Sta per finire
Tempo tre giorni e chiudono l'albergo. Un anno o anche di più. Ristrutturazione, e cassa integrazione. I miei colleghi sono preoccupati. A me fa piacere. Il pensiero di non fare un cazzo per un anno e passa mi fa stare benone, rilassato e pieno di buoni propositi per il futuro. Sostanzialmente film scaricati, canne e bevute. E che altro?
fotografia di Carlo Zei
Tempo tre giorni e chiudono l'albergo. Un anno o anche di più. Ristrutturazione, e cassa integrazione. I miei colleghi sono preoccupati. A me fa piacere. Il pensiero di non fare un cazzo per un anno e passa mi fa stare benone, rilassato e pieno di buoni propositi per il futuro. Sostanzialmente film scaricati, canne e bevute. E che altro? Anche nulla. Va bene così. Questo è l'ultimo sabato notte che passo al lavoro. L'albergo è vicino Santa Croce, e il lavoro dalle undici di sera alle sette di mattina consiste nel fare chiusura contabile, un venti minuti in tutto, e poi più nulla fino alle sette. Il che lascia ampio spazio a film scaricati, canne e bevute, appunto. Salvo imprevisti. Gli imprevisti, specie il fine settimana, consistono in quei pezzi di merda che vanno nelle discoteche intorno Santa Croce a spaccarsi di pasticche e musica di merda. Ora, io li ho sempre odiati. Le discoteche gli salderei le porte e le incendierei con tutta la feccia dentro. I maschi dico. Le fiche le userei come schiave sessuali di noi metallari. Riempirle di botte e scoparle a forza mentre lo stereo spara gli Immortal. Questo si meritano. Quindi figuriamoci ora che questi cercano di parcheggiarmi sulle strisce gialle di fronte all'albergo. Li caccio a male parole. Le fiche che cercano di ingraziarmi a forza di sorrisi, ma soprattutto i maschi che fanno i galletti. Sono attrezzato. Mazza di alluminio, spray al pepe, catena da moto con lucchetto, tirapugni nella tasca della giacca. Ma non c'è mai stato bisogno di usarli. Mollano prima. Basta fare la faccia feroce. Sono solo plastica e fuffa, gli impasticcati. Quindi sono qua a godermi l'ultimo sabato di questa merda quando mi si piazza davanti al portone questa Mercedes cabrio grigia tamarra. Scendono dei tipi che sembrano usciti da un film di Verdone, sui cinquanta, camicie aperte sul petto villoso, catene al collo, capelli ingellati su fronte ampia, pantaloni attillati. Fiche vecchiotte ma in tiro al seguito. A me i film di Verdone fanno schifo. Io guardo i film horror. Mi si piazzano davanti proprio mentre mi sto fumando il mio primo cicchino. Sarà mezzanotte. Scendono parlando tra loro, neanche mi guardano. Siete clienti, domando. Siamo i padroni dell'albergo, risponde quello che era alla guida, il più tamarro di tutti. Scoppiano a ridere. Pessima, pessima mossa. Butto il cicchino, lo schiaccio con la scarpa. Dovete spostare la macchina gli dico. Questo è il parcheggio dell'hotel. Occhei te la metto un po' più indietro mi fa il capobanda. No, no, non mi sono spiegato. Voi la macchina non la mettete più là. Voi la macchina la spostate. Perché se no ve la faccio portare via dal carro attrezzi. E lo guardo che sembro Clint Eastwood nei film di Leone. Cioè, io non mi vedo, ma è così che mi immagino. Sento anche la musica di Morricone, se mi sforzo. Lo stronzo sta zitto, non sa cosa dire. Stanno tutti zitti. Oh, stai calmo, mi dice alla fine. Gli rido in faccia, sul serio, non faccio finta. Una bella risata grassa. Vaffanculo tamarro, chiamo il carro attrezzi, gli dico, e entro nella hall. Alle mie spalle scoppia un putiferio. Le sua fica comincia a starnazzare. Ti fai mandare affanculo cosììì, strilla che sembra una gomma sull'asfalto d'estate. Io mi metto al bancone e comincio a fare il numero dei vigili. Il capo tamarro entra dentro a petto in fuori. Lo stoppo subito. Occhio a quello che fai, che oltre che la macchina inculata ti becchi una denuncia per aggressione gli dico a voce alta, e intanto infilo la mano nella tasca della giacca, stringo il tirapugni. No no, risponde lo stronzo. Voglio solo sapere come ti chiami. Io sono amico del padrone. È sempre il Fratini il padrone vero? Io lo conosco. Sono suo amico. E mi guarda con un accenno di sorriso. Il Fratini è sempre il padrone, in effetti. Mai sentito nominare, gli dico. Sposta quella cazzo di macchina. Ci rimane piuttosto male. Torna fuori. Allora, gli chiede la fica. Allora nulla, fa lui. È stato arrogante ma ha ragione. Qua non si può parcheggiare. Rientrano in macchina mesti. Partono piano, si reimmettono nel traffico. Nel frattempo arriva una ragazza con una Smart. Posso lasciare qua la macchina un paio d'ore, mi chiede. Certo bella, gli faccio. I tamarri da dentro la Mercedes mi guardano. Io appicco un cicchino, li guardo a mia volta e sorrido. I tamarri vanno via sgommando. La ragazza se ne va via anche lei, stacchettando sul selciato di piazza Mentana. Bella fica, cazzo. Questa merda sta per finire.
Filippo Rigli
Pari e patta
Il tipo grosso si gratta la nuca, ha i capelli corti sotto e un po' più lunghi sopra, senza sfumatura. In grembo ha una mazza da baseball. Sul sedile del passeggero l'altro tizio, magro scavato occhi neri,
fotografia di Carlo Zei
Il tipo grosso si gratta la nuca, ha i capelli corti sotto e un po' più lunghi sopra, senza sfumatura. In grembo ha una mazza da baseball. Sul sedile del passeggero l'altro tizio, magro scavato occhi neri, si stringe nella giacchetta come se avesse un brivido, ma non ha freddo, è nervoso. Anche lui ha una mazza da baseball, ma la tiene tra i due sedili davanti, non la tocca. Il tipo grosso la gratta che sembra quasi accarezzarla, come se da un momento all'altro dovesse fare le fusa. Sono in macchina in un vicolo da più di due ore, non hanno mangiato e il tipo grosso comincia ad aver fame. L'altro no. L'altro ha solo brividi, e ricordi alla rinfusa sparsi dentro la testa e vorrebbe scacciarli con la mano come si fa con le mosche d'estate, ma non può. Non può proprio. Allora si fa un'altra riga di coca. Il tipo grosso si serve anche lui. È un esattore di uno spacciatore e recupera i crediti con la mazza da baseball. Quello magro è fuori dal giro da diverso tempo. È sposato e fa il gommista, è un tipo serio ormai. Un paio di anni prima una gomma di un camion gli è esplosa vicino, lui è rimasto un po' sordo. Da allora prende una pensioncina di invalidità. Una settimana prima il tipo grosso lo ha chiamato. Doveva riscuotere dei soldi da un tale, e il tale si chiamava preciso come un altro di cui quello magro una volta gli ha parlato. Una volta sola, a notte fonda. Ma il tipo grosso si ricorda di tutto, è uno preciso. E ci tiene agli amici. E allora ha chiamato quello magro. Anche se non si sentivano da un po'. Anche se quello magro è fuori dal giro. La macchina ha il motore acceso e i fari spenti. Fuori fa freddo. Tutte le volte che qualcuno passa dal vicolo il tipo grosso aguzza la vista, non si vede granché ma lui ha l'occhio clinico, è abituato alla caccia. Il tizio magro non parla, e allora sta zitto anche lui, si limita a guardare e aspettare. La pazienza fa parte del mestiere. A volte pensa che dopo tutti quegli appostamenti non sarebbe male come poliziotto, con le manette al posto della mazza. Quel pensiero lo fa quasi sorridere, poi sparisce nel vuoto. Il tizio magro si sente un po' riemergere dal buio come quella volta che era in overdose e si sentiva sprofondare e poi quelli della croce rossa gli fecero il narkan in vena e disse che cazzo basta, è l'ora di finirla con questa vita di merda e se ne andò in comunità. Si sente riemergere un po' quasi come quella volta, mentre il tipo grosso lo scuote per il braccio e gli dice ci siamo e di mettere su il passamontagna. Uno alto e ingobbito caracolla per il vicolo, sicuro è ubriaco o fatto, e altrettanto sicuro ha debiti con quelli sbagliati e sapeva anche bene che con certi tipi i debiti è meglio non farli, ma si sa come sono i tossici, comunque ora sono cazzi suoi. Il tipo grosso e quello magro con la faccia scavata si calano i passamontagna sul viso e escono con le mazze in mano. Il fattone non sembra vederli nemmeno nella penombra, chissà dove ha la testa, fino a che non gli sono praticamente davanti. Quello grosso gli molla una mazzata nel petto che lo fa stramazzare, è a terra che rantola, quello grosso gliene molla altre due nelle gambe stretto e preciso, sembra un chirurgo, un chirurgo con la mazza. Quello magro sta fermo fino a che quello grosso non lo guarda come a dire ma che cazzo ci sei venuto a fare fino a qua se non fai quello che devi fare. Il tizio magro lo guarda a sua sua volta da dietro la lana del passamontagna e poi si china e parte all'attacco, prima con la mazza e poi con i calci, il rantolio del tossico sparisce sotto il rumore delle botte, nessuna finestra da sul vicolo e comunque in questa zona nessuno chiamerebbe la pula, qua ognuno si fa i cazzi suoi e questo è un lavoro pulito, ordinaria amministrazione per quello grosso. E infatti quello grosso tira via quello magro, ma che cazzo lo ammazzi, gli dice con un tono monocorde da impiegato. Il fattone è coperto di sangue, sputa tossisce e arranca, lo hanno conciato proprio di merda, fai quello che devi fare, dice quello grosso a quello magro. Quello magro si china sul tossico e lo gira e lo prende per i capelli impastati di sangue e si toglie il passamontagna e lo guardadritto negli occhi pestati e ti ricordi di me, gli ringhia tra i denti. Il tossico non dice nulla e quello magro gli dice in riformatorio ventuno anni fa e lo colpisce ancora in faccia con un pugno e lo gira di nuovo. Si fruga in tasca e scatta un coltello e taglia i pantaloni incrostatati del tossico. Si sgancia i suoi e ne esce un'erezione tenuta su dall'odio e dalla roba e si cala un preservativo sull'erezione e fa quello che deve fare. Pensa un po' se infierire con il coltello ma il tipo grosso lo scuote per un braccio e gli fa cenno di andare. Lasciano il tossico a pancia in giù tra i bidoni, sembra quasi un barbone che dorme, o svenuto. Salgono in macchina e filano.
Filippo Rigli
C'è posto sulla collina
Fammi mandare Laura, disse il direttore nel citofono. La biondina, quella nella postazione in terza fila. La segretaria riappese. Aveva capito. Il direttore si alzò e si stirò, riavviò i capelli con le mani e si sedette di nuovo. Bussarono alla porta.
Fammi mandare Laura, disse il direttore nel citofono. La biondina, quella nella postazione in terza fila. La segretaria riappese. Aveva capito. Il direttore si alzò e si stirò, riavviò i capelli con le mani e si sedette di nuovo. Bussarono alla porta. Avanti, fece. Entrò una biondina, in camicetta bianca e gonna nera, i capelli raccolti, aria timida. Molto carina. Entra bella, le disse. Entra pure. Siediti. La ragazza si sedette. Era visibilmente intimorita. Al direttore venne da leccarsi le labbra ma si trattenne. Ti ho chiamata per darti la busta paga, le disse. Quella rimase di sasso. Fece per dire qualcosa ma il direttore la anticipò. Ti stai chiedendo perché ti ho chiamata da me invece di fartela consegnare dalla segretaria, le chiese. Il sorriso scomparve dal volto del direttore. Attore consumato. Il fatto è che c’è un problema, purtroppo. La ragazza arrossì lievemente. Io... accennò. Ho rilevato un calo del tuo rendimento, la zittì il direttore. Aprì una cartella che teneva sul banco. Hai chiuso molti meno contratti questo mese. Un calo… scorse un foglio. Un calo di quasi il quindici per cento. Del dodici, per la precisione. Sbaglio? Le chiese. La fissò per qualche secondo. Lei fece per dire qualcosa. Non sbaglio, disse il direttore tornando con lo sguardo sul foglio. È scritto qui, e picchiettò sul foglio con l’indice. Guardò di nuovo la ragazza. Hai chiesto un permesso di mezza giornata… per accompagnare tua madre dal dottore, vedo. O no? La ragazza annuì nervosa. Mia madre stava male... riuscì a dire. Lei… La tua scrivania è sempre in disordine, mi ha detto la tua responsabile. Mi ha detto anche che vai in bagno molto più spesso di prima. E poi su, cos’è questa sciatteria nel vestire? I clienti lo sentono che non sei curata, anche se non ti vedono. Lo sai. La ragazza aveva gli occhi lucidi. Tesoro, non possiamo permettere che i tuoi problemi personali creino problemi sul lavoro. Noi siamo una squadra. Se un elemento si guasta si guasta tutta la squadra. E la squadra deve filare, noi siamo un treno super veloce, siamo un branco di squali no? Noi siamo i migliori sul mercato e perché siamo i migliori sul mercato? Perché… rispose la ragazza ma la frase le si troncò in gola. Deglutì. Perché chiudiamo più contratti degli altri! O no? Disse il direttore a voce alta. La ragazza aveva un accenno di lacrime. No, no, Lauretta bella, ora non mi scoppiare a piangere. Su. Non ti mando a casa. Non ancora. Perché io in te ci credo. Sei una dei miei migliori elementi. Ma qua non sono ammessi passi falsi. Là fuori è una giungla, lo sai. Sai anche che ci sono una cinquantina di ragazze in fila per prendere il primo posto che si libera. Il tuo, posto. Lo sai. Ma io ho deciso di darti una mano. Il direttore tonò a sorridere, di punto in bianco. Io non ti mando via. Ti voglio motivare. E per motivarti ho deciso che questo mese ti trattengo lo stipendio. Va bene, tesoro? La ragazza aveva il rimmel sciolto dalle lacrime. Puoi andare, tesoro, le disse. Prenditi un caffè. E vai a rifarti il trucco. La ragazza annuì. Si alzò in piedi. Grazie, mormorò, e fece per uscire. Laura, Cristo di un Dio, ma dove cazzo vai, disse il direttore. Torna qua. Siediti su. Le passò un fazzoletto fine preso da una scatola. Asciugati le lacrime, le disse. Ti ho appena detto che ti trattengo lo stipendio e tu mi hai ringraziato. Ti rendi conto? La ragazza non sapeva più che dire. Non che fino ad allora avesse detto molto. Tu mi avresti dovuto sbranare, bella! Mi avresti dovuto minacciare di bruciarmi la macchina, sparare ai miei figli, andare dai sindacati! Io ti voglio aggressiva! AG-GRES-SI-VA, capisci? La ragazza lo guardava. Aveva occhi enormi per le lacrime e lo stupore. Come fai a mangiare vivi i clienti se ti fai mettere i piedi in testa così, bella mia? Devi combattere. Lottare. LOT-TA-RE, capito? La ragazza annuì. Dimmi che hai capito, le disse. Ho capito, rispose lei, con la voce più ferma possibile. Il capo le sorrise. Le porse la busta. Ora puoi andare. Sul serio. La ragazza accennò un sorriso, prese la busta e uscì. Il capo si stirò e tirò fuori una canna già rollata dal primo cassetto. Mise su “Working Class Hero” di John Lennon e distese le gambe sulla scrivania. Appiccò la canna. Gli piaceva quella canzone. Specie quando diceva “There's room at the top I'm telling you still/but first you must learn how to smile as you kill/if you want to be like the folks on the hill”. Anche Lauretta gli piaceva. Se la sarebbe fatta entro il mese seguente. Un’altra tacca sul calcio della pistola. Sputò il fumo della canna verso il condizionatore. La ventola se lo mangiò.
Filippo Rigli
Era lei
Presi l'autobus per un pelo. La collega a darmi il cambio era arrivata precisa. Aveva cominciato a piovere proprio mentre salivo sul mezzo
Presi l'autobus per un pelo. La collega a darmi il cambio era arrivata precisa. Aveva cominciato a piovere proprio mentre salivo sul mezzo. Me lo ricordo bene. Quando piove il traffico si infittisce, non ho mai capito perché. Feci defluire la gente che scendeva e mi misi seduto. Ci sprofondai, su quel sedile. Avevo fatto il turno di notte e morivo dal sonno. Chiusi gli occhi. Probabilmente mi addormentai. L'autobus era quasi vuoto. La pioggia batteva sui vetri. Era fine però era gelida. Me lo ricordo. Se ci penso sembra ieri. Avevo i brividi e un dolore tra le scapole. Ho la febbre, pensavo. Avevo la testa pesante, e non era solo sonno. A quello c'ero abituato. Era il malessere sudaticcio che ti prende quando ti ammali. Riaprì gli occhi mentre entravamo in una via lunga stretta tra due mura esterne, senza portoni né negozi che si affacciavano, come una specie di budello. Cioè, in realtà un portone c'era. Uno di quelli alti tre metri, l'androne di non so quale ufficio. Lei era proprio lì. Davanti alla fermata del bus che faceva la corsa opposta alla mia, proprio davanti al portone. La vidi di sfuggita, con la coda dell'occhio. Ma ero sicuro. Un illuminazione. Altre volte avevo pensato di averla vista. Da quando era sparita l'avevo cercata in lungo e in largo. Era come sparita nel nulla. Amici, parenti, nessuno di lei sapeva più nulla. Poi mi arrivò una telefonata nel cuore della notte. Non cercarmi più, mi disse. Aveva una voce fredda, senza emozioni. Riattaccò subito. Cercai di reagire, di farmene una ragione. Cambiai lavoro, mi trasferii in questa città dove non conoscevo nessuno. Volevo stare solo con il mio dolore. E ora lei era lì. Non mi passò neanche per la testa di essermi sbagliato. O che stavo delirando per la febbre. Mi alzai di scatto e urlai all'autista di fermarsi. Fece cenno di no con l'indice, senza nemmeno girarsi. Corsi verso di lui e lo presi per il bavero. Ferma questo bus di merda gli urlai e stavo per colpirlo, inchiodò e apri le porte. Scesi mentre quello e i pochi passeggeri mi insultavano, le macchine in coda suonavano i clacson, sai quanto me ne poteva fregare, l'autobus era avanzato di un centinaio di metri, li feci di corsa. Era lei. Era lei. Aveva i capelli corti e tinti di biondo e non portava più gli occhiali, era smagrita e con le occhiaie. Aveva anche delle lenti a contatto azzurre. Ma era lei. Stava guardando la strada. Aspetta l'autobus, pensai. Si girò, mi vide, mi riconobbe. Rimanemmo così. Lei era turbata. Scosse la testa, sgranò gli occhi. Probabilmente avevo già smesso di sorridere quando il botto per poco non mi assordò. Mi girai di scattò e vidi l'autobus dove ero io che stava bruciando. La gente cominciò a scendere dalle macchine e a urlare, mi travolse. Lei si incamminò contro la corrente rasente il muro. Cercai di attraversare la folla per andarle dietro, ma una seconda esplosione mi fece perdere i sensi. Non la vidi mai più. Cadde in uno scontro a fuoco con la polizia poche settimane dopo.
Filippo Rigli
Sic volvere parcas
Dai racconta, gli fece Mario. Dette un filo di gas in folle, il motore rombò. Aprirono i finestrini, si crepava dal caldo. Un’estate micidiale, dicevano al telegiornale.
Dai racconta, gli fece Mario. Dette un filo di gas in folle, il motore rombò. Aprirono i finestrini, si crepava dal caldo. Un’estate micidiale, dicevano al telegiornale. Una lunga ondata di calore che non sarebbe scemata prima di settembre. Per fortuna i vecchi moriranno come le mosche, diceva il babbo di Mario indicando la suocera e ghignando quasi senza più denti. Ingranò la prima e fece partire il mostro rombante con delicatezza, da vero esperto. La città era vuota. Deserta. Il sole picchiava come in un western. Ma nulla, iniziò Daniele. Aveva osservato in silenzio i movimenti sicuri dell’amico. Non ce l’ha l’aria condizionata questa bestia? Chiese. Mario fece cenno di aspettare. Racconta, insistette. Daniele rise ancora, ripensando alla scena della notte scorsa. Aveva fatto un paio di mesi di turni di notte in un alberghetto pulcioso per pagarsi le vacanze, anche se era quasi agosto e ancora non avevano deciso dove andare. Allora, gli disse, verso l’una c’erano tre o quattro neri che parlavano nella piazzetta davanti all’entrata. Belli grossi, con ancora appresso i borsoni pieni delle stronzate che vendono. Ma non facevano niente, parlavano e basta. Poi arrivano quegli altri, anche loro in tre o quattro, forse di più. Ma sì, erano di più. Ma non tanti. Erano ubriachi, barcollavano e cantavano. Appena vedono i neri cominciano a infamarli. Ma così, dal nulla. Negri negri, gli dicevano, e si avvicinavano, con le bottiglie di birra in mano. I neri si sono zittiti e gli si sono fatti incontro. Vabbè, il resto lo sai. Io ho chiuso il portone e ho guardato la rissa. Poi sono arrivati i carabinieri e hanno portato via solo i neri. Risero. Non gli hai detto niente? Chiese Mario. Chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni, rispose l’amico. Mario si fermò a un semaforo rosso, imperioso, inutile, un cancello nel deserto.
Il signor Sergio Vitale uscì appoggiato al bastone. Si soffermò a osservare un manifesto di un gruppo di estrema sinistra attaccato al muro sotto casa sua. Era stato attratto più che altro dal contrasto dei colori. Non era mai stato di sinistra, ma non perché fosse stato di destra: la politica non lo interessava. In realtà erano sempre state assai poche le cose che lo interessavano. Era riuscito a passare indenne perfino dalla guerra e dal dopoguerra, come se gli eventi non lo notassero. Come se fosse trasparente. Durante il boom economico aveva trovato un impiego statale e se lo era tenuto fino alla pensione. Non si era mai sposato, non aveva figli, non aveva amici intimi. Si spinse gli occhiali spessi contro il naso sudato e si avviò verso il fruttivendolo. Poi sarebbe andato dal fornaio. Come tutte le mattine. Non sembrava neanche troppo provato dall’ondata di caldo. Ne aveva viste di peggio.
Si fermarono a un bar che faceva angolo e scesero per un caffè. Di chi hai detto che è, chiese Daniele all’amico, indugiando a guardare la macchina parcheggiata sotto al sole, che sembrava mandare lampi bluastri. Non ho capito, rispose Mario. Un ingegnere, un architetto, una cosa così. L’ha portata in officina per una revisione, mi pare. Un vecchio viscido con la faccia da pedofilo. Dici si offende? Risero ed entrarono nel baretto deserto. C’erano solo il barista morto di caldo e un tipo al bancone. Il barista aveva una faccia stanchissima, pareva non dormire da decadi. Sudava e ansimava. Mario ebbe come l’impressione che le borse sotto gli occhi pesassero come piombo, che lo trascinassero al suolo. Daniele guardava il tipo al bancone, magro come un chiodo, con gli occhi spiritati e i capelli lunghi e sporchi. Una specie di orecchino indiano gli pendeva dal lobo destro fino alla spalla scarna. Finirono in fretta i caffè e i bicchieri d’acqua e fecero per prendere l’uscita. Il tipo al bancone si piantò di fronte a loro e mise le mani aperte davanti alla faccia di Mario. I ragazzi si fermarono e il tipo fu come scosso da un tremito. Si sentivano solo le pale del ventilatore attaccato al soffitto. Il tipo riaprì gli occhi. I ragazzi filarono via.
Vitale rimase di sasso. Il fruttivendolo era chiuso. Non era mai successo prima che il negozio chiudesse in un giorno feriale. Il vecchio proprietario era anche lui un anziano e non andava mai in vacanza. Poi era morto e il negozio era passato al figlio, uno scansafatiche patentato, Vitale lo aveva inquadrato subito, e ora la saracinesca era abbassata e un cartello giallo sbiadito annunciava un tassativo chiuso per ferie. Si incamminò verso il fornaio lievemente intristito, scuotendo la testa.
Ma che voleva quel tossico? Ma diocristo li becco tutti io? L’aria condizionata era partita, in macchina ora si respirava. La regolarono quasi al massimo. Ti ha tipo… benedetto… azzardò Daniele senza guardarlo. Forse è una specie di sciamano, lo schernì. Ma benedetto cosa, rispose Mario alzando di un tono la voce. Ma sciamano cosa. Un vecchio tossico. Ma lo hai visto? Mangiato vivo dall’eroina. Ma fammi il piacere anche te, lo sciamano. Ma all’università ci vai per cosa se dici queste cazzate? Daniele la piantò lì, il suo amico era visibilmente turbato, anche se proprio non si spiegava perché mai desse tutta quell’importanza a un episodio tutto sommato divertente. Sarà nervoso per il caldo, concluse tra sé, sfiorando il finestrino che si stava freddando.
E se fosse chiuso anche il fornaio, pensò di botto Vitale. Sentì una specie di brivido e rallentò l’andatura, per poco non si fermò. Scosse la testa e riprese a camminare. Ma oltrepassò l’angolo senza notare fino all’ultimo momento utile la barbona che tendeva la mano. Perso tra i suoi pensieri gli apparve davanti come una visione, gobba e cadente, sdentata e coperta di stacci, con una busta di plastica in mano. La dribblò con tutta la prodezza consentita a un anziano leggermente claudicante e passò oltre. Ebbe l’impressione che la mano non fosse tesa come per chiedere, quanto piuttosto per indicare, ma appunto fu solo un’impressione, e comunque Vitale aveva già girato l’angolo. La vecchia sdentata tirò fuori un gomitolo di lana lercia dalla busta di plastica e spezzò un filo.
Guarda quella! Guarda quella! Oggi è la giornata degli scoppiati! Daniele aveva abbassato il finestrino per vedere meglio la barbona con il gomitolo in mano. Mario non diceva nulla, sembrava nervoso. Daniele si affacciò al finestrino. Oh, vecchia, li vuoi cinquanta centesimi, urlava, e se la rideva. Mario stava per imbestialirsi. Pensò ora prendo questo studentello per un orecchio e gli spiego come si sta al mondo. Pensò che stava sprecando l’estate. Che gli sarebbero toccati sole e mare e donne e che invece era in giro in una città deserta e bollente con uno che urlava dietro ai barboni. E piantala idiota! Gridò nell’orecchio all’amico, e inchiodò. Fissò la vecchia oltre il finestrino. Aveva occhi neri e fondi. Daniele non capiva che gli fosse preso. Andiamo al forno, gli disse mettendogli una mano sul braccio. Vediamo se ha fatto le pizze. Mario si girò, annuì, la macchina si mosse piano.
Vitale attraversò la strada. In giro non c’era un’anima. Le finestre dei palazzi erano sbarrate, gli abitanti chiusi in casa come topi per sfuggire le artigliate del caldo. Aveva il sole contro e la bottega del fornaio era sotto un cornicione, immersa nella penombra. Si coprì gli occhi per vedere ma l’eccesso di luce gli impedì la visuale. Avanzò ancora di due passi quando una macchina svoltò l’angolo e lo prese in pieno. Steso sull’asfalto alzò lo sguardo. Il fornaio era chiuso.
I ragazzi si guardarono con gli occhi sbarrati. Hai centrato un vecchio, fece Daniele che quasi non si sentiva. Mario farfugliò qualche mezza parola tra cui si capiva dottore, ambulanza, ospedale. Ma sei scemo, gli disse Daniele. Quello è morto, ha la testa spaccata. Andiamo via, non ci ha visto nessuno. Mario non rispondeva. Andiamo via! Gli urlò Daniele in faccia. Mario ingranò la retromarcia e dette gas dalla parte opposta.
Vitale si vide steso per terra. Qualcosa gli sfuggiva. Poi vide la vecchia ferma sul marciapiede col gomitolo in mano. Allora capì.
Filippo Rigli
Il natale di Emily
Emily riassettò il fuoco nel camino, ci soffiò sopra e si passò le mani sulle braccia incrociate. Fuori era freddo. Era la notte della Vigilia.
Emily riassettò il fuoco nel camino, ci soffiò sopra e si passò le mani sulle braccia incrociate. Fuori era freddo. Era la notte della Vigilia. Rimase un po’ davanti al fuoco, poi abbassò le luci. L’albero risplendeva, in fondo alla stanza, proprio davanti al camino. Babbo Natale avrebbe gradito. Stavolta, era sicura, lo avrebbe visto. Era la volta buona. Avevano voglia, i grandi, a dire che non esisteva. Che ne sapevano quelli? Sempre con quei musi lunghi, a parlare con voce preoccupata di quelle cose noiose che dicevano al telegiornale. Loro, non esistevano. Non era così sicura di vederlo scendere dal camino, però. Forse sarebbe entrato dalla finestra, come un ladro. Come quei pupazzi bruttissimi che la gente appendeva ai terrazzi. O dalla porta magari. Dettagli, pensò Emily. Poi pensò che dettagli era una parola da grandi e poi pensò di prendersi una fetta di pandoro. Socchiuse la porta e passò alla cucina. Tagliò una larga fetta del pandoro e mangiò rapidamente la parte interna, quasi senza masticare. Poi attaccò con calma quella esterna, la sua preferita, carica di burro e zucchero a velo. La mamma non voleva che ne mangiasse troppo. Diceva che faceva venire le carie. La mamma se ne intendeva. Era odonto qualcosa. Insomma, la fata dei denti. Ma tanto ora dormiva. Andò nella sua stanza. La mamma era in sottoveste nera, addormentata sopra ai lenzuoli. Le coperte tirate via, come faceva sempre di notte. Aveva i capelli neri come il carbone scompigliati sulla faccia. Aveva la pelle bianca come le principesse delle favole. Si avvicinò e le stampò un bacio burroso sulla guancia. La mamma era neve. La mamma era una colomba. La mamma colomba sorrise nel sonno, ed Emily tornò nell’altra stanza ad aspettare Babbo Natale. Nel soggiorno illuminato dal fuoco e dall’albero guardò oltre i vetri della finestra. Era convinta che con una bella nevicata Babbo Natale sarebbe arrivato più facilmente. Non sapeva il perché. Fuori non nevicava. Indugiò un po’ a guardare il cielo. Tirava un po’di vento, vide le nuvole passare dietro la luna, tirò le tende e andò a nascondersi dietro il mobile. Aveva sistemato una coperta bella spessa e dei cuscini. Si chiese come facesse Babbo Natale a scendere nei camini accesi senza bruciarsi. Ma forse non passava da lì. E poi Babbo Natale comunque era magico no? Si tirò la coperta spessa fin sopra la testa e si mise ad aspettare.
Si svegliò di soprassalto. Accidenti, si era addormentata! Si pizzicò forte la guancia, più per punirsi che per svegliarsi del tutto. Si guardò intorno. Sembrava tutto a posto. L’orologio a muro segnava quasi mezzanotte. Sentì il bisogno di andare a sciacquarsi la faccia e si divincolò dalla coperta. Mentre usciva dal suo nascondiglio la campana del paese, in lontananza, batté dodici rintocchi. Dette una rapida occhiata dietro i vetri. Non era nevicato, ma la strada e i campi erano bianchi di brina. Chissà, si disse Emily, per la prima volta toccata dal dubbio. Chissà se verrà. Aveva appena deciso di tenere testa al tarlo con una robusta fetta di pandoro quando sentì un rumore, come un sbattere d’ali. Il rumore si avvicinò, si ingigantì, divenne un frastuono insopportabile. Possibile che la mamma non si fosse svegliata con quel casino? Tornò a guardare di là dal vetro, ma il rumore veniva da dietro l’angolo. Il rumore si placò, mentre sopravvenne una luce intensa tra il verde e l’arancione. In un lampo tutto fu chiaro. La luce e il rumore non venivano dall’atro lato della casa. Venivano da sopra. E la mamma, semplicemente, non poteva essersene accorta. I grandi, per qualche assurdo motivo, certe cose non potevano sentirle, semplicemente. non potevano. Corse felpata verso la porta e la spalancò. Vide una slitta. Di legno, enorme, ferma nel mezzo del giardino. Sei renne, enormi, con corna monumentali, brucavano l’erba coperta di brina. Avrebbe voluto avvicinarsi, ma quelle bestie sbuffanti le facevano paura. Tornò a precipizio in casa, sbattendo la porta alle sue spalle e si tuffò di nuovo dietro il mobile. Una luce azzurra si diffondeva dal camino. Ci siamo, si disse. Qualcosa stava cadendo nel fuoco. Qualcosa di leggero, che rifletteva la luce azzurra, e sfrigolava sulla legna che ardeva. È neve, si disse Emily. Il fuoco si spense. Un ometto non più alto di venti centimetri si calò agilmente da una cordicella. Emily guardava con gli occhi neri sbarrati. L’ometto fece un passo nel soggiorno, si turò il naso e cominciò a soffiare a bocca chiusa, gonfiando le guance rubizze. Aveva una barba bianca lunga fino al petto. Non c’erano dubbi. Era lui. Ci fu un rumore come di spumante stappato, uno schiocco attenuato, e l’ometto si gonfiò fino a dimensioni normali, di colpo. Sospirò, prese un sacco dal camino e si mise a trafficare davanti all’albero, dando le spalle al nascondiglio di Emily. Lei decise che era il momento, ora o mai più, si disse, deglutì forte e prese il coltello da cucina che aveva nascosto nella coperta. Camminò piano alle spalle di Babbo Natale, cercando di non fare rumore. Il coltello, nella sinistra, sembrava più grande di lei. Pensò ai sacchi di ferro e carbone per i bambini cattivi. Brutta spia dei grandi, pensò. Maledetto trippone. Adesso le paghi tutte.
Filippo Rigli