"LA DECIMA VITTIMA" (1965)
Portare tutto all'estremo, secondo il credo "Petriano", dove al centro c'è (sempre) lui, l'uomo, combattuto e nevrotico, succube di una realtà allucinata: la metafora è servita, siamo in un mondo del futuro, un futuro mai troppo lontano, arcaico per difetto ma fortemente presente, che potrebbe davvero nascondersi dietro l'angolo, una realtà dispotica di di cacciatori e prede, di trofei con tanto di premi, predatori e prede, ed ecco l'uomo e la donna (Adamo ed Eva?).
In fondo, si cerca sempre, e comunque, di sopravvivere agli eventi, di vincere qualcosa...
"LA DECIMA VITTIMA", del 1965, rivisto oggi, resta una delle opere emblema del cinema secondo Elio Petri. Per me il suo film migliore, anche dal punto di vista estetico, ed è tra le prove più importanti del cinema di fantascienza italiano. Facciamo un appunto sullla data dell'opera: siamo nel 1965. L'anno delle grandi prove di un genere che , in Italia non avrà mai lo sforzo industriale (SciFi), ma che troverà, nell’operatore di una serie di cineasti, una serie di film importanti. Nel 1965 uscirà, come sappiamo, “TERRORE NELLO SPAZIO” di Mario Bava ( e conosciamo l'importanza di questo film nell'immaginario di Ridley Scott per “Alien”), sempre nel 1965 inizia la quadrilogia, prodotta dalla MGM, “GAMMA UNO” di Margheriti (anche qui, citando, l’importanza di queste pellicole che ebbero nell’immaginario di Kubric per il suo “2001”). Se Bava e Margheriti hanno realizzato degli “Space movie” (Bava contaminandolo con elementi horror, in fondo “TERRORE NELLO SPAZIO” siano nel territorio di uno “space zombi/movie”). Petri si colloca in un territorio del fantasociale, girando un film tratto dal romanzo di Robert Sheckley, con varie libertà dal testo originale (ed un finale accomodante, imposto dal produttore Carlo Ponti, su cui il regista ha sempre dimostrato la sua contrarietà, anche, se, malgrado il limite, non è così pessimo come viene additato).
Ma è proprio nel difetto, in questo gioco di scambio e di contaminazione tra generi e sottogeneri, per un film che passa dalla commedia fanta/dispotica e politica, per una (im)possibile love story, dal thriller al western, in questo gioco di incastri e contrasti, che rendono "LA DECIMA VITTIMA" un film importante, di vera satira corrosiva, acido e senza speranza, feroce nella sua denuncia sul potere, vero cruccio del cinema Petrian, nelle sue varie manifestazioni (capitalistico, dei mass media, il potere dell'uomo sull'altro, come lotta di e sul potere, il potere come forma autodistruttiva...), capace di descrivere, mediante allegorie, simboli, le inquietudine più "oscure" dell'uomo moderno, nei suoi costumi sociali, antropologici, etici e morali, nelle relazioni tra individui (ma, sappiamo, che l'uomo è una bestia strana, complessa quanto contraddittoria...).
Un film da vedere, anche solo per la tecnica di Petri, ed è una di quelle opere che sanno suggestionare, per il modo lucido e dissacrante con cui il regista c'è le offre, ma anche per lo stile (appunto la tecnica), nel descrivere con puntigliosa critica questo mondo di domani. Depauperando la scena da facili barocchismi fantascientifici e fantastici, almeno fino ad un certo punto, perchè solo così si rende credibile un futuro che, per questo, puzza di presente, anzi, di un presente che è già, a suo dire, futuro: prossimo o venturo, è uguale, quindi lavorando sugli ambienti, spazi, luci, suoni, sugli accessori, strani ed enigmatici, scenografie (dal passato al futuro, l'idea che il duello finale si svolga tra le rovine romane, sullo sfondo del Colosseo, è geniale, ed è metaforica sull'idea di "rovina" di una civiltà), ma anche nei costumi (il look di Mastroianni, ad esempio, iconico, con tanto capello biondo e gli immancabili occhiali da sole, per non parlare delle mise indossate da Elsa Martinelli), fino nell'oggettistica, negli arredi, quindi, è interessante comprenderne certi elementi, anche soffermarsi sui riferimenti visivi legati alla Pop Art e all'arte Cinetica (l’opera pittorica di Alberto Biasi del gruppo N, ma anche certi riferimenti alle sculture di George Segal). Un futuro retrò, da modernariato cinefilo, sull'idea che negli anni sessanta si poteva avere/immaginare sul lontano duemila (!).
Così, "LA DECIMA VITTIMA" odora ad ogni inquadratura di analogico, perchè i tempi e le estetiche cambiano, il futuro cinematografico rispecchia sempre le paure del presente, così, laconicamente, possiamo riassumere scrivendo che, in fondo, non esiste più il futuro di una volta...
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"BATMAN" (1966)
A proposito di "cinecomix"...
Un’annotazione: devo confessare che, non sono mai stato un grande lettore di fumetti. Sfogliato qualcosa, più per curiosità che per fame, anche se per passione cinefila, per curiosità, mi ha sempre intrigato il rapporto tra comix e settima arte. Questa cosa mi è maturata negli ultimi anni, anche in risposta del successo di pubblico dei “cinecomix”, ma a me, da fervido retrò che sono (boomer per necessità?), piace andare al seme, al peccato originale. “Cinefilia randagia” è un progetto nato soprattutto per la riscoperta di opere cinematografiche, sul cinema sommerso, come adoro definirlo, così, ecco rispolverare questa gemma da modernariato cinefilo che, occorre, davvero, aver visto almeno una volta nella vita, ed è il primo lungometraggio “cinematografico”, sulle gesta del "cavaliere oscuro", "BATMAN: THE MOVIE", datato 1966, diretto da Leslie H. Martinson, girato (ricordiamolo) nell'estate del 1966, durante la pausa di lavorazione tra la prima e la seconda stagione della serie. Un film di derivazione come pochi, messo in cantirere per fruttare ancor più il successo della serie. ma, vorrei andare oltre, “BATMAN: THE MOVIE” è il passaggio evolutivo, necessario: l’effetto domino, dalla carta stampata al tubo catodico, per arrivare poi sul grande schermo, così eccoci all’uomo pipistrello, interpretato da Adam West. Se dovessimo aprire una discussione sull'evoluzione iconografica del pipistrello di Gotham, dal piccolo al grande schermo (ricordiamolo, creato nel 1939 da Bob Kane), ecco che la riscoperta di questa pellicola assume un valore basilare, e non solo di curiosità, o per bizzarria cinefila.
Come detto, il primo film su Batman è come il primo amore: non si scorda mai. Mi piace definirlo come un confettino pop, entrato nell'immaginario per la sua esagerazione. Tutto in questo film (come nella serie), è portato all’eccesso, ed è fortemente demenziale, lontanissima dall'idea che oggi abbiamo di Batman, dark vigilante di una Gotham notturna e sovversiva. No, qui non c'è niente di notturno, Gotham è una città assolata, di drammatico, siamo invece più sul teatro dell'assurdo, della farsa, per questo è un film che si ama oppure si odia, per un Batman "camp", affettato ogni oltre misura. Ridicolo, soprattutto rivisto nel tempo (ed il tempo difficilmente è clemente), i più adulti sanno benissimo cosa sto scrivendo, anzi, rincaro la dose, per noi, almeno prima del film di Burton (1989), Batman era questo. Certo, il lungometraggio di Tim Burton strizza l’occhio a questo “Batman”, perchè, è innegabile, che prima della fine degli anni ottanta, il Cavaliere oscuro era lui, ed era così, televisivamente parlando, con le celebri "scazzottate" sovraimpresse (sic!), colorate e che andavano a sottolineare pugni e ceffoni, anticipando i sonori sganassoni di Bud Spencer e Terence Hill, e le mitiche buffonerie verbali. Superacessoriato di tante cose inutili (e tutte con il “bat” inziale), sempre nel nel look d’ordinanza del nostro, con tanto di calzamaglia grigia, maxi cinturone di plastica gialla, la cappa e la maschera con le "sopracciglia" disegnate... Già all'epoca tutto questo era distante dalle pagine del fumetto, la scelta era quella di giocare sull’iperbole, visto che, alla resa dei fatti, ci troviamo a raccontare le scorribande di un ricco signore che sembra uscito da un veglione di carnevale, accompagnato da un altro ancora più buffonesco, quel Robin (Burt Ward), e le sue imprecazioni colorite , intenti a fronteggiare un gruppo di villain psicotici, anch’essi, seguendo una certa tradizione, mascherati. Il quartetto in questione, composto dalla “Donna Gatto” (Lee Meriwether) , dal Pinguino/Penguin (Burgess Meredith), all’Enigmista, e la sua tutina aderente verdognola (Frank Gorshin), per poi finire con il “Jolly” (Cesar Romero), ridanciano ogni oltre limite del sopportabile (e con quei baffettini accuratamente celati sotto il cerone...).
Tutto qui, la storia di “BATMAN: THE MOVIE” è poca cosa, anche se è talmente strampalata (non sto qui a spoilerare) che attira per difetto, basta stare al gioco, ed è talmente bislacco il climax, sopra le righe, che nell'iperbolico, funziona. Ancora oggi, ad ogni visione, questo "Batman" diverte e fa simpatia, soprattutto per come West reagisca a tutto con impassibile senso del ridicolo. Visionandolo, è innegabile non fare una riflessione storica: il 1966 è l’anno del film di Umberto Lenzi “Kriminal”, il primo cinecomix girato in italia, dedicato al fumetto nero di Magnus e Bunker, quindi è un clima che, in quegli anni si respira (e che troverà la vetta, va detto, nel 1968, con “Danger: Diabolik” di Mario Bava, ma questo è un’altra storia). Dobbiamo però dare a Cesare quello che è di Cesare, e di Bava ciò che è di Bava: il paragone non tiene, vorrei concludere con una sottolineatura critica, legata ad una delle sequenze emblema della pellicola di Martinson , ed è quella dello squalo: ma cosa mai ci potevamo aspettare? La scena è talmente farlocca, per quel pescione tanto plasticato, senza movimenti, decisamente (palesemente) finto, da farci rimpiangere certi effetti del film “L’ultimo Squalo” di Enzo G. Castellari (1980). Ma qui si va oltre: lo squalo va letto come un “divertissement” figurativo, un giocattolone dal valore demistificatore, così, appeso ad una scala, sospeso in pieno oceano, c’è il nostro West/Batman, dall’altra lo selachimorpha, per un duello su cui l’uomo pipistrello avrà la meglio, grazie al pronto “Batspray repellente squali”!!! Caspita, rivedendo questa scena, le nostre certezze si frantumano, si va oltre l’immaginazione, ma , in fondo, lo scrivo spesso che il cinema sta proprio in questo, di rende credibile l’incredibile…
Così è, se vi pare (e piace). A me piace…
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"ROSSO SANGUE"
Delirante delirio, ecco un’altra di quelle pellicole tutte da riscoprire, roba per palati raffinati, tassello che conclude la trilogia horror di Joe D'Amato, qui celato sotto lo pseudonimo (un altro?) di Peter Newton. In fondo, Aristide era così, come dire, uno, nessuno e centomila... Ho già scritto sul caso D’Amato, mi piace descriverlo come un genio senza esserlo, maestro, ma soprattutto artigiano di un cinema folle e sgangherato, di un tempo ormai perso, quindi storia ed archeologia della settima arte: come sapete, adoro i suoi film, alcuni sono dei miei punti di riferimento, soprattutto di Aristide mi ha sempre incuriosito la fenomenologia del suo fare cinema, tra mito e mitologia, anche maledetta, quella di un’auto, malgrado ancora venga visto sotto certi lenti, che è stato un punto di riferimento del cinema più sommerso. La capacità di saper mescolare le carte del genere, tra generi, azzardando spesso, mi piace sempre soffermarmi sulle sue visioni horror, con una serie di film, una manciata, ma capaci di scrivere un pezzo di storia…
Così, di serate trascorse da visionare queste pellicole, ho deciso di prendere in esame, per farci una riflessione, il film "ROSSO SANGUE", del 1981, che su carta doveva essere il seguito del famigerato "Antropophagus", anche se la storia se ne discosta. Certo, torna l'antropofago George Eastman (Luigi Montefiori, anche sceneggiatore del film con lo pseudonimo di John Cart), qui nel ruolo di un sadico criminale, un individuo all'apparenza normale (magliettina e jeans d'ordinanza, sembra Montefiori quasi uscito dal set di "Cani arrabbiati" di Mario Bava), cui si cela, però, una misteriosa entità, frutto di un esperimento genetico. Chi è Mirkos Tanopoulos (questo il nome, un altro tassello che lo lega, seppur indirettamente, alle ambientazioni grece di “Antropophagus”)? Il mistero si infittisce…. Sembra quasi un’essere ritornante, indistruttibile, solo il cervello è vulnerabile, visto che è l'unico organo che non riesce a rigenerare cellule. Già questo è cult: perchè, malgrado sia un film di derivazione, l’idea centra l’obbiettivo, nel mistero di una figura umana, metafora della morte violenta. Con pochissimi mezzi, pochi fondi, location improvvisate (l'idea di ambientare la storia negli U.S.A, in una zona residenziale di Fiano Romano), insomma con i mozziconi, il nostro D'Amato è riuscito nell’impresa di mettere in piedi forse uno dei migliori "slasher" italiani, ispirato ad "Halloween- la notte delle streghe" di Carpenter, ma con un proprio segno. C’è la notte, la cittadina residenziale, l'uomo ombra, “cattivo”, e, poi, la giovane ed innocente ragazza, prima vittima designata e poi, per causa e necessità, eroina*…
Lo “zombismo” secondo il credo di Massaccesi…
La prima cosa che colpisce del film è lui, il protagonista, l’anima nera della vicenza, Mirkos Tanopoulos: al netto di qualsiasi lettura che ne possiamo dare, questo sadico omicida, pare proprio uno zombi. E’ interessante questo, ed è ancora più interessante per l’essere uno zombi, come dire, “sui generis”: non a caso, l’unica maniera per eliminarlo è colpirlo al cervello, come tradizione insegna per i morti viventi. Ma non solo: c’è qualcosa di stranamente “soprannaturale”, anche perchè questo signore, che è un’uomo modificato (?), vivente oltre la vita stessa, alto e desideroso ed affamato di vendetta, sembra un demone evaso dall’inferno, e come un demone è braccato da un prete. Si aggira seminando morte, fino a quando, giunto in una grande villa, dove dimora una ragazzina malata, di nome Katia, impossibilitata a muoversi. Sappiamo già che questa sarà la "final girl" di turno, perchè certe cose sono già scritte, l’incontro tra l’orco con la bambina: "ROSSO SANGUE" resta, nel risultato, un violentissimo thriller notturno, compatto nella resa, perchè la tensione non si perde ma cresce, il film è anche ricco se vogliamo di sbavature, ma è proprio questo il suo bello, visto che siamo davanti ad un’opera nera, sporca e sepolcrale di un D’Amato ispirato, malgrado la pellicola risponda ad un certo cinema statunitense, ma, come detto, il taglio del regista emerge, ed è colma di effettacci, tanto sangue ed scannamenti trucidi, un pò di frattaglie in bella vista (da antologia, la scena di una testa ustionata nel forno, un pezzo notevole, disturbante, insomma di chi sa fare cinema senza compromessi, ma soprattutto sa raccontare l’estremo ed il raccapricciante, violenza “pornografica”, nel senso di racconto, senza però fame di voyerismo…).
Scrivevo sopra di pornografia cinematografica, di racconto pornografico, ma non da intendersi come eros, come sesso “filmato”. Perchè si limita sempre un termine a certe scelte di mercato, parlare e scrivere, dibattere di pornografia significa saper raccontare l’inconfessabile “sconfessandolo”, quindi mostrare (nella finzione scenica) l’efferato in modo esplicito, nel film non c'è eros, manco scampoli di un erotismo “alla D’Amato”. Possiamo però leggerci sfumature “sessuali” che sono tipiche degli slasher movie, ma sono sempre in secondo piano. Siamo comunque di fronte ad un horror puro, ma non purista: “ROSSO SANGUE” contamina idee e sottogeneri, sottolineando ancora di più l’idea(le) del cinema secondo Joe D'amato: malgrado sia un un film che ricorda altre pellicole di successo, quindi siamo sempre investiti su quel senso di “gia visto”, resta una "slasherata" fatta come tradizione insegna, composta da predatori e prede, e con una giovane donna, una bambina, Katia, all'apparenza fragile ed indifesa, che sconfiggerà l’essere immondo, il Mostro affamato di sadismo e di giovani vite, quindi ci ricorda molte cose viste e riviste in sala. Malgrado tutto, il buon Aristide era uno che sapeva davvero come tirare i fili della tensione...
*Nota del “cinefilo randagio”: già, perchè uno fissato come me sul cinema, si perde nei dettagli, sulla sequenza finale, quella con la piccola Katia che tiene in mano la testa mozzata di Mirkos, è una di quelle che restano: pochi, pochissimi secondi, a chiusura del film, ed ecco la rivelazione, il colpo di scena (atteso), che mi porta ad imbastire delle (possibili) letture iconografiche, trasversali, che vanno dal cinema alla pittura, perchè, lo sappiamo, che un film è un contenitore. Occorre saper leggere l’opera cinematografica dal di dentro, cogliendone i dettagli, così, osservando questa ragazzina imbrattata di sangue fino all’inverosimile, con in mano il suo trofeo, mi viene in mente Davide e Golia, ma, soprattutto, anche altri episodi biblici, ad esempio quello di Giuditta ed Oloferme…
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"VIRUS"
Quando i difetti, per uno stranissimo gioco del destino, si trasformano nei pregi, ecco che allora un film può essere sì un film “brutto”, ma diventare anche uno strano oggetto del desiderio. Ci appelliamo ad una definizione, "so bad it's so good!", letteralmente “così male ma (anche) così buono”, si parla di un brutto film, certo, ma non un film brutto. Il confronto su ciò che è pregevole o sgraziato, di qualità o scadente, su quel filo sottile (e teso) tra arte ed il suo opposto, così l’ossimoro è servito, l’importante sta nel riscoprire, dal sottobosco cinematografico di opere ed omissioni, certi film, capaci davvero di accendere il dibattito. Ed, allora, accendiamolo…
La mia curiosità onnivora, la passione che nutro su certe pellicole “minori”, di quelle che mi restano attaccate addosso, di cui ne ho una strana dipendenza, ecco, il “cinefilo randagio” non può sottrarsi nel comprenderne le ragioni, capire perchè l’orlo del baratro ci attira sempre come matti, perchè elogiare certe pellicole, riscoprirle dall’oblio di una storia che le ha rigettate. In fondo, un film brutto resta, e resterà sempre, un film brutto, ma l’attrazione sta anche nella repulsione, l’ossimoro: un film resta sempre un film, ma ce ne sono alcuni che nel tempo hanno assunto un’aurea, diventando strani oggetti del desiderio. Si parla di “cult”, almeno per gli appassionati di certe cose, quindi perchè non dedicare parole ed elogi su un regista come Bruno Mattei, soprattutto, scrivere un’appunto su quello che è la sua prima fatica horror, ovvero "VIRUS", datato1980. Qui Mattei, come era d’abitudine per il periodo, si è firmato con uno pseudonimo, Vincent Dawn (accontentando la richiesta produttiva, che voleva un altro nome e cognome rispetto a Jordan B. Matthews, con cui, in genere, celava le sue gesta da regista). Ora, malgrado una cricca di appassionati, a molti questo titolo dirà poco, o nulla. Siamo sempre alla ricerca del capolavoro perduto, è difatti con "VIRUS" (conosciuto anche come “VIRUS - L’INFERNO DEI MORTI VIVENTI”) ci troviamo di fronte all’opera-cardine di Mattei, del suo modo di fare (e vivere) il cinema. Cos’è, allora, “VIRUS”? Un delirante zombi/movie, quindi siamo nel cinema dei ritornanti, fra i tanti fatti e prodotti agli albori degli anni ottanta, in Italia. Un periodo fertile per le derive dell’exploitation, così, almeno su carta, la suddetta pellicola non presenta grandi peculiarità, però, c’è un’idea, folle e tremenda, che la riscatta. E’ un azzardo, ricordo che stiamo scrivendo su di un regista come Mattei, eppure la sceneggiatura, scritta insieme al fido Claudio Fragrasso, narra di una possibile soluzione al problema della fame del terzo mondo. L’elemento horror si mescola con derive fanta/apocalittiche, anche la verità si scoprirà col finale, cioè che dietro ad uno strano incidente in un complesso industriale situato in Nuova Guinea, con la fuoriuscita di un gas radioattivo che trasforma il personale di questo stabilimento in degli zombi antropofagi, c’è la creazione di un virus patogeno, capace di mutare gli esseri umani, una volta morti, nei più riottosi zombi che si siano visti. Così, nutrendosi delle loro carni malate, quindi “zombizzando” a catena, le popolazioni più affamate del pianeta si sarebbero potute sfamare.
Un “pastiche” fra generi e sottogeneri, per uno dei film tra i film più simpaticamente triviali mai concepiti, almeno in Italia (il 1980 è l'anno dei “cannibal movie”, il canto del cigno di un sottogenere, pensiamo soltanto ad “Antropophagus” di Joe D'Amato, “Mangiati vivi” di Umberto Lenzi ed ovviamente “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato, ma è anche l'anno degli zombacci/vampiri di Umberto Lenzi e del suo “Incubo sulla città contaminata”, tanto per citare), che pesca a mani bassa da “Daw of the death” di Romero, ma anche da altre perle come “Zombi Holocaust” di Marino Girolami. Personalmente, “VIRUS” mi viene da associarlo alla pellicola cult di Lenzi (l’idea delle radiazioni), ma l’esito di Mattei è diverso, visto che il nostro era, come dire, un vorace predatore di opere altrui, che sgraffignava, saccheggiando idee, storie che poi incollava “ex novo” (alla meno peggio) nelle proprie pellicole, tanto per sfangarla, arrivando con pochi mezzi ad un risultato. Certo, per essere precisi, possiamo anche ammettere che il cinema è quasi tutto predatorio, di derivazione, un regista prende, elabora, trasforma, omaggiando, ma con Mattei, l’atto di predazione sembra più il gesto dell’azzardo, del riciclare: per esempio, “VIRUS” ricorda “Dawn of the death”, molto è stato scopiazzato dalla pellicola di Romero (anche la colonna sonora dei Goblin è stata gentilmente riciclata), quindi, se Mattei prendeva (scippando) a destra e manca, questo suo agire va visto dentro l’ottica puramente “alla Mattei”. Il film ci ricorda molte cose, molte cose sono state sgraffignate ma, curiosamente, non assomiglia a nessun’altro. Eccolo il paradosso, ma non così raro quando ci si occupa di un certo tipo di cinema: a forza di prendere e mettere, togliere per aggiungere, ritagliare e incollare, depredare per rivendere, Mattei tirava fuori qualcosa di personale. E’ il suo modo di fare cinema, nel bene o nel male. Facciamo un esempio: le scene di repertorio inserite. Questa cosa, da un punto di vista sia estetico che tematico, non può che richiamare i “mondo-movie”, quindi, l’idea di creare del sano shock con scene d’effetto, violente e “reali”. Il film fu girato in Spagna, ma la messa in scena (scarna) doveva suggeririci la Nuova Guinea. Come fare per rendere credibile qualcosa che non lo è? I mezzi sono tirati al risparmio, lo sappiamo, ed ecco il nostro Mattei, cineasta/rapace sempre a caccia, utilizzare furbescamente stralci dal documentario “Nuova Guinea, L'isola dei cannibali”. Tutto vero, l'Africa delle tribù antropofaghe, nei cadaveri veri esposti in bella vista, come feticci sciamanici, si legano agli scenari iberici, ma vediamo che sono innesti forzati. Ecco, lo stile, l’innesto Matteiano: c’è qualcosa che in tutto questo stona, qualcosa di tremendamente fasullo, perchè le sequenze rubate dal documentario, nelle mani di Mattei, sembrano ancora più false della già fasulla “Africa” spagnola. Scrivevo del difetto che si fa pregio, per un film così spudorato, grezzo, sempre sull’orlo di precipitare nel comico involontario, grossolano nella resa tecnica, eppure, ci piace. Vero e falso, è talmente vero il documentario, che innestato “forzatamente” nel film diventa una falsificazione, mentre per l’opposto (paradosso), il falso cinematografico si fa stranamente credibile, come, ad esempio, i morti viventi. Ridicoli nel loro essere sporcati di farina, ansimanti e flemmatici, quanto grezzi e repellenti, si fanno credibili nella loro palese incredibilità, come i “defunti” nel documentario shock, in un cortocircuito visivo/sensoriale, visto che è talmente sopra le righe tutto, la messa in scena, i trucchi, la recitazione, che alla fine questi errabondi ritornanti ci sembrano l’unica cosa realmente possibile…
Ma chi è stato, in fin dei conti, Bruno Mattei/Vincent Dawn? Prima di dedicarsi alla regia, nei primissimi anni settanta, è stato un valente tecnico, di quelli che si possono definire “tuttofare, per poi farsi le ossa come montatore (“una regia a posteriori”, la definiva). Queste notizie si leggono nei suoi stralci biografici, brani che mi appunto anche per capire la formazione di un autore, la sua storia, le sue ragioni. Siamo davanti, quindi, ad uno che il cinema lo conosceva, che si era formato “dal basso”. Lo sapeva fare, anche se nei limiti di tutto, ma riguardando con attenzione un film come “VIRUS”, certe cose emergono. Certo, il vecchio Mattei era, per sua stessa ammissione, un regista di serie zeta, di opere da due soldi, dirigeva film solo per fini alimentari, sembrava quasi voler fare dei filmacci per ricevere le più sonore stroncature. Eppure, proprio per questo che mi intriga. Scrivendo dell’attrazione/repulsione: così, quando si visiona “VIRUS”, occorre stare al gioco, seguire le regole e la dottrina di Mattei, perchè malgrado certe letture malthusiane, dietro ad un pessimismo da fine del mondo (l’idea di un’ Apocalisse da Vangelo secondo Mattei), resta un “divertissement” per noi amanti del miglior (peggiore) horror/trash. Ed è trash, come dire, ammirare la bellissima Margit Newton, nel ruolo di una fotoreporter francese, la quale, non sapendo bene per quale cavolo di logica d’antropologia, inizia a svestirsi, per poi dipingersi la pelle con tribalismi da indigena (questa sequenza ne ricorda una similare, con Laura Genser, di un altro meraviglioso “pastiche” cinematografico che è “Emmanuelle e gli ultimi cannibali” di Joe D’Amato, del 1977), oppure vedere Franco Garofalo (Frank Garfield), nel ruolo del militare Zandoro, fuori come un balcone, che si agita, facendo le boccacce, mentre è assalito da un branco di flemmatici ritornanti, infarinati come cotolette, e lui, in preda ad un delirium personale, gli provoca e si offre come fosse un galletto allo spiedo... Ma le sequenze “d’antologia” sono tante davvero. Ecco, “VIRUS” è tutto questo, ed è così scalcinato, ridicolo, spudoratamente imbarazzante, ma anche sporco, reietto, pieno di colpi bassi ( lo splatter abbonda, riempie gli spazi, con tanto sangue e frattaglie fintissime, visto che gli effetti visivi sono quello che sono, ma anche in questo sta il suo fascino), così che, per difetto, anzi, grazie a tutti i suoi sacrosanti difetti, non possiamo che adorarlo.
Come detto, il cinema sta anche nella contraddizione, nell’ossimoro. In fondo, Bruno Mattei era l’ossimoro…
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"L'ULTIMO UOMO DELLA TERRA"
“L'ultimo uomo DElla terra", del 1964, è il primo adattamento cinematografico dal romanzo di Richard Matheson "I Am Legend ( “Io sono Leggenda”, che ricordiamolo in Italia uscì, nel 1957, con il titolo “I vampiri”), una coproduzione italo/statunitense, che vede alla regia Ubaldo Ragona e Sidney Salkow. Ora, senza scivolare nelle diatribe sulla vera “paternità” registica (se il film in questione è figlio legittimo di Ragona oppure di Salkow, visto che nella versione d'oltreoceano è riportato solo il nome del secondo, è siccome il nome accreditato in Italia sia quello di Ragona, sembrerebbe che il film sia in realtà girato da Salkow), resta la versione più fedele, e la migliore, per un film che lascia il segno, gioiello indiscusso di quel fantahorror che ancora ci inquieta e ci fa pensare. Quando uscì nelle sale non scaldò gli animi degli spettatori, ed anche la critica lo bollò con poca attenzione, ma, come spesso accade per le opere più incomprese, il passare del tempo lo ha riscattato diventando un vero e proprio “oggetto di formazione”, capace di suggestionare, e non di poco, l'opera di molti di cineasti. In particolare di uno, ma questo lo vedremo in seguito...
La prima trasposizione dal libro di Matheson (come si dice, la prima volta non si scorda mai) reta, al netto, un piccolo film, produttivamente parlando, riscattato però da un'indubbia qualità tecnica, merito di una buona regia (da qui la diatriba sulla paternità), e da un’ottima prova attoriale. Ma ciò che colpisce è la messa in scena, nell’aver saputo calare tutta la vicenda n una credibile realtà post/apocalittica, tetra e spettrale, anche perchè “reale”, visto che gli esterni sono stati girati nella periferia romana, ed è per questo che, ancora oggi, questo film lascia un segno. E’ un fantahorror di sottrazione, e, proprio per questo, la resa resta superba, e questo grazie ad una serie di semplici, ma efficaci accorgimenti. Malgrado il budget risicato, ed i limiti di una produzione tirata al risparmio, anzi, forse grazie a questo, perchè lo sappiamo che meno soldi si ha tasca è più il cinema deve trovare la maniera di sfangarla. E’ il gioco di riuscire a fare qualcosa di sorpredente con poco, di creare spettacolo con il minimo sindacale, così quando un regista (e la sua squadra, un film è sempre un'opera collettiva, di cooperazione tra professionisti, questo va sempre sottolineato) è bravo, inventa, trova soluzioni creando e cercando l'effetto con pochi, ma geniali stratagemmi. Occorre saperlo fare l'horror, occorre saperle raccontare certe storie, saper raccontare la paura, sapwerla raffigurare, diciamo così, lavorando su di essa, demistificandola. Questo è il cinema che ci piace, ed è quello che fa la differenza, queste sono le opere che segnano la storia, questo è il cinema che va riscoperto.
Per questo mi sono sentito in dovere di scrivere un’appunto, poche righe su “L'ultimo uomo della terra”, senza voler fare recensioni del caso, senza dover dare punti o voti, ma semplicemente per sottolineare certe cose. Questo film ha influenzato molto cinema a venire. Infatti, se si osserva con attenzione, in varie sequenze del film di Ragona/Salkow si riconosce l'influenza che questo ha avuto su George A. Romero, e quanto ci sia di questo nel suo "La notte dei morti viventi", del 1968. Già, perchè i rimandi sono evidenti. Sappiamo per certo che Romero abbia preso spunto anche dalle pagine di Matheson, ma è il film di Ragona/Salkow che lo ha suggestionato visivamente. In particolare osservando le scene dove sono presenti questi vampiri deambulanti, che si muovono a scatti, sofferenti, ecco che tutto questo non ci può ricordare (complice anche il bianco e nero delle due pellicole) molto da vicino gli zombi de “La notte dei morti viventi”.
“l’ULTIMO UOMO SULLA TERRA”, di Ubaldo Ragona/Sidney Salkow (1964)
“LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI”, di George A. Romero (1968)
Bisogna dare al cinema quel che è del cinema… Già, perchè il cinema risponde empre ad esso, quello che io chiamo l’effetto domino, muovere una pedina per muovere tutte le altre che vendono dopo: così i morti viventi romeriani vengono alla luce (si fa per dire) dai vampiri post-pandemici del film di Ragona/Salkow. E' come il film di Ragona/Salkow, la pellicola di Romero racconta di un incubo che può essere reale, uno shock per un evento che non ha precedenti: già perchè “L'ultimo uomo della terra” narra di una pandemia capace di sterminare, nel giro di poco tempo, l'intera popolazione terrestre. Causa di questo un nemico invisibile, che neanche gli scienziati e le istituzioni riescono a contenere, un morbo sconosciuto che si diffonde per via aerea (geniale l'idea dell'invisibilità del virus che diventa visivamente, e sonoramente, tangibile, con le folate di vento che sbattono minacciosamente contro i vetri delle finestre, e le foglie spazzate via...), così da trasformare i cadaveri, dopo poche ore, in riottosi vampiri. Come tutti i vampiri che si rispettino, sono emodipendenti, fotofobici, allergici all'aglio ed insofferenti agli specchi. Quindi, su carta, sono i più “tradizionali” vampiri che si rispettino. La letteratura gotica ci viene in soccorso, e ci insegna, visto che mai si poteva pensare che un virus riuscisse a vampirizzare l'intera umanità. Pardon, non tuti, perchè c’è lui, l'eroe del caso, anzi l'antieroe, suo malgrado, il "sopravvissuto", all'anagrafe Robert Morgan, uno scienziato interpretato da un Vincent Price in stato di grazia, che da tre lunghi anni, vive, anzi, sopravvive rintanato in casa. L'ultimo uomo sulla terra, immune agli effetti del virus, tutti i giorni compie sempre lo stesso rituale: la mattina esce di casa per dare la caccia ai vampiri, perlustrando quartiere dopo quartiere, e seguendo scrupolosamente tutte le regole del caso: aglio, specchi e paletti di legno appuntiti (come Van Helsing ci insegna). Poi, brucia i corpi, in un'enorme fossa comune aperta durante la fase acuta dell'epidemia e, la sera, rientra nella sua dimora, visto che i vampiri si destano con l'imbrunire per iniziare, così, la loro invasione. Tutti i giorni, giorno dopo giorno...
E' rimasto l'ultimo vivo tra i morti, anzi, i non morti. Anche se non vorrebbe, questa è la nuda realtà, quella di un futuro dispotico, che porta, Robert, con tutte le sue forze, a reagire per non farsi morire, a fare qualcosa, a darsi da fare, visto che i vampiri sono sempre in agguato, sempre più numerosi e maledettamente feroci (a proposito, parentesi cinefila: menzione speciale per l'attore Giacomo Rossi Stuart qui nel nel ruolo di un molesto vampiro, che tutte le notti tormenta Price bussandoli alla porta, per una terribile verità...). Ma è la forza di "sopravvivere" di Robert che lo spinge a tirare avanti, a lottare. Persino l'incontro con un cane randagio lo proietterà in una felice speranza, purtroppo solo momentanea... I giorni passano seguendo il rituale, da ammazzampiri improvvisato per necessità, fino a quando, un giorno, questa routine verrà spezzata con l'incontro del nostro scienziato (che intanto sta studiando un antidoto, mentre giornalmente trasmette da una radio messaggi per sapere se c'è ancora qualcuno di vivo, di non contaminato) con una giovane ragazza, all'apparenza normale, anche se in lei nota fin da subito qualcosa di strano, di anomalo: scoprirà poi che questa fanciulla è, in realtà, una vampira. Una vampira che cammina in pieno giorno? Ma cosa sta succedendo? Le domande si sommano ad altre domande, fino alla scoperta, sconcertante, che la donna fa parte di una comunità di vampiri, evoluti da uno stadio “primitivo” della malattia, e che si stanno organizzandosi con l'obbiettivo di ricostruire una nuova civiltà, dispotica, sul pianeta terra.
Il film, come accennato, è stato girato in alcune zone della periferia di Roma, sfruttando location già esistenti, ma capaci di evocare scenari da futuro apocalittico. Tutto è reso con una forza ancora sorprendente, ambientare una vicenda estrema, in una Roma metafisica e modernista che, per limiti di budget, è stata abilmente “camuffata” in un lugubre mondo dispotico. Spettrale, che fa paura senza barocchismi, o forzature, ma il tutto reso con semplici accorgimenti tecnici e visivi (grazie anche ad una fotografia che accentua certe atmosfere, ed il bianco e nero aiuta non di poco), tutto si fa davvero credibile. Colpiscono in particolare le sequenze ambientate nel quartiere dell'EUR (una Roma spacciata per una città della California, anche se si vede che non siamo negli U.S.A., eppure questo non ci disturba, anzi, almeno per il sottoscritto, mi piace da matti l'idea di una menzogna giocata a regola d'arte), dove si vede Vincent Price vagare mentre cerca qualche possibile spiraglio di una civiltà ormai perduta. Perso lui e perduto il mondo, ma Robert/Price non si lascia sconfiggere, la sua solitudine è si fatta di paura, ma la paura è anche coraggio e follia nel darsi un obbiettivo, almeno cercare di trovare un senso alla sua solitaria esistenza, del perchè è proprio lui l'ultimo uomo vivente... Tante le sequenze che colpiscono (come quello dei soldi che svolazzano abbandonati per strada, ormai carta straccia che non ha più alcun valore). Ma c'è ne una che merita di essere citata: quella dove Price entra in un supermercato, ovviamente abbandonato, ma ancora abbastanza fornito sugli scaffali, intento a fare provviste, soprattutto nel supermercato il nostro eroe tiene una dispensa di aglio che serve per allontanare gli emo/molestatori. Questa sequenza, per chi mastica certe cose di “cinemese”, non può che ricordare “Zombi (Dawn of the death)” di Romero, datato 1978, dove al centro della storia c’era proprio un centro commerciale…
Concludendo, una nota è necessaria sul finale del film, pessimista come pochi, senza alcuna speranza ma anche lirico nella sua drammaticità, se vogliamo “religiosa”. Ed è quello che colpisce il sottoscritto, anche se fa storcere il naso a molti, perchè questa scelta si discosta dalle pagine del libro, e visto che l'impostazione "messianica" del protagonista carica ancor più di simboli e simbolismi l'intera vicenda. Ma anche nell’opera scritta di Matheson c’è sempre un’aurea religiosa, che va letta tra le righe, nelle sfumature, perchè il sopravvissuto è investito di un compito di salvezza: simbolismi a parte, è la storia di un possibile Messia che diventa, suo malgrado, non un “Salvator Mundi” come vorrebbe (o dovrebbe, ma di cui si sente, ad un certo punto, costretto ad esserlo, come se la sua presenza giustificasse un ruolo di guaritore in extremis, essendo un medico, con la scoperta di un vaccino, di una cura); ma soltanto un testimone. L’ultimo uomo sulla terra, il testimone dell’apocalisse, l’ultimo vivente fra i non viventi. In fondo, Robert resta un martire ( un nuovo San Sebastiano? La sequenza conclusiva, all'interno di una chiesa, con la morte dello scienziato trafitto da lance, sull’altare, in fondo c’è lo suggerisce...).
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"MADRE!" (Mother!)
"Madre!" (Mother!), del 2017, resta nei fatti la prova più arcana, ieratica di tutto il cinema Aronofskyano. Sono trascorsi alcuni anni dalla sua uscita, ed ancora, ad ogni visione, questo film, come dire, mi destabilizza. Ed è per questo che lo amo: a dispetto di molta critica specializzata, trovo che il film di Darren Aronosky sia talmente oscuro che, per reazione cinefila, non può che eccitare i pensieri di chi scrive, forse proprio nell'ermetismo più spinto, ecco, che si può giungere all'orgasmo dei sensi, d'estasi e di tormento. Sto esagerando? Può essere, ma questo mio delirante commento è forse l'estrema sintesi che si prova dopo aver visionato (con attenzione) il film: mi sono promesso, quindi, di scriverci qualcosa, una riflessione...
Ma non divaghiamo: “Madre!” resta qualcosa di “occulto”, ed è l'opera che rimarca la presa di posizione estrema ed autoriale di Darren Aronofsky e del suo fare cinema, e come tutte le prove del regista, occorre farsi rapire senza porre resistenza, entrare in una vicenda che sprofonda in tante (troppe) letture criptiche, dilatandosi (e proprio il caso di dirlo) fino ad esplodere in un finale che pone, almeno per chi scrive, più domande che risposte. Per questo, è un piacere perdersi, e spenderci un pensiero critico. Ma capisco anche del perchè abbia diviso critica e pubblico. Certo, riconosco la sua complessità, soprattutto se cerchiamo dal cinema linearità di racconto e scorrevolezza di pensiero. "Madre!" è tutto che lineare, si addentra nell'incertezza più assurda, è questo è ciò che mi intriga: perdersi dentro un film e, alla fine, rimanere talmente estraniati da provare un brivido di piacere, e di orrore, perchè non sappiamo bene come spiegare certe emozioni, certi contrasti...
Un plauso, quindi, ad Aronofsky, che già ci aveva conquistato con il crepuscolare "The wrestler" e con il teatrale, lisergico "Il cigno nero". Come “Il cigno nero” anche “Madre!” lo possiamo definire un horror femmineo, ed è “lisergico”, cripto/trascendentale come lo era “Pigreco: il teorema del delirio”, il suo lungometraggio d'esordio, datato 1997. Dopo vent'anni da “Pigreco”, il regista gira forse la sua opera più “totale”: perchè “Madre!” è Aronosky allo stato puro, e, collegandosi idealmente al film d'esordio, sembra rimarcare certe teorie trascendentali e religiose, visto che la vicenda ruota attorno ad una donna, giovane e determinata a portare avanti il compito che si è prestabilita, risistemare la casa in cui abita, che è stata devastata da un incendio.
Il titolo è, quindi, perfetto, asciutto, che non lascia scampo: "Madre!" (con tanto di punto esclamativo), ed è lei, la madre, una Jennifer Lawrence dalla bellezza senza tempo, dolce nei tratti e nei gesti, che qui interpreta, come accennato sopra, la giovane e devota sposa di uno scrittore (Javier Barden) in crisi creativa. Tutto è calmo e controllato nella grande casa immersa nel nulla geografico, dove lei si dedica a dei lavori di restauro. Ma ecco che qualcosa si spezza: una coppia (due straordinari Ed Harris ed una sempre splendida Michelle Pfeiffer), marito e moglie anch'essi, un giorno bussano alla porta, e la loro presenza, dapprima cordiale poi sempre più invasiva (penetrativa?), getterà il tutto in una stranissima atmosfera, vista e vissuta dalla giovane moglie come una sorta di stupro nella loro intimità familiare, degenerando passo dopo passo in un incubo sempre più folle e senza ritorno, con la Lawrence persa in tormenti paranoici, così da far emergere, nel caos simbolista, l'idea(le) della donna, Femmina e Madre, vista e interpretata, secondo il credo Aronoskyano, come idea e Dea della Fertilità, santa e musa ma anche, per risposta, martire stigmatizzata... Insomma, c'è qualcosa di evangelico, ci sono rimandi al Vecchio Testamento, che verranno in luce col sopraggiungere di una gravidanza della moglie del letterato, e che porterà la nascita di un bambino "messianico". Anche se è arduo (davvero) spiegare una trama così complessa, infarcita da riflessioni mistiche e concettuali, siamo come rapiti, ammaliati, frastornati dagli eventi. E' la magia del cinema, appunto, la magia del cinema mai scontato di Aronofsky, per averci partorito un'opera ambiziosa, forse troppo, ma che non lascia indifferenti, e che ci porta domande su domande... In particolare, sono i dettagli che colpiscono l'attenzione. Allusivi, come le "ferite" che la nostra vede, a forma di vagina insanguinata, sul pavimento e dove lei, timidamente, affonda le dita, per poi riperdersi in altri deliri. Ad esempio, nella scoperta tutta lovecraftiana della caldaia nel seminterrato, il cuore pulsante della casa visto che, in fondo, questa dimora respira di vita propria (vita e morte). Fino all'invasione di un'orda di persone, predatori che, arrivando da chissà quale anfratto del mondo civile, distruggeranno man mano l'abitazione, trasformandola in una trincea, così, senza logicità d'intento, almeno apparente. Sembra quasi di non coglierne il fine, il film è ormai perso dentro il film stesso, ci troviamo invischiati, come la protagonista, in un oscuro inferno (l'apocalisse annunciata dalle sacre scritture?), governato dal caos e dalla legge di uno scrittore/demiurgo, despota quanto profeta, che si ritrova attorniato da una setta di fedeli che lo seguono come un guaritore intellettuale (qui una riflessione, se vogliamo, del fanatismo estremo e nelle sue manifestazioni, spesso religiose che possono sfociare nell'irrazionalità più pericolosa e violenta).
Visionando il film siamo assaliti da certi deja vù, gli echi a Polanski sono evidenti ("Rosemary's Baby", soprattutto "Repulsion"), ma ci ritrovo anche spuntature da "Il profumo della signora in nero" di Francesco Barilli, per giungere, sempre tenendo conto di H. P. Lowecraft, alla “trilogia della Morte” di Lucio Fulci. La scena della caldaia, davvero, strizza l’occhio al regista romano. Riflessioni e citazioni possibili, guai ai vinti, a coloro che non vedono la bellezza nel Mistero, poichè abbiamo fame di film come questi. E vorrei anche ribadire , per il ruolo che ricopro, che, malgrado tutto lo sforzo critico, si parla sempre, e comunque, di cinema dell'horror: anche se la struttura narrativa cerca vie autoriali molto radicali, rimarcando la necessità di interpretazioni per spiegoni e da letture iperboliche, in un certo senso, volendo de/costruire i dogmi dell'industria del genere, resta “Madre!”, alla resa dei fatti, un superbo film dell’orrore, visto che in fondo al barile, c'è sempre la sacrosanta importanza della paura come metafora esistenziale, come specchio per rifletterci e per riflettere. Sto delirando? Allora vuol dire che sono dentro anche io nell'incubo del buon Aronofsky. Delirium di un cinefilo: quindi, non posso che consigliare "Madre!", lo consiglio con il cuore in mano (senza spoilerare, ma guardatevi il finale!), anche se non si riesce a cogliere tutto, anche se tante cose restano sospese, arrivando a dire che non si capisce una mazza dall'inizio alla fine, ma in fondo questo vogliamo: lo stesso regista non ha voluto farsi ricattare dalla logicità, ma, come lo era, appunto, il “Cigno nero”, imbastire un sofisticato scivolamento lento, devastante negli anfratti della più misteriosa “femminilità”. Così che il film ci prende e ci avvolge dentro una pesante coperta di suggestioni visive e sensoriali, ed è capace di terrorizzarci come pochi, anche se nel dubbio di quello che abbiamo appena visto...
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"LE NOTTI DEL TERRORE" (Zombi horror)
Ci risiamo.
Sono ancora una volta (ma lo sono sempre), a scavare nel sottobosco della storia del cinema italiano, negli anfratti di un genere (o sottogenere che sia) di cui sono devoto sostenitore - l'horror - e se il fiuto non mi tradisce, le ricerche mirano sempre alla riscoperta di qualche bel filmetto, ma di quelli tosti, di quelli che “arrapano” i nostri pensieri più deviati...
Il discorso si farebbe lungo: quindi, per farla breve, la curiosità randagia mi porta al recupero della cinematografia più oscura, per un amore misto a dannazione, quindi, senza scadere nella facile “rivalutazione” del caso, eccomi qui, sul pezzo, pronto a scrivacchiare su di un film, ma uno di quelli strani, sporchi, reietti, spesso ghettizzati dalla critica, e del perchè certe perle scatenano in me una stranissima dipendenza...
Se ho già speso tempo e spazio (basta navigare sul mio blog “Cinefilia randagia”) per il leggendario “Zombi 3”, non posso sottrarmi nello scrivere su di un altro sublime “zombiexloipion all'amatriciana”, visto che dopo i fasti internazionali del celebrato "Zombi 2" di Lucio Fulci, del 1979, i morti viventi avevano goduto di una certa fama cinematografica in Italia, e per risposa internazionale, tenendo sempre conto della rilettura “modernista” avviata dopo “la notte dei morti viventi” di Romero. Quindi, il cinema rispondeva alla richiesta, che voleva pellicole di e sui morti viventi, con la messa in produzione e distribuzione di film, fatti e sformati per placare la fame (nervosa) del pubblico che fruiva nelle sale, chiamando a raccolta registi ed artigiani della settima arte, anche lontani dai fasti della paura, a cedere il loro volere, spesso solo per fini alimentari, tanto per contratto...
Così, nel 1981, Andrea Bianchi gira "Le notti del terrore (Zombi horror)", una delle tante pellicole di basso costo, realizzate seguendo la richiesta. Su carta, resta un “horrorazzo” di maniera, per una disarmante storiella di morti resuscitati e di vivi pronti soltanto a farsi divorare, e violentare, da questi luridi esseri, condita con tutti i clichè della peggiore specie: cioè tanto gore, sangue e frattaglie, violenze ed atrocità assortite, ed una “sana” spruzzata di morboso sesso che, diciamolo, non guasta mai. Quindi, agitare il tutto, bene bene ed ecco venire fuori il cultissimo del nostro Bianchi. Un nome, anzi, un cognome che, per chi mastica certe cose, e per chi le sa masticare, era per lo più legato al filone “pruriginoso”, visto che al suo attivo aveva già un titolo di tutto rispetto: "Malabimba", una vicenda perversa di possessioni sataniche, un horror/erotico (più erotico che horror), sulla falsariga del mito degli “esorcismi", allora in voga... Adesso è il turno dei “morti viventi”, anzi dei “mortacci” viventi, ed Andrea Bianchi, come detto, dona ai posteri uno di quei film da riscoprire, se non altro per curiosità cinefila, forse per tutti i suoi difetti, tanti, e per i pochi pregi, ma non così oscenamente brutto come dicono. Anche perchè, i peggiori difetti possono essere pregi, basta saper cambiare la prospettiva di visione e di lettura... Sto esagerando? Forse si. Leviamoci il dente guasto: "Le notti del terrore" è il film che è...
Quindi è un brutto film? Certo, sarebbe disonesto dire il contrario, ma il suo fascino sta proprio in questo, ed è quello che attira la mia attenzione, nell'essere uno scalcinato b-movie di serie zeta. Perchè tutto, in questo film, è palesemente falso, traballante, tutto scivola nel delirio più ridicolo, di un orrore che sa di baracconata. E' però pervaso di una strana atmosfera, come già lo era "Malabimba", per l'unione parossistica di eros ed horror, rimarcando quella che io chiamo come la sindrome del "brutto anatroccolo", e che lo rende per questo intrigante, visto che di film così ne abbiamo stranamente bisogno. Soprattutto oggi, in epoca di horror ben confezionati, compitini fatti diligentemente, puliti e senza sporcature, ma proprio per questo, devo dire, poveri di ingegno, di follia e coraggio, e di una malsana creatività...
Ma torniamo al film: la storia è quella di uno scienziato/archeologo, che, in maniera alquanto improbabile, risveglia, durante uno scavo in una necropoli etrusca, un'orda (!) di famelici zombi, i quali, mossi da una non chiara vendetta, andranno ad insidiare, affamati di vivi, la villa del professore stesso (che ovviamente è diventato uno di loro, un non morto) in cui, si sono ritrovati per trascorrere uno “stano” fine settimana, un gruppo di persone, invitate dal prof stesso. Da qui, tanto è scontato il tutto, si scatenerà l'apocalisse, in un tripudio violento di “effetti” ed “effettacci” dei più splatter, fino al colpo finale, non male, devo dire, dove i nostri cari zombi claudicanti avranno la meglio. E' un film sporco, delirante, pessimista, ma soprattutto perversamente cattivo, con un finale senza speranza, ed è quello che salva la pellicola di Bianchi, perchè non ci lascia immaginare della disfatta, ma c’è la mostra nuda e cruda, anzi, scusante nude e crude (per le numerose scenette di sesso casalingo), in cui i morti viventi si vendicheranno per essere stati svegliati dal loro riposo eterno. "La notte del terrore" resta uno dei più scalcinati horror/movie mai realizzati, almeno nello stivale, con effetti visivi (del truccatore Gino De Rossi) palesemente posticci anche se funzionali, sempre nei limiti del caso*. Ma ciò che colpisce, è il clima Il tutto sessualmente malato dellaa vicenda (in particolare nel rapporto edipico tra il piccolo Michael - interpretato da Peter Bark/Pietro Barzocchini, attore all'epoca ventiseienne con problemi di nanismo - e sua madre, che ha il volto, ed il corpo, di Mariangela Giordano - e questo rapporto al limite dell'incestuoso sfocerà in una delle sequenze più allucinanti e malate della storia del cinema di genere!!! Vedere per credere, anzi, crederete vedendo!!!)
Insomma "le notti del terrore" è quel cinema senza via di scampo: per questo, merita una visione, ma senza leziosità, senza glorificarlo al sacro fuoco delle opere incomprese, ma per dargli il giusto (e dovuto) tributo, perchè racconta un pezzo della nostra storia cinematografica. E', quindi, si perdonano certe cose a Bianchi, anche se i dialoghi sono terribili, gli attori recitano (recitano?) non so bene come. Poi il tutto, come già scritto, sembra volgere ad un "pornazzo" di bassa lega, e la storia inciampa spesso e pesantemente nel ridicolo, ma quando appaiono loro, gli zombi, i nostri cari ritornanti ("...sono mostri viventi" grida nel delirio uno degli sventurati ospiti, intento a “formicare”, guardà un pò, con una delle piacenti ospiti...), ansimanti (ansimanti?) e truccati con palesi maschere, con quelle bocche sdentate e coperti da sudicie tuniche, ecco che tutto si manifesta, tutto è già storia...
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"GREMLINS"
“Gremlins", del regista Joe Dante, del1984, si colloca all'interno di uno strano gioco ad incastro tra la commedia nera, i “mosters horror” e il fantasy: da questa copula (cinematografica) è venuto alla luce un gioiellino, uno di quelle pellicole che è impossibile da non amare, in particolare per la mia generazione, cresciuta negli anni ottanta e nutrita da certi incubi infantili. Certo, è difficile riassumere un film come questo: si potrebbe definirlo la versione iconoclasta di "Et", stracolma come non mai di umorismo, quindi è quello che si definisce un film di accumulo, una sorta di “horror connedy”. Ma è, per deformazione, dentro e fuori i generi: c'è molto parossismo, visto che si sta parlando di uno come Joe Dante, per una storia che racconta di una possibile invasione di mostriciattoli, generati per errore, pronti a saccheggiare e distruggere tutto, uccidendo a man bassa, anche se intriso di molto sarcasmo e di ironia. Perchè di ironia, anzi, di autoironia nel film c'è ne da vendere, sembra non prendersi mai troppo sul serio. Per questo, per tutto questo giocare sempre e con tutto, lo possimao definirlo come un giocattolone spassosissimo, irreverente, scritto da Chris Columbus e prodotto da Steve Spielberg. Resta forse la migliore produzione di Spielberg, uno di quei colpi di genio, per questo è uno dei miei riti natalizi obbligatori: in fondo, Natale per il sottoscritto è panettone e "Gremlins". Lo devo vederlo per "purificarmi", tutti gli anni. Così, visione dopo visione, Natale dopo Natale, mi sono prefissato, un giorno non lontano, di scrivere su questo “classicone”. Quindi scriviamo...
Ma cosa? Visto che parliamo di un monumento del cinema fantastico, che tutti (almeno spero) hanno visto, o perlomeno conoscono, cosa posso scrivere di più? Si, lo so, il mio entusiasmo, per alcuni, sembrerebbe eccessivo, ma è un film che amo e che mi ha formato culturalmente, anzi “deviato” , ed è una di quelle pellicole, che, mi ha condannato (felicemente) a fare quello che sto facendo, ovvero scrivere di cinema…
Ispirato ad un libro per l'infanzia, scritto negli anni quaranta da Roald Dahl che si intitolava, appunto, "I Gremlins" (e vorrei ricordare che un primisimo "gremlins" fece la comparsa in un episodio diretto da George Miller nel film "Ai confini della realtà", forse l’embrione del progetto?), il film che ha avuto una travagliata gestazione (ricordiamo che doveva essere un progetto animato della Disney), come già scritto, è una fiaba allegorica, e come tutte le fiabe che si rispettino, grondante di aspetti orrorifici. Si, perchè "Gremlins" è un film "piacevolmente" cattivo, e non bisogna essere ipocriti. In fondo, un pizzico di sana cattiveria al cinema ci piace, anzi la pretendiamo. E' la violenza (filmica, virtuale) che esorcizza la nostra parte maledetta, come scrivo nei miei saggi, rimarcando ancora una volta questo concetto, che parrebbe estremo, ma è clazante per descrivere un’opera come questa: anche perchè stiamo parlando di un regista come Joe Dante, mai scontato e corrosivo nella sua idea di fare cinema, ironico e cattivello perchè sa che bisogna sempre provocare desacralizzando, sacralizzare provocando. Così, dentro ad una cornice da commedia natalizia, il film si incanala fin da subito nel fiabesco, perchè il protagonista è una peloso animaletto, un "mogwai", creaturina proveniente da un oriente perso tra mille leggende, che un inventore padre di famiglia, in cerca di un regalo per il figlio (Billy), scopre casualmente in un negozio di anticaglie, e decide di acquistarlo. Verrà così adottato da questa nuova famiglia e ribattezzato "Gizmo". Ma, attenzione, il "mogwai" non è una bestiola facile da accudire, serve attenzione e seguire scrupolosamente tre regole, se non si vuole avere problemi: mai esporlo alla luce del sole (poichè morirebbe), non deve mai mangiare oltre la mezzanotte, ne deve essere o bagnato o darli da bere. Altrimenti accade l'inevitabile, visto che la docile creaturina si trasformerà in tanti mostruosi (visto che l'acqua gli moltiplica per riproduzione asessuata) folletti dalla pelle ruvida e verdastra: ovverosia i "gremlins". Sappiamo che "gremlins" era l'appellativo con cui i piloti della Royal Air Force britannica, indicavano i responsabili dei guasti aerei, associati questi ad immaginari e dispettosi elfi. Così, per pura superstizione, si dava la colpa dei sabotaggi ai motori a queste creature "invisibili". Ma qui, nel film di Dante, sono visibili, e sono cattivi, cattivissimi, sono decine, forse centinaia, un'invasione divertita di demonietti sghignazzanti, che, per una distrazione del giovane Billy, andranno a infestare l'intera cittadina. E' il caos, trasformando il felice Natale in un infelice incubo, del tipo "...al mio segnale scatenate l'inferno". Ma qui non ci sono gladiatori (!) che tengano, c'è solo un ragazzo, mite e timido, amante del disegno e dei fumetti, anche se abbastanza “sveglio” per affrontare a testa alta questa chiassosa orda di inferociti "tricksters": perchè i "gremlins" picchiano, uccidono, violentano, si divertono a sabotare, a mettere tutto sottosopra, distruggendo insomma il buon costume della più “rispettabile” borghesia. Ovviamente l'esito sarà dei migliori: ma non è "l'happy ending" c'è ci interessa (anche se il finale fiabesco, con tanto di morale sulle responsabilità umane, è interessante senza scadere nel retorico), visto che era scritto che le cose dovevano andare così, anche se, conoscendo il regista, non era scontato, ma è la forza dissacrante che si scatena nella seconda parte, in un crescendo "orgiastico" senza freni, quando questi folletti si scatenato scatenando i loro istinti più feroci, arrivando a compiere ogni possibile nefandezza...
Un plauso quindi a Chris Walas, il creatore degli effetti speciali di Gizmo e dei suoi fratelli (alcuni anni dopo sarà l'autore delle mutazioni de "La mosca" di Cronenberg, tanto per…), talmente "d'effetto" che non potevano che essere così, e un altro (doveroso) ad un regista come Joe Dante, molte volte sottovalutato, ma sempre sul pezzo quando si parla di cinema che graffia. Così è per “Gremlins” ed è divertente il carosello di citazioni cinefile servite dal regista: si va dagli horror gotici di Roger Corman e Mario Bava (i suoi numi protettori e maestri), scomodando "Biancaneve ed i sette nani" di Walt Disney, tirando in ballo "Nosferatu" di Murnau, fino a "La Guerra dei mondi" di Byron Haskin del 1953 (l'invasione aliena come quella dei Gremlins?). A parte tutto, e citando il citabile ( il regista, sappiamo, è un maestro della citazione, spesso usata come “divertissement”), insomma, per concludere, “Gremlins” resta, ed è, un piccolo capolavoro nero e dissacrante, di mostri e mostriaccoli, piacevolmente divertemente, visionario ma mai avaro di momenti tesi ed inquietanti, basta saperli ossservare. Per me, come per tanti, una una tradizione da consumare, per chi adora un certo tipo di cinema, che ormai non esiste più, perchè questa opera è forse lo zenith delle “Commedyhorror mostriciattolose”, così dannatamente figlie del decennio ottanta, e che ancora ci riempe il cuore di emozione e meraviglia, ed anche di un pò di sana nostalgia. Ma i discorsi stanno al palo, i film restano, la nostalgia va esorcizzata…
Nota randagia: tutte le volte, ad ogni visione, scatta una riflessione: dietro a tutto questo sarcasmo, nell’ironia più estrema e divertente, nel voler impaurire sorridendo e divertire impaurendo, sotto a tutto, questi affabili demonietti “guastatori”, pensandoci bene, non ci somigliamo, almeno un pò? Allora siamo davvero noi i Gremlins?
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"THE STRANGERS"
In fondo, è la solita storia, quella del gatto che caccia il topo. Perchè tutto sta nel sottile rapporto tra il predatore e la preda.
"The Strangers", del 2008, diretto dall'esordiente Bryan Bertino, rientra perfettamente nell'idea del cinema fatto di prede e predatori. Uno “slasher” fatto come tradizione insegna, dove c'è da una parte, la vittima da sacrificare, e dall'altra il carnefice (anzi i carnefici, anche se il numero cambia, la somma resta invariata). Topi e gatti, come scritto, in fondo, “The Strangers” s può riassumere così. E' un gioco che ormai conosciamo bene, noi amanti di un certo cinema, visto che, già dall'incipit, sappiamo che tanto, tutto andrà come deve andare, quindi andrà male, malissimo.
Allora, mi chiedo, cosa mai potrei scrivere, perchè tutta questa attenzione per l'ennesimo “slasherone” fatto e servito per accontentare la richiesta? Lo confesso, confesso i miei peccati: ho un particolare debole per questo film. E' uno di quelli che dico, con onestà intellettuale, sì, “mi piace”. Chi mi onosce, sa he sono molto esigente, critico. Malgrado sia la solita storia, nel senso che è una trama che già conosciamo e su cui tanto cinema ha costruito film ed opere, merita di essere visto. Quindi, cosa ha di speciale, perchè tutto questo rumore? La risposta è semplice, perchè è un film fatto bene, anzi dannatamente bene, è questo non è così scontato come parrebbe. Anche se la struttura segue percorsi conosciuti (spoilerando, si arriverà alla “final girl” di turno, perchè così deve essere, sapendo che, in genere, la sfida finale vede sempre una ragazza, la sopravvissuta, ed il mostro), ci riserva sorprese. Brian Bertino è riuscito nell'impresa di lavorare dentro gli schemi tipici dello “slasher movie”, ma riuscendo a costruire una storia capace di farci venire (davvero) la pelle d'oca. Difatti “The Strangers” ci cattura, perchè mette a nudo la nostra sana e sacrosanta paura. Già, la nostra paura, la paura di sentire squillare il campanello in piena notte, di esser spiati dalle finestre, tutte cose conosciute, note, ma Bertino sovverte le regole giocando d’attacco, e costruendo una storia piena di pathos. Un film dell’horror deve necessariamente lavorare sulla paura ed inquietarci, facendoci riflettere su di essa, perchè la paura ci spoglia di tutto e renderci vulnerabili di fronte agli eventi più nefasti. “Percuotere”, “essere percorsi”, nell'etimologia del termine, “avere paura”, essere percossi dalla paura, quindi, tornando al film, le nostre paure ataviche, che ci percuote, appunto, nel pieno della notte, quando le nostre difese sono abbassate, quando il buio tira fori i nostri fantasmi personali, ed ecco, quindi, l'apparizione di tre oscure presenze “mascherate”, che, giunte da chissà quale lido infernale, sono pronte, armate e con le peggiori intenzioni, ad esprimersi in tutta la loro fiera crudeltà. A farne le spese, le vittime prescelte, una giovane coppia di fidanzati, Kristen (una sempre bellissima Liv Tyler) e James (Scott Speedman), durante una serata trascorsa nella casa delle vacanze di lui, di ritorno da un matrimonio di un loro amico. Nel pieno della notte, la loro intimità è bruscamente interrotta, prima da uno scampanellio alla porta, molesto e già carico di inquietanti “presagi”, poi dall'arrivo di queste presenze, due donne ed un uomo, la cui identità come detto è nascosta da maschere “d'ordinanza”...
Qui si entra di diritto nell'iconografia del “Mostro” sotto mentite spoglie, che si manifesta attraverso il “mascheramento”: se la paura ci mette a nudo (metaforicamente) ecco che il Mostro, invece, si sveste “mascherandosi”. Un tema su cui dibatto spesso, motivo dei saggi su “cinefila randagia”, perchè sappiamo della grande tradizione cinematografica di mostri ed orchi la cui identità è celata da maschere e camiffamenti, e del valore tutto questo assume per la loro presenza scenica, di morte e mattanza. Allegorie a parte, la maschera ne conferisce un alone teatrale, conturbante, terribile, visto che non sappiamo (e non vogliamo sapere) chi si nasconde sotto di essa. Chi sono mai questi tre individui? due donne e un uomo, almeno all’apparenza, e perchè mai sfoderare tutta questa rabbia e violenza nei confronti di questa giovane coppia? Dietro la maschera si potrebbe nascondere qualsiasi persona, la mschera è a suo modo democratica, quindi tutti noi possiamo celarsi dietro ad essa. E interessante, Bertino, partendo da tutta una serie di celebri mostri mascherati (protagonisti dei classici del genere, come il Michal Myers di “Halloween”, Jason della serie “Venerdì 13”, o Leatherface di “Non aprite quella porta”), ci pone ancora, una riflessione su di essa, riuscendo nell’impresa. Quindi, riflettere sulla paura attraverso la messa in opera di tre superbi "mascherati”, che, senza apparenti motivi, senza motivazioni, andranno a sovvertire la normale esistenza di una coppia (in crisi, il regista gioca anche su questo piano), e dopo un iniziale resistenza da parte di Kristin e James, riescono a varcare le soglie della casa. L'azione si consuma tutta in una notte, che il regista dilata cinematograficamente con sapienza di tempi giusti ed attese, una lunga, interminabile notte, mostrandoci così, questa giovane coppia, persa dentro questo incubo, ma pronti con le unghie e con i denti a sopravvivere dalle grinfie di questi sociopatici.
Certo, come scritto, siamo sempre dentro la storia della preda braccata, del gatto che si diverte a terrorizzare il topo. Bertino è un regista che però sa come lavorare dentro i canoni, di chi ha imparato le regole del fare cinema, sapendole però valorizzare, perchè il gioco sta tutto nel saper muovere i fili della tensione che regge l'impalcatura del film, e possiede il talento di non limitarsi al compitino ben fatto. Colpisce, ad esempio, l'atmosfera (notevole la fotografia di Peter Sova, giocata su tonalità ocra/rossastre), esaltata da efficaci movimenti di camera, e da un montaggio che esalta la tensione, in un crescendo. Certo, niente di nuovo sotto i ponti, ma quando ci troviamo davanti ad un horror così ben fatto, ecco che il prodotto si erge dalla massa, a differenza di tanti horror sfornati dall'industria cinematografica negli ultimi anni, che dopo pochi “jumscare”, stancano ed annoiano. "The strangers" ha il pregio di crescere di minuto e minuto, tra prede braccate, impaurite e confuse e cacciatori, come dire, “fuori di testa”. Così, concludendo, volevo rimarcare ancora sul discorso di questi “villain”, che altro non sono che stupratori di abitazioni private e dei loro inquilini: non sappiamo chi siano (come scritto, la loro identità è violata da maschere che ne conferiscono un'aurea quasi sovrannaturale: sono apparsi dal nulla come fossero – e forse lo sono - demoni sbucati dall'inferno), non manifestano nessuna motivazione. Non cercano soldi, non sono spinti da vendette, vogliono solo prede per violentarle. La violenza gratuita, futile, estrema, narcisisticamente fatta per adulare le proprio ego malato, l'Arancia Meccanica di Alex e dei suoi Drughi, perchè, come ci ha insegnato il capolavoro Kubrickiano, non c'è nessuna idea o ideologismo, è solo violenza che risponde alla fottuta violenza. In fondo, questi tre camuffati fanno tutto questo scempio, visto che "è la prima casa che hanno trovato"…
Bertino ha donato a tutti noi cinefili un film che a ben diritto lo possiamo inserire fra i migliori horror degli ultimi anni: non un capolavoro che cambia le regole del gioco, ma un onesto e piacevole prodotto, capace di rimarcare ancora sulla sacrosanta importanza della “paura” nella nostra quotidianità di uomini fragili e frastornati, e di come la paura va sempre esorcizzata con la paura stessa (in senso cinematografico).
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"SINISTER"
"Sinister" ha centrato l'obbiettivo: una delle scommesse vinte dal produttore Jason Blum (fondatore della "Blumhouse", casa di produzione e punto di riferimento del cinema horror post-duemila) e dal regista Scott Derrickson. Siamo nel 2012, e fin da subito "Sinister" si è imposto all'attenzione non solo degli appassionati, ma anche del pubblico più generalista. Ed è diventato, a suo modo, uno di quei film di riferimento, con tanto di seguito obbligatorio, anche se, non obbligato ("Sinister 2"). Certo, non ci troviamo davanti al capolavoro del secolo, non è un film che pretende di cambiare i connotati del genere. Non rompe schemi, ma è un film riuscito, realizzato con tutti i crismi, diretto con mestiere da un regista che sa il fatto suo, ma soprattutto, sa toccare benissimo le corde della "paura". Già questa sembra un'ovvietà, ma non è così, ve lo assicuro. Un film dell'orrore che fa paura e terrorizza l'immaginario del pubblico? Sembra un eresia… Perchè il cinema horror spesso, in particolare negli ultimi anni, si sta “accartocciando” sempre più spesso in una spirale di autocitazione e compiacimento sia tecnico che stilistico. Questo non significa che non vengono realizzati ottimi prodotti, anzi, sono usciti film che sono ormai capisaldi del terrore “new millenial”, alcuni anche rivoluzionari (ne parlerò in futuro) ma spesso, per accontentare una fame nervosa di mercato, vengono sformati valanghe di film e filmetti copiosi, nati già stanchi, stereotipati al massimo, fatti solo per sfamare, anzi, per saziare il pubblico, che nulla danno e nulla tolgono, a cui manca fin dal loro concepimento il sacro demone che ogni film del genere deve possedere...
"Sinister", invece, gioca d'astuzia, con tutti i crismi del caso, le giuste atmosfere ed un pathos che non dà mai tregua, riuscendo così a tenere incollati allo schermo anche i più smaliziati e i poco propensi. Tutto parte da un filmato in super8, quelle pellicole che odorano di “retrò”, e che racchiudono quasi sempre inquietanti segreti e maledizioni. In fondo, dentro a quei filmini amatoriali si cela qualcosa, come dire, di inconfessabile. Ve lo ricordate un film come "Ringu"? caposaldo indiscusso e gioiello dei “JHorror”, datato 1998. In quel caso protagonista era una consumata videocassetta, anche questa "analogica" vista oggi, che celava una storia di morte e maledizione. Invece qui torniamo al cinema “casalingo”, alla celluloide, ai filmini della domenica. Allora, si potrebbe azzardare che "Sinister" è metacinema, anzi metahorror, visto che al centro del film c'è la storia di un film, (da qui i riferimenti a "ringu"), che mostra una raccapricciante impiccagione di quattro persone, appesi ad un grosso ramo di un albero nel giardino della villa, in cui uno scrittore (Ethan Hawke), con moglie e figli, decidono, non sapendo dei fatti avvenuti (anche se il marito…), di andare proprio a viverci, e sarà lui a trovare, nascoste nella polverosa soffitta, alcune bobine, abbandonate da chissà chi, dove sono filmati degli efferati omicidi (nello stile degli "sniff movie"), le cui vittime, appunto, sono nuclei familiari. Lo scrittore diventa così il testimone involontario, attraverso questa scoperta, e cercherà di trovare un nesso tra i delitti, e cosa c’è dietro e dentro a tutto questo... Già l'incipit è notevole, perchè la trama si innesta nel thriller, la scrittura filmica diventa forte e piena di colpi di scena, contaminandosi perfettamente con l'horror più ansiogeno, così da stuzzicare il miglior Dario Argento, quello degli anni settanta/primi anni ottanta. Ma, attenzione, nel film di Derrickson non ci sono i sofisticati giochi dadaisti di Argento, la trama è più lineare, più secca, non ci sono le invenzioni visive e paranoidi del regista romano. L'effetto è tutto sulle "sinistre" atmosfere, regalandoci una tensione pesante, forse in alcuni momenti un pò scontata, ma sempre e comunque "d'effetto", che taglia dove si deve tagliare, con un'attenzione particolare (e forse un pò insistita, per me) agli "Jumpscare". Ma poi, qualcosa si focalizza: durante le proiezioni di queste bobine, qualcosa, anzi, qualcuno prende forma nel filmato, una sagoma inquietante. Chi è mai questa figura? Chi si cela in quell'ombra malefica, sempre dietro ad ogni delitto? E' il "Bughuul", un demone pagano, una sorta di "babau", il mangiatore di bambini. E' un mostro dell'assoluto, una perfetta metafora del male incarnato, descritto con un look alquanto iconico (uno spirito demoniaco, legato al culto babilonese, un'entità antichissima ma "moderna", che travalica i tempi ed il tempo, vestito con giacca nera, con un volto deturpato, nascosto da lunghi capelli corvini, a metà tra un decadente "rocker" e uno zombi della migliore specie!). Non spoilero, ma l'inevitabile si manifesterà, e tutto scivolerà in un infernale viaggio, che odora, anzi puzza di morte… Soprattutto nella seconda parte il "metahorror" prende il sopravvento: le citazioni si sprecano e si sommano, così come i clichè sul genere, tanti, forse troppi: ed eccoci, quindi, alle "classiche" maledizioni, alla villa posseduta da un'entità, infine, sulla fenomenologia del Mostro, tanto orribile quanto cattivo, sempre (e comunque) affamato di morte... Ci sono echi (dovuti) dal cinema di Lucio Fulci, ovviamente ("quella villa accanto al cimitero" si sente, eccome se si sente, anche perchè il "Bughuul" richiama il Dottor Jacob Freudstein!) ma non solo. Come detto, "Sinister" non va visto con presunzione di cercare l'opera che non ti aspetti, altrimenti si resterà con l'amaro in bocca, ma per gustarsi un ottimo film, da vedere solo per il piacere di divertirsi "da paura"...
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"ZOMBI 3"
Non potevo esimermi nello scrivere su di un classicone come “Zombi 3”. Visto che è inevitabile, almeno per il sottoscritto, non potermi sottrarre da questa tentazione, spendendo un pensiero per una pellicola tra le vette più eccelse del “trashorror” nostrano. E’ vero, la scimmia continua a picchiarmi sulla testa, la passione morbosa, quasi una dipendenza, ma è ancor più vero che elogiare un'opera come questa è davvero arduo. Anche per uno come me. Quindi, basterebbe questo questo per chiudere il discorso: le chiacchiere stanno al vento, si dice, quindi, cos'altro posso aggiungere, cosa posso scrivere che abbia un senso? Provocazioni a parte, in fondo, ma proprio in fondo, “Zombi 3” ha un senso, cinematograficamente parlando?
Domanda dopo domanda, si accende il dibattito tra appassionati, estimatori dell'horror, cinefili dediti alle stravaganze e devoti del brutto cinematografico. Ed io, malgrado sia un critico cinematografico talmente fuori dagli schemi da essere una mosca strana, ci sto dentro fino al collo: per questo ho deciso di non scrivere semplicemente un saggio sul film, ma, nel saggio stesso, aprire una doverosa riflessione sul perchè certi “filmacci” ci attirano nell'oblio, perchè tutta questa dannata passione, morbosa, che nutro per l'osceno cinematografico, sapendo che, si, certo, un brutto film resta, e resterà sempre, nei secoli dei secoli un film brutto.
Allora, perchè dibattere, ancora, su “Zombi 3”? Si potrebbe discutere di rivalutazione cinematografica, come spesso accade, tirare in ballo tutti i “so bad it's so good!” del caso, e della loro giusta collocazione all’interno della storia cinematografica, visto che il cinema non è fatto solo di capolavori, anche se “Zombi 3” non è un film così facilmente inquadrabile, essendo una pellicola sconnessa, dalla travagliata lavorazione, monca e “incollata” alla meno peggio, eppure, dietro all'arcano, al risultato finale, e qui butto ancora più benzina sul fuoco, il mio giudizio non può essere mai (troppo) negativo. Da sempre sono incuriosito da certi deliri di celluloide, anche perchè “Zombi 3”, malgrado tutto quello che se ne può dire, è un brutto film, ma non un film brutto, almeno non così brutto come viene descritto. E' azzardo ancora che in questo sconclusionato lungometraggio, c'è sempre qualcosa che mi incurioscisce, anche se non mi piace, ma la curiosità me lo fa, alla fine, piacere. Così, mentre sono intento a scrivere, a cercare di sfangarla con tutti i discorsi del mondo, mi chiedo: “ma che cavolo ci troverò mai in un film come questo?”. Forse perchè alcune volte le cose più “immonde” scatenato, nel nostro cervello, una risposta di piacere inaspettata, del tipo attrazione e repulsione…
Allora, è solo una questione di rigetto, di amore ed odio, quindi, ecco “Zombi 3”, datato 1988, seguito ufficiale di un film (di ben altro valore, ma questo lo sappiamo bene) come “Zombi 2”. Alla resa dei conti, resta davvero uno dei film più “invenusti” mai fatti, almeno in Italia? I commenti che si leggono in giro lasciano pochi margini di dubbio, visto che il film resta uno dei tanti “zombie movie” fatti e serviti per accontentare la richiesta, anche se fuori tempo massimo: la zolfa, quindi, è la solita, vista e rivista in moltissime pellicole, ma tutto è come avvolto da un strano alone. Non tanto per la lavorazione travagliata, anche se delle numerose diatribe storiche c'è ne può frega il giusto, ma per il risultato finale, visto che questo delirio c'è la firma di uno come Lucio Fulci, certamente non il primo venuto che, per ragioni di salute, abbandonò la lavorazione, lasciando la patata bollente nelle mani di Claudio Fragrasso e Bruno Mattei, quindi è difficile da attribuire ad una sola firma. Un film di Lucio Fulci? I titoli di testa dicono così. Ma dicono il vero? In parte, poichè il nostro girò in tutto una sessantina di minuti, almeno secondo fonti che circolano, ma poi subentrarono Fragrasso/Mattei che finirono il film, ultimandolo con scene aggiuntive e con un montaggio diverso, così da modificare irreversibilmente il progetto originario. E' di “Fulciano” resta poco, qualche scena, anche se limitata a pochi scampoli, e pure se malato e stanco, il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
La storia del film è la più classica degli "infettati": al centro della vicenda c'è un virus sfuggito al controllo, che trasforma un gruppo di persone in sanguinari zombi, una manica di militari impegnati a contenere questa orda di esseri che cresce in maniera esponenziale, un gruppo di scienziati intenti nel trovare una possibile cura, e, tanto per non farci mancare niente, in mezzo a tutto questo bordello, un gruppo di ragazzi che cercano di fuggire da questo caos da fine del mondo. Detto così, c'è tutto il possibile, con tanto di rimandi spesso di grana grossa (in primis su "la città verrà distrutta all'alba" e “Zombi” di Romero, scomodando persino "Gli uccelli" hitchcockiani), ma questo non è importante, poichè sappiamo già in partenza che questo filmazzo è un racconto già masticato. L'interesse per "Zombi 3", come detto, va per alcune scene, poche, ma dove si vede ancora la zampata di uno come Fulci. Ad esempio, quella dell'attacco dei diversamente vivi in una fatiscente piscina, il tutto avvolto da una nebbia irreale, resta forse la cosa migliore dell'intera pellicola. Ma la nostra attenzione non può che concentrarsi sui morti viventi, perchè un film come questo ha senso solo su loro, nella loro putrida mostruosità, esibita di tutto punto perchè così devono esserlo: ed eccoli, appena entrano in scena, sempre avvolti da una “strana” e colorata nebbia (stile “The Fog”?), che l'attesa viene ripagata, ed il film, da quel mezzo disastro che è, riprende anche se con riserva. Certo, per chi come me è appassionato di “zombismo cinematografico”, questi morti viventi non sono tra i migliori sulla piazza, l'effetto è quello che è, certamente siamo distanti dai trucchi messi in atto da Giannetto De Rossi per “Zombi 2”: qui il make-up è tirato al risparmio (anche se la sequenza della donna che partorisce un neonato zombi sarà persino ripresa da Zak Snyder per il suo rifacimento de “L'alba dei morti viventi”), ma non è così disprezzabile. Per chi sa stare al gioco, c’è da divertirisi, e godiamo nel vedere questi scazzatissimi morti viventi, perchè, quando arrivano loro il film si riscatta, sopratutto per l’atmosfera, quella di una civiltà che sta andando a farsi fottere, con questa orda di zombi che si aggirano deambulando, come tradizione Romeriana insegna. Ma non c'è nessuna sottotraccia politica o sociale, è solo semplice spettacolo, solo un gioco. Ma, attenzione, questi zombi sono un pò strani, perchè sono sì lenti anche se, all'occorrenza, schizzano come velocisti in pista ( ricordate i vampiri radioattivi di Lenzi e del suo "Incubo sulla città contaminata"), mentre ansimano frasi senza senso, anche se alcuni alcuni di loro, non si sa per quale legge infernale, parlano (come lo speaker di una radio che trasmette in diretta gli aggiornamenti sull'invasione!!!).
Quindi, malgrado quello che ne dicono, che è stato detto, e scritto, anche a sproposito, tanto per fare un po' di baccano su internet, "Zombi 3" resta alla fine un simpatico esempio di “delirium zombizzante”. Uno dei peggiori Fulci, è vero, ma non da scartare a priori: quindi, si, "Zombi 3" è il filmaccio che è, su questo non ci piove, ma per la follia di un “horrorazzo” talmente sgangherato e rozzo, che inciampa sempre nel ridicolo, ma non privo di guizzi d'ingegno artigianale, merita di essere riscoperto dalla polvere.
A patto, come già detto, di stare al gioco...
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"JOKER"
Ed eccoci al film evento del 2019, "Joker", l'oscar "meritato" di Joaquin Phoenix, il film che ha rimesso in discussione il cinecomix, sull'origine del celebre villain dei fumetti DC, una sorta di “origin story”, molto liberamente tratta dall’origine del fumetto, e che racconta la nascita, anzi la formazione di un tizio problematico a diventare, suo malgrado, il re del crimine di Gotham City, così da diventare l’acerrino nemico (e memesi) del cavaliere oscuro... Ma andiamo con ordine: su "Joker" è stato scritto, detto di tutto, tutti ne hanno parlato, forse anche a sproposito, ma su quale ragione? La platea si è divisa in due tifoserie, chi gridando al capolavoro, chi ad un film sopravvalutato e, in fin dei conti, mediocre. Ovviamente, sono due pensieri estremi, e tutte e due errati. Perchè “Joker” non è un capolavoro, ma resta, alla base dei fatti e del risultato, un grande film drammatico, una enorme tragedia dal sapore teatrale, geniale nell'idea di rileggere una storia per capirne l'anima del suo eroe, o, scusate, del suo antieroe, e tutto quello che ne deriva, il demone (fisico ma soprattutto spicologico, sociale) che porta al Male, e via discorrendo. Ma lo abbiamo, soprattutto capito questo “Joker”, nel senso, siamo veramente andati a fondo alla questione? Soprattutto, abbiamo compreso veramente lui, Arthur Fleck, chi c’è dietro a quel pagliaccio dai capelli verdastri, che si nasconde dietro ad una faccia dipinta, “colorata” di paure e dolore, e non di allegria, una maschera di vendetta e di odio, lui, il clown triste che però vuole portare "gioia nel mondo", un pagliaccio crudele, figlio a suo modo della tragedia greca, che si vendica di chi lo deride, per poi diventare, suo malgrado, il paladino di una rivolta armata contro la corrotta e disfatta Gotham City? "Joker" sta nell'enorme interpretazione di Phoenix, che per entrare dentro il ruolo è drasticamente dimagrito, ed ha caratterizzato il nostro reietto con una strana risata patologica. Ora elogiare l’interpretazione di Phoenix è quasi maniera, lo sappiamo che razza di attore è, ma andiamo oltre… Mi ha colpito la risata del “Joker”, che qui diventa la risposta ad un malessere: quando ride si spezza qualcosa, perchè Arthur è un uomo fallito nei suoi ideali, un comico che non fa ridere nessuno, sbeffeggiato ed umiliato quotidianamente, che gira per le strade sporche e degradate di Gotham come uno zombi: un reietto invisibile, che, negli anni, si è caricato di dolore e rabbia, ma lui vuole portare solo "gioia nel mondo" fino a quando la tanto agognata gioia si trasformerà in un misto di odio e rabbia pronta ad esplodere, e quel trucco che utilizza per avere "una faccia felice" diventerà la sua nuova pelle, come una sorta di pittura di guerra...
Phoenix ha scavato a fondo, fino al midollo, e la scrittura del film di Todd Phillips cerca una rilettura strana, viscerale del personaggio, ispirandosi in parte al fumetto, scritto da Alan Moore e disegnato da Brian Bolland, "The Killing Joke", del 1988. Un Joker che, a differenza dei suoi predecessori, è senza alcuna ironia, senza via di scampo, un signore che si vendica dei soprusi subiti. Per reazione ai colpi violenti che ha ricevuto dalla vita, a tutte le peggiori batoste, si trasformerà per causa ed effetto nel celebre "cattivo" che tutti conosciamo. Certo, i riferimenti si sentono, "Taxi driver" e dietro l'angolo, così come a “Re per una notte”, sempre di Scorsese, ma il buon Philipps sa giocare bene le sue carte, perchè sa dove mettere le mani, così ha realizzato un ottimo film, ricco di una colonna sonora struggente, una fotografia che descrive bene la discesa nell'inferno di Arthur. Poi c'è lui, ovviamente, Phoenix, che regge il film tutto sulle sue smagrite spalle, comparendo in quasi tutte le inquadrature, anzi spesso è solo in scena, come se fosse soltanto un fantasma, un'astrazione fisica, ma soprattutto sociale: e se tutto fosse solo frutto delle sue allucinazioni? Allora il film racconterebbe soltanto di un fottuto sogno, dentro la testa distorta e paranoide di Arthur, ed il finale sembra quasi suggerirlo. Sembra, perchè il regista non da risposte, ma crea altre domande, e questo mescola ancora più i livelli di lettura. A qualcuno non potrebbe piacere, come ai “puristi” e amanti del fumetto, molti hanno storto il naso, ma me un film del genere intriga proprio per questo, perchè mi piace non sapere mai del tutto, ma sapendo, sotto sotto, che tutto si compirà. E quel finale, lirico e tragico allo stesso tempo, ci riporta la fuga di Arthur dal manicomio di Arkham, per diventare , in un futuro non troppo lontano, l'acerrimo rivale (e memesi) di un milionario vestito da pipistrello!!!
Poi, per risposta a tutte le esternazioni che leggo su internet, a tutti i leoni da tastiera, e non solo, rispondo a coloro che vogliono dibattere se il “Joker” di Todd Phillips non sia il vero joker. Un tradimento, annunciato, voluto, predestinato, perchè questo pagliaccio malefico si distacca da quello dei fumetti, ed è diverso anche nell'estetica (etica e soprattutto di comportamento), ma anche perchè, come scritto, potrebbe essere tutta una proiezione mentale di un povero alienato, ed è troppo vecchio per un futuro scontro con il Cavaliere Oscuro, quindi, secondo fonti “cospirative” Arthur potrebbe essere colui che ispirerà il vero Joker... Rispondo a tutte queste domande dicendo che la forza del cinema sta proprio in questo, questo lavorare dal di dentro, nella domanda, all'interno di un personaggio così forte, iconico. Visto che il Joker, già sulla carta stampata, è stato interpretato, sulla propria origine si è fantasticato, costruendo versioni, leggende, ecco, allora di che diavolo si sta blaterando sul pulpito virtuale! Quindi, è tutto vero oppure falso? E' il “joker”, oppure no? Ai posteri l’ardua sentenza, visto che ci troviamo davanti ad un “cinecomix d'autore”, quindi distaccandosi da certi clichè, il regista ha voluto rileggere la fenomenologia di un personaggio per comprendere cosa abbia spinto un’uomo a diventare un vendicatore, quindi di spostare l’obbiettivo nell’umana disumanizzazione di questo tizio, da incompresa ed invisibile, a diventare, dopo traumi, offese, botte, una sorta di spauracchio, un simbolo (anche se lui nega l’essere l’ideale capo della rivolta dei clown di Gotham), perchè dietro a quel costume si nasconde un malessere sociale, non solo dell’individuo singolo ( anche il regista Tim Burton, nello stupendo “Batman returns” del 1991, con quel suggestivo taglio dark/felliniano, si era impegnato nel rimodellare la figura e l'origine del “Pinguino”, quindi decostruendo il ruolo del cattivo sotto una luce diversa, descrivendolo come un “freak” abbandonato da piccolo per la sua ingombrante deformità fisica, e per una predisposta violenza comportamentale...). Perchè, se lo leggiamo con attenzione, il nostro Arthur altro non è che un specchio collettivo, è sì il clown che ha messo sotto scacco Gotham, ma, in fondo, il “Joker” sono tutti coloro che si “nascondono” la faccia con le proprie paure, rabbia, con la disillusione, quindi, si, il “Joke potremmo essere tutti noi. Io, tu, oppure nessuno di noi. In fondo, letteralmente parlando, il nostro triste pagliaccio è uno, nessuno e centomila..
il “Joker” di Joaquin Phoenix
Il “Jolly” di Cesar Romero
ps – Mi tocca aprire una riflessione “randagia”, una delle mie: fin dalle prime immagine viste in rete, mi ha incuriosito il look di questo nuovo “joker”, diverso dalle versioni cinematografiche precedenti, ma vicina, se vogliamo, allo scanzonato “Jolly” interpretato da Cesar Romero (entrato nella leggenda per quei baffetti che si intravedono sempre sotto il pesante cerone, visto che si rifiutò di tagliarseli, vezzo di cui non poteva farne a meno…), della serie di “Batman”, quella degli anni sessanta (con tanto di film omonino, del 1966). Ecco, osservandoli bene, confrontando il primo Joker cinematografico (e televisiviso); fino all’ultima rilettura, ci sono alcune cose che li legano, l’estetica, il trucco, l’abito, alcuni particolari. Me lo ricorda per reazione, perchè spesso gli opposti si attraggono, forse anche per “contrasto”, poichè tra i due c’è una differenza radicale, radicata. Dietro a Phoenix, come scritto, c’è il dramma dell’incomprensione sociale, la rabbia di un reietto instabile, e di come la società possa trasformarci in dei “mostri”, mentre in quello di Romero c’è lo sberleffo, la barzelletta forzata, l’irriducile voglia di fare il buffone. Due facce della stessa medaglia?
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"THE GREEN INFERNO"
L'omaggio che il regista statunitense Eli Roth, con tanto di cuore “sanguinante” in mano, rende alla gloria dei "cannibal movie", con un film che è una lettera d'amore al genere. "The Green Inferno", un titolo che già ci dice tutta e ci trasuda tutto quello che dobbiamo attenderci, del 2015, lo possiamo riassumere con una semplice domanda: "c'è ancora sangue nel verde dell'Amazzonia?". Se parliamo, appunto, di "Green inferno", perchè il teatro dell'azione è sempre laggiù, lontano dagli echi della civiltà moderna, nell'Amazzonia più inesplorata, che nasconde verità inconfessabili, con le sue leggendarie tribù di mangiatori umani, pronti a papparsi ogni essere umano che passa... Il titolo è un chiaro omaggio al "falso documentario" del celebre "cannibal holocaust", l'opera omnia e capolavoro del massimo pensiero “antropofagico” di sua maestà cannibal Ruggero Deodato, ma non è questo film un remake di esso. Anche perchè il film in questione si ispira più a "Cannibal ferox" di Lenzi che a "Cannibal holocaust". Ma queste sono così di poco conto, perchè a noi interessa il tributo ai "cannibal movies" messo in atto, per fare una riflessione sull'esegesi del cinema d'effetto più sensazionalistico. Poichè è cosa risaputa, che l'orrore si combatte sempre con l'orrore stesso, quindi mostrare, attraverso il mezzo cinematografico, l'atroce, il raccapricciante ed il nauseabondo serve per esorcizzare la paura stessa. Così la violenza, che si esprime e si desacralizza proprio nella sua messa in scena, anche estrema e disturbante quando serve, per certi versi "pornografica" (mostrare tutto per non nascondere niente), che non lascia scampo, così da cercare l'effetto reale, straniante. Senza farsi troppe pippe e cadere in trappola del “politically correct”, il nostro caro Eli, devoto della dottrina di un cinema che non deve chiedere mai e mai scusa, ma anche colui che cerca il divertimento da filmazzo horror, ha realizzato un'opera sulla liberazione della carne e dell'orrore più viscerale: perchè, in fondo, "the green inferno" è un film di corpi umani pronti per essere scuoiati, spezzettati e serviti, di macellai e macellazione senza elemosinare in scene "splatter", anzi, frattaglie e sangue c'è le offre su di un piatto d'argento. Ed è un piatto ricco, per sfamare i fans più esigenti (come il sottoscritto) che da un film così pretendono certe cose, le più raccapriccianti possibili. Non c’è liberazione se non c’è crudeltà, potremmo pensare. E’ pensiamo bene. Ma è la liberazione, questa, del puro orrore, l’orrore come pathos che, nel film, si scatena tutto nella seconda parte, quella della pura antropofagia, senza licenze o remore, anche perchè, sappiamo che "uomo mangia uomo", ed è una metafora crudele, parossistica che l'essere umano uccide e mangia il proprio simile, così da mangiare se stesso... Ne faranno le spese di questa follia un gruppo di "ridicoli" attivisti ambientali, ecologisti della domenica che, partiti per l'Amazzonia con quella boria di chi si crede più ganzo e vuole cambiare il mondo incatenandosi a degli alberi (con tanto di ripresa via web dell'evento, of course!!!), per contrastare il disboscamento della grande foresta, si ritroveranno, dopo un disastroso incidente aereo, sperduti non come i bimbi di Peter Pan sull'isola che non c'è, ma come succulente prede per una tribù di sanguinari cannibali. E' interessante come Roth ridicolizzi questi attivisti, che, messi a nudo davanti a quel mondo da salvare con le unghie e le catene, dovranno, alla fine, riuscire loro stessi a salvarsi da quel loro mondo da salvare. Il che non è così facile. Non spoilero, anche perchè il finale è interessante, anche se, per me, troppo "accomodante", forse avrei preferito un finale più nero, estremo e per questo più “liberatorio”, ma sono gusti, non voglio criticare Roth, perchè ci ha fatto un bel regalo, l’omaggio sentito, dovuto per i fasti di un cinema ancora troppo ghettizzato, un genere che ci ha consegnato pellicole ormai iconiche, realizzate tra gli anni settanta ed ottanta, nel nostro paese: le citazioni sono tante, e non solo a Deodato o Lenzi, ma anche ai "minori", a tutti quei "cannibalici" nati dalla spinta, per accontentare la richiesta del mercato (mi viene in mente il folle "Zombi Holocaust" di Marino Girolami, "Schiave bianche - Violenza in Amazzonia" di Mario Gariazzo, "Emanuelle e gli ultimi cannibali" di Joe D'Amato, ma la lista sarebbe troppo lunga, includendo anche strani epigoni come il necrofilo e meraviglioso "Antropophagus", sempre diretto dal grande Massaccesi/D’Amato ). Così, se la prima parte (di una quarantina di minuti) rischia di non appassionare più di tanto, ma serve per riscaldare "concettualmente" la storia, dalla seconda, con l'entrata nell'inferno verde, siamo ripagati dell'attesa: l'escalation di violenza è senza freni, con l'arrivo al villaggio dei nostri "buoni samaritani", ed ecco che lo "splatterone" esplode in un tripudio di carneficine e banchetti antropofagici di primissimo livello, davvero, da applausi. Ma oltre agli effetti "gore", ciò che emerge è un'aria pessimista, tesa e tagliente, che non lascia mai speranza: sappiamo già dall'inizio del film come andranno le cose, perchè la storia è come già scritta. Quindi, non ci sono mezze misure, visto che gli eventi devono andare seguendo un copione, tragicamente, senza se e senza ma. Il destino di questi ragazzi è già scritto, devono "per forza" finire nelle mascelle dei signori cannibali, perchè così e scritto nel verbo cinematografico: in fondo Eli Roth è un inguaribile pessimista, o, meglio dire, un ottimistico pessimista, sa che l'uomo difficilmente può salvarsi, ed allora non gli resta altro che mangiare se stesso ed i suoi simili, farsi così una bella scorpacciata...
Ma "The Green inferno" colpisce anche per la provocazione allegorica di alcune sequenze, per quel saper giocare sadicamente con il corpo e le sue "necessità" fisiologiche: così la scena della masturbazione ad opera dello sgradevole capoattivista Ariel, davanti ai suoi compagni per sfogarsi dallo stress, mentre sono prigionieri, e ancor più forte e rigettante la "cagata" di una delle ragazze, anche questa fatta senza remora, davanti a tutti, non solo sono di una forza tanto fastidiosa quanto sublime, dimostrando il talento coraggioso di un regista che, con ironica crudeltà che lo ha sempre contraddistinto, già dai tempi di "Cabin Fever" ed in particolare dei primi due "Hostel", sa toccare le corde giuste per scatenare la discussione cinefila, ma assumono un significato preciso: perchè l'uomo non è soltanto fatto di carne, sangue e frattaglie, ma anche, se non soprattutto, di sperma e merda....
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"LA MASCHERA DI CERA" ("House of wax")
"La maschera di cera" (“House of wax”) di Jaume Collet-Serra, del 2005,visto distrattamente tempo fa in tv (sapete, una di quelle serate dove si fa zapping alla ricerca di qualcosa di commestibile da vedere, e poi, incroci casualmente il film che non ti aspetti...), è stata una di quelle scoperte che ogni tanto accadono: del tipo "poteva essere l'ennesimo stanco remake di turno", o sarebbe più corretto dire il remake di un remake. Invece Collet-Serra, al suo primo lungometraggio, ha dato prova di saperci fare. Intendiamoci, non ci troviamo davanti al capolavoro del secolo, ma è un film che merita di essere visto. Occorre precisare, visto il titolo originale del film ("House of wax"), che con la stupenda versione, diretta da André De Toth del 1953 (quella per capirci con Vincent Price, già remake del classico del 1933), c'entra poco, solo l'idea "seminale", visto che il film si ispira più a "non aprite quella porta", in particolare al (sottostimato) remake del 2003, quello di Marcus Nispel. Ma sono varie le pellicole da cui attinge, dal film di Rob Zombi "La casa dei 1000 corpi", fino ad "Horror puppet" del 1979. Quindi, per farla breve, Collet-Serra si distacca dal clichè del remake più scontato, perchè "la maschera di cera" è un omaggio su quanto c'è di più morboso, sadico, giocando con una dose altissima di violenza fisica, torture ed uccisioni. E' chi più ne ha, più ne metta: uno spettacolo visivo di violenza e "gore", ma andiamo con ordine... il film inizia, dopo un breve prologo, con la classica combriccola di ventenni in viaggio per divertirsi, stereotipo dei giovanilismo sempre in cerca di sballo e libertà (?), e già qui, da queste prime scene, sappiamo già come andranno le cose: visto che i nostri ragazzotti, abbastanza odiosi da rimanere fin da subito sulle sulle scatole, saranno le vittime predestinate, così è scritto, e così deve essere. Tutto sommato, già in pochi minuti intuiamo che, da li a poco, si scatenerà qualcosa di orribile. Anzi, con quel tocco di cinismo, lo attendiamo, e questi cinque ragazzi (due femmine e tre maschi) sono a loro modo i prescelti, dei corpi da sacrificare alla fame del Mostro, e pochi di loro riusciranno a scamparla.. Infatti, uno "strano" guasto al motore (ma guarda un pò!), porterà il quintetto, nella ricerca di un pezzo di ricambio, a vagare fino a giungere in uno "strano" paese della provincia più dimenticata... Ecco, da questo momento, dopo una prima parte "dimenticabile", senza grosse sorprese, il film si fa via via via più intrigante, diventando un "slasher" dal ritmo incalzante e senza elemosinare in scene trucide. Ovviamente, tutto l'orrore arriverà, con la scoperta, in questa cittadina, di un fatiscente "museo delle cere". Così, dopo una prima parte sonnacchiosa, Collet-Serra ci ripaga del tempo perso, orchestrando un sublime inferno di follia sanguinaria, con un tripudio di effetti ed "effettacci" gore che fanno davvero la loro porca figura. Scoprendo che, dietro a tutto, ci sono due gemelli pazzoidi, inclini ad un progetto "artistico", nel catturare persone per trasformarle, da vive, in inquietanti sculture di cera. Ma la scoperta più agghiacciante e che, nel delirio, l'intero paese è soltanto una messa in scena, come una fantomatica installazione, o più semplicemente una "dark ride" di un sinistro luna park abitato da sinistri manichini in cera... L'idea è d'effetto, e colpisce il segno: l'atmosfera si fa sempre più tesa, richiamando il filone gotico ( l’idea potrebbe ricordarci il film di Giorgio Ferroni "Il mulino delle donne di pietra"): due folli pronti ad ogni nefandezza, ed i nostri giovani dalle belle speranze che devono, con le unghie e con i denti, cercare di sopravvivere... Certo, i riferimenti ad "Horror puppet" sono tanti, forse anche troppi, ma come detto, "la maschera della cera" è una felice reinterpretazione, un omaggio al cinema dell'orrore, da parte di un regista che ha imparato la lezione, insomma si è fatto le ossa studiando la fenomenologia del genere, per poi rigettarlo in un tripudio orgiastico di macelleria tanto repellente quanto necessaria: per chi ama le emozioni forti, il film darà molte soddisfazioni, soprattutto nel finale, dove l'orrore esplode per "eccesso" in un delirio di fuoco, sangue e cera. E dionisiaco, anche se la confezione risente di un film "millenial", e certe sfumature "pop" sembrano sempre dietro l'angolo, non si può restare indifferenti al tripudio di orrore che si scatena, e che arriva all'estasi orgiastica proprio con il finale Non c'è mai ironia, non si ride mai, nemmeno si sorride, non ci sono battute e battutine del cazzo, tutto è impregnato di un'aria malata, che fa sprofondare la vicenda che puzza di morte, e di sangue, in questo caso anche di cera: perchè l'odore della cera che si mischia al sangue è terribile, e se in certi momenti la violenza rischia di diventare ridondante, non scade mai nella farsa. E' spietato Collet-serra, ed è per questo che film ci piace (un plauso, quindi, ai notevoli gli effetti visivi, che mischiano trucchi artigianali con dell'ottima cgi).
Per i meno predisposti, il film sembrerà solo una ostentazione " di trucidi effettacci". In parte è vero, anche perchè "provocare" è comunque invocare, e in un film del genere, con tutta la forza nichilista del caso, Colet -Serra ci gioca dentro: invoca la nostra parte "maledetta", sa che mostrare la violenza, giocare con essa, forse anche con un pò di sano cinismo, che possiamo esorcizzarla... Poi, di regola, essendo questo uno "slasherone", pieno di "gore", non può mancare il serial killer di turno, incarnato da uno scultore demiurgo, colui che trasforma le prede in manufatti di cera. Ed è Vincent, uno dei gemelli (l'atro è Bo, il "meccanico"), novello Frankenstein della ceroplastica, con tanto di volto sfigurato, nascosto da una maschera, ovviamente, di cera (che richiama quella del film "gli occhi senza volto", tanto per citare il citabile!!!). Ma poi scopriremo che in realtà, Vincent non è il mostro, bensì una parte di esso, la mano, visto che la mente è Bo, ed è curioso (qui spiace ma tocca spoilerare), come i due gemelli, che sono la stessa persona (ed interpretati dallo stesso attore), ex siamesi malamente divisi nell'infanzia, dovranno lottare con gli unici sopravvissuti, guarda caso i due gemelli... Certo, I riferimenti a "Leatherface" sono scontati, ma come scritto, nel limite dell'operazione, Colet-Serra gioca d'astuzia: non pretende di cambiare i connotati al genere, ma solo confezionare un piacevole spettacolo "da paura": e c'è pienamente riuscito, visto che il film diverte da matti: le citazioni fioccano (da "Psyco" ad "Halloween-la notte delle streghe", anche a “The Blair wicht project”, al già citato "Il mulino delle donne di pietra", fino a "Le colline hanno gli occhi" e "Un tranquillo weekend di paura"). Ed è proprio ad un "Tranquillo..." che il finale riserva una terribile sorpresa: e se i gemelli non fossero soltanto due? Per concludere, "La maschera di cera" è uno di quei film che meritano la visione, perchè è un dannatissimo "Slasher movie" vecchio stile, fatto quindi come si deve, e come vogliamo che sia, trasudante di sadismo, mai gratuito, però, anche se nella ricercatezza dell'effetto spettacolare. E' ci riesce, è uno spettacolo di orrori e di violenza. In tempo di vacche magre, un film così “cattivello”, fa sempre sperare...
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"THE LOBSTER"
Avete mai pensato a quale animale vorreste essere trasformato, se le cose non funzionassero? David non ha dubbi, vorrebbe diventare un aragosta. Perchè mai un’aragosta? La domanda è senz’altro strana, la risposta ancora più incerta e traballante... Così, "The Lobster" (letteralmente “l'aragosta”), titolo di uno dei film rivelazione del 2015, diretto da Yorgos Lanthimos, regista greco, qui alla sua prima opera in lingua inglese. E' una storia paradossale, un sottilissimo, crudele film di fantascienza dispotica. Ma non solo, ed è qui il gioco di incastro, tra dentro e fuori il genere, nelle sue “implicazioni”: siamo lontani dai futuristici viaggi interstellari, di astronavi ed alieni pronti a scatenare guerre galattiche, non ci sono pianeti da colonizzare… Qui il mondo non è nuovo, nè moderno, è vecchio e puzza come sempre. Ci troviamo in un futuro che sembra (in tutto e per tutto) il “nostro” presente, quindi potrebbe essere oggi, domani, fra centinaia di anni, tutto questo è irrilevante. In una realtà del domani, diciamo, dove non prevale niente di tecnologicamente all'avanguardia, è nata la nuova caccia alle streghe: segendo una sorta di nuova relgione politica e sociale, sono messo al bando sociale i “single”, i quali vengono gentilmente "deportati" in un hotel sul mare, seguendo un preciso progetto governativo: dentro questo albergo devono “per forza” trovare la loro anima gemella, entro il tempo prestabilito, di una quarantina di giorni, altrimenti gli ospiti rimasti ancora soli verranno trasformati in degli animali (?), scelti da loro stessi con tanto di contratto firmato. Trasformati in animali? qual'è il senso di questa follia? Soprattutto, perchè? Cosa c’è dietro a tutto questo...
Le motivazioni si perdono in metafore e letture socio/antropologiche, anche perchè dietro a questo orrore zoomorfico, oltre le mura dell'albergo/lager, si nascondono, negli impervi boschi che circondano la struttura, i "fuggiaschi", ribelli scappati dalle grinfie di questa dittatura sociale, che non si vogliono piegare alle regole assurde di una convivenza forzata, scontrandosì così con una realtà che riconosce la loro libertà di individui. Il protagonista della vicenda è, come già scritto, David (che ha la faccia, con tanto di baffi ed occhiali, ed il corpo "imbolsito" di un bravissimo Colin Farrell), mite e remissivo architetto, single come tanti (la moglie lo ha lasciato per un altro dopo ben 12 anni), che arriva all'albergo, malgrado i suoi timori e una rassegnazione da "fine del mondo", con tanto di cane al guinzaglio (che scopriremo essere suo fratello, vittima di questa legge dispotica). Il film resta una rivelazione: sarò eccessivo, ma è uno di quelli che davvero lasciano il segno. Mi ha fatto pensare, inquietandomi, creato tante domande, ho cercato risposte. Anche se affonda in un ermetismo autoriale certamente non facile, quindi la visione può apparire ai meno predisposti complessa, resta un’interessantissimo apologo sulla (nostra) societa per imposizione, messa in opera da un regista con stile e capacità nel sapersi confrontare su tematiche scottanti, quella delle "regole" di una comunità umana che teme il singolo come progetto libero ed indipendente. Quindi, eccoci all'idea folle, radicale, nichilista tanto disperata, nel voler rincodurre tutti a completarsi, per una sorta di costruzione simmetrica della civiltà umana. C’era anche un famoso slogan pubblicitario: “prendi due e paghi uno”, si direbbe (l’uomo è un prodotto di consumo, o da consumare?), così, per dare ordine (l’idea della coppia come concetto di famiglia, di nucleo perfetto, di cellula architettonica della nostra società)…
Lo sguardo di David/Farrell è, perciò, emblematico in tutto questo: recitando con composta rassegnazione, quasi sconfitto emozionalmente, stordito da un mondo che lo vuole dentro un preciso disegno, ed osserva, dietro i suoi occhiali, tutto e tutti come fossero anch'essi delle astrazioni di una realtà ormai devastata... Difatti, la fuga contro questa tirannia, lo porterà a rintanarsi nella foresta, per unirsi così ai "ribelli", rendendosi poi conto che anche i portatori della tanto agognata “libertà”, sono soggetti a regole dispotiche, forse ancora peggiori di quelle perpetuate nell'albergo... Ma la passione e l’amore per una di loro (Rachel Weisz, anche lei sul pezzo e davvero brava), ribalterà le regole del gioco, così che David diventerà, malgrado tutto, un ribelle dei ribellanti, solo per seguire l'amore non imposto, ma nato dal caso, anzi, dal caos... Insomma "The Lobster" è un film radicale, radicato dentro una personale idea di fare cinema, capace di aprire un dibattito sull’esegesi dell’uomo dentro l’idea socio/antropologica dell’uomo stesso, dove spicca una bella fotografia, ricercatissima nel seguire disegni geometrici debitori di molto cinema Kubrickiano. Ma il tutto, non so, mi richiama un certo cinema grottesco, satirico, come era quello del nostro Marco Ferreri. Perchè, sotto sotto, “The Lobster” è un film "alla Ferreri", è come i film di Ferreri ci insegnano, nell’opera di Lanthimos c’è una sacrosanta critica, caustica e severa, verso la collettività sempre più straniante, il tutto, però, condito da tocchi di humor nero dove fa prevalere, nel film in questione, un senso apocalittico, ma anche farsesco, estremo, a tratti orrorifico... Perchè tutto in “The Lobster” è estremizzato: l'amore, la vita, la morte, il sesso, ed anche i dialoghi, e gli sguardi fra questi disperati: l'idea delle "trasformazioni zoologiche", geniale, anche perchè mai svelate nè spiegate scientificamente, solo suggerite (e per questo ancora più feroci ed inquietanti), anche se questi animali ex umani compaiono dando consegnando il film ancora più nel delrio surreale, nelle presenze di pavoni, conigli, cammelli, pony... Uno zoo suurealista, che potrebbe benissimo essere partorito da Luis Brunuel, in cui al centro c'è piano utopico, talmente “oscuro” che non può altro che terrorizzarci: siamo di fronte ad un cinema capace di stordirci, di gettare nel baratro le nostre certezze, creando e giocando su tempi ed attese (lentezza delle azioni, dilatazione degli spazi d'ambiente), colmo di ermetismi e di “messaggi”, anche se mai fini a se stessi. Simbolismi “umanistici”, quindi, ed allegorie derivate, dove al centro c’è la sacrosanta paura del futuro che è qui, dietro l'angolo, ma soprattutto la paura che abbiamo di noi stessi, appunto dell’uomo solo e solitario, e del mondo che ci circonda, che ci vuole omologare, e che il regista racconta in una storia senza un finale (difatti l'azione si blocca in un momento basilare della narrazione, lasciandoci solo immaginare una possibile conclusione..), fatta di uomini e donne sull'orlo di una crisi socio/esistenziale. Che poi è la crisi di un goffo e stralunato architetto che vuole essere, malgrado tutto, soltanto un’aragosta...
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"INCUBO SULLA CITTA' CONTAMINATA"
(fonte immagine: filmhorror.com)
Fortemente debitore di Romero e del suo "la città verrà distrutta all'alba", "Incubo sulla città contaminata", del 1980, di Umberto Lenzi, ricorre all'idea degli "infettati", attraverso una storia, come detto, che già conosciamo, vista e rivista in molte salse cinematografiche. Ma di questo, onestamente, c'è ne importa il giusto, visto che già sappiamo dove il film andrà a parare, trovandoci davanti ad un vero e proprio “cult” del cinema bis, uno di quelli "horrorazzi" fatti seguendo il canto delle sirene di quel cinema fatto di violenza e mostri sanguinari, per consegnarci un film la cui aurea di pellicola maledetta è ormai iconica, almeno per chi si interessa in certe cose…
Come detto, Lenzi prende spunto, anche nel titolo, dal film di Romero "la città verrà distrutto all'alba". Ve lo ricordate? La storia di un virus creato a scopi militari, che per un’incidente, infetta la popolazione di una cittadina della provincia americana, con effetti idrofobi sugli abitanti, i quali si trasformano in furiosi carnefici, pronti ad uccidere a man bassa, in un delirio infernale... Va detto e ribadito, che il nostro Lenzi non è Geoge A. Romero, ci mancherebbe, ma non è da meno il suo cinema, ed il film in questione, partendo da una strana "contaminazione" ambientale (dovuta ad un incidente nucleare) capace di trasformare un gruppo di individui in folli alienati, sguaiati e pronti ad uccidere chiunque passi per nutrirsi del loro sangue, così da "contaminarli" a sua volta... Sono stati vampirizzati dalle radiazioni? L'idea strizza l'occhio al romanzo di Matherson "I am Legend", poichè in fondo la pellicola narra, senza esclusione di colpi, e con tutta la ferocia di questo mondo, di un'invasione di mostruosi invasati: un'orda di “vampiracci”, incazzati come scimmie in crisi di astinenza, ed assetati di sangue. Osservando con attenzione, da “cinefilo randagio” come sono, quello che incuriosisce sono proprio questi "infettati", che hanno qualcosa da spartire con i classici "zombi", grazie a quella loro faccia malamente truccata, con un make-up che sembra uscito da una festa di carnevale, del tipo "vieni che ti impiastriccio il volto da zombi del c...!!!".
(fonte immagine. filmhorror.com)
"Incubo sulla città incontaminata" potrebbe essere di diritto annoverato tra i più deliranti "Zombie-movie", ma Lenzi non ci sta troppo. Al regista le regole sono sempre andate strette. Certo, sappiamo che l'unica maniera di eliminare questi vampiri è di spararli dritti al cervello, come si fa per i morti viventi, ma la loro presenza in scena è alquanto inusuale: sono vestiti con abiti borghesi, si muovono velocemente ed in maniera schizofrenica, spesso si confondono con i "puri", i non infetti. In più, e non sappiamo del perchè, sono armati di tutto punto, pronti a scatenarsi in una guerriglia senza precedenti: quindi giù di coltelli, bastoni, mannaie, e l'unico segno visivo della loro mostruosità sono quelle piaghe in bella vista, i volti deturpati e bruciati dalle radiazioni, ma il trucco è talmente poco "d'effetto", che tutto scivola in un limbo strambo, sfiorando, se non annegando, nel "trash" più involontario. Insomma, "incubo sulla città contaminata" non è certamente un’opera da applausi (e questo lo sapeva bene pure il regista, che non lo amava più di tanto), ma la sua riuscita sta proprio in questo, visto che tutto in questa pellicola è forzatamente raccapricciante, che a più riprese rischia di essere farsesca, ma gli si perdonano certe cose al buon Lenzi, perchè comunque è uno che sapeva sempre dirigere con professionalità: varie sequenze sono di livello (come quella girata in un ospedale, che vede i vampiri nutrirsi dalle scorte di sangue per le trasfusioni). Da un regista con gli attributi ci aspettiamo certe cose, ed ecco che la pellicola si riscatta, con il tripudio, in crescendo, di scene “splatter" e di tanto gore: uccisioni e macellazioni, teste esplose da fucilate, seni tagliuzzati, occhi asportati, senza elemosinare in sangue finto e nefandezze corporali, con tanta morbosità ed un pizzico di cinismo che non guasta mai. Ricordo che si sta parlando di Umberto Lenzi, padre fecondatore dei così detti "cannibal movie" (con "il paese del sesso selvaggio", del 1972, inaugurò idealmente il filone esotico “exploitation”, rimarcato poi con altre sue pellicole come "Mangiati vivi" e “Cannibal ferox”), quindi non può certo esimersi dall'orrore più "viscerale", così da apparire, ai più, un macellaio delle emozioni più basse... Vorrei però ribadire che questi "contaminati" si nutrono soltanto di sangue, sono una nuova stirpe di vampiri nucleari che si aggirano in una città sempre sotto il sole, ma come? Vampiri in pieno giorno? Ma il sole non gli polverizzava, come tradizione ci insegna? Ancora riletture del caso, tradimenti iconografici, che ci mostrano come il buon Lenzi adorava rimescolare le carte in tavola: zombi vampiri, vampiri radioattivi, radiazioni che infettano ed infettati armati come guerriglieri di una imminente apocalisse... E se la pellicola, in fin dei conti, è quella che è, rischiando di apparire ai più un “bmovie” senza troppe pretese, fatta solo per sollazzare il pubblico e per fare cassetta, così da soddisfare la fame del pubblico, ecco che Lenzi dà il suo colpo da maestro, realizzando, in fin dei conti, un "filmaccio" che sa il fatto suo, accattivante, con momenti e snodi d'effetto, ripresi da registi e idolatrato da vari cinefili (come il sottoscritto), omaggiato da molti (ad esempio da Robert Rodriguez con il suo "Planet terror", che in una certa maniera ne ha girato un remake). Ed il finale non tradisce le attese, anzi, gioca con un colpo di scena efficace (l'idea del finale ambientato in un desolato luna park, assediato da questi infetti sarà ripreso, in termini decisamente più demenziali nel recente "Zombieland" di Ruben Fleischer, tanto per citare e per sottolinare), quindi, difetti a parte (sceneggiatura che rasenta il ridicolo, con irritanti messaggi ambientalisti davvero fuori luogo, personaggi tagliati con l'accetta, in particolare i due protagonisti, inespressivi quanto "insopportabili", una fotografia sciatta, ma chi lo dice, in fondo, che i difetti non sono pregi, ed i pregi spesso difetti?), ne consiglio la visione, perchè, a suo modo, è un geniale delirio di un cinema che aveva il coraggio di incazzarsi, e di fare incazzare. E, in particolare nell'aver anticipato certe cose, con una rilettura sugli zombi che farà scuola nei decenni a venire, sopratutto oltreoceano. Come detto, ci troviamo davanti ad un piccolo film capace di rimettere in discussione l'immagine dei morti viventi (ma, scusante, non erano dei vampiri?), da vedere almeno una volta, anche solo per la resa di questi "contaminati", brutti come la fame, con quella faccia tumefatta da un trucco che grida pietà, cattivissimi e violenti oltre ogni misura, pronti ad uccidere solo per sbronzarsi con un po' di sangue umano...
(fonte immagine: medialifecrisis.com)
ps - Fra gli attori del cast, vorrei menzionare la presenza della bellissima e brava Maria Rosaria Omaggio. Un giusto e dovuto plauso a questa attrice, così, “omaggiando” l’Omaggio, che per l’occasione interpreta una sensuale scultrice, anche se il suo ruolo rimane nell'immaginario di noi devoti del cinema "estremo", per una delle sequenze più efferate dell'intera pellicola. Vedere per credere...
(fonte immagine: Imbd.com)
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"EMANUELLE E GLI ULTIMI CANNIBALI"
Ecco, ci risiamo con i miei cari "cannibalici", ma questo titolo merita due righe, perchè è una di quelle follie cinematografiche alla "Massaccesi": "Emanuelle e gli ultimi cannibali", datato 1977, è insieme, delirio ed esaltazione del "corpus corporisin". In primis su quello femminile, grazie alla presenza di una Laura Gemser/Emanuelle Nostra Signora dei Sogni più peccaminosi, da sempre musa del cinema erotico di Aristide. Lo confesso, ho un debole per questa Venere di origini esotiche, per quella carica di bellezza e sensualità che emanava ogni volta che veniva inquadrata, mai volgare, anzi, di una gentilezza "incorniciata" da un corpo sinuoso simile a quello di una Dea senza tempo: sapete, quando il cinema non temeva le nudità come oggi, la nostra Laura poteva permettersi di tutto, tanto era brava e di una femminilità rara, elegante, poi, era un'attrice che sapeva giocare con le proprie grazie, su cui era difficile non fantasticarci... Si è capito della mia "infatuazione" per questa bellezza del nostro cinema di genere, ma, torniamo al film, come già scritto, è un'inno al "corpus corporis": secondo la dottrina di un regista sui generis come D'Amato, il suo cinema è sempre una questione di corpi: anzi, sul corpo che, svestito di ogni abito borghese, libero e libertario, come quello della nostra Emanuelle, pronta ad ogni esperienza sul sesso ("fornicatur in corpus esse"). Così, dalla carne al sangue il passo è breve, poi dal sangue si giunge, per reazione, all'orrore, ed ecco che, alla flessuosa e disinibita Gemser/Emanuelle, alla sua rapace sensualità di femmina curiosa nello scoprire il proprio corpo e di scoprirsi, si contrappone l'altra faccia del "piacere", nel raccapriccio da "grand guignol". Da qui l'idea di contaminare l'eros con il "cannibalico": contaminazione contaminata, visto che in questo film tutto è nudo e crudo, "corpus corporis", appunto. Non si sprecano nudità, le scene di sesso sono molte, c'è l'esaltazione (d'estasi negli sguardi persi di piacere della Gemser) del godimento fisico come liberazione estatica, a cui si aggiunge quella giusta dose di morbosità, poi, per risposta, eccoci al delirio più "gore", ma in fondo il gioco e questo. Quindi, come dire, così deve essere, è cosi sia. Amen.
Ma torniamo al film: Il filo che lega erotismo ed antropofagia è perciò molto sottile, ed è su questo che ho deciso di scrivere su "Emanuelle e gli ultimi cannibali", non tra i film più belli di Joe D'Amato, che spesso "raffazzonava" alla meglio per accontentare la richiesta, ma, diavolo, lo sapeva fare. Non siamo ai livelli di un "Buio omega", non c'è la il mistero arcano de "La morte ha sorriso all'assassino", nemmeno il delirio onirico di "Emanuelle e Francoise: le sorelline", ma, anche nei film meno riusciti, Massaccesi era sempre sul pezzo: sarà che sono un suo affezionato, ma ogni volta che guardo questo "cannibalerotico", anche (se non soprattutto) nei suoi difetti, non so, lo trovo sempre più intrigante, perchè Massaccesi, come ho già scritto, è uno che il cinema lo sapeva fare, da bravo artigiano della macchina da presa e della direzione fotografica, in particolare sapeva tirare fuori la sua genialità, spesso nei "limiti", e persino in questo modesto film, il quinto della serie sulle avventure esotiche/erotiche della nostra Emanuelle nera (serie apocrifa nata sulla spinta del successo dell'originale francese), ci sono momenti davvero interessanti.
La storia del film è la solita, nel senso che non riserva sorprese che già conosciamo, con la nostra bella reporter, che si ritroverà, ad essere testimone diretta di un caso di antropofagia in un manicomio di New York. L'inizio promette già bene, ed è sfacciatamente alla "D'Amato": una giovane infermiera viene brutalmente azzannata ad un seno da una donna, che poi scopriremo essere legata ad una antica tribù di cannibali, i Tupinanba. Già qui c'è la premessa (mantenuta) che il film merita di essere visto, e difatti, la nostra Venere decide di partire, insieme ad un antropologo (Gabriele Tinti, suo partner in tante avventure cinematografiche e compagno nella vita), per l'Amazzonia, alla ricerca delle ultime vestigia di questa tribù di mangiatori d'uomini. Ai due si uniranno una suora missionaria ed una coppia di "strani" avventurieri (interpretati da Donald O' Brian e da una piacente Susan Scott). Non sto a spoilerare, ma il film vale più nella forma che nella sostanza: visto che la forma non mente, il regista riesce a creare qualcosa di impensabile, ricostruendo una fittizia Amazzonia nei pressi di Roma, talmente "farlocca" da apparire più che credibile. Va ribadito, poi, che a differenza dei "cannibalici" di Deodato, D'Amato gioca sulla falsariga: dove Deodato premeva nell'efferatezza come riflessione sociologica, D'Amato se ne frega dei discorsi per orchestrare un piacevole gioco al massacro, senza esclusione di colpi. Il film diventa così un'avventura di carne e sesso, dove al piacere "disinibito" di corpi che copulano come se non ci fosse un domani, sulla bella colonna sonora di Nico Fidenco (da menzionare, anche un approccio saffico tra la Gemser e la Monica Zanchi, in un laghetto che di tropicale non ha proprio niente, con le nostre ragazze nude, in acqua, per poi scoprire che questo angolo di Amazzonia è la cascata di Oriolo Romano: ma di questo non c'è ne importa una mazza, anzi ci piace l'idea, siamo stregati dalla loro intimità, interrotta dall'arrivo di uno scimpanzè, tabagista, intento a scroccare sigarette alle due ragazze!!!, Solo questa scena, tanto assurda che puzza d'avanguardia, ci fa gridare al "miracolo", anche perchè, che cosa ci fa mai uno scimpanzè in Amazzonia?). Ed ecco che, a tutti i "formicamenti" del caso, si arriva all'orrore più selvaggio, quindi dalla carne del sesso si arriva alla carne da papparsi, con l'entrata in scena dei nostri cari antropofagi, talmente "arrapati", che hanno come primo obbiettivo di stuprare le giovani punzelle e di divorarsele. Così, il raccapricciante prende il sopravvento, con scene fortemente disturbanti: Il "gore" abbonda, così come gli "effettacci", perchè ci troviamo in un film di D'Amato, quindi è d'obbligo che nell'eros si innesti l'orrore più carnale, con tutta la morbosità tipica di un prodotto come questo: oltre ad attacchi di animali feroci, serpenti e quant'altro, si va giù di torture, ammazzamenti, seni tagliuzzati, sventramenti ed evirazioni, di violenze orgiastiche, stupri collettivi e chi più ne ha più ne metta... Arrivando anche al povero 'O Brian segato a metà, con un effetto che (ahimè) grida pietà per quanto è poco "realistico"...
Ma siamo in un film di Joe D'Amato, quindi ci stanno certe cose: anzi, sono proprio queste, che ci inebriano, perchè siamo attratti da quell'aurea maledettamente “trash”... I difetti, come detto, sono vari, ci troviamo davanti ad una pellicola realizzata per seguire l'onda di un genere di successo che aveva molto eco all'estero, ma la commistione del cannibalico con il softcore funziona, l'idea è talmente delirante da piacere, poi, il buon Massaccesi sapeva il fatto suo, ed anche con gli avanzi riusciva (quasi) sempre ad imbastire qualcosa di decente. Se poi, tra un massacro ed un altro, nel delirio di una tribù di simpatici mangiatori di frattaglie umane, si vede la nostra Emanuelle/Gemser concedersi e concedere le proprie grazie, cosa vogliamo di più?
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"ED WOOD"
L'omaggio, da parte del regista Tim Burton, ad uno dei più "scomodi" quanto discutibili cineasti di tutti i tempi: "Ed Wood" è un "biopic" romanzato (senza però scadere nell’ingombrante falsità storica, come spesso accade per questo genere cinematografico di cui nutro sempre dei sospetti, e che non amo particolarmente, ma questo è un mio problema…) di una delle figure più strambe e per certi versi "anticonformiste" della settima arte. Sto parlando ovviamente di Edward Wood jr, Il padre putativo dei così detti "b-movie" e maestro indiscusso del "brutto cinema", insignito del titolo onorario di "peggior regista di tutti i tempi". Ovviamente, non è così: certamente, è stato un regista che definire tale risulta un’affronto, perchè ha realizzato film (davvero) di infimo livello sia tecnico che registico, ma la sua fama è, almeno in parte, immeritata, nel considerarlo il "peggiore". Perchè sono stati realizzati (e vengono realizzati) film di una bruttezza inconsolabile, ve lo assicuro, senz'altro peggiori di quelli fatti dal buon Wood Jr, che se non altro aveva grinta e fantasia da vendere. Nel tempo è stato però riscattato, anche rivalutato, sempre nei limiti che ogni rivalutazione può portare, ed il film di Tim Burton ne ripercorre le tappe più salienti, in un lasso di tempo (dal 1953 al 1959) dove ha realizzato, nell'ordine, "Due vite in una (Glen or Glenda)", "La sposa del mostro", e il celebre "Plan 9 from outer space". Non sto qui a scrivere su Edward Wood, perchè sappiamo che era un cineasta senza talento o qualsiasi bravura, la cui incapacità di girare è diventata leggendaria: era talmente negato da essere, la sua, quasi una virtù, ma proprio qui, nel volerlo omaggiare, che Burton crea la magia di un film che non ti aspetti, uno dei suoi migliori, forse anche dei più sinceri. Il film racconta, in un bianco e nero suggestivo, la storia di un uomo che voleva "solo" riscattarsi grazie alla passione che nutriva verso il mondo della settima arte, senza però averne l'abilità per farlo: un fallito, si direbbe, però mai sconfitto, che non si era mai arreso anche davanti alla verità dei fatti.
Questo era, in fin dei conti, Edward Wood Jr., è il geniale e poetico Burton lo racconta con passione cinefila e, soprattutto, profondo rispetto: non lo celebra come un genio incompreso, perchè non lo era, ma con la tenerezza e la simpatia di un novello Don Chisciotte, folle nella sua ostinazione, al più come uno dei tanto amati "freaks". Certo, la sua inettitudine era palese, e sembrava che faceva di tutto per non nasconderla, cercando sempre la maniera di sfangarla, di portare a termine, nel peggiore dei modi possibili, i film che realizzava con budget irrisori e tanti problemi produttivi. Non sprecava pellicola, non rigirava mai una scena, costruiva come poteva (male, per non dire malissimo) set con miseri mezzi e scritturava attori che definirli tale era un'offesa alla categoria. Ma si sta parlando di Ed Wood, e questa era la sua idea di fare cinema: grazie al film di Burton, abbiamo potuto ri/scoprire chi c'era dietro, l'uomo e l'artista (artista?), che malgrado tutto è stata una di quelle figure emblematiche, capace di suggestionare l'immaginario di vari cineasti, i quali si sono formati a visionare i suoi deliri horror/fantascientifici. Fra cui c'era, appunto, Tim Burton, che, nel 1994, ha deciso di omaggiarlo con questa pellicola biografica, così da "consacrare" un regista senza particolari virtù, ma d'interesse almeno iconico e, perchè no, culturale (ed in fondo, cusate la provocazione, mi chiedo, pensando a Wood, cosa significa mai la parola "cultura", con cui tanti, troppi si riempiono la bocca?). Quindi si, il “biopic” in questione celebra un regista che, a dispetto di quello che ne possiamo dire, ha fatto a modo suo la storia della settima arte. Burton è partito dall'idea di realizzare un film sulla magia ed il disincanto del cinema visto attraverso gli occhi e la testa di un sognatore, nella storia di un regista e della sua più folle ma sincera ambizione. La ricostruzione della Hollywood del periodo è suggestiva, capace di rievocare atmosfere perdute, di un cinema che non esiste più, ma è soprattutto l'attenzione agli eventi, ai particolari (ad esempio, nelle ricostruzioni dei set, per esempio, davvero impeccabile in ogni elemento), che lo rendono un film meritevole, soprattutto per chi è appassionato e vuole capire e conoscere certi aspetti più in ombra della storia della settima arte. In più, la bravura degli attori, in primis Johnny Depp , che interpreta con accattivante simpatia il regista, seguendo tutto sommato l'idea che Wood fosse, alla fine, una sorta di "freak", alla stregua del vecchio e caro Edward Scissorhands “Mani di Forbice” (il nome suggerisce qualcosa? fra Ed ed Edward il passo è breve…), quindi, anche Wood entra di diritto nella galleria dei suoi feticci (sappiamo che Tim Burton è sempre stato un estimatore dei perdenti, così come degli emarginati, degli incompresi, che sono protagonisti costanti delle sue novelle "dark"). Colpisce per esempio, l'attenzione verso il privato di Wood Jr, le sue storie d'amore, e quella passione/ossessione nel vestirsi con abiti femminili (viene da citare, a proposito, una delle scene clou del film, l'incontro, in un bar, tra Edward, vestito da donna, e sua maestà Orson Wellers, in una chiacchierata di rispetto e confronto tra il cinema alto e quello basso, dimostrando che i problemi sono gli stessi, è diversa solo la forma ma non la sostanza!). Ma è però Martin Landau che ruba la scena, con un'interpretazione da applausi (meritatamente vincitore dell'oscar come attore non protagonista), di un Bela Lugosi, icona dei gloriosi fasti del cinema horror degli anni trenta, ormai stanco e disilluso e prigioniero del ruolo di “Dracula”, sull'orlo della povertà e dipendente dalla morfina, "resuscitato", e proprio il caso di dirlo, da Ed Wood, che lo coinvolse, al tramonto della carriera, nei propri strampalati deliri cinematografici. Poi, certo, ci sono sfumature romanzate (ad esempio l'aver tralasciato gli aspetti più neri della sua biografia, l'alcolismo e la fine della carriera come regista di pellicole pornografiche), forse il finale è troppo "happy ending", la proiezione di "Plan 9" con la consacrazione del regista tra gli applausi scroscianti sembra più un sogno "masturbatorio" che la realtà dei fatti, eppure, malgrado queste sbavature (ma che non sono sbavature), il film resta sempre una bella visione, ed è capace di emozionarci come il miglior Burton sa fare, forse in maniera un po' “ricattatoria”, per consacrare alla gloria un perdente ostinato a voler fare film come voleva lui, ma senza saperli fare. E' gli perdoniamo queste ambizioni a Ed Wood, anche perchè malgrado tutto, sono uno che apprezza le sue pellicole, consigliandole di vederle, anche per semplice curiosità cinefila. Quindi, pure se con "forzature" e facili "caratterizzazioni", il film resta una lettera d'amore non solo ad un reietto autore di b-movie, ma verso un uomo che, sapendo di non sapere, ha combattuto, tenacemente, solo contro tutti, per portare avanti il sogno di una vita..
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"NON APRITE QUELLA PORTA (The Texas Chain Saw Massacre)
E' una pietra miliare del cinema indipendente statunitense, uno degli horror "obbligatori", punto di riferimento per un fenomeno… "Non aprite quella porta" (The Texas Chain Saw Massacre) , del 1974, diretto da Tobe Hooper, alla sua seconda regia, è un titolo che pare scontato nel volerne ancora scrivere e parlarne, ma non è così: un piccolo, grande film, girato con pochi, pochissimi mezzi, ma uno di quei film fondamentali: perchè dalla sua uscita la storia del genere è cambiata, l’horror si è sempre più legato allo slasher, sull’idea del mostro sociopatico, sporco e violento oltre ogni misura, insomma il classico serial killer che, da li in poi, diventerà una regola di un certo tipo di cinema. Già, perchè discutere su “Non aprirte quella porta” (che per noi sarà sempre legato a questo titolo scelto, invece, la traduzione dovrebbe suonare “il massacro della motosega in texas”),significa ancora rimarcare il valore di opera cardine della fenomenologia orrorifica, per un film avvolto da miti e leggende, teso e allucinato, violento e secco, capace di creare un’analisi che dal terrore della forma arriva all’orrore dei contenuti. Difatti, la sua influenza, l’ondata scaturita dopo l’uscita, stile effetto “domino” è stata devastante, per reazione, ha suggestionato l’immaginario del pubblico, eccitando fino all’orgasmo (nel senso di piacere orrorifico, si intende!) noi cinefili. Almeno per il sottoscritto, la visione di questa pellicola è un rituale a cui non posso sottrarmi, uno di quei “classiconi” che, ogni qual volta mi trovo a confronto, mi riserva sempre intriganti letture sul tema, ed è, soprattutto, una di quelle opere cardine, che mi ha portato ad amare un genere come l’horror (anche in tutte e sue dervazioni e deviazioni possibili). Qualcuno potrebbe dire che un certo alone maledetto, per tematica trattata, l’abbiamo potuto vedere nel bellissimo film di Wes Craven “L’ultima casa a sinistra” del 1972, ed è vero, non c’è discussione, ma Hopper affonda ancora più le dita nella piaga malata. Quindi, non esagero, se per questo film scomodo il termine "capolavoro", perchè lo è, quindi...
La storia parte da una data precisa, che non lascia scampo: 18 agosto del 1973. Siamo nell'assolato Texas, in uno dei territori più estremi, marginali, della provincia persa e dimenticata da Dio… La vicenda narra le "disavventure" di cinque ragazzi, in viaggio su di un pulmino. Tutto fila liscio, nella torrida estate di un giorno come tanti, fino all'incontro, lungo la strada nei pressi di un mattatoio abbandonato, con uno "strano" autostoppista, che riuscirà a deviare i piani dei nostri giovani, portandoli tra le grinfie di una famiglia di sadici assassini e cannibali. Ovviamente, l'esito sarà dei più nefasti, in un crescendo atroce quanto violentissimo...
Ma il film è entrato nell’immaginario grazie a lui, ovverosia "Leatherface" (Faccia Di Cuoio), uno dei componenti di questa "cordiale" famigliola, diventato a ragione tra le figure chiave del new horror americano. La sua presenza è ormai iconica: grosso e bolso, goffo nei movimenti, vestito quasi sempre con un grembiule sudicio di sangue, ed armato con la fedele motosega (con cui dà libero sfogo alla fame di corpi da uccidere ed affettare!!!), è noto per il vezzo di coprirsi il volto, tremendamente sfigurato da non si sa quale motivo, con le “facce” strappate dalle sue vittime. “Facies mortis”, con cui l'orribile “babau” si nasconde per svelare la propria mostruosità, non tanto (o soltanto) quella fisica ma, soprattutto, morale/immorale, così facendo non fa altro che esaltarla, seguendo una prassi che sa di teatro, di messa in scena spettacolare... Latherface incarna per ciò, nell'immaginario cinematografico, il sadico assassino, il "Mors te deum", letteralmente il “Mostro di Morte”, alienato psicologicamente (e fisicamente) dalle sirene del Male, che ha come obbiettivo solo quello di provocare altro Male, così, come dire, l’uomo sbrana altri uomini... Hooper si è ispirato, per questo personaggio, alle gesta del serial killer Ed Gein, "il macellaio di Plainfield", che, appunto, aveva l'abitudine (così si diceva) di mascherarsi con la pelle delle sue vittime. La storia ci insegna sempre e comunque, quindi "Faccia di cuoio" lo possiamo, anzi, lo dobbiamo osservare come una complessa metafora, l’alienato disturbato ed incline alla violenza che si potrebbe celare dietro la porta del nostro vicino di casa, una sorta di orrendo figuro, brutto, sporco e cattivo che appare, proprio quando meno te lo aspetti, sempre per farti la pelle (in tutti sensi). “Non aprite quella porta” ci racconta della paura che prova l’uomo nei confronti dell’uomo stesso? Non spoilero, anche se ormai è una di quelle pellicole patrimonio di tutti, e per chi non lo abbia mai visto (sacrilegio!!!) lo consiglio visto che è uno di quei classici "necessari", oggetti di formazione per chiunque si interessi della settima arte, in particolare per gli amanti del cinema “exploitation”: vorrei ribadire, non è un film per tutti, la violenza, supera molti limiti, anche se la ferocia è più di sottopelle... Per questo la visione ci lascia addosso qualcosa di insostenibile, accentuata da una fotografia sporca, ricercatamente "rozza", che evidenzia il senso di morte, e ripugnanza ad ogni fotogramma. Riassumendo, possiamo sintetizzare che è un film fatto di carne e paura, mi verrebbe da dire “timor mortis et cibum”, dalla carne che si mescola all’orrore più disinibito, e che puzza maledettamente, in maniera fedita: soprattutto colpisce il modo con cui Hooper metta in scena una storia nei suoi eccessi, in cui aleggia sempre un sentore di putrido, di necrofilia e "decomposizione". Tutto ciò utilizzato per comprendere il male nel suo significato più profondo e malato. Nessun film si era forse spinto tanto lontano...
Come già scritto, la storia racconta di follie omicide che avvengono sotto il sole rovente del Texas, ispirandosi a reali fatti di cronaca nera, così da aprire una critica sociale su di un mondo provinciale, perverso e bigotto, una sorta di inferno sulla Terra, dove i diavoli torturano ed uccidono non più con i forconi, ma con le seghe elettriche. Il tutto, poi, è condito con quel tocco di sadismo grottesco, segno stilistico che il regista poi accentuerà nei suoi lavori successivi (ed in particolare nel corso degli anni ottanta, pensiamo al sottostimato seguito di questo, quel “Non aprite quella porta - parte 2”, del 1986, che molta critica vuole gettare dalla torre per l’eccessivo, frastornante humor nero e per certe deviazioni pop, ma che resta, alla resta dei conti, una delirante messa in scena di un horror ormai perso sulla via di Damasco!!!). Tod Hooper era uno che sapeva pizzicare le corde giuste, quelle più scomode, perchè sapeva che solo così poteva affrontare e scatenare reazioni forti, accendere riflessioni scomode, visto che in fondo in “Non aprite quella porta” c'è una critica alla provincia americana e alle sue "maledizioni", dai risvolti sociali e politici di una nazione che vive spesso di forti contraddizioni. Perchè al centro c'è la storia di una famiglia disfunzionale, sociopatica, devota alla violenza più raccapricciante e gratuita, dall'altra, le vittime designate da chissà quale destino, un gruppo di ragazzi caduti nella loro trappola, come prede tra le grinfie di famelici e spietati predatori. Se ci pensiamo bene, sembra tutto scritto, ed in parte lo è: perchè questi giovani ragazzi non sono altro che dei corpi, pronti per essere sacrificati…
Ma il film di Hooper, malgrado quello che potrebbe sembrare, non è particolarmente "gore": il sangue c'è, ma mai troppo, soprattutto mai fine a se stesso. Certo, è uno "slasher" in piena regola, ma i risvolto di critica socio/antropologica lo rendono un film che apre nuove strade al genere. La violenza è messa in scena per comprendere la natura di un disagio, come detto: è l'horror che fa pensare, che infonde paura, perchè è ciò che pretendiamo, ciò che vogliamo, per costruire una rifessione su di essa, perchè solo così la possiamo esorcizzare. Per questo, "faccia di cuoio" è diventato un icona dell'orrore postmoderno, ed il film un cult venerato e idolatrato, aprendo, come già detto, ad una moltitudine di seguiti, remake, prequel, imitazioni, citato ed omaggiato a più non posso (fra i tanti, menziono David Schmoeller con il suo “Horror puppet” del 1979, e Rob Zombie con il suo film d'esordio, come regista, "La casa dei 1000 corpi" del 2005).
E’ malgrado tutto, non possiamo che restare turbamente affascinati da un personaggio come “Faccia Di Cuoio”, sempre disposto a squartare uomini e donne (seguendo tra l'altro la volontà imposte dai suoi familiari, ed è questo l'aspetto forse più significativo della pellicola, il seme della questione Hooperiana: dimostrando che il vero assassino, la mente del piano criminale, non è il singolo mostro, che resta quasi una vittima sotto il peso del male, ma la famiglia, che utilizzano “Leatherface” per compiere le loro nefandezze), così che la sua ingombrante presenza, ogni volta che appare, tanto aggresiva quanto frastornante (pensiamo solo al treendo inseguimento notturno, una delle sequenze emblema del film da leggere come un’allegoria di sesso orgasmico all’ennesima potenza, con Leatherface che cerca di violentare una delle giovani ragazze, rinconrrendola con la sega elettrica, tesa ed in “erezione”…) ci intriga e disturba anche alla millesima visione, perchè, ammettialo senza falsa retorica, e senza buonismi, siamo stregati, ed invaghiti dai cattivi cinematografici. Ho già scritto sul significato della maschera e del "mascheramento", dell'essere umano che si nasconde per mostrare la sua anima più raccapricciante, così da porre in luce la sua “veritas” malefica ... E Leatherface ispirerà con la sua presenza molte letture ed interpretazioni sulla figura del serial killer (sconodando un’altro dei miei cult personali, datato 1978, “ Halloween - La notte delle streghe” dove Carpenter dirà la sua con il misterioso e spettrale mascherato Michael Myers). Insomma, si potrebbe scrivere un trattato su questo capolavoro, ma non basterebbe. E allora, gustiamoci questo atroce quanto sublime viaggio in un Texas che brucia di orrori, come se ci trovassimo nel peggiore dei gironi infernali.
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