Dentro le ombre per farne semi

 Fotografia di Bärbel Reinhard

Fotografia di Bärbel Reinhard

Allora comincerò con un altro disegno,
un’altra carta, ancora una leggenda

Franco Fortini 

 

I. Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini,
radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio
grigio e vecchio di quarant’anni.
Nel duemilaqualcosa calcolarono
nel duemilaqualcosa arcipelaghi,
corolle alpine e sopra cembri
e alghe dai cembri.
Torbiere, schizzi fossili,
riflessi sul thread dell’acqua e della luce.
L’uomo pregò il dio dell’acqua e della luce
ma il lago non era più lì. C’erano lappole
e faggiole cristallizzate nelle fauci del cinghiale
e nel sangue. Mentre una pioggerellina
sorda attutiva la preghiera, dentro,
sempre più simili a barricate, i primi
tre acri d’informazione.

 

II. Aironi scuoiati in pianura

Ci sono aironi scuoiati in pianura
e cicisbei che gocciano come ghiaccioli,
annaspano in un riflesso trasudando.
Oltre quel punto in pianura si disegna
l’orbita di una caduta. La parallasse
dall’occhio del cicisbeo all’ombra del tiglio
si riverbera in giugno, poco sotto i 40.
Col suo corpo sfilacciato l’airone
si tuffa in un mare più grande
e il tempo passa. Poi riemerge,
apparato psicometrico, termometro,
per ricompattarsi dall’altro lato
della caduta.

 

III. Il lievito della trasparenza

Cespi dorati e uomini dirupano
tra le ombre. Così, trasfigurati
in pianeti, gravitano nel buio.
Cicli verdi tagliano il buio
mentre la traiettoria s’incurva
e rotola nella luce.
Raggiunto il traguardo della trasparenza
diluviano su una guaina vuota.
Il sacco si riempie di spore
e la cascata diventa più opaca,
più pesante, spacca la membrana,
cade nell’occhio che chiude la palpebra.
La favola senza focus, senza uomo,
nel ciglio e nel timpano dell’orizzonte.

 

IV. Il lupo e la sua gang

La retina dal sangue essiccato,
il paesaggio iberna sui semi
che schioccano in tric tric
come il lupo e la sua gang
di sciacalli imbiancati.
Ma dove si nascondono le voci?
la Norvegia? una palude
di corpi abbandonati sul muschio fluttuante.

Sotto il sacco, in ogni increspatura, luccica
un fossile, il silenzio, tutta la
ricchezza del silenzio
e il sogno mortifero di un nuovo inizio,
un solo desiderio
ricompattabile.

 

V. [Il desiderio è il ricordo sfumato del desiderio]

Il desiderio è il ricordo sfumato del desiderio
e gira a vuoto e si ripete
e ripete nel vuoto l’aneddoto
del corpo addormentato nella vertigine
che controlla e anela e controlla
e anela e sfuma le immagini,
il desiderio. Per finire e non finire
nell’orgasmo lento – onanismo –
moviola – della potenza ritardata
della bestia.
Bambole, ma non basta. Supporti,
protesi, ma non basta. Innesti,
integratori, proteine, ma non basta – clic.
Sbucato dal sacco, spento nell’oceano,
cercando di orientarsi ogni avvoltoio
ha bisogno di carne sulle ossa.
Gli esseri s’incistano in un lunghissimo
coito – nei secoli
si analizzano per emergere, 
non importa il genere.

 

VI. [Il … dei semi]

C’era un occhio ad accompagnarci
sempre nell’angolo della stanza,
silenzioso, ma non lo sapevamo
e non volevamo saperlo.
Nel deserto, dopo le prime tribù,
non riconobbi il senso di affacciarmi
per paura di membra brutali,
per non dire l’abbraccio dei figli
dopo il tramonto, dopo il travaso
domestico, dopo l’ascolto.
Eppure dall’angolo della stanza,
gonfio di fruscii e vibrazioni,
l’occhio, ma non lo sapevo,
era ferito e imprigionato – dopo
le tribù, le organizzazioni complesse –
in una tenue dissociazione giornaliera.

 

VII. Artico dei primi passi

Erano costellazioni di ghiaccio
i primi animali a essere immaginati,
non pianeti o organismi ma lastre
galleggianti nella materia
liquida dei primi pensieri.
La guaina esplose dalla sensazione
confortevole di quell’abbandono.
Le lastre della preghiera riflettono
l’occhio che rifiutiamo di svegliare.
Ecco che scappano al lavoro
che li dimentica e li succhia.
I primi orsi lungo tutti i passi
che sappiamo e decantiamo.

Gianluca D'Andrea

 


Gianluca D’Andrea, nato a Messina nel 1976, si occupa di poesia e critica letteraria. Collabora con Alfabeta2 e DoppioZero, vive e insegna a Treviglio. 

Gianluca D'Andrea