra tutte: lo sporco. Giù nemmeno esistono le lavanderie a gettoni, pensa. Ha come una vertigine, le sembra di essere a New York. Le sembra che il sole di febbraio fuori dal vetro parli con lei in un modo unico, come ritmico, come personale. Ma sono solo le cerniere lampo che sbattono, dentro la lavatrice. 

immagine di Lorenzo Ferroni

immagine di Lorenzo Ferroni

Angela aspetta dentro la lavanderia a gettoni che i piumini siano puliti. Ha questa fissazione che tutto sia pulito, ha la fissa dei germi. Là al nord trovare lavoro è stato facilissimo. Lavora in un ufficio dal lunedì al venerdì, non le dispiace. Con i suoi colleghi e datori di lavoro si trova bene. Poi il fine settimana fa le pulizie a casa: c'è così tanto da pulire, sporco ostinato, che torna, che si ricrea costantemente, è una battaglia persa e che tuttavia deve essere combattuta. Sta bene dentro quella lavanderia a gettoni aspettando che il ciclo di pulizia a quaranta gradi sia terminato. Telefona alla sorella rimasta nella città del sud che le dice, nel suo dialetto lontano: Avevi la testa leggera, è per questo che hai chiamato? Per dirmi niente, solo per far passare due minuti?, mentre la luce che entra dentro alla vetrina della lavanderia a gettoni incendia la stanza. Sembra davvero di essere a New York, invece è soltanto una zona residenziale qualsiasi, in una città del centro nord d'Italia. Ma quasi le verrebbe da dire alla francese, de l'Italie.

Angela aspetta dentro la lavanderia a gettoni e telefona alla sorella che sta al sud, tanto per dirle niente, giusto per fare un saluto e poco dopo tornare a certi discorsi che si ripetono sempre tra loro, questioni insolute che non saranno risolte nemmeno da quella telefonata, da nessuna telefonata. 

Angela aspetta che i suoi piumini siano puliti, dentro la lavanderia a gettoni, e vorrebbe che quel momento non finisse mai. Sa che quando i piumini saranno puliti, lo saranno solo per un attimo.

 

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Il racconto del 55mo Festival dei Popoli

Dal nostro inviato Simone Lisi, il racconto del 55mo Festival dei Popoli.  I - La conferenza stampa come atto mancato. Prima: la mattinata sperso nell'interland, cercando Lastra a Signa alla fine di Scandicci, ma là non era.

Dal nostro inviato Simone Lisi, il racconto del 55mo Festival dei Popoli.

 

I - La conferenza stampa come atto mancato. 

Prima: la mattinata sperso nell'interland, cercando Lastra a Signa alla fine di Scandicci, ma là non era. Nella nebbia di novembre, sospettando che la giornata si sarebbe aperta, che poi sarebbe uscito il sole.

Dopo: la conferenza stampa del Festival dei Popoli come atto mancato. Arrivare là davanti, dopo la mattinata a cercare la Asl, entrare nell'Odeon e poi andarsene prima che tutto inizi, perché alle 13 comincia il mio lavoro. 

Scrivo due parole per oppormi alla dimenticanza, due parole per Stanza. Le scrivo dentro al mio bar di fiducia, aspettando di cominciare a lavorare, che la schiacciata di Signora Cocci esca dal forno. La conferenza stampa: con le giovani giornaliste vere, intraviste, e quelle sperse. C'era perfino Agnese che di sabato non aveva idea di chi io fossi. 

Qual è il mondo vero? Quello dentro il teatro, e quei discorsi che non ho fatto in tempo a sentire; o quello che degrada verso Empoli, nelle zone industriali, tra la nebbia, dove incontrare il fisioterapista Sabino? Quel cinema o questa pizzeria piena di adolescenti usciti ora da scuola? E poi di cosa parlano? 

Apro il computer e scrivo una piccola nota, dopo la conferenza stampa mancata di striscio, sono poi eoni, mentre la Signora Cocci di là prepara il mio pranzo e le pizze per Via dei Marignolli. Oggi è perfino senza il marito e io non oso immaginare come farà a reggere la prossima orda. Dov'è sparito il marito? 

Eccolo che arriva, con la bambina nella carrozzina e le borse della spesa. Così scrivo una riga ancora e mi fanno male le dita. 

Penso che la vita vera non sia questa né quella, ma entrambe: sono le stesse le mie dita che ora scrivono questo, che tra poco si contrarranno inserendo dati, e che prima si erano aggrappate alle poltroncine calde del teatro. 

 

II - L’uomo che guardava il film nel cellulare

L'uomo sedeva alcune poltroncine più in basso. Era arrivato in ritardo di almeno dieci minuti, accompagnato da una ragazza dal cappellino bianco che si era tolto solo come ultimissima cosa, una volta già seduta accanto al suo uomo e dopo aver domandato ad alcuni spettatori che guardavano il film se potevano scorrere di un posto. 

Io quindi ero già predisposto all'odio.

Poi lui, l'uomo che guardava il film dentro al cellulare, accendeva il cellulare in modalità video e si metteva a riprendere il film. 

Teneva appoggiato l'iphone sulla gamba, generando una luce che si proiettava sulla sua faccia e su quelle circostanti. 

Dopo alcuni minuti, delle persone vicino a lui chiedevano: «Scusa eh, ma che cavolo fai?». L'uomo che guardava il film sul cellulare diceva qualcosa che io però non riuscivo a sentire. La conversazione era andata avanti ancora un po', finché lui non aveva alzato il tono della voce e quello sì, ero riuscito a sentirlo distintamente: «Comunque non ci sono problemi». 

Cosa aveva voluto dire?

Così le persone che stavano dietro di lui investite dalla luce del telefonino si spostavano di posto, vinte dalla superiore retorica dell'uomo che guardava il film nel cellulare. 

Lo teneva inquadrato verso la parte in basso, mi rendevo conto in un secondo momento, e non in direzione dello schermo nella sua interezza. Allora mi convincevo che stesse riprendendo solo la parte dei sottotitoli, che fosse uno di quei benefattori che portano il fuoco dei sottotitoli nei film che si trovano su internet. E che fosse per quel motivo, per quel suo compito superiore rispetto a un semplice spettatore, che avesse convinto a spostarsi i suoi vicini di posto. 

Lo guardavo ogni tanto per controllare, per confermarmi mentalmente la mia teoria, e in effetti quando c'erano parti senza dialoghi lui si disinteressava completamente allo schermo e dava un bacio alla sua ragazza, un bacio con abbraccio e sguardi intorno, che gli altri vedessero bene che lui la baciava. Poi il dialoghi riprendevano e lui tornava alla sua missione.

Anche altri vicini dopo un po' se ne andavano, forse disturbati dall'attività dell'uomo che guardava il film nel cellulare, o per chissà quale motivo, forse non gli piacevano i film sui pirati.

Ecco, finalmente l'uomo aveva creato il vuoto intorno a sé e avrebbe potuto dedicarsi alle sue pratiche tranquillamente, ho pensato dedicandogli ancora un mezzo pensiero e sguardo tra le dita delle mie mani che tenevo a lato del viso, così da non poterlo vedere neanche di striscio. 

Ma poi, contro ogni aspettativa, l'uomo che guardava il film nel cellulare e la sua donna, si alzavano (lei si rimetteva il cappellino bianco ad annunciarlo) e se ne andavano abbandonando tutti gli sforzi di produrre cultura sovversiva e disturbo in sala.

Lo rivedevo ancora, o credevo di rivederlo, a uscita film, l'uomo che guardava il film nel cellulare si aggirava tra le persone fuori per strada, come me. Si guardava attorno, a vedere chi c'era e chi non c'era alla prima del Festival, come a celebrare l'evento sociale, il setting. 

Per fortuna la serata di inaugurazione era passata.

 

III - 3 e mezzo

Trama: Cantante punk polacca, dopo aver scoperto la propria omosessualità nell'isola di Ibiza, decide di organizzare un festival di musica in un piccolissimo villaggio serbo. Cercherà di coinvolgere tra i partecipanti anche il chitarrista newyorkese Johnny Tunder tramite la teoria dei sei gradi di separazione, salvo scoprire che il musicista è morto vent'anni prima per l'eroina di Iggy e capire che lui (Johnny Tunder) era il più grande.

Dalle cinque di pomeriggio del sabato alle undici e mezzo di notte a guardare documentari, poi le idee si erano un po' confuse circa la fine dell'uno e l'inizio dell'altro. Ne era uscita fuori una trama dadaista, un film lievemente incomprensibile, ma dolce.

Io sarei rimasto ancora, ma Silvia doveva raggiungere il suo scrittore al Caffè Notte, mentre Lapo aveva gli occhi secchissimi e una volta fuori continuava a guardare verso in basso, mentre gli parlavo, per cercare i sottotitoli. 

Io sarei rimasto ancora, per sempre, dentro a quei cinema, spostarsi da cinema a cinema, la vita come interruzione tra film e film, nutrirmi con una cannuccia o con kebab, ma di fretta perché tra mezz'ora ne comincia un altro. E lasciare tutti i problemi e le cose della vita fuori da me, per sempre. Un festival di cinema che durasse per sempre, circolare, in un piccolo villaggio di provincia.

 

IV - Dior and Lapo

Sul film di Dior che ho visto ieri non ho niente da dire. Ci ho pensato, ma non mi è venuto nulla. 

Ho pensato allora a un pezzo di costume, sul pubblico in sala, ma anche sui fashion blogger e le studentesse americane di moda non c'è niente da dire.

E' nata allora questa lista che vuole raccontare gli altri presenti in sala a cui ho domandato: 

Qu'est-ce que tu fais dans la vie? 

- Impiegati presso poste private cittadine 

- Blogger sommersi non retribuiti

- Imprenditori agricoli di padre tedesco

- Professori di scuola superiore esperti in Fiorentina.it

- Disoccupate iper-qualificate con curriculum su linkedin costantemente aggiornato 

- Iscritte a master on-line presso l'università Ca'Foscari

- Imprenditori del settore delle costruzioni e in particolari dei ponteggi tubolari

- Fisioterapisti pistoiesi con barbe

- Fotografi a partita iva presso prestigiosi studi fotografici con barbe

- Insegnanti di yoga con partita iva e lavoro di consulenza presso multinazionale americana non bene specificata

- Ragazze inglesi che lavorano presso il Polimoda con funzioni non chiarificate e praticano yoga in zona Palazzo Pitti

- Assistenti/consulenti buyer presso Luisa Via Roma originarie per uno strano scherzo del destino proprio di Roma 

- Giornaliste presso testate nazionali in città a trovare la sorella o forse per il Festival stesso

- Ballerine di danza moderna che una volta hanno ballato per Marina Abramovic

- Assistenti universitarie a Novoli

- Stagiste con lieve accento meridionale

- Guidatori di auto dai lunghi capelli e lunghe barbe maestri zen di domani

- Imprenditori nel campo farmaceutico originari dell'Aquila con barbe

- Calcianti storici di parte bianca

- Studentesse di cinema laureate al Dams di Bologna con tesi sul noir francese anni settanta 

- Ricercatori di antichi spartiti musicali ex abitanti di mansarde con barbe

- Fiorai con lunghe barbe

- Designer con lunghe barbe

- Curatori di festival di cinema con profonde e marcate occhiaie di espressione, e barbe

- Giovani cineasti hegeliani di origini pratesi

- Web developer/ musicisti di origine sud-est asiatica

- Ex servizi civili presso istituti di cultura cittadina a stampo religioso

- Insegnati di yoga americane di origini centro americane

- Comunicatrici

È tutto. 

 

V - S.T.

Al film di lunedì ho pensato a questo: che amo andare al cinema perché ci si può andare da soli e non ci si sente soli. Non è come andare a cena fuori da soli, non come abitare da soli, svegliarsi da soli, fare la colazione e prepararsi da mangiare per poi mangiare comunque da soli. 

Dopo un po', in ritardo come al solito, mi raggiungeva Silvia. Io le facevo un gesto con la mano. Non ero più solo, ma mi ripetevo ancora una volta il pensiero: come sto bene al cinema da solo. Prima dello spettacolo prendersi magari un orzo, leggere una fotocopia appesa al muro con due puntine, ascoltare i discorsi della gente (la moglie con il cappellino color vinaccia che riprende il marito colpevole di non capire il presente) e poi scegliere un posto, dovunque, dove più mi aggrada, scivolare da qualche parte, scrivere un messaggio, sbucciare un mandarino e poi sprofondare tra le poltroncine. 

Cominciava il film con quella citazione di Burroughs e dopo ecco l'arrivo di Silvia in ritardo, il mio gesto con la mano, di cui ho già detto, ma che ripeto perché è successo sempre identico non saprei dire quante volte nella mia vita.

Al film del lunedì ho pensato anche a questo: che questi sfigati del documentario, questi figli di un dio minore, hanno vinto. Non c'è partita per i film. Che come dice Ferruccio non si può più fare letteratura ma solo giornalismo: è il postmoderno bellezza! 

Lo so Ferro che non dici proprio così, ma concedimi la licenza poetica. 

E così questi documentaristi oggi sono i più fighi di tutti, un tempo camminavano rasenti ai muri, erano quelli che non avevano idee, che al tema libero a scuola non sapevano di che parlare. 

Oggi invece li si riconosce immediatamente a uscita film: sono alti, con un cesto di capelli riccioli e la sera prima come minimo erano al Milano film qualcosa. Utilizzano l'aggettivo: pindarico. 

In settimana presenteranno il loro medio-metraggio e ci salutiamo stringendoci le mani e dicendo: A giovedì! 

Allora io e Silvia ce ne andiamo verso il Caffè Notte con le nostre bici pensando: ma guarda questi registi di documentari, 'sti mezzi disperati: ti distrai un secondo e si prendono tutto. 

 

VI - Il matinée

Pessima idea andare al matinée dell'Odeon, saltando la visita con Sabino. 

E non solo perché il film scelto come scusa per evitare l'incontro con il medico era un film sulla nebbia; ovvero un mattone di documentario sull'irrappresentabile, con citazione finale di Rainer Maria Rilke. 

Pessima idea perché dopo mi avevano telefonato in rapida successione mia madre e mia zia Anna, la collega di Sabino, per sapere che fine avevo fatto e perché non ero mai arrivato al centro a fare la mia visita programmata da una settimana.

Io avevo farfugliato loro qualcosa, circa un'incomprensione mia, non aver capito bene la data e l'orario che invece ricordavo perfettamente e avevo aggiunto che non volevo disturbare Sabino, che mi sembrava di approfittare. 

In quelle due telefonate subite non non avevo avuto modo di far riferimento alla mia mattina alternativa, passata dentro al cinema quasi completamente vuoto a vedere quel film sulla nebbia - era pure una replica, un documentario senza trama dove ogni tanto comparivano dei personaggi altrettanto noiosi che facevano solo cose ripetitive. 

Era andata così: una parte del mio cervello sapeva che doveva andare a quella visita medica, ma si era giustificata con sé stessa dicendosi: non c'è modo che io vada oggi da Sabino, c'è quel film all'Odeon, l'imperdibile film sulla nebbia. 

Ma erano scuse valide solo per un dialogo con la mia mente. Mia madre e mia zia non se le sarebbero mai bevute. 

Così in quelle due telefonate non avevo fatto riferimento al mio abbandonarmi tra le poltroncine del cinema quasi vuoto con dieci persone al massimo e trasalire ogni volta che un vecchio si alzava barcollando dal suo posto per andare al bagno e la sagoma contro lo schermo illuminato di bianco nebbia sembrava quella di un trapassato. 

Non avevo fatto riferimento al senso di torpore dentro al cinema, a quel senso di benessere, di essere ancora nel letto caldo, e nessun riferimento a quell'erezione mattutina in quel posto deserto, e all'aver deciso di dedicare un pensiero ulteriore alla ragazza dei biglietti, che non aveva neanche guardato il mio accredito press, ma solo detto: Entra. 

Avevo omesso molte cose in quelle telefonate con mia madre e mia zia: neanche una parola circa quel latte condensato sulle poltroncine di velluto, non un accenno al senso del film, niente sul significato delle parole di Rainer Maria. 

Ovviamente non avevo fatto neanche mezza parola sul non aver fatto nessuno degli esercizi prescritti da Sabino, e mi ero guardato bene da raccontare al telefono che le pasticche non le avevo preso per niente - ne avevo prese 4 in realtà, quelle della confezione omaggio, e poi basta, anzi se per caso andando verso il cinema vedevo una farmacia ci giravo proprio alla larga. 

Fa niente -aveva detto mia zia alla fine – guarda che Sabino non lo disturbi affatto, fisso subito un altro incontro. 

La telefonata era terminata e io ho pensato che quando il festival sarà finito allora sarò veramente in trappola. 

 

VII - Il dibattito

Sono tornato al cinema dopo la sbronza al Caffè Notte e là davanti c'era il regista incontrato due sere prima, che mi ha salutato con la mano. 

L'albero di trasmissione è il titolo dell'opera prima del regista pugliese, e tutta una parte di me era andata là solo per farlo a fette, dato che lui (il regista) aveva criticato un film che a me invece era piaciuto. Grave errore da parte sua.

Invece non è andata così, perché il film di Bellomo mi è piaciuto molto. 

Parla di una famiglia pugliese, padre figlio e nonno che vivono in una mezza discarica sfaciacarrozze robivecchie e loro con quella roba ci fanno di tutto. Fondamentalmente ci fanno altre schifezze, ma a volte anche delle cose che funzionano tipo una bici. O un'automobile che non inquina.

Non mi è piaciuto il dibattito dopo, ma quello non conta niente. Ho segnato sul taccuino alcuni concetti chiave a confermare l'impressione, concetti che a un dibattito non si dovrebbero usare per non dare l'idea che stai mentendo, e che trascrivo adesso, ma così, tanto per rendere il mio testo più verticale:

- Ancillare

- Tassonomico

- In qualche modo

- Gentrificare

- Andare all'opening

 

Concetti che si commentano da soli. Comunque. Quello che avrei voluto dire io al dibattito è questo:

«Bravo Bellomo, hai fatto un bel film. Il discorso dopo insomma, ma il film proprio bene. E lo sai perché? Te lo spiego io. Te hai fatto il tuo lavoro, ora lasciami fare il mio. E' bello che il film abbia il suo proprio albero di trasmissione in un evento misterioso, quella cosa della macchina del futuro, che si può leggere in due modi, e questa lettura ambigua da parte dello spettatore è a ben vedere la stessa identica ambigua interpretazione che ha ogni figlio della propria storia familiare. 

Lo dico meglio, caso mai non fossi stato chiaro, siamo tutti stanchi e quindi è bene che io mi spieghi: la versione del nonno è che la macchina d'invenzione sia stata comprata per dieci milioni da uomini distinti, dei gran signori e successivamente immatricolata in “Isvezia”. 

Invece la versione del figlio è che quella macchina fu messa in garage, poi smembrata e con quei pezzi costruirono (costruì il figlio) nuove macchine, come i palazzi con le pietre di Roma. 

Il nipote avrà così due versioni opposte, inconciliabili: quella del nonno mitica e quella del padre terribile, entrambe vere seppur inconciliabili, necessariamente da riconciliare. Il nipote con il suo telefonino è chiamato a fare questo: a riconciliare le due versioni perché così potrà capire la ragione per cui lui è proprio quel bambino. Cioè te Bellomo. Questo movimento del nipote è il film stesso. Capisci ora?» 

Lo so è un po brutto svelare tutto, ma la mia analisi è chiarissima e perfetta. Qualcuno potrebbe dire che mi sono montato un po' la testa, che ormai la mia crescente importanza come commentatore e blogger, la rilevanza in cui è tenuto il mio giudizio, fa sì che certe volte io intervenga ai dibattiti in maniera un po' pesante, lo riconosco. 

Invece sono rimasto là in silenzio, ad ascoltare il dibattito, i discorsi di Barbetta, e le domande ingenue di Uomo-con-lo-zaino. Quei discorsi e quelle frasi che ho sentito fare mille volte a quei personaggi ricorrenti del Festival e che quasi potrei anticipare. 

Mi sono chiesto, per un attimo, se sia come al ristorante, che dopo un po’ che si va sempre allo stesso posto ormai si conoscono i camerieri e tutti i camerieri riconoscono te. Mi sono domandato in poche parole se anche Barbetta e Uomo-con-lo-zaino mi abbiano identificato e se sì in quale modo. 

Ragazzo con accredito farlocco? 

Ragazzo dal colorito giallo neon-ufficio? 

Sono domande che non hanno una risposta, ma la più probabile se proprio dovessi sbilanciarmi è: che non hanno idea di chi io sia. 

Ma adesso li ho sistemati. 

 

VIII - La meta-festa di chiusura

Mi hanno scritto quelli di Stanza 251. Una mail abbastanza irritata, in verità. Me l'ha scritta Carlo, che dei due è quello cattivo. Mi ha detto: «Uè, merdina, che fine hai fatto? Ma soprattutto dove sta il nostro pezzo?» 

Basta. Finito. 

Cari Carlo e Stefano -penso- la verità è che non sono andato né alla premiazione né alla festa. 

Quella sera ero a vedere Fiorentina-Juventus. E dopo ero stanco e sono tornato a casa. 

Potrei sempre riciclare quello che scrissi l'anno prima. Ecco quello che farò. Tanto le premiazioni si assomigliano tutte.

Cerco nel computer e scopro tra gli appunti dell'anno prima che non ho scritto neanche mezza parola sulla premiazione. Benissimo.

Cari Carlo e Stefano vi scrivo da un ostello a San Cristobal de la Laguna. Ho di fronte a me questo signore che è alla seconda bottiglia di rosso e che è rimasto impassibile per le due ore in cui io gli sedevo davanti e lavoravo al mio romanzo ipotetico. E dopo due ore, proprio adesso, lui ha iniziato a scrivere e va veramente come un treno, viaggia spedito che è una meraviglia. 

Lo scrittore alcolista credo sia tedesco e sta qui da sempre/per sempre. Cercherò ispirazione nella sua figura e scriverò della serata conclusiva a cui non ho partecipato come se fossi lui, uno scrittore affermato. Anzi no, descriverò la premiazione del Festival dei Popoli come se fossi io lo scrittore affermato alla premiazione che si terrà l'anno prossimo, il 56mo.

Che stronzata, non si berranno mai questa storia. 

 

La mail di risposta:

Cari Carlo e Stefano, ecco qua il resoconto dell'ultima sera di Festival. Spero vi piaccia. Un abbraccio, 

simone

 

La festa di chiusura:

Mi sono presentato alla serata di premiazione con un certo ritardo delle cose. Già alticcio. Mi accompagnava la mia negretta, Fanny. All'ingresso ho salutato alcune persone, quelle più credibili o che finiranno male. Un'occhiata d'intesa con Dell'Agnello, agli altri neanche uno sguardo. 

Ho ordinato al bistrot subito un giro di Fernet Branca per me e Fanny, che non l'ha voluto. L'ho bevuto io, anche il suo. Poi ne ho fatto un terzo, perché pensavo di farmene due ma quello di lei non valeva nel conteggio, come con le sigarette scroccate. 

Siamo saliti di sopra. Quando mi hanno chiamato sul palco a commentare certe scelte della giuria io ero nei bagni con l'assistente di produzione (abbiamo girato con il cellulare un porno-documentario in cui io la prendo da dietro, ancora con i vestiti mezzi addosso, lei che mi succhia un dito e dice, con accento meridionale: realiti is moor) che pietà che mi faccio, che banalità. 

Dov'era sparita la mia Fanny? La serata finale come metafora della mia vita allo sfascio: la celebrità recente mi acceca, il potere mi logora, lo so che non può durare. 

Rimpiango il passato: Diana, il Festival dell'anno scorso, quando non mi cacava nessuno, quel primo viaggio a La Laguna, a scrivere il mio romanzo di successo, ma fondamentalmente a non fare niente, solo leggere Pacifico, Arthur Miller, Licht, e, certamente, Joyce. 

Io rimpiango il passato amaramente, adesso non potrei più scrivere certe cose visto il mio ruolo. 

Sono tornato anche quest'anno ala Laguna, ma è cambiato tutto. Non ho rivisto lo scrittore ubriacone e per quanto mi riguarda devo lavorare come un pazzo per gli editori che aspettando tutto il tempo una mia mail, quell'incipit che gli ho promesso. Ma dicevo della premiazione del Festival. 

Siamo scivolati fuori dal bagno e chissà dov'era finita Fanny. Spero non fosse a vedere il film del dopo-premiazione, quel riempitivo che mi mette una tristezza addosso mortale. Spero di averle se non altro insegnato qualcosa a quella ragazza. 

Le ho insegnato a nuotare, alla mia negretta. 

Non è successo nulla, me ne sono andato. 

Ho chiuso il tabarro, sono arrivato al Rivalta. Mi sono avvicinato al bancone che non c'era nessuno, solo la mia barista d'elezione con i suoi guanti in lattice nero, da sacerdotessa bondage che stava eseguendo una sorta di liturgia, il cocktail sega. Io le ho detto: «Conosci il significato di sacrificio? Vuol dire fare il sacro». Lei mi ha guardato, ma non l'ho convinta: le mie occhiaie violacee, e non è successo niente. C'era la musica troppo alta, i registi e i miei colleghi giornalisti sfigati parlavano del più e del meno, sono uscito subito e mi sono messo fuori a bere un pisco-sour. E ricordo di aver parlato con una donna che era là, che lavorava a un film, o in ufficio, era nera anche lei, indossava un vestito blu e un cappello, e abbiamo parlato della città, doveva venire da un posto africano poverissimo, e lei ha detto una cosa molto bella, sull'essenza incestuosa di questo posto, di come sia necessario accoppiarsi con qualcuno che si è accoppiato con qualcun altro che è quasi nostra madre, o nostro padre. 

L'ho guardata diversamente, intendo guardata-guardata, e ho pensato che forse le cose sarebbero andare meglio. Che potevo ricominciare con lei e mi è tornato in mente quella pensione, un anno prima a La Laguna, quell'ex bordello convertito in ostello-airbnb, gestito da quel tizio gay, ma che aveva pure un figlio, e quei due o tre sbandati strafatti italiani che lui (il gay) usava come schiavi, in cambio di un posto dove dormire e cibo e roba da fumare. 

A quell'epoca felice in cui andavo al Festival dei Popoli e non conoscevo nessuno, quasi non bevevo niente perché non avevo un soldo, ma trovavo comunque quei maledetti soldi per andare una settimana alle Canarie, «ma allora», come diceva uno degli schiavi dell'ostello, «che cazzo ti lamenti?» Aveva ragione lui, lo schiavo, io mi lamentavo ma non ne avevo diritto. 

Erano tempi fortunati quei tempi là, quelli del 55mo. 

 

Cari Carlo e Stefano, lo so che è il pezzo è troppo lungo e confuso, ma così erano i Festival dei tempi passati, confusi, con sottotitoli sfalzati, premiazioni fondamentalmente noiose e io liberissimo di scrivere quello che mi pareva. 

Grazie per avermelo lasciato fare. 

 

Simone Lisi

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Simone Lisi Simone Lisi

La passeggiata

Camminiamo lungo la riva, tu ed io. È una mattina di giugno, la spiaggia è quasi completamente deserta, fatta eccezione per qualche cacciatore di arselle che

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Camminiamo lungo la riva, tu ed io. È una mattina di giugno, la spiaggia è quasi completamente deserta, fatta eccezione per qualche cacciatore di arselle che a volte interrompe il suo lentissimo setacciare la sabbia per osservare il profilo della costa, in cerca della motovedetta della capitaneria. La sua tensione non ci appartiene, è soltanto sua. Noi siamo già lontani, già passati oltre, nessuna preoccupazione di ambito giudiziario ci opprime.

Camminiamo lungo la spiaggia in una mattina di giugno ed è ancora presto, in questa spiaggia lunghissima che sembra non finire. Andiamo verso sud. Alla nostra sinistra si apre una grande pineta marittima, là dove un tempo sorgeva il villaggio Valtur che poi è fallito. Vi è rimasta una zona enorme dove non c'è niente, dove si dice stiano costruendo qualcosa, ma poi puntualmente, ogni estate che torniamo, troviamo tutto come l'avevamo lasciato, solo più selvaggio ancora, con più uccelli e più animali che in quella pineta trovano rifugio.

Camminiamo lungo la costa in direzione sud e alla sinistra si apre questa foresta immensa. Non ci spaventa e non ci riguarda la vita che si sviluppa dentro quella riserva naturale; non ci appartiene la preoccupazione o il pensiero di doverla attraversare per cercare dell'acqua potabile o cose del genere. Continuiamo la nostra passeggiata tranquillamente, con la pineta alla sinistra e il mare piatto alla destra, e quasi nessuna persona intorno e quasi nessun rumore, come in una visione, o in un quadro.

A volte ti guardo, di lato. Tu cammini in silenzio, hai addosso una maglietta per non scottarti, il cappello di paglia che abbiamo comprato a Siviglia. A volte ti guardo camminare, osservo il tuo profilo e allora mi guardi di rimando e dici: che giornata bellissima, cosa potrebbe mai capitarci? Cosa importa di tutto il resto, delle nostre vite lontano da qui, dei nostri lavori e della città lontanissima, delle relazioni umane così complicate? Io ti guardo e penso che sei nel fiore degli anni, che sono fortunato a condividere con te questo tempo e che ti amo.

I cercatori di arselle continuano a passare i loro retini là dove si infrangono le onde, se solo vi fossero onde. Hanno questi setacci che trascinano con la forza dei corpi, hanno capelli stinti per il sole e la salsedine, hanno a volte delle mogli che attendono sulla spiaggia, ma solo i meno professionali, mentre gli altri, che sono la maggioranza, stanno là da soli e nessuna donna li attende sulla spiaggia, sembra impossibile perfino immaginare che qualcuno possa aspettarli a casa, perché appaiono come l'incarnazione stessa della solitudine.

Ci fermiamo a guardare uno di quei cacciatori-raccoglitori, ma senza dare nell'occhio, che non lo vogliamo disturbare. Sappiamo bene che quella pratica è illegale, che rischia multe fino a mille euro da parte della capitaneria di porto e non vogliamo che si preoccupi inutilmente pensando che siamo degli scocciatori, che abbiamo intenzione di denunciarlo. Avrà i suoi problemi, pensiamo, una famiglia lontana a cui manda dei soldi, avrà pur bisogno di qualcosa per vivere e allora meglio cercare arselle piuttosto che drogarsi o rubare. Abbiamo iniziato a fare discorsi da adulti, quando è successo?

I pensieri e i suoni sono attutiti. Io ti guardo di lato e penso che non sono mai stato così bene con te come in questo periodo. È un discorso che ti ho già fatto altre volte, in questi ultimi tempi, ma di fronte a queste parole, hai un atteggiamento obliquo: ti piace e non ti piace. Mi dici: si, ma che vuol dire? Si stava forse male uno, due anni fa? Quando si viveva in Spagna, o a Malta, stavamo forse male allora? Io ti guardo e dico, no, davvero, forse sono io che mi sento meglio, non so come spiegarlo. Te non ne vuoi sapere, non che ci sia molto da dire in effetti, ma ti sembra che la mia narrazione, così la chiami, sia lievemente ingiusta verso i nostri noi del passato, che pure hanno camminato su altre spiagge come quella, in altri giungi delle nostre vite. Hai ragione, forse sono ingiusto, penso dentro di me, ma le cose sono cambiate tanto. Ne è conferma questo camminare verso quel paese che non abbiamo raggiunto mai, in altre passeggiate simili a questa, seppur con altri pensieri in testa, con differenti preoccupazioni e gioie ad accompagnarci e altri cercatori di arselle simili a questi e quella stessa pineta, intorno a noi.

Continuiamo a camminare, con il nostro ombrellone ormai molto lontano, poche impronte altrui sull'arenile e sempre meno cercatori d'arselle. Non succede niente. È una mattina di giugno assoluta, non sta succedendo niente e sembra, alcontempo, che non sia mai accaduto e mai accadrà niente. Andiamo in direzione di quel paese sul mare che sarà lontano dieci chilometri almeno, possiamo intravedere la torre di un campanile, o per lo meno ci sembra di vederlo. Non abbiamo nessuna intenzione di raggiungerlo, perché dovremmo? Camminiamo semplicemente in quella direzione, per il piacere di fare due passi sulla spiaggia, di stare insieme, da soli, in una mattina di giugno, di essere ancora tu ed io dopo tutte queste stratificazioni, che fanno di noi un noi, un noi specifico.

Camminiamo sulla spiaggia quando io ti domando qualcosa, come se pensassi ad alta voce. Ti chiedo da cosa dipende il fatto che a un certo punto si decide di tornare indietro, e non dico –è ovvio– la ragione generica che ci spinge a farlo, la noia o un po' di fame o la stanchezza o il caldo. Non mi riferisco a queste motivazioni che sono tutte senz'altro vere e la causa del tornare. Parlo nello specifico: di cosa ci fa tornare indietro in un certo punto, in un dato momento, invece che in uno precedente o in uno successivo. Vorrei setacciare quel momento e guardarlo nella sua singolarità. Isolarlo come un albero all'interno di una foresta. Il discorso continua, anche se è già finito, e insisto a domandarti cosa è che scatta, se poi qualcosa scatta, dal momento che non c'è nessun elemento di discontinuità, nessun punto raggiunto o da raggiungere, niente di niente nel contesto che ci porta a dire: fino a qui e non di più.

Allora ci guardiamo nella maniera che avevamo a volte, in quel modo di guardarci specifico che avevamo un tempo, ai tempi dell'Andalusia o dell'isola d'Elba, mi sembra di ricordare. Ci guardiamo in quel modo e diciamo: andiamo ancora avanti, ancora un poco. Per questo continuiamo a camminare sulla spiaggia, ma è chiaro che poi dovremo tornare indietro, a prescindere dai discorsi.

Forse questa volta raggiungeremo il paese lontano e una volta laggiù prenderemo un autobus per tornare, qualcosa troveremo. Chiederemo un passaggio a qualcuno che torna verso nord, e già l'ombrellone e le nostre cose appaiono lontanissime, anche nel pensiero, e il sole è alto nel cielo e comincia ad essere molto caldo. Sembra quasi di sentire un rumore di campane. Provengono forse dal villaggio laggiù in fondo, che continua a essere lontanissimo, ma di cui adesso possiamo scorgere nitidamente il campanile. Alla nostra sinistra l'enorme pineta, al cui interno stanno i ruderi dell'antico villaggio Valtur, mentre alla destra il mare calmo e alcuni cercatori di arselle, solitari.

Ci guardiamo l'un l'altra e pensiamo che sarebbe certo l'ora di tornare indietro, ma non sappiamo bene come impostare la frase, che dire adesso quelle parole assumerebbe forse il valore di metafora, o di simbolo. Non vorremmo davvero dire qualcosa del genere, terminare la nostra passeggiata proprio adesso sarebbe ingiusto. Così continuiamo a camminare verso sud, come se niente fosse. Il mare calmo sulla destra, l'enorme pineta alla sinistra.

 

Simone Lisi  

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Unghie e censura

Ci siamo amati mai? Forse la tua domanda è una semplice provocazione e io dovrei prenderla così, senza stare tanto a ricamarci sopra. Mi lasci questo biglietto, come se avessimo smesso di parlare e comunicassimo solo con messaggi cartacei lanciati

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Ci siamo amati mai?

Forse la tua domanda è una semplice provocazione e io dovrei prenderla così, senza stare tanto a ricamarci sopra. 
Mi lasci questo biglietto, come se avessimo smesso di parlare e comunicassimo solo con messaggi cartacei lanciati tra me seduto e te seduta due metri più in là che fai le tue cose. Non è così: questo non è un racconto di Simenon.

Allora mi hai lasciato questo biglietto a cui non so francamente come potrei risponderti, se poi una risposta era prevista, considerata, possibile. 
Fa niente, rifletto ora, ma mi viene da pensare alla tua domanda, alla domanda in sé e non a questo tuo gesto, alle ragioni che ti hanno portato a fare così. Neppure al perché e al senso di trovare il messaggio proprio oggi piuttosto che ieri. Neppure immaginare te che entri nello studio e lasci scivolare questo bigliettino piegato in 4 dentro al mio cassetto che non apro mai, quel cassetto con tutte le mie cose in disordine che rimetterò a posto ogni tre o quattro mesi. Quindi il tuo messaggio potrebbe essere là da chissà quando. 
Ma non è questo che importa, ripeto, non su questo mi vorrei concentrare, quanto sulla domanda. Solo su quella. Su di me quindi, su cosa ne penso io. Pur essendo la tua una domanda al plurale, parli di noi, sul nostro amarci o non amarci, così che la risposta ipotetica è difficile, se non proprio impossibile, dal momento che tu non ci sei. 

In effetti negli ultimi tempi sono stato piuttosto duro con te. Abbiamo litigato molto, e sopratutto in pubblico, con altre persone tra le palle. Era in quei momenti là che ho dato il peggio, che sono stato insopportabile. Non quando eravamo soli, che invece tornavo ad essere molto tenero con te. Non so questo che voglia dire né come lo si possa giustificare e comunque non c'entra niente con quella tua domanda scritta in viola, il colore della stilografica che mi ha regalato tuo padre. 

Castrante non penso di essere stato mai, ma indubbiamente inflessibile su certe tue manifestazioni pubbliche, che erano tutte dimostrazioni di insicurezza. Quindi no, certe cose non le sopportavo e non le dovevi fare. Non penso tanto a certe scollature, se poi proprio volevi metterti qualcosa del genere, allora sarebbero state scollature molto poco scollate, colli a barca, canottierine comunque sempre sotto a schermare. 
Poi a casa te le strappavo coi denti e rimanevi con tutta quella roba mezzo addosso, mezzo tirata su, e ci guardavamo felici, io credo. Ci guardavamo felici?

Te in effetti mi guardavi e dicevi: ti dico dopo. Mi sembra di ricordare che tutte le tue frasi cominciassero e terminassero così. Posticipavi la questione a dopo, a un secondo momento, a data da concordare. 
Poi qualche volta, io credo, devo averti fatto anche presente la cosa, sì insomma, cos'è che mi volevi dire prima? Te allora mi facevi: prima quando? Ah niente, una cosa da niente, te ne parlo dopo, ora sono impegnatissima con questa unghia e con questa spilla per capelli con cui sto intrattenendomi a rappresentare un dramma greco, il Teseo, nella versione messa in scena da mio padre per la recita di fine anno dei bambini, lassù a Pian di Mugnone. 
Va bene amore, rispondevo, ne riparliamo allora quando vuoi te. Per il momento c'erano solo i miei pieni e i tuoi vuoti, come dal macrobiotico. Nient'altro. 

Penso a te che adesso sei lontana e ripenso che eri bella sempre, anche con quei vestiti che ti facevo mettere, con la tua chiavetta usb attaccata ad un filo, che si appoggiava ai tuoi seni. Quelle tue unghie che lasciavi crescere e con cui mi graffiavi la schiena e io ti dicevo: che banale! Ma mi piaceva e te le lasciavo tenere. A volte un'unghia si rompeva. Non te ne importava niente, se si rompevano, ma ti facevano male e a me la schiena. 

Mi ricordo questo e neanche a me importa, di ripensare ad una certa serata di tanto tempo fa, quando si rideva della tua collana usb, delle tue unghie, di quei tuoi vezzi da donna, che avevano aggirato il mio visto censura. E là, a una cena inutile, io allora ridevo con il nostro ospite casuale delle tue unghie lunghe che paragonavamo a quelle dei chitarristi andalusi e dei cocainomani, ma che di fatto erano dimostrazioni della mia insicurezza, del mio non riuscire a trattenerti per niente. 

La conferma al fatto che mi scappavi da tutte le tue parti, che già allora ti perdevo, che la mia strategia era pessima come a Risiko, che non avrei mai fatto niente con l'Oceania e il Sudamerica del tuo cuore. La verità stava in quella collana usb che te portavi così, come se niente fosse, o in quelle unghie mezze rotte: io lo capivo già allora quanto mi sarebbero costate.

 

Simone Lisi

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La regola delle tre pagine

Così avvenne l'incontro con lo scrittore Matthew Licht che non conoscevo personalmente, ma che avevo già visto molte volte nell'osteria di Grassina in cui avevo lavorato per anni come cameriere.

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Così avvenne l'incontro con lo scrittore Matthew Licht che non conoscevo personalmente, ma che avevo già visto molte volte nell'osteria di Grassina in cui avevo lavorato per anni come cameriere.

Allora non lo sapevo che lui si chiamasse così, né che fosse scrittore, ma quando lo vidi entrare a Villa Romana accompagnato dalla moglie lo riconobbi immediatamente perché era un tipo esotico, perché gli anni passati non erano troppi e perché aveva un viso cinematografico che io potrei riconoscere tra cento simili. Così lo domandai a Giulia chi fosse quel tipo con il berretto in testa e il giubbotto da cacciatore. Come si usa a queste serate mondane, lo chiesi con discrezione, a bassa voce ed evitando di guardarlo direttamente.

Lo scrittore Matthew Licht, come luce, mi rispose Giulia. Sì, pensavo io, ma in che lingua? E la risposta era: in tedesco.Licht -ovvero luce come mi aveva spiegato Gioacchino, mentre Giulia si era già dileguata tra gli invitati- era uno scrittore di romanzi blues, o forse un musicista, suonava la batteria. Scriveva dei romanzi, ma era anche uno scalatore. Era molte cose, a sentire Gioacchino, non faceva, era. Così ci eravamo ritrovati noi tre addossati a un muro a parlare, a parlare più che altro loro due. Ero silenzioso perché loro, Matthew Licht e Gioacchino, non lo erano per niente e mi guardavano fisso e dopo un po' dicevano: certo sei ben silenzioso tu, per essere uno scrittore. Già pensavo io, essere uno scrittore.

Comunque poi a Matthew glielo avevo chiesto, dovevo chiedergli qualcosa, dovevo pur trovare un canale comunicativo. E allora glielo chiesi come facesse, come trovasse la costanza, no, nemmeno, forse gli chiesi solo: ma come si fa ad essere scrittori, come lo sei tu, che scrivi, mi dicono, romanzi erotici e ora, mi dici, un racconto lungo dove si parla in termini non specialistici di alpinismo?

Dunque, come, fu la mia domanda quella sera a Villa Romana, con Gioacchino già completamente ubriaco a molestare chiunque, tranne le persone sbagliate, e chiedere al fotografo ufficiale della serata che ci fotografasse perché eravamo importanti o lo saremmo stati, che ci facesse qualche foto a noi tre in quell'angolo, mi viene da scrivere rincónche con Matthew lo scrittore inglese o forse americano ci fu un momento che parlammo in spagnolo tra di noi, dopo aver parlato di letteratura in generale e di quella ispano-americana in particolare. Lui parlò con marcato accento spagnolo, perdendo il suo accento italo-americano e assumendone uno tutto nuovo.

In un futuro remotissimo qualcuno le avrebbe viste quelle foto ufficiali dove si stava noi tre in un angolo, rincón, io, Gioacchino e Matthew Licht lo scrittore, a fare le facce serie come se fossimo già a pensare a foto ingiallite per il tempo, e magari quel qualcuno avrebbe detto: guarda te le coincidenze, che proprio quei tre all'epoca, non ancora famosi, si ritrovarono una sera per caso a un cocktail party qualunque, in una Villa Romana qualsiasi, a un'inaugurazione di una mostra generica e chissà di che parlarono, se poi riuscirono a parlare in mezzo a quella gente con tutto quell'alcool incorpo, in quel corridoio stretto e tutte quelle persone, soprattutto quelle donne che passavano là davanti con i loro vestiti fasciati e i loro occhi verdi lucidi distratti e direzionati verso i punti di fuga del corridoio.

Matthew e Gioacchino si erano già conosciuti, non so in quale contesto, in quale altra serata uguale o simile a quella, in un'altra Villa, con altri vini bianchi offerti, giusto per esserci, giusto perché si doveva esserci, o chissà perché. Lo so perché: per Giulia e la moglie mecenate di Matthew, per quelle donne che a quel mondo erano effettivamente dentro e non come loro, Gioacchino e Matthew, di rimbalzo, nel corridoio antistante, in virtù di quelle loro fidanzate o mogli.

Gioacchino aveva anche letto un suo libro, se non proprio letto almeno lo aveva sfogliato e così aveva voluto che ci conoscessimo, io e Matthew, o forse si annoiava. Aveva detto: ehi Matthew, lui è Simone, anche lui è uno scrittore. Lo aveva detto due volte, a voce alta, a prendermi in giro, per rendere tutto ufficiale, tutto difficile, per me. Così parlai con Matthew Licht in quel corridoio mentre Gioacchino fermava le persone che passavano e chiedeva cose assurde, e brindammo più e più volte, con del vino bianco, che a volte andai a versare io per tutti e tre, altre volte andò Gioacchino, mi sembra di ricordare, brindammo alla letteratura, ai libri, al Sud America e agli angoli come quello in cui ci eravamo messi, agli angoli quale famoso concetto kafkiano, perché luogo sicuro, dove tutto si vede, il luogo della verità.

Ma a quest'ultimo argomento non brindammo, lo dico io adesso, col sennò di poi, mentre cerco di restituire un po' di quella mezz'ora passata là, parlando con lo scrittore Licht, i suoi quarantacinque anni, pelato, con la faccia molto americana, ma un'espressione pacata inglese. Un uomo ambitissimo dalle ricche signore di Villa Romana, come mi disse Gioacchino, ma irraggiungibile ad esse, poiché già preso dall'indiscussa leader di tutta quella baracconata di artisti, esperti, critici e curatori. Chissà magari era comunque possibile per le giovani, le curatrici; tuttavia, su questo punto Gioacchino non si dilungò, come se sapesse qualcosa ma preferisse evitare, da figura sospettosa quale lui è, che pensa sempre che ogni informazione concessa sarà prima o poi usata, come la pistola nel romanzo, e usata contro di lui.

Si parlò quella sera, con Matthew, prima di andare a una cena con alcuni artisti e i reietti della Villa, quelli non invitati alla cena ufficiale. Si parlò come a volte io ho parlato con gli scrittori, con un'attenzione speciale alle loro parole, al modo di dire una cosa, cercando di capire se stanno parlando o se stanno ricordando qualcosa che scrissero una volta e ora riusano, per stanchezza, abitudine, per semplicità, per scarsa voglia o per voglia di andare avanti al ritmo, di essere simili a quelli che furono, perché poi stare nel presente riesce male ad uno scrittore, penso ora. E anche io chissà dov'ero in quel momento, durante quel discorso con Matthew e durante tutta quella sera in generale, se pensavo a Diana lontanissima nella città in fondo alla strada, se pensavo al lavoro il giorno dopo oppure ai progetti futuri, un romanzo, un ristorante, la partita di calcio del venerdì o cose ancor più piccole, piccolissime beghe del presente che pure riuscivano ad allontanarmi da lì.

Così, come spesso accade quando incontro uno scrittore, gli chiesi come facesse a scrivere, come si facesse a scrivere, come faceva lui, se c'era una regola che seguiva, qualcosa, un trucco, quando ritagliasse del tempo alla vita, al presente così pure poco presente, per scrivere, al computer con la fronte lievemente corrucciata e gli occhi veloci a seguire le dita sui tasti e poi perderli e pensare ad altro.

 

Rispose di sì, che una cosa c'era, che lui si era dato come regola, e là citò credo Hemingway, quella di scrivere come minimo tre pagine al giorno, anche quando non c'era niente di niente da dire, tre pagine di parole di seguito, a forza, e qualcosa in quelle tre pagine non si sarebbe salvato, mi disse, ma avrebbe contribuito chissà come a fare di quel suo tempo il suo lavoro.

 

Simone Lisi

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