Carlo Zei Carlo Zei

Limes

Continuo a girare per l'accampamento cercando nei volti dei miei uomini una traccia dell'entusiasmo che li ha spinti fin qui. Ma troppi sono i mesi senza un bottino, senza una vittoria risolutiva, una ragione per desiderare questa terra di confine priva di strade, città, o gente che sappia parlare una lingua comprensibile, greco se non latino, o almeno il persiano.

Continuo a girare per l'accampamento cercando nei volti dei miei uomini una traccia dell'entusiasmo che li ha spinti fin qui. Ma troppi sono i mesi senza un bottino, senza una vittoria risolutiva, una ragione per desiderare questa terra di confine priva di strade, città, o gente che sappia parlare una lingua comprensibile, greco se non latino, o almeno il persiano.
Gli uomini continuano a morire in quotidiane imboscate. Selvagge creature coperte di pelli, prive di alcuna conoscenza dell’arte militare, sbucano dalla foresta, volteggiano correndo le loro armi e riescono a uccidere numerosi legionari prima di essere abbattuti. Combattono barbaramente, da soli o in piccoli gruppi disordinati, ma le loro spade sono più solide e lunghe delle nostre e penetrano le nostre corazze. Questi barbuti giganti sembrano disprezzare come segno di codardia la compattezza delle nostre formazioni, e quando la loro corsa suicida si arresta sulla punta delle nostre lance io non so se l’espressione di stupore sui loro volti provenga dallo sciogliersi del mistero della morte o dalla tragica evidenza del proprio errore di valutazione.
Strabo, mio medico e biografo, nota che le giornate sono più lunghe in questa terra remota e tuttavia il sole resta basso e non scalda.
Curioso tipo, il mio Strabo. Si ostina a non volermi preparare quella bevanda che da sola può lenire il dolore del mio cranio incrinato, invocando pomposo quel "primum, non nocere", del suo amato Ippocrate. Eppure lo vedo ben pronto a tagliare gli arti feriti dei miei soldati, anche quando essi invocano pietà e preferirebbero morire di febbri piuttosto che restare nelle retrovie, inutili zavorre del mio esercito. Ma forse io stesso non sono meno spietato di lui, io medico e carnefice del mio intero esercito, ogni giorno lo recido dal corpo della patria come un arto ferito in modo forse meno irreversibile, ma non meno doloroso.
E tuttavia i miei genieri aprono nuove radure, rendono strade i sentieri, villaggi fortificati i semplici accampamenti, insieme pianifichiamo un'avanzata, tracciamo mappe, spostiamo confini. Ogni nuova città si collega saldamente alla precedente da strade ben lastricate. A volte mando emissari in città appena più lontane dell’ultima costruita, così vengo a sapere che ciò che ci lasciamo indietro non durerà più di una stagione. Ogni strada è riconquistata dalla foresta e ogni nuovo villaggio sarà presto distrutto dai barbari nascosti e in attesa della nostra partenza.
Sembra che la civiltà che portiamo con noi, che seminiamo in queste terre strappate alle querce, sia una breve parentesi solo di poco più durevole del nostro passare, come il debole raggio luminoso di una lampada che si muove alla cieca nella notte e che tuttavia indica l'unica possibile direzione del viaggio.
Se nella nostra avanzata le stelle impazzissero e ci riportassero sui nostri passi, non troveremmo traccia del nostro precedente passaggio, e continueremmo a disboscare, misurare, costruire, testardamente posare la milionesima pietra miliare, l'ennesimo vallo che separi il dentro e il fuori dell’Impero.
Il dolore alla testa non mi lascia dormire ormai da settimane, anche se la ferita sembra rimarginata, e il naso non sanguina più. Non so se la strana chiarezza che hanno acquisito i miei sensi sia dovuta alla ferita, all'insonnia o alla strana luce di questa terra fredda le cui acque sono così limpide, e gradevoli al gusto. Strabo dice che dipende dalla forma degli atomi, che nell’acqua di questi fiumi sarebbero più rotondi. Vedo gli oggetti più lontani nitidi e ben definiti, cosa che è contraria alla logica, e ad ogni mia precedente esperienza di ferite alla testa, lo stesso Strabo mi guarda con una curiosità che non mi rassicura affatto. Anche lui è cambiato in questi anni di viaggio. Mi dice che i miei frequenti scatti d’ira sono conseguenza della mia ferita alla testa, dato che il cervello non è più in grado di svolgere la sua funzione principale, che è di raffreddare il cuore. Se non mi preparerà quella sua maledetta pozione lo farò frustare con verghe gelate, potrà così verificare di persona la sua teoria e assaggiare il sapore acido del sangue e dei suoi atomi spigolosi

Carlo Zei (testo e immagine)

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Filippo Rigli Filippo Rigli

Pari e patta

Il tipo grosso si gratta la nuca, ha i capelli corti sotto e un po' più lunghi sopra, senza sfumatura. In grembo ha una mazza da baseball. Sul sedile del passeggero l'altro tizio, magro scavato occhi neri,

fotografia di Carlo Zei

Il tipo grosso si gratta la nuca, ha i capelli corti sotto e un po' più lunghi sopra, senza sfumatura. In grembo ha una mazza da baseball. Sul sedile del passeggero l'altro tizio, magro scavato occhi neri, si stringe nella giacchetta come se avesse un brivido, ma non ha freddo, è nervoso. Anche lui ha una mazza da baseball, ma la tiene tra i due sedili davanti, non la tocca. Il tipo grosso la gratta che sembra quasi accarezzarla, come se da un momento all'altro dovesse fare le fusa. Sono in macchina in un vicolo da più di due ore, non hanno mangiato e il tipo grosso comincia ad aver fame. L'altro no. L'altro ha solo brividi, e ricordi alla rinfusa sparsi dentro la testa e vorrebbe scacciarli con la mano come si fa con le mosche d'estate, ma non può. Non può proprio. Allora si fa un'altra riga di coca. Il tipo grosso si serve anche lui. È un esattore di uno spacciatore e recupera i crediti con la mazza da baseball. Quello magro è fuori dal giro da diverso tempo. È sposato e fa il gommista, è un tipo serio ormai. Un paio di anni prima una gomma di un camion gli è esplosa vicino, lui è rimasto un po' sordo. Da allora prende una pensioncina di invalidità. Una settimana prima il tipo grosso lo ha chiamato. Doveva riscuotere dei soldi da un tale, e il tale si chiamava preciso come un altro di cui quello magro una volta gli ha parlato. Una volta sola, a notte fonda. Ma il tipo grosso si ricorda di tutto, è uno preciso. E ci tiene agli amici. E allora ha chiamato quello magro. Anche se non si sentivano da un po'. Anche se quello magro è fuori dal giro. La macchina ha il motore acceso e i fari spenti. Fuori fa freddo. Tutte le volte che qualcuno passa dal vicolo il tipo grosso aguzza la vista, non si vede granché ma lui ha l'occhio clinico, è abituato alla caccia. Il tizio magro non parla, e allora sta zitto anche lui, si limita a guardare e aspettare. La pazienza fa parte del mestiere. A volte pensa che dopo tutti quegli appostamenti non sarebbe male come poliziotto, con le manette al posto della mazza. Quel pensiero lo fa quasi sorridere, poi sparisce nel vuoto. Il tizio magro si sente un po' riemergere dal buio come quella volta che era in overdose e si sentiva sprofondare e poi quelli della croce rossa gli fecero il narkan in vena e disse che cazzo basta, è l'ora di finirla con questa vita di merda e se ne andò in comunità. Si sente riemergere un po' quasi come quella volta, mentre il tipo grosso lo scuote per il braccio e gli dice ci siamo e di mettere su il passamontagna. Uno alto e ingobbito caracolla per il vicolo, sicuro è ubriaco o fatto, e altrettanto sicuro ha debiti con quelli sbagliati e sapeva anche bene che con certi tipi i debiti è meglio non farli, ma si sa come sono i tossici, comunque ora sono cazzi suoi. Il tipo grosso e quello magro con la faccia scavata si calano i passamontagna sul viso e escono con le mazze in mano. Il fattone non sembra vederli nemmeno nella penombra, chissà dove ha la testa, fino a che non gli sono praticamente davanti. Quello grosso gli molla una mazzata nel petto che lo fa stramazzare, è a terra che rantola, quello grosso gliene molla altre due nelle gambe stretto e preciso, sembra un chirurgo, un chirurgo con la mazza. Quello magro sta fermo fino a che quello grosso non lo guarda come a dire ma che cazzo ci sei venuto a fare fino a qua se non fai quello che devi fare. Il tizio magro lo guarda a sua sua volta da dietro la lana del passamontagna e poi si china e parte all'attacco, prima con la mazza e poi con i calci, il rantolio del tossico sparisce sotto il rumore delle botte, nessuna finestra da sul vicolo e comunque in questa zona nessuno chiamerebbe la pula, qua ognuno si fa i cazzi suoi e questo è un lavoro pulito, ordinaria amministrazione per quello grosso. E infatti quello grosso tira via quello magro, ma che cazzo lo ammazzi, gli dice con un tono monocorde da impiegato. Il fattone è coperto di sangue, sputa tossisce e arranca, lo hanno conciato proprio di merda, fai quello che devi fare, dice quello grosso a quello magro. Quello magro si china sul tossico e lo gira e lo prende per i capelli impastati di sangue e si toglie il passamontagna e lo guardadritto negli occhi pestati e ti ricordi di me, gli ringhia tra i denti. Il tossico non dice nulla e quello magro gli dice in riformatorio ventuno anni fa e lo colpisce ancora in faccia con un pugno e lo gira di nuovo. Si fruga in tasca e scatta un coltello e taglia i pantaloni incrostatati del tossico. Si sgancia i suoi e ne esce un'erezione tenuta su dall'odio e dalla roba e si cala un preservativo sull'erezione e fa quello che deve fare. Pensa un po' se infierire con il coltello ma il tipo grosso lo scuote per un braccio e gli fa cenno di andare. Lasciano il tossico a pancia in giù tra i bidoni, sembra quasi un barbone che dorme, o svenuto. Salgono in macchina e filano. 

Filippo Rigli

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