Stefano Loria Stefano Loria

That Feeling - Pensare con la pittura

La vitalità della pittura prima di tutto. A dispetto di quanti pensano al linguaggio pittorico come ad un mezzo sorpassato, oppure giunto ad un suo esaurimento dopo una storia lunghissima, o disseccato dall'infinito numero di opere prodotte in passato e custodite nel museo delle nostre peregrinazioni immaginarie.

Joshua Citarella

La vitalità della pittura prima di tutto. A dispetto di quanti pensano al linguaggio pittorico come ad un mezzo sorpassato, oppure giunto ad un suo esaurimento dopo una storia lunghissima, o disseccato dall'infinito numero di opere prodotte in passato e custodite nel museo delle nostre peregrinazioni immaginarie. In opposizione ad una sua morte continuamente annunciata durante gli ultimi quaranta anni. A sfatare questo pregiudizio (forse più tipicamente italiano che internazionale) giungono segnali inequivocabili di una capacità della pittura di reinventarsi durante tutti i cicli storici, compiendo successive rivoluzioni, con stupore di tutti, quando ormai se ne preparava in più luoghi un lussuoso funerale. Nessuna sorpresa da parte mia nel constatare che ancora una volta nuove generazioni si affacciano sul bordo di questo linguaggio, sull'abisso forse potremmo dire, viste le profondità ormai in gioco. E' il caso That Feeling, mostra collettiva a cura di Domenico de Chirico, con autori tutti impegnati a ripensare lo spazio pittorico e la sua identità, provando a tracciare possibili vie di fuga verso costruzioni inedite.

Alexander Lieck

Hayal Pozanti

Attraversando le sale della galleria mi è sembrata dominante la tendenza a guardare avanti più che a ripercorrere i temi della tradizione. Sono pochi infatti gli artisti di questa esposizione che si riallacciano a modelli del passato, solo Haylan Pozanti (con le sue forme incastonate dentro composizioni di lucida esattezza grafica) e Alexander Lieck (che evoca una sorta di fantasma raggelato dell'espressionismo astratto) risultano interessati a reinterpretare stili ormai storici. Gli altri provano ad immaginare cosa possa essere la pittura super contemporanea del nostro presente, con esiti talvolta molto convincenti, come le visioni -tecnologiche e smaterializzate - di Joshua Citarella, capaci di suggerire trasformazioni dell' immagine già avvenute, proiettando l'osservatore ad un grado inquieto ed enigmatico di attenzione. Ho trovato molto affascinanti anche gli spazi astratti di Heather Guertin, ambigui, inconoscibili, mettono in scena una sorta di territorio misterioso da percorrere soprattutto con gli strumenti della mente. Falsamente semplice, il lavoro di Stephen Felton mi pare sviluppi una interrogazione sul potere delle forme simboliche, ridotte ad una scarna rappresentazione – logica e primitiva - una proposta radicale per instaurare nuovi vocabolari essenziali. Le grandi, ipnotiche campiture di colore di Tamina Amadyar – intense e quasi apparse in sogno – le potrei leggere come una sorta di accensione, una promessa di libertà per la pittura, da spendere e confermare negli anni futuri. 

Heather Guertin

Tamina Amadyar

That Feeling, Eduardo Secci Contemporary, Piazza Carlo Goldoni 2, Firenze. 

Stefano Loria (testo)

Carlo Zei (immagini)

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In Scandinavia

Come sempre non sapevo cosa avrei visto alla mostra verso la quale mi stavo avvicinando, passo dopo passo, con la solita avversione per il tempo presente in cui siamo costretti ad esistere e già desideravo contenere la possibile delusione entro una scala comunque accettabile di rimpianti e possibili recuperi di dignità.

Come sempre non sapevo cosa avrei visto alla mostra verso la quale mi stavo avvicinando, passo dopo passo, con la solita avversione per il tempo presente in cui siamo costretti ad esistere e già desideravo contenere la possibile delusione entro una scala comunque accettabile di rimpianti e possibili recuperi di dignità. Il fatto che i due artisti provenissero dalla Scandinavia non mi aiutava ad immaginare le forme che le opere potevano assumere. Parlando di arti figurative non conosco i contesti, gli stili in atto, le mappe delle attività svolte dalle nuove generazioni nel grande nord dell’Europa. Se ascoltiamo musica jazz è un altro discorso: tutti sanno che in quelle terre vengono prodotte musiche inedite, a volte eleganti messe a fuoco di tradizioni lontane, in altri casi sorprendenti e incendiate operazioni anarchiche, rivolte a corrodere le strutture in nome di una espressività tutta liberata, senza alcuna paura di esagerare, nessuna facilità concessa al pubblico, con il solo imperativo di lasciare esplodere l’energia e poi si andrà dove è necessario andare. 
Arrivato davanti alla galleria, vista la vetrina coperta dalla rete scura dello svedese Klas Eriksson, con gli aeroplani di carta bianca imprigionati dentro le maglie, ho pensato che la mostra mi piaceva già molto, perché i musi appuntiti dei piccoli jet - saggiamente rivolti verso i visitatori che entravano- suggerivano una condizione di prigionia adeguata al periodo attuale. Oggettini utopici bloccati in volo, al tempo stesso la constatazione di un’impossibilità ed un appello alla rivolta. Nelle sale interne, sempre dello stesso autore, ho trovato opere capaci di confermare la vitalità della pittura. Alcune tele astratte -dipinte con tecniche miste, ma soprattutto con inusuali fumogeni colorati –evocavano un romanticismo in technicolor assai gustoso, declinato in forma di riflessione sui confini (ovviamente inesistenti) della pittura contemporanea. 
Al piano sotterraneo, come in una grotta segreta, un deposito dell’inconscio ben organizzato, i lavori del norvegese Be Andr sembrano affermare l’assoluta centralità della matrice linguistica, collocata all’origine di ogni pensiero e forma. Così l’estetica delle opere è letteralmente modellata dalle frasi applicate sopra le superfici specchianti. In un gioco molto sofisticato di rimandi mentali e questioni poste all’occhio dell’osservatore, con rivelazioni che finiscono per rovesciarsi in enigmi. Alla fine, dopo avere a lungo guardato questi segnali, questi residui attivi del linguaggio che tutti parliamo e nessuno di noi possiede realmente, a dominare suprema è la geometria degli spazi visivi. Le matrici letterali promettono al pubblico qualcosa che forse non saranno in grado di mantenere. Dal mio punto di vista questa è una grande emozione.


Trasformative limits. Klas Eriksson, Be Andr. Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51r, Firenze. 
www.eduardosecci.com

Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)

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I regni del vuoto

Una mostra dedicata al vuoto e a tutto quello che ci sta intorno. Ad esempio: ricucire il taglio di Lucio Fontana. Potrebbe essere chiaramente il sogno segreto di ogni artista, ripercorrere a ritroso quel fantastico gesto di apertura sull'infinito

Una mostra dedicata al vuoto e a tutto quello che ci sta intorno. Ad esempio: ricucire il taglio di Lucio Fontana. Potrebbe essere chiaramente il sogno segreto di ogni artista, ripercorrere a ritroso quel fantastico gesto di apertura sull'infinito, un po' come richiudere il vaso di Pandora. Un divertimento innanzitutto. Ma qui l'umorismo forse nega la Storia, e portare indietro le lancette dell'orologio, far volare all'indietro i fogli del calendario, lasciare i segni di una violenta chirurgia sul panno rosso, potrebbero essere operazioni meno allegre di quello che sembra. Potrebbero alludere ad una tragedia in corso, ipotesi al nero

Pare a prima vista assai allegra anche una bella palla di polvere grigia collocata sopra una bianca base, come fosse una scultura classica, un busto eloquente, un ritratto. In effetti di ritratto si tratta: quello del nostro tempo che passa ed accumula scarti, elementi di sporcizia, polveri destinate a restare invisibili fino a quando non si cementano, solidificandosi in qualcosa da gettare, cancellare, rimuovere. In questa occasione la polvere trionfa in forma di piccolo monumento alle nostre illusioni di permanenza.

Un vano gesto anche quello di collocarsi nel vuoto della Storia dell'arte con tutta la propria ingombrante presenza di oggi, con la propria disperata agilità, facendo un salto dentro l'opera altrui. Bisogna retrocedere di qualche secolo, azionando un meccanismo di macchina del tempo che forse intende confermare l'impossibilità di stare a proprio agio dentro qualsiasi epoca. In altre declinazioni il vuoto abita mobili costruiti appositamente per contenerlo, teche in cui lo spazio si dispone ad accogliere il nulla.

Infine l'apparizione che mi ha colpito ed emozionato di più: le sculture sonore capaci di emanare rumori - irriconoscibili ma suggestivi – ed anche profumi. Strutture sospese al soffitto, elegantissime con i legni circolari e le trasparenze, con le piccole casse acustiche, con i cavi neri che le ancorano al pavimento. Molto eloquenti sul piano squisitamente visivo, ma al tempo stesso intime in modo sorprendente, stanno davanti a noi e sembrano confermare l'assenza di qualcosa che – lo sappiamo da sempre – ci mancherà ancora per tantissimo tempo. 

Stefano Loria (testo)

Carlo Zei (immagini) 

 

Mind the gap -Davide Allieri, Alexandros Papathanasiou, Luca Pozzi, Tamara Repetto- a cura di Gino Pisapia

Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51/r, Firenze

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