Bestiarius immaterialis Andrea Cafarella Bestiarius immaterialis Andrea Cafarella

Bestiarius immaterialis - Anguro

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Grandi incisivi cubici si fanno largo, imponendosi alla vista, sul muso sporgente che sorregge gli occhioni color nocciola. Le piccole orecchie otturate dalla sabbia stanno lì, ai lati di un volto di pelo: sono inutili, inutilizzabili. L’anguro sente i suoni e i rumori soltanto nei primi istanti dopo la sua nascita, per poi lasciare spazio ai granelli e al silenzio; all’agglomerato di materia che lo separa auditivamente dall’esterno. 

La particolarità di questo piccolo animale innocuo è che i suoi denti, sbattendo continuamente, al ritmo perfetto della natura, provocano un suono sordo che, propagandosi traverso il grande stomaco dell’anguro, risuona potente ovunque egli sia. L’effetto che se ne ottiene è di un perpetuo tamburellare profondo e corposo, che segue il passo, il battito, il rumore del vento che l’anguro non può sentire, ma che evidentemente avverte, dentro di sé. E quel suono, il battere dei suoi denti, lo aiuta a trovare le ghiande di cui si nutre, poiché, mosse dalle onde sonore, esse si svelano all’anguro, che agilmente può raggiungerle e cibarsene. Contemporaneamente, lo sbattere dei suoi dentoni piatti spaventa i predatori, tenendoli lontani e ammalia alcune delle creature del bosco che, da sempre e per sempre, attratte dal tamburellare dell’anguro, ne seguono il cammino, lasciando dei doni, per ringraziare di quei ritmi così vividi e ispiratori. Annullano la stanchezza, i suoi battiti, se chi li ascolta ha l’animo predisposto. Danno energia e segnano il sentiero, a chi li ascolta con orecchie e cuore aperti. 

Inconsapevole, l’anguro vive per le ghiande e nient’altro, e vaga per i sentieri con una forza vitale senza pari, una cadenza interiore che somiglia a quella dei flussi del cosmo e due occhi immensi e vuoti come il baratro che precede l’ascesa di tutte le anime al mondo degli spiriti, e che attende anche lui, che non ne sa nulla e che mai si chiederà alcunché, alcun perché.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti


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Bestiarius immaterialis - Skltru

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La pelle sottile – come un velo leggerissimo, molle e trasparente –, poggiata su un groviglio disordinato e illogico di ossa, disvela un’immagine mostruosa: una scultura senza organi interni e senza cavità esterne in cui accogliere la luce, l’aria, i suoni; un ammasso caotico di materiale: cartilagini, protuberanze di carne, sangue che scorre senza alcuna via da seguire, spinto da un muscolo deforme che funge da cuore; e ossa bianche e nere e grigie e ingiallite dal tempo, o inverdite dalla cancrena prima che diventino nere, o rese rosse da chissà quale infezione o sconosciuta malattia. E in fondo che cos’è la malattia se non una delle possibili condizioni del corpo? E se, piuttosto che anomala, quella stessa condizione risultasse come la prassi del corpo? Alla fine, cos’è la malattia se non una possibilità di cambiamento? 

E quest’essere, senza forma – considerato, dagli altri esseri che possono muoversi nello spazio, al pari di una roccia – non avendo alcun modo per comunicare con ciò che sta al di fuori di lui, si nutre di malattia e comunica attraverso di essa. Cambia con la malattia, evolve, comunica. Ogni osso rotto ha un significato specifico: aforistico. Ogni sfumatura di colore sotto la sua pelle inconsistente è una parola e una frase e un canto muto. Ogni taglio e ferita sulla parete epidermica si compone come la punteggiatura nel periodare sopraffino delle sue intenzioni. Ciascuno di questi suoi segni racchiude un unico senso specifico: la volontà astrale del disordine. Così le entità illuminate dal prezioso dono di poter vedere oltre il visibile, dinanzi a quest’opera d’arte immateriale s’immobilizzano, ipnotizzati dalla perfezione e dai segni misteriosi della lingua immane dell’universo, dai significati mostruosi e perturbanti del caos.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Formiche mentecoltrici

Formiche mentecoltrici.png

Non fosse che per il capo, il corpo sproporzionato di alcuni esemplari di questa rarissima famiglia di imenotteri sarebbe in tutto e per tutto simile a quello delle altre formiche: la testa, infatti, supera di ben sei volte la dimensione del corpo, impedendo all’insetto di zampettare, men che meno di volare altrove, al di fuori della propria tana: un palazzo profondissimo, fatto di terra, che si tramuta in roccia dopo il giusto tempo. Un castello di cunicoli, troppo stretti per consentire il passaggio alle pochissime elette che giacciono nella «sala» centrale dell’edificio terroso. Poggiate sull’enorme testa, con disciplina ferrea, si dedicano all’unica attività alla quale possono dedicarsi: pensare. Esse sono artigiane del pensiero, dell’uso della mente. Coltivatrici instancabili del ragionamento. Vivono da parassite: un gruppo di esse si sacrifica: non evolveranno mai al livello delle altre sorelle e si occuperanno del nutrimento, del benessere e della sicurezza dei preziosi esemplari sviluppatisi nel culto dell’inazione e del puro atto di ascoltarsi. La pratica della contemplazione. 

Ogni nidiata avrà quindi delle formiche prescelte – pochissime, a volte nessuna – idonee alla suprema attività che contraddistingue la loro razza, capaci di sentire la vocazione e, contemporaneamente, il peso – come una condanna – del compito perpetuo che le aspetta per l’intera durata dell’esistenza. Così, senza che nessuno glielo ordini e senza concordarlo con le altre, spontaneamente, la formica mentecoltrice si abbandona al silenzio accanto alle sorelle più grandi. Segue la sua vera natura. 

La mente superdotata di queste formiche, dopo una lunga attesa creativa, arriva a trascendere quel corpo immobile e, legandosi ai pensieri delle sorelle e a quelli d’infinite altre entità disperse nell’universo – sempre di più, col tempo e al crescere della propria testa e del proprio spirito –, unificandosi telepaticamente a ogni stralcio, ogni scheggia di significato esistente, forma pensieri giganteschi, senza scopo né funzione; senza mai chiedersi se tutto ciò sia frutto di un interiore fantasticare collettivo o di un effettivo viaggio nel Tutto, senza confini, che giunge di certo alla Verità.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Mangiafumo

Mangiafumo.png

È un involucro molliccio richiuso in placche dure e nere, tonde. Ha la forma di due sfere collegate da un tubo poco più stretto. La più parte del tempo somiglia a una linea che si muove rotolando. Quando poi il mangiafumo incontra un fuoco, i suoi nervi ballano di gioia e quella stessa linea nera s’inizia a gonfiare e vibra in preda a convulsioni spettacolari. S’apposta di canto ai fumi provocati dal fuoco, pieni di cenere e pulviscolo, resti di una materialità consumata dal calore. Lentamente e magnificamente aspira tutto quel polverume sparso nell’attorno e gonfia le sue sacche immense fino a che le fiamme non si chetano e l’aria torna pulita e limpida. 

In quel momento avviene la metamorfosi. 

Uno sciame di esserini colorati sprizza fuori dalle placche nere investendo l’esterno e dipingendo nuove tonalità dell’esistenza nell’esistenza stessa. Non è un arcobaleno, è più che altro un caos di possibilità per l’occhio. E anche l’aria si profuma di tutto ciò che è memoria: milioni di particelle d’odore, un caleidoscopio d’ormoni che mistericamente si legano l’un l’altra in una danza armoniosa olfattiva senza precedenti.

Così va avanti per giorni il mangiafuoco, fino a svuotarsi di tutta quella diversità splendente. Ridiviene linea e ricomincia la caccia. E così, ancora e ancora. Gli alberi e l’aria accarezzano le sue placche scure al suo passaggio, come a ringraziarlo. E la sua saggezza ridecora il mondo e ripulisce i polmoni dell’universo. Non sia mai che il fuoco cessi di bruciare con violenza, non ci sarebbe più mutamento, ciclo, vita. Non ci sarebbe più alcuna linea nera da rigonfiare di essenza, una striscia d’infinito dalla quale ricominciare, sempre.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Sugnola

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Pesce antico e pietroso. Nuota poggiandosi al fondale e carezza tutte le sozzure del mare, lo sporco è la sua casa. Ogni esemplare ha il suo verso di terra, con cui scandaglia la superficie del fondo, e il suo verso di mare, con cui scruta il blu in cerca di qualcosa. La sugnola somiglia in tutto e per tutto alla sogliola. La differenza tra i due pesci è che la più comune sogliola tende a mimetizzarsi e fare di questo suo bislacco metodo di spostamento la sua forza e la sua armatura; mentre la sugnola si comporta in maniera diametralmente opposta: poggiandosi sul manto terroso cambia colore per formare un contrasto appariscente. Si fa notare, la sugnola.

Nelle ere questa scomoda qualità della sugnola ha portato più volte al limine della sua estinzione, perché chiaramente tutti i predatori degli abissi, soprattutto i più pigri, hanno approfittato per banchettare sull’egocentrismo di questo pesce dal portamento incoerente e disarmonioso. Hanno approfittato di lei, gli altri pesci voraci.

Tuttavia la sugnola ha imparato la lezione dell’universo e ha accettato la sua natura. Si è adattata alla sua natura. Per sopravvivere ha trovato una strategia di branco, che le consente di vivere in pace e riprodursi in gran quantità. 

La sugnola risplende nel buio oscuro degli abissi e quando s’avvede di un grosso cetaceo o un pesce di una grandezza sufficiente, gli si tuffa tra le fauci e tiene il respiro in apnea. Si annida nello stomaco di questi giganti oceanici e aspetta fratelli e sorelle. Crea il suo habitat naturale parassitario, vive nella quiete assoluta di uno stomaco la sua vita bentonica. Prolifera, moltiplicandosi in migliaia di piccole larve. Quando lo spazio si fa troppo angusto per sì tanti esemplari, la famiglia si riunisce e scava un varco nel corpo dell’ospite che le ha protette fino a quel momento, uccidendolo. Infine il branco si poggia sul fondale ricoprendolo interamente per miglia e mimetizzandosi, come una gigantesca zolla di terreno, che per la sua grandezza, appare solo leggermente difforme. 


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - La volpe gigante

La volpe gigante.png

Sette code di pelo fanno da cornice al corpicino agile della volpe, come fossero un’unica coda di pavone immensa, di color arancio sbiadito e con le punte bianche. Ognuna di esse è attratta da un elemento: acqua, terra, fuoco, aria, fogliame, pelle, spirito. Ed è così che la volpe gigante approccia ogni entità che incontra: sfiorandola delicatamente con una delle sue sette code e scoprendo così, esattamente, la materia di cui è fatta la creatura che la volpe si trova di fronte.

Esiste da sempre, la volpe gigante, e continua a crescere, ad aumentare di taglia. E dopo aver raggiunto la stazza del cane, di Homo, dell’orso e poi dell’elefante, adesso si misura con gli alberi e sembrerebbe pronta a svettare accanto ai monti. Grandi animali le si accovacciano sul manto scambiandola per una roccia ammantata di strana peluria vegetale, morbida e comoda, un ottimo giaciglio sul quale accucciarsi e dormire. D’altronde dormire sulla volpe gigante è un’esperienza mistica che alcuni animali praticano come fosse un rito di passaggio, anche se c’è sempre il rischio di morire. Sia per mano sua, della volpe, per sua propria volontà; che per un suo inconsapevole gesto, nel sonno o durante i primi movimenti appena sveglia. Un accenno di moto incurante che rapidamente schiaccia e uccide. 

La volpe gigante è così astuta che ha fregato la morte e la natura. Così astuta ed egoista che ha fregato tutti, persino sé stessa. E così, annoiata dal mondo senza fine, che si rimpicciolisce ogni giorno di più e che lei stessa ha creato e cercato e trovato infine, si aggira per le praterie e le foreste i cui alberi man mano vede sempre più come suoi fratelli, più di altri animali che un tempo furono simili a lei. Sto diventando un albero? si chiede di tanto in tanto accarezzandone le fronde col muso. E un riflesso ancestrale del ricordo di nasi e zampe amiche la prende alla sprovvista. Una nostalgia atavica, incolmabile, un’assenza eterna e gigantesca.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - La pantera urlatrice

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Non ringhia e non sa stare in silenzio.

Un tempo forse anche lei s’è acquattata nell’ombra immobile in attesa della preda. Poi: il trauma. Da quell’istante, perduto nell’eternità, la pantera altro non fa che latrare, urlare, strillare, strepitare disperatamente la sua presenza. Gli animali, ancora prima che per la paura di essere cacciati, scappano via per il fastidio, il disagio perturbante dell’altrui tormento.

La sua voce è un canto disarmonico e straziante. Inizialmente commuove, genera compassione, e rapidamente la compenetrazione emotiva si trasforma in contagio e chi ascolta il grido oscuro della pantera se ne addolora profondamente e, sconfitto dalla tristezza, si rintana anch’egli nel più completo buio e nella totale assenza di suono. Lontano da qualsiasi cosa abbia un significato che potrebbe scatenare nuovi traumi e nuova angoscia e alimentare l’urlo innaturale che cresce dentro e si traduce in un’afflizione interminabile.

La pantera urlante si prostra davanti al suo dolore, ogni giorno, scheletrica e inutile, senza cercare alcuna via di fuga ma crogiolandosi nella sua disperazione senza tempo. E non muore. Spera di terminare la sua vita e liberarsi dalla sua maledizione, eppure non muore. Ogni tanto chiude gli occhi, sanguinanti e senza più lacrime, nel tentativo di lasciarsi andare alla fine. Poi: il trauma. Li riapre e le appare lucidamente l’immagine di quella sua vita grama, ridotta all’osso da una condanna egoista, che non concede nemmeno la fine ma si riverbera, tortura reiterata assieme al ciclo lunare; che non cresce e non uccide, che sta lì, fantasmagorica, nascosta nell’ombra di tutte le cose, tra la peluria nera del manto della pantera, insinuandosi nelle sue vene ricolme di sangue rancido e nero, sotto il cielo nero e la foresta nera, oscura, in cui risuonano, sovrastando il rumore delle foglie sbattute dai venti, le urla atroci e terribili della pantera immobile, accasciata nel suo eterno patimento. 


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Il kakanino

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Tra tutti gli uccelli è il più minuto. Le sue dimensioni, ad ali raccolte, equivalgono a quelle di una mosca, seppure le sue ali, lunghe il doppio del suo corpicino ossuto, aumentino la percezione spaziale che dall’esterno se ne può avere. Il kakanino vive in spazi chiusi, perché immerso nell’aperto cielo sarebbe spazzato via dal vento, gigantesco spettro invisibile che spira in ogni dove.

Spesso, quando due o più kakanini riescono a trovarsi e riunirsi, essi scavano il fondo della terra creando cunicoli e gallerie dove svolazzare in santa pace. Molto più spesso essi non riescono a trovarsi, oppure dopo essersi trovati vengono divisi da una sferzata, pur flebile, d’aria cattiva, del nemico fraterno. Comunque vada il kakanino continua a sbattere le ali.

Quando è rapito dal vento presuntuoso, trascinato via a forza, il kakanino può diventare preda di qualsiasi bocca aperta, incurante, inconsapevole, che semplicemente rilascia il peso della vita in uno sbadiglio; o che si appropinqua a del cibo, energia vitale, con veemenza; oppure può accadere che il kakanino venga trangugiato accidentalmente dalle fauci di un’altra creatura nell’atto d’emettere un verso – uno spiraglio di linguaggio più o meno articolato, più o meno consapevole, più o meno sensato. Per questo motivo muoiono a milioni, i kakanini sparsi nel cielo, quasi invisibili, senza che nessuno se ne curi. Eppure il kakanino continua a sbattere le ali perché questa è l’unica cosa che può fare. Qualcuno di essi si è arreso, accasciandosi al suolo e diventando corpuscolo nel soffio d’aria cosmico che tutto carezza. E nessuno degli altri ha pensato, nemmeno per un attimo, che ciò non fosse legittimo. Qualcuno di loro li ha pure invidiati, i morti, eroi dell’arrendevolezza. Eppure il kakanino continua a sbattere le ali, anche da morto, anche se non esiste, anche se sbattere le ali non vuol dire propriamente volare.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Il cinghiale voracissimo

Il cinghiale voracissimo.png

Enorme. Il rumore dei suoi zoccoli trascinati sul terreno rimbomba come un terremoto che squarcia la terra, la consuma creando un solco. E s’ode un tonfo, quando la zampa si poggia nuovamente al suolo nudo, per sollevare quel corpo immenso oltremisura. Il cinghiale mangia qualunque esistenza: verdi foglie d’alberi, corteccia marrone, carne e ossa e sangue, ingurgita pietrame e terraglia. Non effettua alcuna cernita, non trasceglie: ciò che passa sotto il suo naso vigile la sua bocca dentuta lo ingloba, risucchiandone l’interno e la buccia, senza distinzione. Non svuota le carcasse di ciò che è commestibile, prende tutto. Sarà il suo stomaco inscalfibile a disciogliere ciò che può essere digerito ed espellere il superfluo.

Al suo passaggio si forma una scia di nulla indelebile. Un deserto lineare e confuso. Dall’alto: un disegno d’indubbia complicatezza onnivora. In questo ghirigoro, formato dal suo strisciare nel mondo, vi è un messaggio misterioso. Dice dell’insoddisfazione perenne. Dice della fame. La traccia del cinghiale, il solco che si lascia alle spalle è un gesto, forse inconsapevole, che da senso alla sua sofferenza. Il significato straziante del suo ossessivo cibarsi si traduce in un segno indelebile vergato a ogni passo sulla superficie dell’esistenza.

Divora intere città, beve i fiumi, svuota le foreste e pialla le montagne. Annulla, silenzia.

Il suo è un messaggio disperato, una richiesta d’aiuto bulimica e maniacale, inarrestabile. Quando si accascerà al suolo, ormai sconfitto dalla fatica, finalmente il suo destino sarà compiuto e il suo dire arriverà al punto, alla fine. E il suo verbo riecheggerà per sempre nel vuoto.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Black Lips #20 - E avevo dormito

Black Lips #20 - E avevo dormito.jpg

Tutto era buio, siamo arrivati in cinque ma sembravamo tutti lo stesso, tutti la stessa persona. Eravamo in questo palazzo diverso dagli altri, in un intreccio di strade. Non sapevo dove mi trovavo, non conoscevo quei letti. Non sapevo che quello sarebbe stato il mio letto per tre mesi. C’erano tantissime mappe del posto da dove vengo. Mi si erano chiusi gli occhi da soli e avevo visto per un attimo la notte prima. Le notti prima. Mi sembrava come se avessero urlato contro di me. Non capivo assolutamente nulla, ero stanco e spezzato.

Mi ero appoggiato al letto, vestito, e

- poi -

avevo dormito.

 

Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.

le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.

Black lips  nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.

Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

Testi: Andrea Cafarella

Fotografie: Danilo Currò


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Bestiarius immaterialis - La lepre sincera

La lepre sincera.png

Ha le orecchie a punta e il manto morbido che termina in un batuffolo spumoso: la coda. Zampette anteriori corte e quelle posteriori lunghe e rannicchiate, pronte al salto. Occhi neri paralleli che guardano trecentosessanta gradi di esistenza attorno a lei. Il naso protuberante fiuta la presenza altrui a centinaia di passi di distanza, prima che la sentano anche le orecchie e il corpo tutto si ponga sull’attenti per controllare la sicurezza, la certezza di non cadere in trappola, di non divenire preda. Eppure, la lepre sincera è destinata all’estinzione e alla morte, a essere cacciata, catturata e mangiata. Poiché, quando la lepre sincera avverte il pericolo, seppure il suo istinto sarebbe quello di nascondersi e fuggire, ella permane immobile e all’avvicinarsi del cacciatore, ad egli si affida.

Si avvicina docile, la lepre sincera, mostra il petto bianco e lo offre ai predatori, di qualunque specie essi siano. Si offre in dono volontariamente.

Con questo gesto riconquista la libertà: se il cacciatore azzanna e squarcia, il suo cuore è felice e impavido si abbandona all’amore della morte e al piacere del sacrificio. Succede poi, alle volte, che il cacciatore, commosso dal gesto della lepre si fermi, rifletta, osservi il manto lucido e morbidamente mosso dal soffiare placido del vento. Succede che il cacciatore s’allunghi verso la lepre e ne accarezzi il corpo caldo. Succede che le sue protuberanze, scivolando sul naso e poi sulla piccola testa, gli trasmettano qualcosa d’insensato e fondamentale. In fine, succede che il cacciatore risparmi la lepre e la custodisca, si prenda cura della sua libertà e del suo benessere.

Succede che il cacciatore impara dalla lepre il valore della fiducia e si scorda di uccidere.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Black Lips #19 - Eravamo in cinque

Black Lips #19 - Eravamo in cinque.jpg

Eravamo in cinque, quindi ci hanno divisi in due stanze. Io ero tramortito. Non capivo nulla, e tutte quelle parole mi confondevano. Mi si chiudevano gli occhi da soli, ero stanco e spezzato. Mi ero appoggiato alla parete, mentre una delle ragazze mi indicava il mio letto. Mi si erano chiusi gli occhi da soli e avevo visto per un attimo ieri notte. Le notti prima. Non sapevo che quello sarebbe stato il mio letto per tre mesi. Non sapevo che avrei di nuovo avuto un letto.

 

Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.

le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.

Black lips  nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.

Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

Testi: Andrea Cafarella

Fotografie: Danilo Currò


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Bestiarius immaterialis - Lo spettro muto

Lo spettro muto.png

Un’ombra è un’ombra, ma un’ombra non è mai un’ombra e basta. Se si scrutasse l’oscurità con maggiore attenzione si noterebbero tutte le sue forme, definirsi e farsi carne, illuminarsi di pura conoscenza e concentrazione e svelarsi strato per strato di misteriosi nascondimenti, fino ad arrivare all’essenza: il mondo degli spettri che si nasconde nell’ombra, dietro le cose. Ed è lì che i fantasmi parlano, fanno rumore, urlano i loro malesseri, cercano il conforto dei cari che non ebbero in vita, frugano negli anfratti, trascinano catene giù per i pendii rocciosi e scuotono e spezzano i rami per farsi udire.

Lo spettro muto guarda i suoi simili agitarsi nel buio per richiamare l’attenzione dei vivi, mostrarsi, lasciarsi intravedere, sbracciarsi in cerca di uno sguardo di terrore. Non sente l’impulso di esternare la sua disperazione e così sta fermo in un angolo nel silenzio, avvolto nel suo nulla abnorme e senza fine. Non sente di avere alcuno scopo, annichilito dalla stasi, nella sua bolla di esistenza parziale e inascoltata. Potrebbe parlare, spiegarsi, farsi vedere, spostare gli oggetti, soffiare sugl’esseri il suo alito gelato o urlare forte fino a muovere le foglie e la sabbia e spaventare gli animali che avvertono i rumori del sovrumano, dell’intangibile. Potrebbe scatenare il putiferio, solo per segnalare la sua presenza famigliare.

Il suo cadavere è ancora lì, unico ricordo di un corpo, di una vita, di una corporeità ormai dimenticata da tutti. Perché? Si chiede lo spettro muto, inerte, nel suo angolo di mutismo cosmico. Accarezza la pelle del muso del suo vecchio corpo, freddo e disteso sulla terra nuda, e ripercorre i passi della sua vita e riflette. Attentamente si affronta, alla fine.

E nessuno lo verrà mai a sapere.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Black Lips #18 - Da una porta

Black Lips #18 - Da una porta.jpg

Da una porta era entrato Giuseppe, ma io non sapevo chi fosse, non lo conoscevo. Ora lo riconoscerei tra mille, ma allora sembravano tutti lo stesso, tutti la stessa persona. Aveva parlato a voce alta, sembrava accoglierci, e poi aveva urlato alle ragazze, quasi mi sembrava come se avessero urlato contro di me. Le ragazze si erano alzate e ci avevano accompagnato verso i dormitori. Non sapevo dove mi trovavo, non conoscevo quei letti. Non riconoscevo nemmeno un odore.

 

 

Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.

le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.

Black lips  nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.

Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

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Fotografie: Danilo Currò


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Bestiarius immaterialis - Salmone immobile

Salmone immobile.png

C’è un ruscello che attraversa il bosco e la radura e diventa un grande fiume, per arrivare a valle e finalmente raggiungere la propria foce, la bocca che sputa sul mare l’essenza stessa di tutto il corso d’acqua. In quel punto esatto branchi interi di salmoni erano soliti imboccare la corrente contraria per risalire faticosamente fino al lago che diede loro i natali. Per compiere il rituale della vita, la riproduzione, spargendo minuscole uova gelatinose che s’involano e si poggiano sul fondo. Un movimento circolare di nascita e fatica e morte.

E il fiume iniziò a urlare, a straripare, a recere il suo linguaggio acquatico sulla terra che lo affianca, allargando il proprio letto, facendosi spazio nel terreno. E la potenza con cui il suo essere liquido si fiondava, mano nella mano alla gravità, fino a valle e poi nell’istmo che lo lega al grande mare, si centuplicò diventando inarrestabile, formando cascate e rivoli d’acqua tra le rocce. In tanti provarono a risalire la corrente, salmoni testardi e coraggiosi. E tutti morirono nel tentativo, o semplicemente si arresero, virando la rotta con le pinne rosse lucenti, per ritornare al mare e morire comunque, senza aver perpetrato la specie, senza aver lasciato un seme su questa terra e in questo gigantesco acquitrino.

Uno solo, fra tutti, riuscì con forza a contrastare l’urlo del fiume straboccato sul suo becco, lottando contro le sferzate violente insinuatesi fino all’interno delle sue branchie dure. Da allora e per sempre, l’energia delle sue pinne ostinate equivale quella dell’acqua ed egli resta immobile seppure in perenne movimento. Non vuole cedere. Fatica e difficoltà non lo spaventano, e anche se quel grido spumoso non smetterà mai di risuonare e spingere il salmone a valle, verso la morte, egli sente il dovere di continuare a nuotare verso il cielo. E le sue squame lucide, levigate dallo strofinio continuo del fiume, sono divenute ormai scaglie di luce. E le sue pinne tenaci sono irrefrenabili simulacri della forza, dell’energia che tutto genera, della Vita stessa. E il suo cuore ha un disperato bisogno di fermarsi e godere della pace che seguirà a questo sacrificio eterno, fatto d’amore sconfinato.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti


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Black Lips #17 - Tutto era buio

Black Lips #17 - Tutto era buio.jpg

Tutto era buio, non c’erano macchine in giro. Noi eravamo scesi e avevamo seguito due ragazze. Parlavano tra loro e avevano parlato prima con l’uomo che guidava; ma non si capiva nulla. Una di loro ha provato a parlarci in Inglese, credo, ma non capivo. Siamo arrivati davanti a questo palazzo, diverso dagli altri, in un intreccio di strade. Ci hanno fatto segno di accomodarci in una stanza, con tavoli e sedie, una sorta di ufficio. C’erano tantissime mappe del posto da dove vengo.

 

Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.

le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.

Black lips  nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.

Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

Testi: Andrea Cafarella

Fotografie: Danilo Currò


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Bestiarius immaterialis Andrea Cafarella Bestiarius immaterialis Andrea Cafarella

Bestiarius immaterialis - La foglia d'oro

La foglia d'oro.png

Dalle gemme verdi, la foglia d’oro si protrae verso la vita: si fa verde, rossa, arancio e nuovamente dorata fino a volare lentamente sul terreno e morire, e poi rinascere gemma e rifarsi verde per risuonare nella sua anima e all’esterno, nella melodia dell’assoluto, i toni sanguigni autunnali che ne percorrono le venature, provenienti da un altrove lontano, di creature morte, distanti e risucchiate dalle radici del grande albero che da tutte le morti prende la vita e il sangue.

Questa foglia, unica e sola, percossa dal rossore, ritrova nello sguardo degli esseri viventi che la incontrano la sua vera natura riflessa splendidamente. S’innamora, la foglia. Si rivede e comprende il suo ruolo e muta forma, cambia il suo aspetto assieme al circostante e, allo stesso modo, interviene nel percorso dei viventi cambiandone il guardare. Gli occhi verdi si fanno arancio, rosso, e d’oro e finalmente vedono. Vedono gli esseri invisibili che prima erano nascosti nell’ombra o celati nel loro stato immateriale impalpabile. Vedono i flussi, i nuovi occhi dorati, ne carezzano le striature, ne sentono la forza metamorfica e l’energia esistentiva. Tutto cambia: i sensi, ormai aperti alle possibilità infinite del cosmo, attraversano il corpo, mentalmente, dalle estremità fino al centro, in un atto di consapevolezza puro e semplice: la meditazione. Vi è un perturbamento alla vista della foglia d’oro, la foglia del ficus sanguinis, la foglia che in sé racchiude ogni cosa; in questo istante, di assoluta perdizione nell’intangibile, essa si fa carne e l’albero si può finalmente toccare. Tutto ha senso; e la creatura, illuminata di verità, che sosta ormai catatonica dinnanzi alla foglia d’oro, sente il bisogno di staccarla e ingurgitarla: assaggiarla, masticarla, ingoiarla. Inglobarla, farla propria.

La foglia d’oro è velenosa, questa è la sua arma di difesa, la sua tecnica di caccia. Così, quello stesso essere, scoperta e mangiata la verità, deve dire addio alla vita materiale e seguire la foglia, nel regno di ciò che c’è ma non è possibile vedere né toccare.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Black Lips #16 - Siamo arrivati

Black Lips #16 - Siamo arrivati.jpg

Siamo arrivati in cinque, nella notte, non capivo assolutamente nulla. Stavamo su una camionetta, ma non dell’esercito, nemmeno della polizia. Una camionetta bianca, un furgoncino. Io ero tramortito, guardavo in faccia i miei compagni, ma non lo conoscevo, non li riconoscevo. Li guardavo in faccia ma sembravano tutti lo stesso, tutti la stessa persona. Uno solo era sveglio, non lo guardavo e lui non guardava me.

 

Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.

le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.

Black lips  nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.

Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

Testi: Andrea Cafarella

Fotografie: Danilo Currò


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Bestiarius immaterialis - Lumacone demente

Lumacone demente.png

Della consistenza di una mucosa e dal colore giallastro, senza antenne né occhi né epidermide con la quale toccare, direttamente immersa nell’atmosfera senza alcuna protezione, senza alcun filtro del sentire, che decodifichi, che spieghi al lumacone l’esterno. Quest’essere sente ciò che è fuori di sé come le particelle invisibili dell’aria si riconoscono le une con le altre, sapendo di essere singole, uniche, ma parte di un solo inscindibile corpo. Così il lumacone non avverte la sua massa, la sua sagoma, i suoi confini. Si sente parte di un insieme dal quale non gli è possibile emergere a presenza unica. Per questa ragione il lumacone vaga e si ciba e respira e sfiora le altre presenze, consapevoli, al contrario suo. E tutto ciò lo fa senza mai fermarsi a chiedersi di se stesso. Continua per la sua strada e nelle sue attività primarie come se un ordine gli fosse stato impartito da sempre, dall’alto.

Un giorno verrà calpestato e ridotto in poltiglia, o trascinato via da un’ondata marina, da un uccello dispettoso o dal vento pieno di rabbia. Non ha importanza, per il lumacone non cambia niente. Anche ridotto in poltiglia il lumacone si sente parte di un unico enorme essere e dentro di sé esegue quelle stesse funzioni di quando i confini del suo corpo erano quantomeno visibili, dall’esterno. Dentro di sé avanza e si ciba e respira e sfiora altra vita, altra carne, altra acqua, altra aria, altra terra, incontra il fuoco e finalmente muore e cessa di esistere. Tutto ciò esclusivamente dentro, perché non ha contezza del fuori, dell’altrove, non ha mai avuto una sua esistenza delimitata e distante dal tutto, che lo rendesse capace di percepirsi.

Il lumacone, però, forse, è l’unico essere saggio, in grado di arrendersi all’universo e al ruolo infinitamente piccolo e marginale che ogni essere ha all’interno dell’Essere primordiale che è tutto e ogni cosa: il cosmo intero.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Vivida fuliggine

Vivida fuliggine.png

Discendente del fuoco: dalla brace frizzante prende vita, sostanza dello sporco, sollevandosi cheta e inconsistente da anfratti e interstizi nascosti, per depositarsi su pelli e manti di pelo, e tessuti e superfici. Sulla purezza.

Come un branco di meduse mosse dalla corrente, brandelli riuniti in un unico corpo nel vento, la fuliggine compie un disordinato volo. Può condensarsi in nuvole oscure e gigantesche, sciamando sulle foreste indifese; oppure si raggomitola in sfere irregolari, batuffoli che si poggiano leggeri e innocui, all’apparenza, sui corpi. Se la caligine è pachidermica o zanzarica non ha alcuna importanza, perché la sua anima risiede nel lordume e di lordume è siffatta. Contamina, insozza, ingiuria tutto ciò che sfiora. La sua forma informe le consente di adattarsi allo spazio, di essere piccola dov’è piccolo il mondo e grande quando la visuale si apre sullo spazio: un’ampia complessità tutta d’avvolgere. Segue meticolosamente l’istinto di affidarsi al fuoco creatore e al vento padre, per raggiungere tutto il circostante, fino a scomparire in un soffio dello stesso vento o in un gesto di un qualsiasi essere che ne sia stato toccato e che, accorgendosene o meno, la scaccia via, liberandosene parzialmente.

Poiché quell’essere l’avrà già sentito: avverte il lerciume laido dei fiocchi grigi e brumosi poggiatiglisi addosso, e da quell’attimo non è più lo stesso. Può imparare a scordarlo, come Cane, oppure può far finta di ignorarlo, come Elefante, o ancora nascondersi nelle profondità acquatiche come pesci e molluschi e mammiferi e gli altri abitanti del mare; eppure ne sentirà sempre il peso, il tocco contagioso della lordura. 


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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