Dodici anni ancora

 fotografia di Carlo Zei

fotografia di Carlo Zei

Roberto Beni si svegliò una mattina di novembre e aveva di nuovo 12 anni. ‘Ma è ridicolo,’ pensò, ritrovandosi nella sua branda formato bambini, nel piccolo appartamento nel quale era cresciuto. ‘Ho 32 anni. Abito a Milano. Lavoro in banca.’

Ma non ebbe molto tempo per riflettere sull’assurdità della situazione. Sua madre gridò dalla cucina di sotto che era pronta la colazione e se non si sbrigava sarebbe arrivato di nuovo in ritardo a scuola e oggi hai l’esame di matematica, te ne sei scordato?

‘Ah, allora è così,’ pensò Roberto, richiudendo gli occhi. ‘Questo non è altro che uno di quegli incubi angoscianti provocati dall’essere sotto pressione, come mi avviene spesso, al mio lavoro. Ora, in questo brutto sogno, mi ritroverò nella mia vecchia scuola, dovrò dare un esame, e naturalmente non saprò nemmeno una delle risposte. E poi scoprirò che mi sono dimenticato di mettermi i pantaloni.’ Ohi! ‘Ma poi mi sveglierò e sarà stato solo un sogno.’ Si tirò sopra la testa ancora piena di sogni la coperta raffigurante indiani e cowboy e aspettò assonnato che la quotidiana realtà riprendesse il sopravvento. 

Ma né la realtà quotidiana né il solito incubo dell’esame disastroso includeva che la mamma di Roberto, Doris, venisse su per le scale e dentro camera sua per strappargli le coltri e piombargli addosso e fargli il solletico finché non era totalmente sveglio a ridere peggio di un pagliaccio. 

“Ma…mamma!” Roberto la guardò. Sorrideva e ridacchiava come una ragazzina. Era di nuovo giovane, e tanto bella. ‘Non lo notavo mai, quanto fosse bella la mamma,’ pensò. Quindi fece una cosa che non aveva fatto tanto spesso, quando era bambino. Buttò le braccia attorno al collo della madre e le piantò un grosso bacio sulla guancia liscia e rosea. Le disse che era proprio bella. 

Lei lo abbracciò, stringendolo forte come se non volesse lasciarlo andare mai più. Neanche lui voleva che lo lasciasse andare. 

“Ma cosa ti prende oggi, signorino? Non starai usando modi dolci per ottenere un congedo dalla scuola, spero.”

“No, mamma. È solo che…”

“Allora vèstiti. Mettiti la camicia blu—te l’ho stirata. E visto che sarai così elegante oggi, ti ho preparato dei pancakes.”

Voleva veramente stare lì a guardarlo mentre si vestiva? Roberto ricordò che a volte sua madre faceva così. Era imbarazzante. “Ehm…mamma?”

“E va bene, signor Adulto. Ma ora sbrigati.”

Erano i pancakes migliori del mondo. La madre di Roberto gli ordinò di mangiare una banana, carburante intellettuale per superare l’esame di matematica. Roberto mangiò pancakes con sopra una banana a cerchietti, burro e succo di acero.

“Grazie, mamma—era delizioso. Eri…voglio dire, sei la miglior cuoca al mondo. E sei anche molto bella.” Non riuscì a trattenersi dal ridirglielo, perché era vero: era bella. 

“Puoi lusingarmi quanto vuoi, pupo, ma da quell’esame non te la scampi. Però sei carino, a dirmi così. Ma sei sicuro di sentirti bene?”

Roberto Beni disse ti amo, mamma, e la baciò di nuovo prima di uscire per aspettare lo scuolabus. Non l’aveva detto spesso, quand’era stato davvero ragazzo, si ricordava. O comunque, non abbastanza spesso. Mamma Doris gli lanciò uno sguardo un po’ confuso, stando alla porta, poi gli mandò per aria un bacio e lo salutò sventolando la mano quando salì sullo scuolabus. Roberto sentiva di voler piangere mentre la guardò rientrare in casa.

Ma non poteva cominciare a fare bu-hu-hu. Non sullo scuolabus. Non davanti a tutti. Ecco la Signora Testi che guidava lo scuolabus.

“Buongiorno, Signora Testi. Grazie di essere venuta a prendermi.”

La Signora Testi lo guardò strano. A Roberto gli venne in mente che forse non l’aveva mai ringraziata per averlo portato sano e salvo a scuola tutti quegli anni. Era stata una conducente esperta e sicura, sempre in perfetto orario e simpatica per giunta. Non è per questo che si dice grazie?

Signora Testi sorrise. “Ehi, grazie a te, Roberto. Sei un bravo ragazzo. Ma ora vatti a sedere!”

Roberto si avviò lungo la lunga striscia di gomma nera anti-slittamento della corsia, aggrappandosi agli schienali dei sedili mentre la Signora Testi ripartì, con un gran stridore di pneumatici. Era strano essere di nuovo piccolo, strano farsi dare un passaggio, strano vedere tutte quelle facce che non aveva visto da anni, alle quali non aveva nemmeno pensato per tanti anni, tutta questa gente che, come lui, erano ridiventati ragazzi.

Roberto vide un ragazzo che si chiamava Manlio DeViris. Che nome ganzo. Che ganzo il taglio dei suoi capelli. Che giacca da schianto che portava. Roberto ebbe un tremito mentre fissava Manlio DeViris, perché si ricordò di aver sentito che Manlio era rimasto ucciso in uno scontro di automobili qualche anno fa. Ma rieccolo qui, di nuovo vivo, o ancora vivo. Roberto disse, “Ciao, Ma’.”

Manlio DeViris lo guardò impassibile, leggermente seccato perché lui, Manlio DeViris, era un ragazzo grande, già al liceo, e i ragazzi del liceo non hanno tempo da perdere coi mocciosi della quinta elementare tipo Roberto Beni.

Anche qualcun’altro stava fissando Manlio DeViris, una bella ragazza dagli occhi verdi. Roberto diventò rosso come una bottiglia di passata di pomodoro quando la vide. Lei era Rebecca Corvini e Roberto era…e Roberto aveva…non voleva guardarla.

‘Questo è troppo stupido,’ pensò Roberto. ‘Io sono un uomo adulto. Ho 32 anni, nonostante ciò che mi sta succedendo oggi. Sono già stato sposato. Perché non posso nemmeno guardare una pischella della prima media?’

Ci riprovò, ma non riusciva a guardare direttamente in quel faccino pallido, non dopo quel che era successo.

Un altro ragazzo gli stava facendo segnali agitando le braccia sopra la testa. “Dài, vieni! Ti hi riservato il posto.”

Era Cosimo Bruni, a quell’epoca il suo migliore amico. Roberto poi aveva smesso di essergli amico perché Cosimo era un bullo che pestava i ragazzi più piccoli. E poi Cosimo aveva pure cacciato Roberto nei pasticci copiandogli delle risposte su un esame d’istruzione civica.

Roberto andò comunque a sedersi accanto a Cosimo, anche se in cuor suo aveva più voglia di sedersi accanto al ragazzo cicciotello che tutti chiamavano Spaz e di essere gentile con lui, per una volta. Roberto e Cosimo non avevano granché da dirsi, ma andava bene così perché erano ancora amici e gli amici non devono per forza parlarsi.

Cosimo guardava dal finestrino. Gli piaceva identificare macchine vistose. Roberto guardava avanti, ai capelli neri di Rebecca Corvini.

“Ooooh! Roberto è innamorato!” Cosimo aveva incollato sul grugno un sorrisone cattivo. Aveva scoperto che a Roberto piacevano le ragazze!

“Ma stai zitto!” disse Roberto, dandogli una forte gomitata alle costole. Il fatto che era davvero ancora innamorato di Rebecca Corvini lo sconcertava. Cosimo e Roberto si scambiarono cazzotti e fecero la lotta finché non arrivarono a scuola. Roberto non aveva picchiato né strangolato nessuno da anni. Era proprio divertente. 

Così divertente che quasi si dimenticò che aveva da affrontare un esame di matematica. Ohi!

Aspetta un secondo—un esame di matematica per la quinta elementare non era nulla di cui preoccuparsi. Lui, il Signor Roberto Beni lavorava come ragioniere alla Grande Banca Centrale da oltre sette anni.

Maestra Walter, l’insegnante di matematica dai capelli grigi e gli occhialoni di plastica nera, distribuì agli allievi i fogli dell’esame. ‘Bello, come tutto ti viene dato, in questa fase della partita,’ pensò Roberto. I fogliodoravano di alcol denaturato e inchiostro liquido.

Roberto disse, “Grazie, Maestra Walter. Nutro forti sospetti che lei ci abbia preparato un esame veramente interessante, oggi.”

Maestra Walter guardò Roberto come se quest’ultimo fosse completamente impazzito, con tanto di bava alla bocca. Ma poi sorrise e disse, “Ma guarda un po’. Vispo, il tizio. A quanto pare, qualcuno si è messo a studiare…tanto per cambiare. Bravo, Robertino. Ma ora mèttiti al lavoro!”

Cosimo Bruni gli diede un colpo di karate sulla nuca. “Che leccapiedi.”

Finire l’esame era facile quanto mangiare una fetta di torta, con sopra una banana affettata. L’algebra è uno scherzo, quando ci prendi la mano. ‘Ma perché non poteva essere stato tanto facile anche allora, quando avevo davvero 12 anni?’ Roberto completò l’esame in 10 minuti netti e tondi, fece un breve accertamento, quindi marciò tronfio alla cattedra della Maestra Walter per consegnare il lavoro. 

“Ma…sei sicuro di aver finito, Roberto?”

“Oh, sissignora. Grazie. Era ingegnato bene, quest’esame. Conteneva tanto materiale importante. Mi ha quasi fatto fesso con la domanda numero 9. Un problema diabolico, sinceramente. Complimenti.”

Roberto sapeva quanto lavoro ci mettono i maestri per preparare un esame. Disse, “Grazie, Maestra Walter, per tutta la magnifica roba che ci ha insegnato…voglio dire, che lei ci insegna. Mi è stato…cioè, sono sicuro che mi sarà di grande utilità, dopo.”

Roberto tornò al suo banco, ma la Maestra Walter lo richiamò alla cattedra pochi secondi dopo. Gli diede uno sguardo tra curioso e severo da sopra i suoi occhiali neri a occhio di gatto. 

“Roberto Beni: hai barato sull’esame? Dimmelo onestamente.”

“Oh no, maestra. Glielo giuro.”

“Ah. Ma allora è proprio buffo…” gli disse, come se non fosse buffo affatto. “Tu prima non hai mai risposto correttamente a tutte le domande, e mai in così poco tempo. Come spiegheresti questa prestazione fenomenale?”

“Ehm…beh, a dire il vero, aveva ragione lei, Maestra Walter. Questa volta ho studiato a fondo il materiale.”

“E va bene, Roberto. Ottimo lavoro. Puoi tornare al tuo posto…stai tranquillo e buono finché non squilli il campanello.”

Roberto sussurrò alcune risposte esatte a Cosimo Bruni per evitare che questi gli sferrasse un colpo di judo. Cosimo era piuttosto forte. 

Roberto rivide Rebecca Corvini dopo l’ora del pranzo. Rivedere Manlio DeViris ancora vivo era stato strano, ma guardare Rebecca camminare verso di lui nel corridoio affollato della scuola era più strano ancora. Erano anni che non pensava a Rebecca. Com’era possibile che ne era ancora innamorato? Perché non riusciva ad andarle incontro, parlarle, nemmeno guardarle negli occhi?

Lo sapeva benissimo perché. Se ora aveva 12 anni, se era di nuovo nella quinta elementare, allora la cosa che era successo non era successo tanto tempo fa. Roberto Beni era corso dietro a Rebecca Corvini sul prato dietro la scuola e le aveva rifilato un calcio al sedere. Neanche un calcetto leggero e scherzoso, ma abbastanza forte da far male. Abbastanza male da far piangere la bella Rebecca. Lacrimoni luccicanti le scesero piano sulle guance pallidine. Perché? Perché Roberto era arrabbiato con lei. Perché Roberto era segretamente innamorato di lei, ma a Rebecca interessava solo Manlio DeViris, che era più grande e più ganzo e più duro. Tutti quegli orrendi sentimenti tornarono al dodicenne Roberto. Roberto trentaduenne se li era quasi dimenticati…quasi.

Rebecca Corvini sembrò non vederlo affatto. 

Roberto pensò, ‘Allora sono diventato invisibile. È solo un sogno dopotutto.’ Si diede un pugno allo stomaco, per potersi svegliare e non dover guardare Rebecca Corvini.

Roberto non si svegliò.

Rebecca lo guardò allora, perché infatti è parecchio strano vedere un ragazzo darsi un cazzotto così forte alla trippa.

Ora o mai più. Roberto Beni fissò gli occhi verdi, scuri e profondi di Rebecca Corvini e disse, “Rebecca, mi dispiace che ti abbia dato un calcio. Mi dispiace veramente che ti abbia fatto male. Vorrei non averlo mai fatto. Era solo perché mi piaci tanto. Lo so che è stupido, ma è la verità.”

Rebecca lo guardò come se non si ricordasse ciò che era successo, ciò che Roberto le aveva fatto. Ciò lo fece sentire ancora peggio, se era possibile. Ma poi alzò le spalle, smosse i capelli neri e disse, “Oh. Oh sì. Ehm, va bene, suppongo. Non mi hai fatto mica niente. Ehm…a dopo, OK?”

Se ne andò da qualche parte per fissare un’altra volta Manlio DeViris. Che non l’avrebbe nemmeno guardata, perché lei era in prima media e portava ancora le magliette. Ma Roberto si sentiva come se gli fosse stato tolto dal petto un peso da dieci tonnellate. Rebecca l’aveva più o meno perdonato.

Il resto della giornata scolastica passò come un bel venticello tiepido. Passò troppo in fretta. Roberto aveva molto da dire sul romanzo La medaglia rossa del coraggio di Stephen Crane durante la lezione d’inglese. Sì, perché l’aveva finalmente letto per davvero, a 24 anni, e non è per nulla noioso. Lui e il Maestro Popper, l’insegnante d’inglese hippie, ebbero una discussione animata sugli orrori della guerra e del diventare uomini, mentre tutti gli altri stettero a guardare dalla finestra o a disegnare ghirigori nei quaderni. Maestro Cosmo Popper non era soltanto un frichettone dai capelli lunghi, era una persona intelligente, interessante. Peccato che Roberto dodicenne non poteva invitarlo a bere una birra da qualche parte dopo scuola. 

Il Preside Secchi stava accanto alla porta principale quando suonò l’ultimo campanello. Aveva l’abitudine di guardare tutti i suoi giovani alunni mentre uscivano dalla scuola, le loro teste riempite, sperava, con un po’ di sapienza in più. Era massiccio, calvo, portava vestiti neri. Era appassionato di antropologia. Ogni estate andava a visitare delle tribù in Africa o nella Nuova Guinea. I ragazzi avevano un po’ paura del Preside Secchi. Nessuno voleva essere mandato nel suo ufficio per un rimprovero. A Roberto sembrava che il preside era un uomo molto solo.  Era l’Uomo invisibile vestito di nero, e tutti i ragazzi gli correvano davanti, ansiosi di andarsene via dalla scuola che lui dirigeva per loro. 

Roberto andò incontro a Preside Secchi. Era come contemplare una montagna. Il tipo era alto due metri e dieci, due e venti. E nonostante questo aveva voluto fare il preside di una scuola, con come hobby le culture dette primitive, anziché fare il lottatore professionista. ‘La vita è davvero incredibilmente strana,’ Roberto pensò, ma disse, “Grazie, Preside Secchi. Era veramente bello essere a scuola oggi. Io…beh, ho imparato molto.” Si sentiva triste mentre lo diceva. Sapeva che anche Preside Secchi era morto, alcuni mesi prima che morisse Manlio DeViris. Cosa avrebbe dovuto dirgli? Non dare whisky ai pigmei cacciatori di teste? Roberto andava spesso al cinema. Sapeva che non è saggio interferire con gli avvenimenti della storia. 

Preside Secchi si chinò in avanti e porse una mano che avrebbe fatto sparire una palla da football. “Grazie, Roberto Beni. È molto gentile da parte tua dire così.” Aveva una voce profonda e piacevole. Sapeva tutti i loro nomi, più di 300 ragazzi.

Sullo scuolabus, Roberto aveva una mezza idea di sedersi accanto a Spaz il ciccione, ma alla fine non lo fece perché fare i combattimenti finti con Cosimo Bruni era troppo divertente. Mentre andava verso il retro, però, Roberto si appoggiò al sedile solitario di Spaz e disse, “Animo, Spaz. Da grande sarai una stella del rock.” E sapeva che era vero.

Benché gli sembrasse quasi sbagliato, perché era stato talmente facile, Roberto disse a sua madre che aveva ottenuto il massimo punteggio sull’esame di matematica. Lei ne sembrò felicissima. “Lo vedi, ciò che puoi fare quando ti sforzi, cervellone mio?”

Roberto voleva passare il pomeriggio con sua madre, ma lei disse, “No, va’ piuttosto fuori a giocare. Prènditi un po’ d’aria fresca, corri, esplora. Sei esonerato dal dover fare i compiti stasera, visto che all’improvviso sei diventato un genio matematico.”

E così Roberto uscì a giocare. 

Giocare era una cosa che il trentaduenne impiegato in banca Signor Roberto Beni non faceva da molto tempo. Correre in giro con gli altri ragazzi del quartiere, saltarsi addosso a vicenda, sporcarsi, stracciarsi i vestiti, sbucciarsi le ginocchia e non faceva nemmeno male. Il dolore viene dopo. Quando hai 12 anni, l’unico motivo per smettere di giocare è perché fa troppo buio.

Roberto tornò a casa per mangiare la cena che aveva cucinato la madre: polpettone e carote.

Dopo aver aiutato a sparecchiare, a pulire e risistemare tutto in cucina, Roberto chiese alla madre di leggergli un racconto, anziché guardare la TV.

“Sono più di due anni che non mi chiedi di leggerti una storia, Roberto. Sei sicuro di volerti perdere Batman?”

Roberto fece cenno di sì con la testa. A sua madre le era piaciuto tanto leggergli, si ricordava, e farsi leggere, ora lo sapeva, è la cosa più bella che c’è.

Si addormentò mentre sua madre gli leggeva ancora una volta un racconto. Le ultime parole di Roberto quella notte furono grazie mamma, ti amo. Una volta si sentiva stupido, dicendo così. Nonostante gli si chiudevano gli occhi dal sonno, la vide alla porta della sua camera, controluce, che lo guardava e gli sorrideva. 

Roberto Beni sapeva che al risveglio sarebbe stato di nuovo un banchiere trentaduenne. Come faceva a saperlo? Diciamo solo che nessuna cosa bella come l’aver 12 anni, lasciamo stare due volte, può durare a lungo. Vedrai.

 

Matthew Licht (testo)