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Black Lips #15 - Black Lips

Black Lips #15 - Black Lips.jpg

Labbra

per mangiare

parlare

fischiare l’allarme.

 

Rosse:

normali

comuni

occidentali

sobrie

immuni.

 

Nere:

diverse

lontane

immorali

ubriache

perse.

 

Vi piacciono?

Come un leone in gabbia.

E se ve lo trovaste davanti?

Nere labbra

terrore.

 

Labbra nere

(guardatele bene).

Ancora diverse:

vicine

nobili

ritrovate

lucide

in carne e sangue

ora: Rosse

(adesso!)

tra noi

- noi stessi

me stesso -.


Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.

le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.

Black lips  nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.

Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

Testi: Andrea Cafarella

Fotografie: Danilo Currò


l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti


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Bestiarius immaterialis - La piovra a quattro cuori

La piovra a quattro cuori.png

Appare di pietra, il corpo molle, steso sulla superficie mimetizzante di scogli rossi e fratelli polipi, coralli. Dall’infinito del tempo mantiene il segreto della sua presenza, somigliando a tutto ciò che la circonda, cosicché nessuno stimolo percettivo arrivi all’esterno come un segnale del suo esistere. Cosa sono gli esseri che non possono essere visti né sentiti? Cos’è una roccia che alcuna ventosa abbia mai avvinghiato, che alcun occhio abbia perlustrato, che solo l’acqua e il sale, avvolgendo l’esistenza intera, hanno potuto avvertire, come una misteriosa presenza nella moltitudine? – Ma il mare non conosce la differenza tra l’essere e l’essere percepiti. Il suo modo di avvertire le cose è pura intuizione o nulla cosmico, o una percezione onnicomprensiva inesprimibile.

Ogni polpo possiede tre cuori: per vivere, per sentire e per avvertire la paura e quindi il pericolo. Questo essere tentacolare, unico, invece – che nell’essenza sarebbe piovra, ma alla vista parrebbe pietra – ne possiede un quarto, nel suo corpo informe: le serve per avere coscienza di sé. Così la piovra a quattro cuori sente la roccia spoglia cui da sempre è poggiata, e il mare che, in perpetuo movimento, carezza la sua pelle vischiosa; ha paura di lasciarsi percepire da altre presenze, e quando scorge l’ignoto si concentra sulla sua stessa immobilità, medita, ascolta il battito dei suoi quattro cuori, che scandiscono un ciclo continuo e immutabile, che solo il timore può alterare.

In quel momento la piovra a quattro cuori riconosce la verità di esistere, l’accadimento di vivere – e trema – e profondamente respira, rallentando il battere del cardio, per tornare in sé e dimenticarsi di essere, ancora un po’. 


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Il ragno a otto teste

Il ragno a otto teste.png

Guardiano del mondo senza Tempo, custode del nulla, perché da esso fuoriesca tutto e non ritorni alcuna cosa.

Insetto multiforme – della grandezza di un lampo – si compone di otto lunghe zampe a coronare il corpo grassoccio da cui spuntano altrettante differenti teste pelose e oscure. Ognuna di esse esegue una funzione che la distingue e la rende unica. La prima, la più grande, quella centrale, che si contrappone all’addome – libero dalla presenza delle teste – serve a sentire le cose del mondo materico. La seconda, continuando alla sua destra, gli è utile per controllarsi e non lasciarsi scivolare nel baratro della cattiveria. La terza è la testa di cui si avvale per progettare, per pianificare, che gli consente di conoscere i suoi prossimi otto passi. La quarta vede: vede l’immateriale, le idee, le sensazioni e le energie che s’intrecciano ai flussi del cosmo. La quinta è la testa del perdono. La sesta è quella che usa per discernere le menzogne dalla Verità. La settima testa non serve a niente, ma ha il potere di rendere possibile qualsiasi cosa per proteggere il ragno, rimpicciolendo le creature che tentano il ritorno al mondo che non c’è, annichilendo il loro ego e le loro possibilità di riuscita, spegnendo la speranza dell’impossibile. L’ottava testa è la Vita; e grazie a essa il ragno esiste ed esisterà sempre.

Riposa, il ragno a otto teste, nelle profondità del buco che porta al mondo immateriale; che può trovarsi in cima al monte o immerso tra i coralli, che si può spostare all’interno degli esseri o sulla superficie della loro pelle, può nascondersi in un tocco, in un bacio, in una melodia. Egli è lì e sempre lì sarà, e riposa e sente e medita e contempla. Le sue otto teste, assopite, sono pronte al giudizio senza possibile assoluzione. Mantiene esploratori e avventurieri dell’ignoto appesi per la schiena a un filo invisibile della sua tela di ragno e li regge sull’abisso del passaggio mai traversato; le vertigini scuotono l’anima e una visione caotica del turbine – che contiene e crea e ricrea le cose che non sono ma che potrebbero essere – eleva lo spirito del viaggiatore nell’estasi del perturbante.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Black Lips #14 - Grazie

Black Lips #14 - Grazie.jpg

Grazie

Cosa Penso dell’Italia

 

 

Ciò che preferisco:

il canto, la musica e le recite.

 

I siciliani non perdonano spesso ma

questo fa si che non si scorda mai

quando ti perdonano.

 

La cosa che mi ha toccato di più al mondo

è il comportamento.

Sapere veramente comportarsi.

 

I siciliani agiscono prima di riflettere.

 

...

 

Ringrazio i siciliani per tutto quello

che danno per i clandestini del mare

già alla frontiera.


Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.

le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.

Black lips  nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.

Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

Testi: Andrea Cafarella

Fotografie: Danilo Currò


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CREPUSCOLARE - Da quando hai messo una X sul nostro nulla

Da quando hai messo una X sul nostro nulla.jpg

No! È da quando hai messo una X sul nostro nulla – il nostro amore, la nostra disperazione morbosa – che sei diventata diversa – un parafrasare il gelo naturale del tuo sangue per compiacere la mia nuova e ritrovata sensibilità al respiro degli altri, classico cliché. Ti sei ricordata del tuo scopo, viscido rettile. Hai sparso il rossetto dappertutto come una pazza e te la sei data a gambe! Questo hai fatto: non hai avuto il coraggio di sanguinare per vivere, ti sei fermata al simbolo: X: divieto, annullamento, fine. Come un animale, a sangue freddo.

Da quando hai messo una X sul nostro nulla.jpg

Là, sono rimasto di sasso, immobile e indifeso. Mi hai pietrificato, Medusa di cartone. Mi hai reso cane e maiale, Circe di cartapesta. Mi hai trattenuto dal compiere il mio destino, Maga, con i tuoi veleni e le tue stregonerie da pezzente, da megera, da cartomante di strada, che fa sconti ai viaggiatori stanchi se le concedono la loro verga sonante. Vero Strega? Non hai nemmeno la dolcezza di Calipso e la sua bellezza, negra, come le origini. Devo tornare in patria, col cuore spezzato dell’eroe, per scacciare via la tua ombra che mi tortura la notte. Una patina oscura sui miei sensi orfici.

Da quando hai messo una X sul nostro nulla.jpg

Trovo la tua pelle morta sul mio letto, negli angoli della scrivania, nei pertugi tra una libreria e l’altra e nei libri, nei titoli e tra le pagine. Le tue squame sparse, intrecciate ai miei peli d’orso. Disgustosa sporcizia, da eliminare. Ma cos’è in fondo lo sporco? Un’entità metafisica, come urlava Archistein l’esiliato? Cos’è lo sporco? Una sensazione tattile, che dai polpastrelli si riversa sull’epidermide del braccio e si arrampica sul petto stringendo alla gola; vola mesmerico attraverso le narici, e vorresti urlare come Archistein che lo sporco non esiste, ma te lo senti addosso, ti toglie il respiro e muori.

 

Non è che ti sembra di morire, in quel momento: muori e basta.


Testo: Andrea Cafarella

fotografie: Martha Micali


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Bestiarius immaterialis - Il figlio della folgore

Il figlio della folgore.png

Quando una folgore spezza il terreno, dalla sua potenza luminosa, che si sfrange sulla nudità del suolo, si sprigiona un essere che vive un attimo. Un globo di luce consistente come la carne, come corteccia, come pietra dura. Una porzione di universo che si raggruma, inconsapevole del Tempo e rivoluziona tutto il visibile. Esso è il figlio della folgore. Esso creò Fuoco, il Dio di Homo, colui che spaventa innumerevoli bestie, che fa da protezione a quei pochi esseri, illuminati, che sanno sfruttarne la forza e la luce e il calore. Esso uccise, squarciando inavvertitamente corpi di bestie e di alberi. Esso illuminò, dando l’estasi maestosa della comprensione a chi lo vide. Esso definisce l’esistenza stessa, racchiude il cosmo, dilata l’assoluto e lo conchiude in una forma appena percepibile.

Esso, nella notte dei tempi, vibrò. Mantenne la sua forma per poco più di quell’attimo, generando Vita. Adesso esiste in due modi e due forme distinte e compenetrate l’una nell’altra.

Quando una folgore spezza il terreno, esso esiste, di nuovo e sempre, per quell’attimo magico. E, contemporaneamente, trema, costante fiammella vitale, nel centro interiore di ogni cosa singola, eternamente, nondimeno che in quella stessa momentanea traccia di folgore di cui esso stesso è fatto.

Le creature viventi lo sentono nel sonno e nella contemplazione. Le piante lo avvertono scorrere nella clorofilla e gli animali lo assaporano nel rosso sanguigno, nel bianco vischioso o nel liquido verde che percorre le vene delle loro prede. Il figlio della folgore smuove la terra e i massi e spira nei venti per muovere lo sterminato mare che, goccia a goccia, anch’esso pullula delle sue tracce.

Esso è Vita ed è esso stesso fatto di Vita.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Black Lips #13 - Il mio nome

Black Lips #13 - Il mio nome

Il mio nome è

Giovanni PotereDiDio

primo

figlio

di mio padre.

Siamo tre

in numero

io, mio fratello e sorella.

Mio padre è insegnante

mentre mia madre commercialista.

Mio padre mi ama moltissimo

voleva che diventassi insegnante, proprio come lui.

Ma il mio sogno è calciatore.

 

Mio padre è morto.

Quindi io, mia madre, mio fratello e la mia piccola

sorella ci siamo organizzati, giusto per sopravvivere.

Due anni dopo mi sono diplomato,

ma no soldi per continuare.

Ma la vita va avanti,

 

...mhmm...

 

non mi piace parlarne,

mi fa davvero male.


Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.

le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.

Black lips  nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.

Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

Testi: Andrea Cafarella

Fotografie: Danilo Currò


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Bestiarius immaterialis - Gombrolone

Gombrolone.png

Ributtante, a distanza, è già il suo grugnire: un barbuglio che genera sgomento e disgusto: uno sconvolgimento dell’anima che penetra financo piante e s’insinua nella terra inaridita, prosciugata della sua stessa linfa. Non è solo la sua voce a spaventare di bruttezza ma, innanzitutto, la sua presenza penosa e desolante che colpisce tutti i sensi, uno a uno.

Il contatto iniziatico, con quella sua aura oscura e avvolgente, sconquassa il sesto senso e lo inibisce, lo mette in ginocchio, lo umilia pericolosamente fino a rispedirlo nel dedalo tortuoso di uno storpio inferno. L’intrusione sonora avviene simultaneamente a quella olfattiva, con un canto fetido, un puzzo stonato, un olezzo e una melodia di putrefazione. Infine, il gombrolone si mostra, timido e indifeso, agli sguardi ingenui. Si fidano gli occhi dei viandanti, di quell’ombra pelosa nell’oscurità, dalla quale fuoriesce il gombrolone, con movimenti scoordinati e innaturali, scattosi, malati. Lasciano entrare la luce – sconcertati da quella torbida presenza, fino a perdere lucidità – quegli occhi ancora limpidi, concedendo all’oscuro di disegnare la figura della bestia che, mano a mano, si definisce nelle iridi trapassando i neuroni e travolgendo i nervi, intaccando muscoli e fibre, per colpire nuovamente all’essenza e devastare il concetto stesso di Vita.

La sua bruttezza è cangiante: pelosa, glabra, rattrappita o liscia e turgida, deforme o perfettamente simmetrica. Le sue zampe hanno forme diverse, lunghezze differenti e niente del suo corpo materiale s’intona con il circostante, come l’attorno mai gli s’amalgama. Ogni dettaglio si trasforma in un rigurgito interiore che sbrana la coscienza altrui.

Per questo il gombrolone è solo. Accoglie la sua solitudine e la sua vocazione al brutto. Arranca nell’ombra, cosciente di essere il lampo che dilania il sublime, il tuono che strappa le pareti della perfezione, conscio, perché disgustato da se medesimo, in un’estasi eterna quanto la sua disgraziata permanenza nel Tempo.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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CREPUSCOLARE - Sei sempre stata un cigno bianco che tergiversa sulle sue zampe pinnate

Sei sempre stata un cigno bianco che tergiversa sulle sue zampe pinnate

Sei sempre stata un cigno bianco che tergiversa sulle sue zampe pinnate. Ti sei sentita un po’ ingombrante, tra quelle pareti d’ombra. Hai adocchiato i gabbiani che vibravano l’aria e penetravano le increspature dei mari perigliosi, e ti sei detta che tu, tu sei come Livingston, non c’è dubbio. Hai aperto le ali maestose più volte quel giorno e più volte le hai richiuse nella notte che sembra non avere mai fine.

Sei sempre stata un cigno bianco che tergiversa sulle sue zampe pinnate

Hai sentito subito che lo spazio concessoti non era sufficiente per l’intera tua apertura alare, ma non hai ceduto. Dalla cima della tua torre-gabbia, indolente, hai osservato le cose che passavano davanti ai tuoi occhi belli: il sole, le nuvole, il cielo azzurro, il cielo grigio, il cielo arancio e il cielo blu, la luna e gli altri tuoi fratelli e sorelle, che non restavano mai e mai sono rimasti.

Sei sempre stata un cigno bianco che tergiversa sulle sue zampe pinnate

Ricordi bene il giorno in cui hai capito Jonathan. Guardavi il volo continuo di tutte quelle anime danzanti nel fuori, ripetevi, sussurrando, le parole dei canti che avevi sentito molte volte dagli altri. Hai serrato, nello stesso istante, ogni tuo collegamento, anche fisico, con l’esterno. In un respiro sei stata, tutta te, riportata all’aria e al volo, sulle acque infinite e le isole – come nèi sulla pelle liquida del mediterraneo – e hai capito cosa sei.


Testo: Andrea Cafarella

fotografie: martha micali


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Bestiarius immaterialis - Il ghiropardo

Il ghiropardo.png

Lo si trova dormiente durante tutto il dì, visto che mai fuoriesce di tana col sole alto nell’azzurro. Lo si ritrova dormiente anche alla notte, durante lo sbattere delle palpebre lunari.

La sua attività principale è, pressoché esclusivamente, vivere il percepimento del sogno: muoversi all’interno dei pianeti orfici con la disinvoltura di un felino che, con elegante passo felpato, si aggira per boschi pieni di ircocervi e chimere, e poi su, nei cieli oscuri dove pterodattili e grifoni s’involano in danze mitologiche, generando raggi di luce che illuminano e disvelano nuove fantasie, nuove immagini notturne.

Il ghiropardo trascorre così tanto tempo a occhi chiusi che il momento della veglia lo avverte come irreale, lo trascende senza consapevolezza e controllo: si sveglia e corre, più veloce del vento, dritto verso la preda, che divinatoriamente già conosce, già ha azzannato al collo, già atterra con forza e già trascina nella sua tana del sonno perpetuo e già ingurgita, già socchiudendo lo sguardo di veglia e calandosi in un nuovo sonno, dove tutto gli appare più vero e dove, soprattutto, sente di avere coscienza del circostante e, specialmente, del suo essere, del suo accadere e dei suoi movimenti interiori.

Vede i flussi nei sogni, ascolta finalmente la vera Voce.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Black Lips #12 - La musica

Black Lips #12 - La musica

Amo la musica perché mi dà

gioia

felicità

coraggio

sicurezza

 

e mi aiuta a dimenticare

il mio passato.


Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.

le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.

Black lips  nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.

Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

Testi: Andrea Cafarella

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Bestiarius immaterialis - Il gabbiano di terra

il gabbiano di terra.png

Vi è una radura che prima non era radura, immensa. Nessuno sembra aver veduto o avvertito con altri sensi – finanche col percepire del cuore ­– la sua creazione.

Il gigantesco spiazzo desolato, stepposo, vuoto, si trova nella rotta migratoria di uno stormo di gabbiani. Sarebbe più corretto dire che si trovava, in quanto la rotta – da quando esiste la radura – non è più percorsa dai volatili, e non esiste più la migrazione, e lo stormo è inevitabilmente divenuto branco. Un branco di gabbiani cacciatori.

Nei secoli il gabbiano si è annerito e le ali, come incurvate dal vento forte della radura, si sono rimpicciolite per dare rapidità alle sferzate nell’aria, alle picchiate e ai cambi di rotta, ciechi e istintivi. Le zampe palmate hanno sviluppato artigli oscuri e taglienti e si sono adattate al terreno, indurendosi e trasformandosi in tenaglie, la cui presa inestricabile è potenziata dalla membrana, che servì per nuotare, a mo’ di trappola, per oscurare la vista alla preda e spegnere le sue speranze salvifiche.

Il gabbiano caccia tutt’al più roditori, persi nel tentativo di traversare la radura, da un bosco al bosco più vicino, irraggiungibile, ma comunque migliore dell’inferno da cui provengono. A volte semplicemente s’imbattono nella gigantesca radura per caso, correndo alla ricerca di qualcosa o qualcuno, e lasciano il bosco – un po’ come i gabbiani di terra fecero un tempo che non è più il Tempo: persero la rotta.

Il gabbiano di terra ha deformato il suo becco in un diamante liscio e tagliente, e quando si avventa sulla preda, dall’alto del volo, la punge di nero conficcandosi al terreno, come una freccia. Quando sente che la vita ha definitivamente lasciato il corpicino, ritorna alle sue consuetudini primeve: lo raccoglie nel suo becco, dove inizia a digerirne la vita, per tramutarla in un ammasso di ossa e carne e sangue, dividendola allo stormo, al branco, e tenendone il meglio per sé. 


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Roccia scura

roccia scura.png

Nelle profondità cavernose del deserto, dove la sabbia si è condensata diventando pietra che origina monti, colline, pareti a strapiombo sul mare arancio, e tra di essi, nelle pieghe ondose dei granelli smossi dal vento, si formano intercapedini perigliose, labirinti levigati con lentissima sapienza dal sospiro dell’assoluto. Dove il fennec si aggira guardingo, accogliendo i suoni nuovi che s’infiltrano nelle tonalità della lunga melodia, suonata dall’aria al suo passaggio tra le fessure. Lì, dove lo scarabeo si poggia in cerca di nulla nel niente. Nell’imo degli agglomerati duri della rena, dove il buio fitto tramuta la luce, da flebile testa di moro in oro puro e luccicante e infine in scintillante lama scolorata che si mischia all’oscurità ubiqua. Esattamente in quel punto recondito cui occhio nudo non può giungere. In una prigione di silenzio. Lì, respira e vive la Roccia scura.

Essa ha coscienza di sé, si sente. È levigata dal sale del mare che la toccò nelle ere passate, ha conosciuto pesci e alberi e foglie che si tuffarono nel vuoto, per sfiorarla prima di morire. Ha aspettato che l’acqua e la sua gorgogliante vita l’abbandonassero nella tristezza della solitudine. Ha rispettato l’inquilina nuova, anzi, i milioni di minuscoli chicchi e pulviscoli minimi che l’avrebbero guardata con l’ammirazione con cui si scruta l’antico – la saggezza del Tempo. Ha accolto il modo che la sabbia ebbe ed ha di formare le sue sorelle, simili a lei ma, forse, incoscienti. Non sa parlare, non conosce linguaggio la Roccia scura. Riflette, rimugina, rimesta le idee, come globi luminosi che fluttuano nell’eterna notte della sua anima in veglia.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Black Lips #11 - Un vecchio

Black Lips #11 - Un vecchio

Un vecchio uomo ha detto:

«La nostra più grande paura non è essere inadeguati. La nostra più profonda paura è che siamo potenti oltre misura. È la nostra luce, non la nostra oscurità, che ci terrorizza. C’è un po’ di grandezza in ognuno di noi, e quando liberiamo noi stessi dai nostri timori, inconsapevolmente, ci liberiamo dalla paura degli altri».


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Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

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Bestiarius immaterialis - Homo antecessor

Homo antecessor.png

Pochissimi esemplari, dislocati nello spazio a siderali distanze, persistono tra le foreste, i monti e le piane. Si riuniscono in famiglie allargate creando un patto di sangue inscindibile, un accordo che si fonda sulla reciproca consunzione: il vicendevole mangiarsi. Questo è il modo in cui Homo antecessor resiste, sopravvive, si reincarna in sé stesso originando un vortice chiuso di vita che si autoalimenta.

La pelle duttile è come un tessuto, tirato dagli apici fino allo stremo – terminazioni che non esistono di un drappo senza inizio né fine, conchiuso in se stesso – involucro di muscoli gonfi e vivi, sempre pronti all’azione, che si contraggono e distendono in un perpetuo danzare armonico: un simbolo. I rari esemplari di Homo antecessor parlano con il corpo: si toccano e conoscono già i fiumi di linguaggio che l’altro, simile, vuole trapassare, dal proprio al corpo altrui. Non hanno bisogno di parole, che d’altronde non conoscono. Il passaggio di un dito sulla fronte può voler significare tutto lo scibile del cosmo interiore, oppure niente, solo affetto, o ancora un semplice suggerimento, una richiesta, un’informazione utile. Quello che conta è l’intenzione, la volontà.

La mascella dell’Homo antecessor è dura e imponente, fa spavento al piccolo cranio che su di essa poggia. E su questo dissidio si basa la gestualità della reincarnazione, il primo vero rituale di Homo, il primo passo che crea distanza dalle bestie, il pactum.

Homo incide con una pietra la fronte spaziosa della vittima sacrificale, solitamente un esemplare di sesso maschile, ne assaggia il liquido linfatico rosso che sgorga fino alla bocca della stessa vittima, mischiato alla saliva del carnefice. Anch’ella assapora il gusto di quell’unione, leccandone i liquidi mesciti in un’unica pozione fluida.

Il secondo squarcio è quello decisivo: un taglio profondo al collo seguito da un morso famelico e rapidissimo, per non disperdere nemmeno una goccia di Vita, per rigenerarsi: il carnefice e la vittima, e viceversa, in questo infinito e straziante supplizio sensato.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Bestiarius immaterialis - Le sirene

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Donne fino all’ombelico, uccelli marini dalla vita in giù. Esseri divisi tra cielo e mare, squarciati da un’esistenza passata tra i corpi acquatici ad anelare la vita immersa nel vento. L’istinto le porta a respirare sott’acqua da branchie squamose e sopr’acqua da bocche carnose e morbide, che non sentono l’effetto dell’abisso e del suo gelido tocco prolungato. Conoscono il canto supremo che tutto muove e sono maestre nell’esecuzione, armoniosa e controllata, che solo Orfeo, per necessità, ebbe l’ardire di contrastare, e nondimeno superare in potenza. Poggiano il loro corpo, perfetto a metà – una metà per gli occhi vitrei dei pesci e l’altra metà per le percezioni aeree dei viventi sopra l’orizzonte – lo depongono, il corpo – i due corpi – sulla superficie di scogli affioranti, coperti da soffici alghe bagnate. Lì, come predatori incuranti, pigri felini pronti a scattare, s’immolano in vorticosi cantici che provengono dall’affiorare del Tempo e della Vita. Striduli urli che ricordano la nascita e la morte, il richiamo dell’assoluto che tutti gli esseri avvertono e, sentendolo nell’aria intrappolata tra le loro orecchie, non possono rifuggire; devono seguirlo, disperatamente, fino al precipizio e oltre, fino al sogno di una vita passata a metà, tra cielo e mare.

L’illusione scatenata dalle sirene non è un gioco, non è una trappola. Sono le stesse maliarde ad ammaliarsi, loro medesime, a illudersi che l’unione acquatica con gli abitanti delle terre emerse possa finalmente creare una congiunzione, liberarle da quella prigione liquida a metà.

È sincero il richiamo delle sirene. È folle e sincero il richiamo delle sirene. Una richiesta d’aiuto, un singulto, un grido, un’invocazione disperata: un canto impossibile cui sottrarsi è impossibile.

 

 


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti


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Black Lips #10 - n°

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Chi sono, io?

 


Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.

le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.

Black lips  nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.

Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

Testi: Andrea Cafarella

Fotografie: Danilo Currò


l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti


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Bestiarius immaterialis - Il cigno rosso

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Ogni penna è una sbuffata d’assoluto.

Il manto gonfio, come poggiato s’una crinolina, quando si apre in ali maestose, crepuscolari, il sole l’illumina, stella vicina,  perché brilli d’incanto puniceo. Vedere il cigno rosso equivale a sentire il cosmo intero racchiuso nell’ultimo battito di ciglia. Vedere il cigno rosso è morire. Letteralmente morire.

Così – albero che cade nel bosco deserto, percepito solo da futuri spettri, nella sua valle di lacrime – il cigno rosso è l’unico essere al mondo a conoscere il Linguaggio, a padroneggiare, nel canto, la Voce.

Decanta i versi di un passato raccontato al presente nel futuro, e di un tempo senza Tempo dove la metamorfosi è l’estasi degli esseri illuminati, rimestati in un turbine, creatore esistenziale. Linee di linguaggio meravigliose trasfondono la magia di una visione celeste e purpurea. Da quel frammento dell’intero Linguaggio si diffondono la ragione del cigno e lo scopo supremo del rosso.

Sotto l’implume vello morbido, però, un corpo nudo rimugina sulla propria condizione, agogna la fine, sente che nulla di tutto ciò che vortica attorno a sé, e che egli stesso emana, abbia senso alcuno, e, in effetti, lo sa, lo ha sempre saputo, i versi che invoca, ossessivamente, ne sono l’affermazione, la profezia genetliaca della Voce: nel Nulla è il senso.

Apre il becco e con forza rimastica le liriche della genesi, ripercorre le lettere come uno Sciamano, sussurra le s ed espira le p e ogni vocale illumina una parte del cielo che poi viene sfumata dalle diversità sostanziali delle consonanti. I blu labiali sulla profondità della volta dipingono lo spazio dei gialli dentali e dei verdi palatali; il tocco velato dei rossi velari è l’ultima organza d’innanzi alla Verità che esplode sui piccoli occhi del cigno, chetando l’angoscia della sua consapevolezza estrema – del Linguaggio, del canto e della Voce – e inane.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


l'immagine di copertina di questo blog è stata realizzata da lucia foti


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Bestiarius immaterialis - Ficus sanguinis

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Al margine della Grande Foresta – dove tutto il possibile è potuto succedere, e le piante sono anche animali e rocce, e viceversa; dove la vita è un’onda inconcepibile che mischia le cose e crea, senza sosta, quello che sarà da quello che potrebbe essere – vive il ficus sanguinis e in ogni altro luogo anche, egli vive.

La bestia immobile.

L’arbusto onnipresente.

Ciò che differenzia le bestie dai vegetali fratelli del ficus è il sangue: ebbene, questo albero è una bestia, è un animale. Nelle arterie, che si torcono all’interno del tronco robusto, scorre liquido rosso pulsante, aspirato e poi soffiato via da un cuore gigantesco e verde, fino alle ultime punte di rami e radici oblunghe. Non si nutre di terreno, dell’acqua e del sole; non conosce fotosintesi clorofilliana e non sa che gli altri suoi simili respirano assieme al mondo e per il mondo, depurando l’aria, risanando l’esistenza di tutti gli esseri sanguigni.

Il ficus sanguinis è un predatore: succhia le ultime energie dalle carcasse che si fondono al terreno dopo la morte. Ovunque. È becchino e tomba.

Nei secoli, le sue radici, espandendosi in ogni direzione, legandosi ad altre radici, perforando le rocce, superando i mari e i deserti, hanno raggiunto ogni angolo del mondo e dei mondi, e adesso il ficus sente ogni cosa e tutte le morti che accadono sono per lui festa e nutrimento. Vive della fine altrui, assapora il sangue rancido e nero di corpi invisibili, ormai assediati da terre lontane, risucchiati da terreni distanti, e ne gode. Come qualsiasi altro predatore, la sua principale strategia è attendere, sapere riconoscere il momento giusto e poi attaccare disperatamente. E, seppure sembri che non si muova, che non abbia parte in alcun attacco e in alcuna caccia, è esso stesso, placido e costante, a mandare sorella morte, a richiamare la nera signora, a implorarla di agire per interposta passione, a pregarla di sfamarlo come una sedula madre.


Testo: Andrea Cafarella

Illustrazione: Emiliano Martino


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Black Lips #9 - Sto pensando

Black Lips #9 - Sto pensando

Sto pensando a mio padre.

Se lui è vivo io non sarò qui.

Mi manca l’amore di un padre

e sono in Italia, la mia vita non è la stessa

di nuovo.

 

Sto pensando a essere una persona migliore

nella vita Italia

seguire i miei sogni

del passato

come artista musicale o un soldato europeo

e sto pensando al mio paese: i miei amici,

la mia famiglia, mia madre, mia sorella

 

Sto pensando

solo

Gloria a Dio

che sono vivo oggi…


Black Lips è un percorso: un insieme di 20 fotografie e testi.

le foto, tutte scattate con luce naturale e tutte in bianco e nero, ritraggono le labbra di ragazzi arrivati in sicilia per mare. a ognuna di esse corrisponde un testo che deriva da un lavoro di ascolto e di raccolta di TESTIMONIANZE degli stessi migranti, riformulate successivamente in termini strutturali ed estetici.

Black lips  nasce all’interno di un progetto pluridisciplinare che si è sviluppato spontaneamente grazie all’interazione creativa con un gruppo di giovani migranti che, dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati assegnati al Centro Ahmed (Centro di prima accoglienza di Messina). Questo lavoro ha portato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale: Vento da sud est (diretto da Angelo Campolo) e un film documentario: Sunday (diretto da Danilo Currò) prodotto dalla Gran Mirci Film e presentato da Gabriele Muccino.

Le fotografie di Black Lips hanno già vinto il concorso «Sunday Photographers» indetto dal quotidiano «La Stampa» e da «Photolux Biennale», il quale è stato presentato a Camera (Centro Italiano per la Fotografia - Torino) e sono apparse in diverse riviste e giornali (America Oggi, Foto Cult, La Stampa e altri). i testi vengono pubblicati per la prima volta qui, su l'eremo del sacripante per stanza251.

Testi: Andrea Cafarella

Fotografie: Danilo Currò


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