NY 1967

(Bilingual: English/Italian)

(Bilingue: Inglese/Italiano)

The Gambrinus Night Club, known as The Gambler In Us, used to be the family business. Aunt Flora founded the joint. This is the story of her entertaining dream.

She obtained a liquor license, and took out a lease on a former flower shop. She painted the walls, and began to serve simple cocktails to a small-town clientele. The only thing she insisted on was proper dress. This meant: suits and ties for the gents, knee-length skirts and combed hair for the ladies. Local gangsters showed up, inevitably. Aunt Flora couldn’t figure out a diplomatic way to discourage their custom, especially since they dressed well and behaved themselves.

Il locale Gambrinus era l’azienda di famiglia. Zia Flora ne fu proprietaria. Questa è la storia del suo grande sogno.

Ottenne una licenza per vendere liquori e prese in affitto un fondo commerciale che prima era di un fioraio. Ridipinse le pareti e cominciò a servire cocktail senza pretese agli abitanti della piccola città. Insisteva solo che i suoi clienti fossero vestiti decentemente, cioè uomini in giacca e cravatta, donne con le gonne sotto le ginocchia, e tutti pettinati. Arrivarono, inevitabilmente, i mafiosi nostrani. Zia Flora non riuscì a trovare un modo diplomatico per scacciarli, specialmente perché erano fin troppo eleganti e si comportavano bene.

She hadn’t foreseen that their presence would magnetize the region. People who like to drink in nightclubs also like to be around alleged criminals. Business at the Gambrinus soared. When it was clear that The Gambrinus could afford to expand, Aunt Flora and her then husband Michael took a trip to New York. She wanted ideas for how the renovated club should look, what sort of image it would project, what social atmosphere it would embody. Must’ve been some trip.

Non poteva prevedere che la loro presenza avrebbe magnetizzato la zona. Alle persone a cui piace bere nei locali piace pure frequentare criminali. Gli affari al Gambrinus andarono di bene in meglio. Quando fu chiaro che il Gambrinus si poteva ampliare, Zia Flora e l’allora marito Michael fecero un viaggio a New York. Lei voleva cogliere idee su quale aspetto, quale atmosfera avrebbe avuto il locale rinnovato ed espanso. Sarà stato un viaggio fantastico.

Uncle Michael took off soon afterwards, for parts unknown. He’d worked as an accountant for a brewery in a nearby town. Aunt Flora said he was peeved at her success, but she’d become much too busy for home life. Aunt Flora hired me as a part-time waitress in her place whenever I came back to town for the summer. Years later, circumstances dictated that I had to ask her for a place to live.

The Gambrinus had closed down a long time before. Was closed down, actually. By police. There’d been trouble with the same gangsters who’d made Aunt Flora’s business boom in the first place. They muscled in on the Gambrinus’ gaming license, liquor supply, and waste disposal contract. They buffalo’ed ever-deeper into her business until she sold out, or had to. They drove her place into the ground. Sad, because the club was the soul of the town. With no spirit left, the town died.

Zio Michael, che aveva lavorato come ragioniere presso un birrificio della zona, sparì poco dopo. Secondo zia Flora era invidioso del successo di lei, ma è vero anche che era troppo presa dal suo lavoro per occuparsi di faccende domestiche. Zia Flora mi prendeva come cameriera quando tornavo in città per l’estate. Anni dopo, le circostanze mi costrinsero a chiederle anche un posto dove vivere. Il Gambrinus a quel punto era chiuso da anni. Anzi, fu fatto chiudere dalla polizia. Ci furono guai con i gangster che l’avevano reso un club di grido. Con modi forti si erano impossessati delle varie licenze e appalti, e alla fine costrinsero la zia a vendere. La nuova gestione fallì, forse apposta. Era triste, perché il Gambrinus era l’anima del paese. Priva di spirito, anche la nostra piccola città sembrò morire.

Aunt Flora’s elderly, so she was glad to have someone younger and stronger around to help with household- and personal matters.

She said she wanted to empty the house before she died. She didn’t want to be reminded of a happier past by objects fashioned from inert matter, or have strangers snoop the souvenirs of her life.

La zia Flora era anziana a quel punto, ed era contenta di avere una donna più giovane e forte che le desse una mano in casa. Disse di voler sgomberare tutto prima di morire. Non voleva tenersi ricordi del passato, e non voleva che gente sconosciuta frugasse tra i souvenir della sua vita.

When I was cleaning out her live-in closet, I found a box of pictures from that New York trip she took with Uncle Michael.

It took some pretty hard begging, but Aunt Flora eventually agreed to describe what was going on in these pictures I selected from the trove. The rest disappeared into the mob-owned dumpster in the alley behind her house.

Mentre svuotavo l’armadio, trovai una scatola piena di foto del viaggio di New York che fece con zio Michael.

Dovetti implorare forte, ma la zia alla fine descrisse ciò che avviene nelle foto che selezionai. Il resto finì nel cassonetto del vicolo dietro la casa.

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“I asked your uncle to snap this picture because I wanted a dress like the one this woman was wearing. I thought a club hostess ought to wear something festive while on duty, like a kimono or paper lantern earrings. But the dress I had made out of some nice shantung we found in Chinatown didn’t look right on me. I could never wear bright colors, you know.”

Chiesi a tuo zio di scattare questa foto perché volevo un vestito come quello che porta questa donna. Credevo che la padrona di un locale dovesse essere sempre vestita a festa, in kimono, per esempio, con orecchini lanterne di carta. Ma l’indumento che mi feci fare usando della seta shantung comprata a Chinatown non mi donava. Non sono nata per portare colori sgargianti.

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“This was snapped at the club where I sorta stole the idea to put folding tables out on the dance floor when things got crowded.  They had a professional photographer who strolled around with a Speed Graphic. He’d get your address, send you a proof print, and if you liked it, you sent him a check for five bucks. Your uncle liked me in white. He was really handsome, you know, a sharp dresser and a great dancer. I watched him dance with a lot of women that night, I remember, including women of color. They asked him to whirl them around a bit. I didn’t mind. I forgot who the band was... Charlie Parker, maybe?”

Questo è il night dove rubai l’idea di mettere tavolini pieghevoli sulla pista da ballo quando il locale era affollato. C’era un fotografo a giro con una Speed Graphic. Si faceva scrivere indirizzi in un quaderno e mandava in giro foto di prova. Se ti piacevano, gli mandavi un assegno. A tuo zio piacevo, tutta vestita di bianco. Era davvero un bell’uomo, elegante, e ballava da dio. Lo guardai che ballava con diverse donne quella sera, alcune di colore. Furono loro a invitarlo a farle fare qualche giro sulla pista. A me non dispiaceva. Mi dimentico chi suonava. Charlie Parker, forse.

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“The women on Fifth Avenue wore permanent white gloves, like it was the Easter Parade. And they all had yippy little dogs on white leashes. I don’t like the idea of animals on a rope, but I thought those gloves were just so elegant. So I bought a few pairs at Bonwit Teller, and never failed to put them on in my role as hostess at the Gambrinus.”

Le donne sulla Fifth Avenue portavano sempre guanti bianchi, come a parata. Avevano tutte piccoli cani chiassosi al guinzaglio. Non mi piace l’idea di animali legati, ma quei guanti mi affascinarono. Ne comprai diverse paia da Bonwit Teller, e li mettevo sempre quando ero in veste di hostess al Gambrinus.

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“She’s one of the ladies in white coats, white gloves, with a furry little white dog on a white leash. I was envious of her until I saw that look in her eye. She was envious of her fellow Fifth Avenue women. Maybe they had better dogs, whiter gloves, longer leashes, and lived in more glamorous structures, at more prestigious addresses. I didn’t want to be whoever got in her way when she saw her chance to get those things.”

Lei è una di quelle signore dai cappotti bianchi e guanti bianchi coi cani a guinzaglio delle Fifth Avenue. La invidiai finché non vidi quel suo sguardo. Era invidiosa delle sue compagne, che forse avevano cani più belli, guanti più bianchi, guinzagli più lunghi e vivevano in palazzi più belli, dagli indirizzi più prestigiosi. Non volevo essere tra lei e le cose che desiderava.

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“How do you feel when you stumble on a masterpiece? Actually I kinda felt, ‘we got lotsa these, in Kansas City.’ But then I went inside, straight into another world. I walked up the spiral plane, looked at the people and all the crazy colors splashed any which way except it wasn’t just any old which way and all of a sudden I sorta didn’t want to go back to Kansas any more. I wanted to stay in the Big City and learn more out about color and music. Luckily your Uncle Michael sobered me up on that kooky idea.”

Che effetto fa, imbattersi in un capolavoro? Pensai, dobbiamo farne costruire tanti musei così a Kansas City. Entrai, e finii in un mondo diverso. Salii il pavimento a spirale, osservai la gente e i colori pazzeschi spiaccicati qua e là ma comunque nel modo più giusto possibile. Non volevo tornare mai più nel Kansas. Volevo restare nella Grande Città per imparare il colore e la musica. Per fortuna tuo zio Michael mi distolse da simili lunatiche idee.

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“He took me up another skyscraper—forget which one—and told me to look out west. What I saw was chaos, cars and the river. He showed me the cover of a magazine he’d bought at the ground-floor newsstand: a weirdo map of the country, pretty much from the perspective of where we were standing right then. The world beyond the river was reduced to childish doodle, as though New York was the only place that really mattered. “We’re on top of the world in the capital of the world,” I said. “Why don’t we move here and start all over again?”

He shook his head. ‘That’s the wrong way of looking at this. What the drawing really means is that where you are is the only place that matters.’”

Mi portò in cima ad un altro grattacielo, non ricordo quale, e mi disse di guardare a ovest. Vidi caos, automobili, e il fiume. Mi mostrò la copertina della rivista che aveva comprato all’edicola a pianterreno: una bizzarra mappa del paese dalla prospettiva di dov’eravamo in quel momento. Il mondo oltre il fiume era ridotto a un disegno infantile, come se New York fosse l’unico posto che conta. “Siamo in vetta alla capitale del mondo,” dissi. “Perché non ci trasferiamo qui e ricominciamo daccapo?”

Scosse la testa. “Lo stai guardando nel modo sbagliato. Il disegno significa che dove sei tu è l’unico posto importante.”

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“He took me further along on the reality tour, as he called it. We climbed every tall building they’d let us climb. From the inside, I mean, not like King Kong. The bustle and crowdedness below gave me vertigo. Just when I was about to throw up whatever we had for lunch at the Horn & Hardart’s Automat over the Chrysler Building’s handsome cast-iron parapet, we saw this perfect little girl who was being shown the big city for the first time. If there was anything wrong down there, she didn’t see it. I wanted to be just like her forever.”

Proseguimmo ciò che tuo zio chiamò la Reality Tour. Montammo tutti i grattacieli dov’era permesso salire. Da dentro, intendo. Non come King Kong. La confusione del formicaio sottostante mi diede le vertigini. Quando stavo per vomitare ciò che avevamo mangiato al ristorante automatico Horn & Hardart’s dal parapetto del grattacielo Chrysler, vedemmo questa ragazzina perfetta che vedeva la città per la prima volta. Se c’era qualcosa che non andava, là sotto, lei non se ne rendeva conto. Volevo essere come lei, in eterno.

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“Since it was such a pretty, breezy day, and because we were both in such a childish mood, we went out to Coney Island to have some fun. But when we got back to Manhattan there was a man begging by the stairs of the subway station. He’d been caught in a fire, his face was burned. He didn’t even have eyebrows, and he was crying. We gave him some money, but I didn’t take a picture.”

Visto che era una giornata di vento, cristallina, e che eravamo di umore adolescente, andammo a Coney Island per divertirci ancora. Ma quando tornammo a Manhattan c’era un mendicante sulle scale della metropolitana. Era rimasto intrappolato in un rogo, aveva il volto ustionato. Non aveva nemmeno le sopracciglia, e piangeva. Gli demmo dei soldi, ma non gli scattai una foto.

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“I can’t remember who this bearded guy sitting next to me and your uncle was. He might’ve been the owner of that Irish pub in the picture. It was a windy day, and we had probably put away more stout than was good for us. There might’ve been hanky-panky with that fellow up in the rooms over the pub. You can see I’ve got my arm around his shoulder. Uncle Michael liked to share, and he certainly liked to watch. I didn’t mind it, then.”

Non ricordo chi fosse il tipo barbuto seduto accanto a me e tuo zio. Forse era il proprietario del pub  irlandese alle nostre spalle. C’era un grande vento, e avevamo bevuto più di quanto avremmo dovuto. Forse ci fu un po’ di orgia, nelle stanze sopra il locale. Come vedi, ho il braccio attorno alle spalle del tipo. Lo zio Michael era generoso, e gli piaceva guardare. All’epoca non mi dispiaceva.

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“We went back to Central Park, and your uncle Michael took me out on a rowboat. In the middle of that tiny artificial lake, unless it was a real lake and they built the Park around it, we heard drums, like we were in Africa all of a sudden, and not in the City.”

Tornammo a Central Park, e zio Michael mi portò a fare un giro in barca. Nel mezzo del laghetto artificiale, a meno che non fosse un lago vero e ci hanno costruito attorno il parco, sentimmo tamburi, come fossimo in Africa anziché New York.

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“These kids were playing, dancing and smoking marijuana from pipes that looked like things they’d borrowed from their grandfathers. They seemed like they knew what they were doing, and that they were in the right place at the right time to do it. We were both envious of them.”

Questi ragazzi suonavano, ballavano e fumavano marijuana da pipe che sembravano prese in prestito dai loro bisnonni. Sembravano sicuri di se: stavano facendo ciò che dovevano fare, nel posto giusto. Ci resero entrambi invidiosi.

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“This girl was listening to the drums, lost in thought. Or else she’d smoked too much marijuana. We both took a few hits when they passed the pipe around. Then I thought about the little girl looking at the city from binoculars high up in the sky. What would happen to her when she grew up? Would she still be perfect? Would she be happy?”

Questa ragazza ascoltava i tamburi, trasognata. O forse aveva fumato troppa marijuana. Facemmo qualche tiro anche noi quando ci passarono la pipa. Pensai alla ragazzina che guardava la metropoli dal binocolo posto in cima al grattacielo. Come sarebbe diventata, da grande? Sarebbe rimasta perfetta? Sarebbe felice?

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“These people were listening to the music, nodding their heads as if they understood what emotion the sounds were meant to describe. The man in the raincoat was so tall, I thought he must be a Maasai tribesman who’d wandered all the way from Africa. Clouds of smoke passed through us. Maybe that’s what gave me the idea. But when the tall black man walked past me on the way to wherever he was going—work, probably, maybe at a hotel— I smelled something strange, like the earth where crowds of animals have walked on their way to a water-hole. He said good afternoon.”

Questa gente ascoltava la musica, annuendo come se capissero l’emozione descritta dal suono. L’uomo dall’impermeabile era così alto da sembrare un guerriero Masai, arrivato a piedi dall’Africa. Passarono nuvole di fumo. Forse l’impressione è dovuto a quelle, ma quando il nero alto ci passò accanto, diretto al lavoro, immagino, forse in albergo, sentii un profumo strano, come la terra dove sono passati animali per bere a una sorgente. Ci augurò buon pomeriggio.

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“On the way back to our hotel, this building was going up and this beautiful woman was walking by. She got in the subway under the scaffolding and went somewhere else.”

Mentre rientravam in albergo, sorgeva questo palazzo e passava questa bella donna. Entrò nella metropolitana sotto l’impalcatura e andò altrove.

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“The day before we left, I was overcome by an urge to find something that would explain our trip and keep it fixed and real, at least in my mind. Your uncle Michael suggested we go to an art gallery, so we did, but what I wanted wasn’t there. Then I thought a picture book of the city the way it was when we saw it would do the trick, but there were no books like that in any of the bookstores we visited. We went to the Public Library at 42nd Street and Fifth Avenue. When I explained what I was looking for to a nice young lady who was working her way through college in there, she took us to a section reserved for the city’s history. The book was there, exactly what I wanted, but she wouldn’t even let us take it out of the room. Public property, and highly liable to theft, she said. She also said I’d never find the same book anywhere else because there was only one copy. The man who’d taken the pictures had dropped it off without leaving his name or address. ‘Isn’t it a great, beautiful book though?’ Now I’ve even forgotten the title. Can’t read it from the picture. My hands were shaking when I snapped the shutter.”

Il giorno prima di partire fui colpita da un desiderio di trovare qualcosa per spiegare il viaggio, fissarlo e tenerlo vero, almeno nella mia mente. Zio Michael suggerì di andare in una galleria d’arte. Andammo, ma non vi trovammo ciò che volevo. Mi venne in mente un libro di immagini della città com’era quando l’abbiamo vista, ma non c’erano libri così nelle librerie dove entrammo. Andammo alla Biblioteca Pubblica sulla 42ma Strada e Fifth Avenue. Quando spiegai alla giovane bibliotecaria ciò che volevo, ci portò alla sezione riservata alla storia della città. Il libro era lì, esattamente come me l’ero immaginato, ma non ci permise nemmeno di prenderlo in mano, tantomeno portarlo fuori dalla sala. Proprietà pubblica, disse lei, e la gente ruba parecchi libri. Aggiunse che non saremmo riusciti mai a trovarne un altro simile, perché ne esisteva un solo esemplare. L’uomo che aveva scattato le foto del libro l’aveva lasciato in biblioteca senza nome o indirizzo. “Ma non è un libro meraviglioso?” ci chiese la bibliotecaria. Ora non ricordo nemmeno il titolo. Non si legge, nella foto. Mi tremavano le mani mentre la scattai.

Testo e immagini di Manlio Bigeschi

Manlio Bigeschi