Delhi
Atterro a Delhi e non credo ai miei occhi.
L’ultima volta l’ho visto, solo tre anni fa, l’aeroporto era una specie di baracca sfondata con detriti e spazzatura per terra, dove i mendicanti, i venditori, gli aspiranti tassisti, quelli veri, i viaggiatori, i curiosi, i fannulloni, la polizia, si mescolavano tranquillamente. Terrorizzata dal continente sconosciuto cercavo con ansia tra i nomi scarabocchiati su pezzi di carta il mio, esibito dall’autista dell’hotel, quello che mi avrebbe tratta in salvo.
La scena di ripete adesso in una base spaziale di un lusso e una grandiosità sorprendenti. Riconosco l’India solo dall’ incongruenza di aver fatto i gates troppo distanti l’uno dall’altro, dove delle jeep condotte da giovanotti sorridenti scivolano sulla moquette dell’immenso corridoio, ci raccolgono e ci conducono verso la scrupolosissima dogana. Tutto va troppo bene, sembra, trovo subito l’impiegato dell’hotel che mi fa pagare il tragitto cinque volte più caro che se avessi preso un normale taxi. Ma è sempre così poco. Tutto va ancora bene.
Il primo impatto arriva con l’odore, e la sensazione che non ricordavo più di essere in un posto troppo caldo e troppo sudicio, con troppa gente che cerca di arrabattarsi per sopravvivere. Non ce la farò questa volta, mi ammalerò e mi perderò come i personaggi di Paul Bowles in una terra più potente di me.
Arrivata a Sundar Nagar, quartiere residenziale verdeggiante ed elegante -dal punto di vista locale- ho la certezza che farei meglio a tornare indietro e riprendere lo stesso aereo che non è ancora ripartito verso Parigi. Parigi, con i suoi marciapiedi nitidi, con quel freddino di inizio primavera! Ho il presentimento che non la rivedrò mai più, né la mia casa, né i miei figli.
L’hotel è carino, tipico, romantico, troppo ammobiliato, con giardinetto accogliente. Non mi piace. Non mi piace niente, né il sorridente impiegato, né l’odore dolciastro che diventa penetrante appena entro nella camera sconvolta dal turbinio del ventilatore. Un odore terribile di India, che non ricordavo. Vorrei dormire ma non posso, vorrei andarmene subito ma mi sento troppo ridicola, penso a come le mie amiche mi prenderanno in giro, domani quando ci ritroveremo, parlo da sola e non riesco ad addormentarmi. Sono troppo sensibile, troppo angosciata, forse è l’odore del motore dell’aria condizionata, che penetra dagli spiragli delle finestre sconnesse. Qui è tutto teatrale e appariscente, ma quando vai a guardare da vicino le cose stanno insieme per miracolo, si rompono, si riaccomodano. Sono troppo schizzinosa, le amiche rideranno domani, quando racconterò loro che non dormo per via dell’odore, rido di me stessa che ho paura di tutto. Mi assopisco, mi risveglio perché non respiro, l’ansia sicuramente, dovrei fare un po’ di yoga anche se sono le tre di mattina. Il pavimento sembra piuttosto pulito, ci metto un asciugamano e incrocio le gambe. Va già meglio, respiro profondamente e rilasso il diaframma. Però mi brucia il naso per via dell’aria secca, la grande aria dell’India che traversa il deserto e la polvere delle metropoli. Non so viaggiare lo so, se non sopporto gli odori nuovi è meglio che stia a casa … inalo aria dalla narice sinistra e la rigetto dalla narice destra, e poi mi alzo, apro la porta della camera, sveglio il guardiano di notte che dorme sulla seggiola e gli dico che in camera mia non ci si sta, c’è un puzzo tremendo.
Lui sorride pieno di comprensione: è vero, aveva appena spruzzato il veleno per gli scarafaggi (“cucaracha” parola ispano-internazionale) ce ne ha dato un po’ troppo, ammette pieno di simpatia per se stesso, anche sul materasso, anche sulle lenzuola, mi dice orgoglioso del suo zelo.
Le gambe mi tremano dallo shock, mi abbandono sul divanetto dell’ingresso, gli domando di spalancare la porta. Entra l’aria calda e profumata di tuberosa, quella che avrei dovuto respirare in India. Il piacere dura un attimo, i polmoni intossicati mi dolgono, l’ossigeno non ci entra più, apro la bocca per farla passare, tra le narici gonfie non c’è più posto. Non ho il coraggio di chiedere all’assassino se c’è la guardia medica a Delhi, preferisco morire piuttosto che andare in uno dei loro ospedali. Ritorno in camera per controllare, e l’intensità dell’odore di insetticida che avevo preso per un profumo locale mi colpisce in tutta la sua verità. Come ho potuto dormire per tre ore in questa camera a gas? Sono venuta fin qui per suicidarmi, è chiaro. Mi sdraio sul divanetto dell’ingresso, la luce dell’alba tinge di verde le vetrate della porta incorniciate di legno nero e passa sulle stampe antiche, sulle foto sbiadite dei maharaja, sugli elefanti incrostati di madreperla, sui mobili massicci e stravaganti, sulle tappezzerie colorate come il giardino dell’Eden, mi convinco che tutto andrà bene e respirando a fatica mi addormento. Quando mi sveglio poco dopo il padrone dell’hotel è in ginocchio ai miei piedi e mi sorveglia con un volto addolorato. Mi spiega che ha già chiamato il medico di famiglia, un cugino di sua moglie. Mi offre la sua casa lì vicino per ristorarmi, finge di non vedere il mio sguardo carico di odio e risponde con umiltà ai miei spietati rimproveri. Dice che la salute è la cosa più importante, che quando mi ha trovata sdraiata su quel divanetto il cuore gli è venuto meno. Si preme la mano in mezzo al petto. Ha i capelli neri tinti, un volto abbronzato e liscio un sorriso bianco come gli attori di Bollywood.
Il medico non mi ispira fiducia, troppo giovane, vestito all’europea in modo squallido, camicia di terital maniche corte, pantaloni marroncini attillati cintura ben stretta sulla pancia che comincia di già. Non mi guarda neanche, mi tocca appena, punta di lontano una lucina fioca verso le narici e la bocca, mi ausculta per pochi secondi, poi comincia a scrivere. Non ha l’aria preoccupata. E perché mi riempie di medicine? Assicura che è roba leggera. Allora posso farne a meno! Gli dico sollevata, perché non se ne sa nulla di queste medicine indiane che sono forse peggio del male! Mi guarda freddamente e risponde che ne ho bisogno. Sento che mi nasconde qualcosa, guardo l’orologio per vedere se posso chiamare il mio medico che abita quai de la Rapée, 12ème arrondissement, ma si sveglia tra cinque ore. Tra cinque ore sarà già troppo tardi.
E poi invece la giornata passa, le amiche sono arrivate, andiamo a vedere negozi e mercatini pieni di articoli raffinati a prezzi ridicoli. Compero, compero, e più spendo e più ho l’impressione di respirare meglio. A differenza dell’aeroporto, il centro commerciale vicino all’hotel che era in costruzione tre anni fa, lo è ancora, anzi sembra peggiorato, ci sono molti più detriti e più spazzatura, che delle elegantissime signore in sari attraversano con grazia. Il caos della strada rende l’ordine ovattato dei negozi di lusso più prezioso, come in un mondo di fiaba in disequilibrio costante tra guardiani di porci e principesse. Comperare stanca, riempiamo un taxi dei nostri pacchetti e andiamo a prepararci per l’eccitante serata che ci aspetta, una festa da un’italiana che abita a Delhi da molti anni.
Attraversiamo la città, costruita dentro una grande foresta di alberi che prendono il sopravvento sul traffico, sulla disarmonia fantasiosa delle costruzioni, sull’aspetto fatiscente che assume qualsiasi cosa, anche nuova, dentro il caldo e la polvere.
Però stanotte si respira, c’è quasi una brezza di vento, i profumi artificiali si fondono con quelli dei fiori e delle cucine, anche il gas delle macchine ha un odore dolciastro, intriso di incenso. Ho dimenticato l’incidente della notte scorsa, ingoio piena di fiducia le pillole prescritte, e lascio cadere sulle spalle scoperte uno sgargiante velo di seta.
L’appartamento della nostra ospite si trova all’ultimo piano di un edificio bianco e scalcinato da cui pendono lunghi, aggrovigliati fili elettrici che ondeggiano di casa in casa sostenuti da fragili pertiche di legno. Speriamo bene penso, salendo le scale polverose e sbreccate, immagino una ex o ancora drogata che ci accolga nel suo antro odorante di patchouli, ricoperto di sudici cuscini colorati.
Invece la porta si apre ed eccoci nella versione indiana di una dimora alto borghese del nord Italia. Invece dei quadri al muro ci sono stoffe antiche, i divani bianchi sono ricoperti di scialli preziosi, in terra grandi tappeti di seta, su mobili art déco in bella mostra soprammobili ricercati, insieme a vasi grondanti di fiori esotici. Il tutto ha quell’aria disinvolta che sanno infondere all’arredamento le persone abituate al benessere. Primo pasto a New Delhi: ravioloni con il pesto, lasagne, pomodori e mozzarella (in India la sanno fare benissimo) tirami su, tutto squisito e servito da autoctoni lenti e sorridenti. Gli invitati sono indo europei, europei in vacanza, in stage di lavoro, trasferiti definitivamente, indiani viaggiatori, impegnati, tutti quanti gravitano intorno all’arte, la moda o la diplomazia. La parola “espatriati” mi attraversa continuamente la testa, molti bevono un po’ troppo, ma questo succede anche da noi, solo che qui mi sembra più triste. La sola ad essere triste sono io però, gli altri si divertono mentre esco sul terrazzo. Improvvisamente è ridiventato un problema respirare l’aria melmosa, forse tra breve non sarà più possibile, respirare, forse ho sbagliato l’ordine delle medicine, la quantità, oppure mi stanno provocando una reazione allergica, oppure il dottore è un cretino e sono gravemente intossicata e sarei dovuta andare all’ospedale. Già vedo l’ambulanza che mi porta via dentro l’insondabile notte indiana.
La padrona di casa si avvicina e mi sussurra in un orecchio che ha del “Rescue” dei Fiori di Bach in camera da letto, se voglio seguirla. Non so come ha fatto a capire, deve essere un genio o qualcuno abituato agli attacchi di panico. Mentre cammino dietro di lei sto già molto meglio, qualcosa mi si è aperto fra i polmoni, la festa sembra più allegra, stanno ballando.
Varanasi
Abbiamo lasciato Delhi, con la sua aura occidentale, ricca e mondana, che contiene la città vecchia come una curiosità per turisti, e stiamo volando verso Varanasi. Sento una minaccia a venire nelle forti perturbazioni dell’aereo durante il tragitto.
Al nostro arrivo la bellezza della campagna sembrerebbe smentire il mio stato d’animo in allerta. Probabilmente Varanasi è una ridente cittadina in riva a un grande fiume, intorno al quale avvengono dei sereni riti religiosi.
Però più ci avviciniamo alla città più le periferie polverose prendono il posto dei campi, il traffico diventa intenso, le costruzioni semidistrutte o non ancora finite, difficile distinguere tra i due casi, nei negozi brillano quelle sciarpe sintetiche dalle frange dorate che si mettono sopra i corpi defunti.
Imponenti pubblicità di Vodafone, cartelli con gli enormi visi pasciuti degli aspiranti politici.
Passiamo un ponte sopra un largo corso d’acqua, quando ce lo siamo lasciato alle spalle il tassista sembra ricordarsi dell’importanza dell’avvenimento per noi profani. Era già il Gange, ci avverte. Questa parola insieme al ricordo della traccia azzurra mi provoca un’emozione imprevista, un groppo alla gola, delle lacrime dovute forse alla stanchezza e all’incertezza sul futuro.
L’albergo è deludente, lo squallore della città sudicia, dagli immobili fatiscenti, ha suscitato in noi un bisogno intenso di sfarzo. Era quello che prometteva il sito internet, ma il prezzo troppo modesto avrebbe dovuto insospettirci.
Per fortuna vado a giro con delle vere viaggiatrici che non si scoraggiano davanti a niente, dopo turbolente trattative al ricevimento, esse riescono a ottenere con mance, grida e minacce di andarsene, le due migliori camere all’ultimo piano, con una romantica terrazza da cui si gode la vista dei ghats, cioè le antiche scalinate lungo il fiume sulle quali si svolgono i riti funebri.
Al crepuscolo il colore del Gange sale come una nebbia e si diffonde nel cielo, fa sparire a poco a poco le case, mentre il suono insistente delle preghiere dilaga, e trasforma l’intera città in un’immensa chiesa. Anche gli strilli degli uccelli sembrano partecipare al canto, anche i giuochi dei bambini sulle piazze, e le nostre chiacchiere finalmente rilassate davanti a una birra.
Abbiamo provato visitare Varanasi in modo normale, come le altre città indiane, cercando le attrazioni, i monumenti, i negozi interessanti, però non ci siamo riuscite, sembrava che tutto andasse sempre storto. Bisogna dire che l’attrazione locale più importante sono le cataste di legna che bruciano i cadaveri, e siamo andate a vederle appena arrivate, con la stessa innocente curiosità con cui avremmo visitato un museo. Era già notte e le rive erano illuminate di una fioca luce arancione. Era uno dei posti più miseri, la famiglia certo molto povera era raccolta intorno alla pira proprio vicino all’acqua. Le fiamme alte illuminavano i piedi del morto rimasti intatti.
Non mi sentivo triste, mi sembrava solo terribilmente squallido e sudicio, come dappertutto. Abbiamo bisogno di essere rassicurati dalla bellezza per sopportare le cose paurose. La notte siamo state visitate da sogni inquietanti, torbidi, ci sentivamo minacciate e sporche.
Il giorno dopo, lungo i ghats più nobili incorniciati da bei monumenti, dove le bambine vendono fiori e le famiglie borghesi vengono a fare il bagno purificatore, il rito funerario è più sopportabile.
Siamo in un luogo di comunicazione tra vari livelli, di cui solo il più evidente è tra la vita e la morte. Turisti e autoctoni si guardano reciprocamente con curiosità e diffidenza, bambini e vecchi, ricchi e poveri, colori sgargianti e il nero della cenere, insomma sembra che la terra si inclini verso il Gange, punto più basso del mondo, dove gli elementi si confondono e invece di produrre il caos ne viene fuori una strana pace. Tutto il movimento vano della vita si riassume nell’immobilità regale del fiume, del quale nessuno ha saputo dirmi da che parte scorre.
In India non ci sono cimiteri, danno fuoco ai cadaveri sulle rive, poi gettano le ceneri nella corrente. Solo le donne morte incinte sono abbandonate all’acqua intatte, perché un bambino nel ventre è come un fiore e i fiori non si bruciano.
Guardo gli yoghi vestiti di bianco seduti a gambe incrociate in mezzo al sudicio, e la loro posizione sdegnosa mi sembra ridicola. Alcuni sono giovani e belli, altri devono essere stati affascinanti un tempo, devono aver conquistato il cuore di giovani turiste ansiose di rincarnarsi in qualcosa di più selvaggio. Ma invecchiano male: troppo magri, capello unto, cencio intorno alle anche, si offrono in spettacolo davanti al fiume.
Alcuni sono proprio antipatici, ci scacciano in malo modo se ci avviciniamo, forse per difendere la loro identità minacciata dalla valanga dei turisti. Sembra che pregare dia loro un senso di superiorità, oppure meditare troppo fa venir fuori un brutto carattere.
A Varanasi ci diamo da fare per non restare immobili, non si sa mai. In nessun’altra città siamo state così frenetiche, andando a visitare posti poco interessanti, castelli slabbrati, negozi miserabili. Ho avuto almeno il colpo di genio di restare sulla terrazza a godermi il tramonto mentre le mie amiche si facevano divorare dalle zanzare e dalle mosche in barca lungo il fiume.
Paese di una sporcizia mistica, una sporcizia splendida, religiosa. Templi di sudicio e dei di sudicio. La sporcizia sembra la scelta dell’indifferenza. Una volontà di non distaccarsi da niente, di restare dentro il movimento ambiguo tra il bene e il male.
Kajuraho
Dopo la morte la rinascita, un altro breve tragitto in aereo e il panorama cambia del tutto a Khajuraho. Questa volta abbiamo prenotato un hotel di campagna sconosciuto dalle guide perché appena aperto.
L’India è più bella fuori delle città, si sente la vastità del continente in ogni parte del paesaggio, in ogni singola collina o albero, che ha un altro respiro rispetto ai graziosi paesaggi europei.
In questa zona i villaggi sono puliti, le case curate. La gente sembra meno povera, anche se i volti hanno l’aria sciupata, forse a causa del sole, o del lavoro troppo gravoso.
Viaggiare svela il mio egoismo naturale, la condizione di questi contadini, come dei mendicanti di città, non mi preoccupa molto, sono concentrata sulla mia propria sopravvivenza in un habitat difficile. È evidente che una delle sorgenti più potenti dell’egoismo è l’angoscia.
Quando arriviamo dopo mezz’ora di macchina attraverso campi e colline, non crediamo alla nostra fortuna .Panorama magnifico, bungalow lussuosi, mangiare squisito, in più siamo le sole clienti e il padrone ci circonda di attenzioni. Abituata alla diffidenza cerco il baco, il problema nascosto, che ne so, scorpioni nel bagno, clima insopportabile, noia, semplicemente, invece per tre magici giorni viviamo in una specie di paradiso. Anche le escursioni nella jungla per vedere le fiere, o la visita ai templi con le sculture erotiche sembrano superflui rispetto al piacere di oziare sdraiata su un divano in terrazza. Questo non fare niente è una delle cose più intense che abbia mai fatto. Guardo le lucertole, le foglie, sento sulla pelle il cambiamento di temperatura man mano che la mattina avanza, non ho bisogno di vedere le belve mi basta sapere che ci sono, lontane, vicine, è come se colorassero l’aria e dessero sapore ai cibi che mangio.
Più in basso scorre un fiume blu come sulle carte geografiche, alcuni alberi sono verdi e freschi e altri tutti secchi. Così è la mia gola, la saliva dolce e la trachea irritata dal vento. Potrebbe essere semplice trovare un leopardo fuori casa, potrebbe anche non essere pericoloso. Il vento cade e cade, come un fiume di cui si ignora la sorgente.
Scrivo senza sapere che cosa, non me ne importa molto, adoro queste penne di plastica indiane dal tratto molto fine. Il tempo si dilata, questa giornata di ozio è lunghissima, vorrei che durasse ancora di più, le ore calde sono più lunghe delle ore fredde, il bisogno di solitudine che avevo ignorato per affrontare il viaggio, ritorna con la forza della passione. Non voglio sentire, vedere nessuno, solo lasciarmi andare alla deriva come se avessi preso una droga e invece è un’intossicazione da caldo. C’è molto vento, liane di vento secco senza odore, gli odori sono stati bruciati, ma quando arrivano sono molto forti.
La tensione si accumula prima della stagione delle piogge, che si fa desiderare per due mesi sempre più caldi, dove la natura è ridotta all’osso: niente più foglie né fiori, né acqua nei fiumi, niente più insetti, gli animali diventano famelici e anche le voci degli uccelli arrochiscono. Il paese si copre di bruma come anche se anche il cielo si sbriciolasse in polvere. È una specie di inverno rovesciato, qui è il grande caldo che distrugge tutto come da noi succede con il freddo, mentre la pioggia è il ritorno della primavera.
Raguhn, il proprietario dell’hotel, ci ha detto che c’è una miniera di diamanti poco lontano, e dopo un acquazzone tutti gli abitanti dei villaggi vicini si aggirano per le strade, e osservano attentamente i sassi sperando di vederne uno che brilli.
Qui intorno ci sono leopardi e tigri, gazzelle e scimmie. Gli alberi stanno perdendo le foglie e al loro posto sbocciano sui rami nudi grossi fiori arancio.
Andiamo a fare il bagno, nell’acqua ci sono dei piccoli coccodrilli, ma non c’è da aver paura, ci ha detto il padrone dell’hotel, non saltano sulla barca.
Sdraiata sul divano mi sento una sultana, o un’eremita a contemplare il creato. La lucertola è seduta con le piccole braccia appoggiate in terra, ha la testa altera come un imperatore che guarda dall’alto i suoi sudditi. Qualsiasi mosca in questo paese sembra una divinità.
È difficile immaginare che una lucertola non abbia un’anima quando muove la testina con quel suo sguardo attento e sembra riflettere, aspettare, progettare qualcosa.
Parlo con le lucertole, osservo il cambiamento di colore delle foglie, dell’aria, ripenso a quello che ha detto Raguhn, scienziato ecologico, proprietario dell’hotel. Cioè che la stagione più bella è quella degli insetti, nel mese di settembre subito dopo le piogge. La sera arrivano migliaia di coleotteri si posano sui vestiti, sulla tavola, alcuni sono bellissimi, coloratissimi. I campi ora secchi si ricoprono di erba e di fiori, il fiume trasparente straborda di acqua. Vorrei avere la forza di ritornare in settembre per essere anche io coperta di scarabei.
La sera a cena prendiamo in giro Raguhn che è un intellettuale un po’ goffo, commosso dall’attenzione di quattro donne frivole che si interessano a lui con domande spudorate. Dove è sua moglie, quanti anni ha, perché non hanno figli, perché ha messo su l’hotel, perché non beve alcol, quanto guadagnano i camerieri, e lui. Invece di scandalizzarsi sorride soddisfatto e risponde di buona grazia. Sembra perfino interessato alle nostre vicende amorose che gli raccontiamo dopo diversi bicchieri di vino indiano.
Cristina Guarducci
Cristina Guarducci è nata a Firenze, vissuta a Prato, ha studiato psicologia. Dopo una lunga permanenza a Parigi (dove è rimasta per quasi trent'anni) è tornata a vivere a Prato, ma con molti andirivieni. Ha pubblicato tre romanzi con l’editore Fazi: "Mitologia di Famiglia”, "Nonchalance”, "Malefica luna di agosto".