Stefano Loria Stefano Loria

Origami # 1 - Viviana Valla

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Ancora sulla pittura, che non era mai scomparsa, dissolta nella pigrizia di uno sguardo forse, ma non del mio. Per me era sempre rimasta una indicazione, una aspirazione, come una nuvola di frecce mentali in sospensione, immobilizzate, pronte a saettare per raggiungere punti differenti della stanza, per dare volume, profondità e stacchi dinamici a tutta la visione. Così ho incontrato la pittura di Viviana Valla. Materiali adatti alla costruzione. Pareti, certamente, montaggi di stanze, corridoi che forse avrò paura di percorrere fino in fondo, anche se l'atmosfera è tersa, mi muovo dentro un cristallo. Progetti di architetture secondo la prima interpretazione, tracce che serviranno ad edificare qualcosa, se resta un futuro. Oppure materiali organici, terra, foglie. Foreste in cui è difficile entrare, l'apparenza è di leggerezza ma poi il paesaggio si rivela costituito da innumerevoli strati super densi, sostanze impenetrabili sovrapposte per raggiungere ampie e sorprendenti discontinuità. Potrebbero essere grandi masse di informazioni, dati quasi infiniti, compattati a formare un confine della visione. Ma non è solo un dominio della scienza che ho intravisto, il demone del controllo, la totalità inquietante. Qui le rivelazioni sono cangianti e lasciano sempre attive molte alternative. Come gli oceani del pianeta Solaris nell'omonimo film di Andrej Tarkovskij - capaci di materializzare le proiezioni della mente di chi guarda in profondità – le creazioni di Viviana Valla mi suscitano ricordi ed anticipazioni, sollecitano la mia immaginazione. L'emozione in queste opere resiste anche sotto forma di irradiazioni luminose, venature che tagliano gli spazi e ne consolidano le strutture. Quando incontri Viviana di persona, tutto è semplice: una giovane donna forte, intrepida, intuisci che sa pensare mediante solide figure. Quando guardi le sue opere, il tracciato si complica, le possibili interpretazioni si moltiplicano e in un attimo l'aria è satura di una materia assolutamente contemporanea.

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Origami

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Ho deciso di scrivere una serie di testi (non so ancora quanti esattamente) dedicati alle opere di amici artisti che stimo. Non si tratterà di critica d'arte in senso stretto, saranno veloci narrazioni – incandescenze - nate a partire dalle suggestioni che le loro opere mi procurano. Suggestioni, proposte, immersioni avventurose, forse perdite di tempo, interpretazioni. Senza pretese di esaurire nessun argomento, nè di scoprire segreti remotissimi, scriverò queste cronache improbabili in modo totalmente libero, saranno prose sonnambule, molto sghembe, opache talvolta per mancanza di mio impegno, altre volte tagliate aguzze come a ferire chi ne voglia fare esperienza, tutte dedicate alla visione evidente ed al pensiero che ne può derivare. Piccoli riti propiziatori, esorcismi contro un vuoto che mi circonda.

Pubblicherò tutti i testi con un medesimo titolo unitario - "Origami" - una numerazione progressiva ed il nome dell'artista in questione. Mentre preparo questa nota ho completato solo il pezzo d'esordio della serie: gli altri li scriverò di getto nelle prossime settimane e via via che saranno terminati li offrirò ai lettori, dentro questo mio blog personale della Stanza 251. A presto.

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Alberto Arbasino - Le profezie di off- off

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Comprata qualche settimana fa, avevo sempre desiderato leggere questa raccolta di saggi di Alberto Arbasino, sapevo che si trattava di materiali assai interessanti, ma dopo avere letto devo dire che mi sbagliavo, si tratta di un assoluto capolavoro di critica e scrittura, un libro che sarebbe prodigioso se venisse stampato oggi, invece è stato pubblicato nel dicembre del 1968, quindi del tutto geniale e strabiliante, anticipatore di cose a venire, sia nell'analisi dei meccanismi dell'allora nascente industria culturale, sia nelle osservazioni dedicate ad un certo provincialismo italiano, tra le mille suggestioni, descrizioni, ho amato in particolare le cronache da New York affilatissime, naturalmente informatissime e molto divertenti, le parole profetiche sulla fortuna critica che attendeva Walter Benjamin, certe considerazioni sulle opere di arte contemporanea che - molto semplicemente - come massima novità da offrire al pubblico in rapido ampliamento, presentano la curiosa qualità di non significare nulla e rappresentano (qui è la sorpresa, lo scarto, la magia) solo se stesse. Meraviglioso.

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Gli incendiati confini

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Da molti mesi ho in testa l'idea di scrivere un testo, non so di quale lunghezza, forse un raccontino breve, una cascata rapida di emozioni, forse una poesia, una scintilla lasciata libera di scoccare, qualcosa dal titolo Gli incendiati confini.

Ho solo questo inizio chiaro in mente, il resto è - a dire la verità – ancora molto incerto. Il titolo credevo alludesse alle ondate di migranti che premono verso l'Europa, insomma un riferimento alla cronaca più attuale del periodo. Ma riflettendo meglio mi sono reso conto che questo titolo non intende definire i confini materiali esterni, geografici, ma piuttosto quelli più interni, i confini che teniamo chiusi in noi e dividono i desideri dalle delusioni, le aspirazioni dai risultati, le conquiste dalle sconfitte. Un campo intimo, un luogo frammentato e doloroso, difficilmente misurabile, in gran parte ancora molto misterioso per me. Questi incendiati confini servono a separare rigidamente i territori, impedendo il passaggio da una zona all'altra. In genere il fuoco è una efficace barriera. Ma potrebbero essere stati incendiati per uno scopo opposto, quello di segnalare la necessità di travalicare queste linee di frattura. In certi casi rendere più visibili gli ostacoli può rimarcare l'esigenza di superarli e ci aiuta a preparare il balzo necessario.

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Distruzione

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Armi di distruzione

di qualcosa: le chiome

dei pini sagomate

a nuvola parziale,

il ventoso mattino

gelido e incompleto

per qualche parola

di troppo, bruciante

che non ricordo più

quale suono avesse.

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Grande niente

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Sono io il grande niente

il giocoliere

il fallito a sorpresa

capace di fermare il tempo

per inchiodarmi dentro

una scatola cosmica

con pareti attraverso cui

vedo possibili mie

alternative esistenze

di successo.

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Danza di spettri (di Marx)

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Perchè il trionfo del modello economico neoliberista su scala planetaria ci ha portati ad una cultura retrospettiva, privandoci delle aspettative utopistiche verso un futuro molteplice e carico di forza ?

Da questa domanda, rumore di fondo ossessivo, dolente frattura, prende avvio la danza degli spettri: fantasmi ben saldi dentro la lingua che usiamo per scrivere, per comporre musica, per creare universi cinematografici. Il centro radiante qui è un sentimento di malinconia per i futuri possibili di cui siamo stati privati, futuri non realizzati ma esistenti in forme, appunto, spettrali, ma non per questo meno influenti. Siamo condannati ad esistere in uno spazio congelato tra “non più” e “non ancora”: siamo prigionieri di una sorta di non-tempo. Se l'intuizione generatrice di tutto il paesaggio critico creato da Mark Fisher è contenuta in Spettri di Marx di Jacques Derrida, felicemente il processo decostruttivo viene messo al servizio di una indagine dentro territori diversamente filosofici, come le forme musicali dei Joy Division o il cinema di Stanley Kubrick e Christopher Nolan. Scritti con una lingua di trasparente energia, questi saggi mi sembrano rappresentare uno dei punti più alti a cui la critica contemporanea (letteraria, musicale, cinematografica, televisiva) può oggi arrivare. La chiarezza con cui sono tracciati non deve trarre in inganno: si tratta di oggetti complessi che offrono al lettore una raffinatissima stratificazione. Al piano strettamente critico si aggiunge un livello esistenziale del tutto intimo, spesso messo a confronto con una più ampia scena sociale. Sono scritture virtuosistiche, capaci di farci sognare e di farci male. Purtroppo Ghosts Of My Life è un libro-testamento, ultimo simulacro della presenza di Mark Fisher.

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Il teatro del Tabù

Comincia come un dramma borghese in un interno e sembra guidarci lungo traiettorie conosciute, il romanzo di Giordano Tedoldi Tabù : adulterio in forma super classica di passione bruciante per la moglie del migliore amico. Ma molto presto la vicenda si fa complessa, l'affabulazione dell'autore diviene sempre più torrida ed attorcigliata, tellurica, impastata di visioni, incubi, ossessioni, come scaturisse dall'urto costante fra poderose (e in parte oscure) masse narrative. Ci ritroviamo prigionieri dentro un gioco di rifrazioni mosso da molti personaggi, con voci narranti enigmatiche capaci di creare un romanzo-prisma che mostra facce differenti a seconda dell'inclinazione mentale con cui il lettore penetra la sua sostanza.

Il titolo del libro è pienamente rispettato: qui viene dispiegato tutto un teatro di tabù violati – sessualità assai disinvolta, omicidio, cannibalismo, orridi contagi - in una atmosfera di fiaba morale, con scene che spesso sembrano offuscate da misteriose nebbie, anche se invece il linguaggio di Tedoldi è sempre esattissimo e dettagliato come in un delirio di precisione. L'immagine della conchiglia in copertina secondo me anticipa perfettamente lo spirito del libro: una spirale elegante e crudele che allude alla compiutezza della forma, lasciando intatto il mistero del vuoto intorno a cui tutto ruota.

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Beppe Salvia, stagioni infinite

Ho letto per la prima volta le poesie di Beppe Salvia all'inizio degli anni Ottanta, su certe riviste romane di letteratura che emanavano un fascino speciale, come giungessero da altri spazi e da tempi differenti rispetto a quello che abitavo io a Firenze. Nella sua scrittura si espandeva un linguaggio fluido, arcano, sofisticato fino all'impossibile ma non ermetico, al contrario tutto rivolto alla diretta seduzione del lettore. Pareva un abbraccio, come per stringere un patto di fratellanza con chi fosse disposto ad ascoltare una pronuncia lontana dalla modernità degli autori canonici novecenteschi, una voce tanto personale da risultare perfino dolorosa. Subito mi apparve assolutamente fuori dal presente, collocato in una dimensione misteriosa, atemporale. Salvia (spesso nascosto dietro l'eteronimo Elisa Sansovino) scriveva popolando con figure e ritmi uno spazio precedentemente disseccato, devastato. Ma su questo sfondo di perdita era capace di incidere arabeschi fiammeggianti di vitalità ed affetti. Anche quando lavorava con brevi prose, riusciva a scolpire eventi e relazioni in maniere che non avevo mai incontrato prima nella letteratura italiana. Rimasi folgorato.

E anche oggi, a tanti anni di distanza, nulla è cambiato. I libri di Beppe Salvia - assente precoce, molto presto fuggito dal nostro mondo- sembrano protetti da un incantesimo. I suoi versi provengono da un regno sofferto e gentile, scritti in prossimità di acque sconosciute, dissolti in cieli estivi, hanno trovato una sicura dimora nelle stagioni di ieri e di domani.

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La Città aperta di Teju Cole

La città aperta del titolo è New York. Teju Cole non ne svela alcun segreto, ma riesce a perdersi nelle sue strade, dentro i musei e gli appartamenti, seguendo un parallelo filo mentale di vagabondaggio, e per questo è stato avvicinato (direi giustamente) al grande W.G.Sebald. Un lucente non – romanzo, con una architettura emozionale davvero toccante, scolpito attraverso un flusso di meditazioni incatenate l'una alle altre come a costruire un gioiello. Teatri della mente, in successione come passeggiando lungo Central Park. Esperienze che hanno bisogno di un racconto dettagliato per acquistare un loro valore. Grande attenzione per il paesaggio ed i fenomeni atmosferici, come è saggio fare quando ci si muove in una metropoli leggendaria. Ho amato questo libro, lo considero un tributo al Tempo che ci travolge e raramente ci rende migliori.

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La storia di Alex

Mi ero dimenticato che libro geniale è A Clockwork Orange di Anthony Burgess. Me lo sono ricordato ascoltando la lettura di Marco Cavalcoli in questi giorni nel programma assai affascinante di Rai radio Tre, Ad alta voce.

Forse un po' tenuto nell'ombra dall'incredibile film capolavoro di Stanley Kubrick, anche il libro mi pare oggi un capolavoro assoluto. Materia di sogno, anticipazione di scenari psico-sociali nel capitalismo trionfante, esplosione di dilemmi, ironie, crudeltà private e pubbliche. Uno speciale applauso va alla traduzione di Floriana Bossi che riuscì a reinventare un linguaggio di straordinaria potenza. Un romanzo davvero cinebrivido, o fratelli miei, questa storia di Alex.

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Ricomincio dalla puntina

Ricomincio dalla mano che traccia il minimo disegno di esile piantina sopra la carta da incisione, non sarà poi la fine del mondo, con gli effetti speciali delle montagne che si sgretolano e le città esplose, un trionfo del nostro senso di colpa, o forse la messa in scena di un pentimento. Potrebbe essere abbastanza bello passeggiare in mezzo alla foresta da solo, per un tempo immenso che adesso si allarga ad abbracciare anche le illusioni dell'età lontana intravista ed amata. Nessuna sicurezza di raggiungere poi un luogo sicuro. Ricomincio dalla puntina che scende a tracciare il vinile in una spirale che riassume tutta la mia avventura di un'ora.

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La nostra allegria

La nostra allegria

illusione ovviamente

nel tempo di un raggio

sai quella scintilla che non puoi inventare

splende in semplicità.

Ti avevo promesso di non dimenticare, ma l'ho fatto.

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Il colore delle nuvole

Il colore delle nuvole
oggi mi stanca davvero
quale illusione di potenza
di sfarzo, di immortalità
poi invece si ripetono
le sconfitte, forse
erano già scritte
nei confini instabili
in continua modificazione. 

Una bella mattina
di vento.

 

 

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