Stefano Loria Stefano Loria

Dune

La piscina è vuota.
Ne percorro lentamente il fondo cercando il riflesso dell’acqua mancante. Mi piace osservare l’inclinazione del pavimento azzurrato che determina le variazioni di profondità.

La piscina è vuota.
Ne percorro lentamente il fondo cercando il riflesso dell’acqua mancante. Mi piace osservare l’inclinazione del pavimento azzurrato che determina le variazioni di profondità. Cammino dalla zona in cui l’acqua è alta un metro fino a raggiungere la fossa che accoglie il corpo del tuffatore saltato dal trampolino. Da quel punto - la zona più bassa della vasca - il prato è invisibile e l’orizzonte esterno scompare. Foglie rinsecchite si avvitano in complicati mulinelli.
Il vento freddo arriva alle spalle, supera la sciarpa che porto al collo e scende a graffiarmi la schiena. Mi sto ritagliando una porzione di tempo fuori dal pranzo allestito alla villa. Dietro le dune coperte di sabbia i ciuffi d’erba fluttuano doppiando il movimento delle onde marine che si infrangono a poca distanza. Di mattina presto ho attraversato la spaziosa cucina. Sono uscito dalla grande porta a vetri - così trasparente da essere quasi invisibile – arrivando sull’erba del grande prato tagliata corta. 
Giunto alla piscina svuotata, oltre la quale si stagliavano le ultime montagnole di sabbia prima dell’oceano, ero stato investito – per un gioco di specchi infranti e ricomposti che producono strani echi – da una costellazione di esperienze private e fatti collettivi. Studio le sottili crepe fiorite sulle pareti della vasca. Formano arabeschi che mi riportano indietro. 

Rifletto sugli ultimi anni di vita di Pier Paolo Pasolini. Nessuno sapeva che stava lavorando a Petrolio. Libro trampolino per tuffarsi nelle correnti sotterranee del malessere italiano. Libro incendiario che dà fuoco alla nostra casa. Tutto brucia. Le fiamme corrodono le pareti, il pavimento, il soffitto. Così possiamo finalmente scorgere le linee guida, le strutture ischeletrite che reggevano l’intero edificio. Qualcosa di scritto, costruito per frammenti in collisione, con grandi aperture sulle dinamiche di potere politico e affaristico che sempre tornano ad ingabbiare l’Italia. Movimenti di denaro e di voti. 
Pasolini resiste alla pressione del tempo. Nelle pagine di Petrolio afferma che la sua decisione è “non di scrivere una storia ma di costruire una forma”. Ha creato una forma che continua a bruciare ancora oggi. Allo stesso modo nella mia mente continuano ad ardere i pozzi di petrolio del Kuwait, incendiati durante la Guerra del Golfo dai soldati iracheni in ritirata. Li ho visti in un documentario di Werner Herzog trasmesso dalla televisione in una notte estiva, a tarda ora, inquadrati dall’alto volando in elicottero, con le lingue di fiamma altissime che penetravano dentro nuvole nere così dense da creare il buio in pieno giorno.    
Le dune adesso sono diventate grigie. Sembrano fatte di cemento. Il cielo è nuvoloso. La luce cade come filtrata da un velario e le ombre proiettate sul terreno dalle masse volanti trasformano tutto il paesaggio.
Lei cammina e controlla la forma dei propri passi sulla sabbia umida. Indossa un piumino in pellicola di acciaio termosensibile: cambia colore al variare delle condizioni ambientali. Prima - quando era uscita assonnata a respirare l’aria del mattino - aveva un bel colore giallo limone. Ora si è trasformato in un blu di tenebra avvolgente. 
Sorride soddisfatta del vento che le tocca il viso. Tutta la sua figura emana una quieta energia. I capelli biondi scompigliati. E’ sempre felice di arrivare su questo lido di sabbie e roccia. Non conserva dolorose nostalgie del passato. Si avvicina e mi abbraccia. Scambio di calore. Totale aderenza dei corpi. 
Passeggiamo lungo il confine tra sabbia ed acqua. La spiaggia è enorme, ventosa per il maltempo dei giorni precedenti. Schiaffeggiati dagli spruzzi andiamo incontro alla tempesta, ci allontaniamo sempre di più dalla casa e dagli amici che stanno aspettando.
Mi fermo davanti ad un grande tronco d’albero trascinato a riva dalle onde. Vedo forme levigate piegate ad arco, sembrano enormi corna di cervo piantate nella sabbia. 
Ho in mente la fotografia satellitare di una costa frastagliata, il profilo irregolare della terra bruna a contatto con il blu grigio del mare. La visione da alta quota suggerisce un senso di completezza. Ma esistono dettagli che osservati dalle grandi altitudini rimangono invisibili.

Stefano Loria (testo e immagine)

Scopri di più
Stefano Loria Stefano Loria

Un posto nel tempo

Angelo meraviglioso. Isabella si sveglia. Sopravvive con pazienza, in mezzo al disincanto generale, nella frenesia dell’arricchimento rapido diffuso intorno a noi, seguendo una regola di sincero disprezzo per i tempi correnti. 

fotografia di Stefano Loria

Angelo meraviglioso. Isabella si sveglia. 

Sopravvive con pazienza, in mezzo al disincanto generale, nella frenesia dell’arricchimento rapido diffuso intorno a noi, seguendo una regola di sincero disprezzo per i tempi correnti. 

Le ho telefonato anche troppo spesso negli ultimi giorni, mal consigliato dai fantasmi privati che di sera mi parlano dallo specchio piazzato sul soffitto della camera da letto. 

Mi ero ripromesso di disturbarla il meno possibile. Non volevo ferire il suo isolamento. 

Isabella detesta le idee troppo logorate, quelle sculturine usa e getta che ci trasciniamo dietro, dalle quali l’abitudine ha scavato via ogni senso. E’ convinta che l’elaborazione dei concetti mantenga un’energia espressiva solo a patto di inventarsi scansioni irregolari, con accelerazioni e rallentamenti imprevisti. 

Quando stiamo insieme – può essere una passeggiata nel bosco o un percorso davanti alle vetrine dei negozi, nel centro di una grande città – non parliamo molto. Camminiamo a lungo senza fare conversazione. Se vedo che è assorta, la lascio tranquilla. 

 

Cerchi concentrici in apertura ed allontanamento sulla superficie del lago. 

Dopo avere saltellato quattro o cinque volte la pietra si è inabissata fulminea. Il gesto di Isabella è stato regale. Una falce scolpita nell’aria del pomeriggio ancora luminoso. 

 Più tardi, con lo sfumare dei raggi del sole dentro una scatola di oscurità, siamo tornati nella sua casa bianca. Il salotto è spazioso e poco arredato. Un grande divano rivestito di velluto giallo, il tavolo metallico con il piano di plexiglas, le due lampade che emettono attraverso i paralumi di stoffa un’incandescenza trattenuta. Lei sfiora con la punta delle dita le pareti lisce. Mette abbondante legna nel camino. Le fiamme alte accendono una piacevole colonna sonora di crepitii e schiocchi. Isabella si sposta lungo i grandi vetri quadrati che segnano il confine con l’esterno. Osserva gli alti alberi lussureggianti, l’inizio del sentiero, il piccolo pontile che si slancia nelle acque.

Non aspettava visite quella sera Isabella. 

Ma quando mi ha visto si è subito illuminata con un’espressione di felicità bambinesca sul viso. Ero andato lì a sorprenderla nella sua vacanza forzata. Avevamo il tempo dell’autunno a disposizione. 

Abbiamo ascoltato i rumori della legna secca mangiata dal fuoco, guardando le decorazioni carbonizzate sbocciare in quello spazio moderno. Anche facendo affettuose chiacchiere, Isabella mi accusava di non viaggiare mai. Diceva sorridendo: sei pigro, sempre incollato ai marciapiedi della città, obbligato a girare in eterno dentro il medesimo reticolo di strade. Ti senti depresso per errori compiuti in un tempo così remoto da appartenere quasi ad un’altra esistenza, è logico, i progetti che hai cullato troppo a lungo si sono rivelati impossibili da portare a termine. 

Mi sono difeso. Le ho ricordato che amo soprattutto compiere viaggi mentali. Mi piace spostarmi attraverso racconti, immagini, forme di cose che verranno. Malgrado la mia ripugnanza per il luogo in cui sono nato, devo però ammettere di avere disteso radici di pensiero a penetrare il suolo. In casi rari e fortunati ho toccato mondi possibili. 

Mi piace questa conversazione con Isabella. Le nostre parole lasciano affiorare tanti modelli del passato, esperienze che ritenevo perdute fioriscono e si espandono in scenari. 

C’è la stanza dei giochi che abitavo da piccolo, con la cesta dei balocchi in cui calavo le zampine per afferrare l’orsacchiotto. E più tardi la camera di adolescente con le pareti coperte dalle immagini di gruppi rock ritagliate dalle riviste, il tavolo da lavoro ricoperto con il panno verde scuro, ingombrato di fogli e matite. C’è la strada elegante in cui Isabella ha vissuto gli anni giovanili, rivediamo l’appartamento in cui abitava da ragazzina con il fratello ed i genitori. Facciamo risorgere un intero quartiere della nostra città: le case, le stanze che ci ospitavano, gli arredamenti. Rivediamo i libri più amati. 

Studiavamo Catullo al liceo classico. Le sue invettive ci apparivano fresche come se fossero state scritte il giorno prima, pensavamo alle sue poesie anche mentre facevamo finta di ascoltare i discorsi dei protagonisti dell'assemblea studentesca, quella spettacolare arena scolastica governata dagli estremismi politici.

Di notte sopraggiungeva, scivolando sulle onde della radio, una nebbia carica di turbamenti elettrici. 

Posati i volumi dei poeti maledetti francesi, Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, studiavamo il Verlaine americano - Tom Verlaine - chitarrista fondatore del gruppo rock Television. Ricordo quanto piaceva ad Isabella la copertina del loro primo album, l’atmosfera febbrile trasmessa dai colori acidi. 

Gli aquiloni lanciati nel cielo di New York - a metà di un decennio incandescente – erano ben visibili anche nel cielo di Toscana. Il ritratto in bianco e nero di Patti Smith - magra, l'espressione seria- si imprimeva a sigillo di Horses, un disco epico. Isabella era conquistata da questa ragazza fotografata dallo sconosciuto Robert Mapplethorpe come fosse una santa in preda a visioni del futuro.

Il fuoco dentro il caminetto langue. Fiamme in disintegrazione formano un tenue alone di luce intorno ai legni anneriti. 

Apriamo la porta. Abbandoniamo il tepore della casa. 

Uscendo all’esterno l’impressione iniziale è quella di un gelo al quale non sapremo resistere, ma percorrendo la stradina verso il lago ci sentiamo rinforzati e determinati.  

I passi sopra le tavole di legno del pontile producono un rumore sordo. Ci fermiamo arrivati all’estremità. Isabella per prima inizia a spogliarsi. Lasciamo cadere i cappotti, le sciarpe, il maglione, i guanti. 

Ci sporgiamo a fissare la lastra scura dell’acqua. Nonostante il freddo siamo decisi. 

Isabella si butta. Nuda, è bianca, sospesa in superficie. 

Mi getto anch’io. 

Ci ritroviamo insieme nell’acqua alta, sbucati dalla profondità per prendere una boccata di aria fredda. Dopo un carosello di rapide bracciate cominciamo a stare meglio. La temperatura dell’acqua adesso ci sembra quasi piacevole.

Nuotiamo veloci. La notte è senza luna. Cerchiamo di fare poco rumore. 

Ci allontaniamo dalla riva, raggiungiamo un punto al largo, dal quale il margine della foresta risulta impreciso, sfocato. Succede una cosa strana. Vediamo una scia di puntini luminosi, vacillanti al bordo del lago. Una segreta processione notturna che si perde poco a poco rientrando nel fitto degli alberi. 

Incuriositi ritorniamo indietro. Nuotiamo fino al pontile. Le luci sono scomparse. Tutto è esattamente come prima. Indossiamo i nostri vestiti ghiacciati. Via di corsa fino alla casa. 

Davanti ai tizzoni che crepitano nel caminetto, avvolta in una grande coperta di lana pesante, con i capelli ancora gocciolanti, Isabella mi dice che ha visto a sufficienza. Ricomincerà presto a scrivere.

fotografia di Stefano Loria

Stefano Loria

Scopri di più