Una primavera eterna - Sulla pittura di Elisa Zadi

Mi sembra che Elisa Zadi dipinga visioni del mondo naturale come un paradiso terrestre precedente alla comparsa della specie umana. Piante, fiori, rami, germogliano senza fine all'interno di uno spazio incontaminato, stregato, per certi versi perfino sacrale. Quando appaiono figure umane – corpi femminili in posa di solitudine, bambini in girotondo – risultano presenze non prive di ambiguità: fantasmi, personaggi evanescenti dentro una dimensione totalmente naturalistica.

La scelta dei colori da utilizzare – una gamma ristretta di tonalità che si ripete costante da un'opera all'altra - è una sapiente decisione di matrice concettuale che inserisce una cifra di progettualità ferrea dentro un flusso creativo per altri aspetti molto più libero e fluttuante. Questa pittura abbaglia, contiene una energia di incanto, intrattiene certamente un forte rapporto con la parola poetica, con la scrittura più intima, un altro linguaggio espressivo con cui Elisa ha una lunga confidenza.

Percepisco la sua pittura come una specie di diario sviluppato in pubblico, giorno per giorno elaborato in studio e poi offerto allo sguardo degli altri come una grande operazione di rispecchiamento di un processo in corso, come fosse una specie di universo naturale in espansione. Al posto delle stelle, dei pianeti, delle galassie, qui regnano fiori, erbe, cespugli, boschi, radure, piante scintillanti, in una visione dettagliata che racchiude sollecitazione magica ed osservazione analitica. Paradiso perduto o profezia, comunque in questi dipinti il tempo si è immobilizzato, a dominare è una fioritura assoluta, ipnotica, un sortilegio che ci rende spettatori di una eterna primavera.

 


It seems to me that Elisa Zadi paints visions of the natural world as an earthly paradise that predates the emergence of the human species. Plants, flowers, and branches sprout endlessly within an unspoiled, enchanted space—in some ways, even sacred. When human figures appear—female bodies posing in solitude, children dancing in a circle—they are presences not without ambiguity: ghosts, evanescent figures within a wholly naturalistic dimension.

The choice of colors—a limited range of shades that recurs consistently from one work to the next—is a skillful, conceptually driven decision that injects a sense of rigorous planning into a creative flow that is, in other respects, much freer and more fluid. This painting dazzles; it contains an enchanting energy and certainly maintains a strong connection with poetic language and the most intimate form of writing—another expressive language with which Elisa has long been familiar.


I perceive her painting as a sort of diary unfolding in public, developed day by day in the studio and then offered to the gaze of others as a grand act of reflecting an ongoing process, as if it were a kind of expanding natural universe.
Instead of stars, planets, and galaxies, here reign flowers, grasses, bushes, woods, clearings, and shimmering plants, in a detailed vision that combines magical allure with analytical observation. Whether a lost paradise or a prophecy, in these paintings time has come to a standstill; what dominates is an absolute, hypnotic bloom—a spell that makes us spectators of an eternal spring.

Stefano Loria


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