That Feeling - Pensare con la pittura
La vitalità della pittura prima di tutto. A dispetto di quanti pensano al linguaggio pittorico come ad un mezzo sorpassato, oppure giunto ad un suo esaurimento dopo una storia lunghissima, o disseccato dall'infinito numero di opere prodotte in passato e custodite nel museo delle nostre peregrinazioni immaginarie.
Joshua Citarella
La vitalità della pittura prima di tutto. A dispetto di quanti pensano al linguaggio pittorico come ad un mezzo sorpassato, oppure giunto ad un suo esaurimento dopo una storia lunghissima, o disseccato dall'infinito numero di opere prodotte in passato e custodite nel museo delle nostre peregrinazioni immaginarie. In opposizione ad una sua morte continuamente annunciata durante gli ultimi quaranta anni. A sfatare questo pregiudizio (forse più tipicamente italiano che internazionale) giungono segnali inequivocabili di una capacità della pittura di reinventarsi durante tutti i cicli storici, compiendo successive rivoluzioni, con stupore di tutti, quando ormai se ne preparava in più luoghi un lussuoso funerale. Nessuna sorpresa da parte mia nel constatare che ancora una volta nuove generazioni si affacciano sul bordo di questo linguaggio, sull'abisso forse potremmo dire, viste le profondità ormai in gioco. E' il caso That Feeling, mostra collettiva a cura di Domenico de Chirico, con autori tutti impegnati a ripensare lo spazio pittorico e la sua identità, provando a tracciare possibili vie di fuga verso costruzioni inedite.
Alexander Lieck
Hayal Pozanti
Attraversando le sale della galleria mi è sembrata dominante la tendenza a guardare avanti più che a ripercorrere i temi della tradizione. Sono pochi infatti gli artisti di questa esposizione che si riallacciano a modelli del passato, solo Haylan Pozanti (con le sue forme incastonate dentro composizioni di lucida esattezza grafica) e Alexander Lieck (che evoca una sorta di fantasma raggelato dell'espressionismo astratto) risultano interessati a reinterpretare stili ormai storici. Gli altri provano ad immaginare cosa possa essere la pittura super contemporanea del nostro presente, con esiti talvolta molto convincenti, come le visioni -tecnologiche e smaterializzate - di Joshua Citarella, capaci di suggerire trasformazioni dell' immagine già avvenute, proiettando l'osservatore ad un grado inquieto ed enigmatico di attenzione. Ho trovato molto affascinanti anche gli spazi astratti di Heather Guertin, ambigui, inconoscibili, mettono in scena una sorta di territorio misterioso da percorrere soprattutto con gli strumenti della mente. Falsamente semplice, il lavoro di Stephen Felton mi pare sviluppi una interrogazione sul potere delle forme simboliche, ridotte ad una scarna rappresentazione – logica e primitiva - una proposta radicale per instaurare nuovi vocabolari essenziali. Le grandi, ipnotiche campiture di colore di Tamina Amadyar – intense e quasi apparse in sogno – le potrei leggere come una sorta di accensione, una promessa di libertà per la pittura, da spendere e confermare negli anni futuri.
Heather Guertin
Tamina Amadyar
That Feeling, Eduardo Secci Contemporary, Piazza Carlo Goldoni 2, Firenze.
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
Avvistamenti - Stefano Ricci
Se decido di avventurarmi in questa favola nera, poi tu dovrai non dico seguirmi, ma almeno assecondarmi. Un viaggio solitario, come sempre è stato. In un'epoca in cui le barriere fra i generi sono svanite ed i linguaggi espressivi già da molti anni si sovrappongono influenzandosi in complesse stratificazioni
Se decido di avventurarmi in questa favola nera, poi tu dovrai non dico seguirmi, ma almeno assecondarmi. Un viaggio solitario, come sempre è stato. In un'epoca in cui le barriere fra i generi sono svanite ed i linguaggi espressivi già da molti anni si sovrappongono influenzandosi in complesse stratificazioni, il contatto con l'opera può essere affidato solo ad una curiosità importante, ad una semplicità di reazione, ad una volontà di sapere cosa davvero ho davanti ai miei occhi.
Ad esempio un lago ghiacciato. In basso vedo una superficie solida su cui potrò forse camminare, in alto un bianco denso e un celeste chiaro. A guardare meglio però mi accorgo che è tutto un paesaggio cucito, sono pezzi di tessuto tenuti assieme, sembrano usati, consumati, eppure hanno un loro splendore. E' una scena riciclata che possiede la nettezza di una visione bambinesca. Mi sento come se fossi un ragazzino piombato dentro una rappresentazione affascinante che non riesco a comprendere del tutto.
C'è poco da stare tranquilli in questo percorso. Sembra di essere al sicuro, ma è solo una illusione di salvezza: in agguato ci sono sequenze scarne, altamente espressive, proprio come lo storyboard di un film. Si sviluppano atmosfere visive che rimandano alla tecnica cinematografica, e infatti a Carlo – mentre stava fotografando la mostra - è venuto subito in mente Donnie Darko, mentre io in precedenza avevo pensato alla televisione, a serie come la vecchia Twin Peaks o la recente Fargo. Comunque in tutte queste opere (arazzi, piccole e grandi carte piene di personaggi e misteriose manovre) sono le narrazioni ad emergere, con una prepotenza a volte anche paurosa.
Narrazioni di stampo cinematografico e televisivo, abbiamo detto, almeno come punto di partenza, ma subito si evolvono in una direzione non mimetica: Stefano Ricci non desidera (per fortuna!) imitare fedelmente l'immagine super moderna ad altissima definizione, quale ci viene oggi restituita -in ogni maledetto attimo delle nostre vite - dagli schermi che ci circondano. Al contrario, l'immagine /racconto viene sempre sottoposta ad un filtraggio molto personale che crea una sorta di doppio, una visione low-fi, sporcata dalla materia logora dei tessuti o dalla inquietudine dei flussi pittorici. Così tutto un mondo di incubi possibili, di vite ad un bivio, di pericoli inevitabili, prende forma altamente privata e lo stile dell'autore finisce per imprimersi in modo molto intenso, come è giusto che sia, sopra le storie offerte all'osservatore.
Si tratta di narrazioni sempre parziali, punti di vista incompleti, e questa frammentazione mi appare come uno dei segni forti nelle opere di Ricci, perché produce una istantaneità di significato molto efficace. Sono opere impure, nel migliore significato che possiamo attribuire a questo termine. Creazioni appartenenti ad un territorio strano, in cui pittura, illustrazione, racconto cinematografico e televisivo, materialità del colore, sceneggiatura ed illuminazione fulminea, tendono ad addensarsi, a mescolarsi, a ricombinarsi in una forma attraente e perturbante.
"Ricci avvista il reale: lo scruta delicatamente, lo circoscrive in focus ovali che ne numerano la visione. Lo interiorizza in un mondo silenzioso di cani e mangrovie per poi ricrearlo e comporlo. Si vive l’esperienza di questa sensibilità nella performance Spinner, creata insieme al contrabbassista Giacomo Piermatti. Sulle improvvisazioni del musicista, Stefano dipinge con colori neri e bianchi proiettando sul muro, alla visione pubblica, la sua azione. Di fatto i due si influenzano vicendevolmente e quello che ne fuoriesce è una jam session a due dall’esito sconosciuto." (Cartavetra)
Avvistamenti, Stefano Ricci, galleria Cartavetra, via Maggio 64r, Firenze. Orario: lun-ven 15.00 -19.30; sabato 10.00-13.00/15.00-19.30. Fino al 5 marzo.
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
Il buio si avvicina - Jan Fabre
Il buio si avvicina. Questo ti posso dire dal mio punto di vista privilegiato, quello di uno spettatore sempre collocato ai margini, sempre confinato in uno spazio vuoto, prigioniero dentro una terra di nessuno, mi sembra di abitare continuamente una mancanza, un'assenza,
Il buio si avvicina. Questo ti posso dire dal mio punto di vista privilegiato, quello di uno spettatore sempre collocato ai margini, sempre confinato in uno spazio vuoto, prigioniero dentro una terra di nessuno, mi sembra di abitare continuamente una mancanza, un'assenza, e proprio per questo, abituato al deserto, leggo i segni di un lenta ma inesorabile caduta. Entrando in galleria ho guardato la prima opera che ho incontrato e subito ho fatto il confronto più meccanico e banale, quello con il teschio tempestato di diamanti di Damien Hirst (è il demone dell'analogia che dispiega la sua forza). Nell'opera di Hirst è il delirio economico a dettare legge, i diamanti mi sembrano alludere al peso delle transazioni economiche intorno al globo, instancabili, splendide, super resistenti, e le pietre luccicanti finiscono per simboleggiare la supremazia del Valore sulla Morte, trasformando tutto in un allegro carnevale pop (ma possiedono anche una freddezza geologica che mantiene quel tono cinico tanto caro all'artista inglese, come se dicesse: qui la vita non c'è mai stata).
I teschi di Jan Fabre – tutti costituiti dalle iridescenti corazze di coleotteri – sono fatti di una preziosità di natura molto diversa: essendo costituiti da resti ormai privi di vita ci mostrano il risultato di una perdita, indicano una Fine assai più vicina e preoccupante per chi osserva. Inoltre Fabre è uomo di teatro, quindi il teschio da solo non può bastare, bisogna metterlo in scena, di volta in volta fargli recitare una storia che ci spaventi in modo differente. Mi porge una frusta (quasi una promessa-conferma di dannazione) oppure tiene in bocca un uccello strappato al suo volo, immobile e mortificato. Ma il teschio forse più suggestivo è quello che porta incastonate tre pesanti chiavi che serviranno – ovviamente – ad aprire i cancelli del nostro inferno personale. La narrazione è forte ed esplicita: seguiamo le tracce di un Cavaliere Notturno in avventura. Le sculture sono armature (sempre realizzate con i coleotteri) dalla doppia funzione: corazze per difesa ma anche calchi di parti del corpo, quasi a scomporre l'unità vitale in dettagli di rara bellezza ma inutili, raggelati. Sulle pareti leggo brevi ma importanti frasi dell'artista che ribadiscono l'ossessione per la tradizione cavalleresca.
In ogni caso l'attacco non verrà da un nemico esterno, ma da una malattia ardente dimenticata nel profondo della nostra identità. Per comprendere il pericolo con cui siamo obbligati a confrontarci basta scendere poche scale ed entrare in una sala sotterranea, qui il breve film Lancelot spiega tutto. Protagonista assoluto è un cavaliere medioevale - Fabre stesso calato dentro una lucente armatura- impegnato in una dura lotta solitaria, chiuso in una cripta densa di ombre, sta combattendo contro non si sa cosa, forse contro se stesso, in una verosimile accelerazione di fatica, colpisce il nulla con la spada, con il respiro che diventa affannato. C'è un sofferto spreco di forze, disperazione, capitolazione finale. Ogni gesto è circondato da un senso di minaccia, vago e misterioso, ma non per questo meno inquietante.
Mi hanno folgorato la nettezza del disegno mentale e la chiarezza delle realizzazioni di questo artista. Mi ha stupito il dettato cavalleresco declinato in una deriva continua, in una dissipazione non controllabile, come a custodire il senso ultimo delle opere dentro un flusso di perdita poi miracolosamente concretizzato nella bellezza degli oggetti, nell'eleganza dell'orizzonte scandito, nell'assoluta aderenza di questo percorso a nessun tempo nostro contemporaneo. Arrivato all'epilogo di questa avventura mi sono trovato intrappolato dentro una magia di carattere teatrale. Gli eventi di cui sono stato testimone – metamorfosi dei corpi, pericoli, violenza, morte e ritorno in scena - sono svaniti in un facile soffio. Tanta passione sprigiona alla fine una vertigine del mai accaduto. In tale paradosso trionfano le rappresentazioni di Jan Fabre.
Jan Fabre, Knight of the Night, galleria Il Ponte, via di Mezzo 42/b, Firenze.
www.galleriailponte.com
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)