TORMENTONI E LANZICHENECCHI
Lanzichenecchi e tormentoni
Dopo anni di ascolti musicali, di tutte le tipologie, ma con particolare propensione nei confronti della musica più sperimentale, astratta, rumorosissima, o praticamente silenzio, su vinili, cd e cassette e qualsiasi cosa possa contenere musica, pieni di stimoli elettrici, pause, sovrapposizioni elettroacustiche, aritmie, intonazioni fuorvianti delle voci, detonazioni, micro frammenti granulari, jazz scandinavo, scale misolidie, armonici giavanesi, e poi di concerti acusmatici, improvvisazione destrutturata, teoria della rimodulazione del respiro, dopo anni - dicevo – di estrema rarefazione, precisione e attenzione e decodifica per il raggiungimento di uno stato isostatico, dopo tutto questo, succede.
Succede che, appena alzato, nella penombra mattutina della cucina, con la moka sul tavolo, e il cucchiaino che riempie il filtro di caffè, sei come posseduto, ma che dico, trapassato da un lampo, senti la tua voce intonare, brevissimo ma perfettamente intellegibile, il ritornello di una di quelle canzoni – oddio canzoni – e allora ti guardi intorno, è presto non ti ha sentito nessuno, sei salvo: ma non è così, tu sai che è successo.
E allora pensi: chiamo un’analista, no, mi sento in cuffia il cofanetto live dei Throbbing Gristle, oppure vado a piedi ad un concerto per solo oboe sulle Dolomiti, devi depurarti, espiare, e poi come può essere successo?
Ma quest’anno è così, team di produttori, cantanti, case discografiche hanno dato fondo alle proprie risorse e hanno rovesciato sul mercato musicale almeno una decina di brani con lo scopo principale di avvitarsi in modo definitivo nei nostri neuroni, prendendo in prestito motivi già sentiti, arrangiamenti fritto misto tra twist e techno, riferimenti espliciti ad altre canzoni estive e così via. E poi c’è uso e abuso dell’autotune sulle voci: e qui va fatta una pausa per raccontare di cosa si parla. L’autotune è un dispositivo elettronico hardware o software che allinea una parte vocale cantata alle note di una linea base che viene programmata nell’effetto stesso. E’ nato per correggere l’intonazione scorretta durante le esibizioni dei cantanti in studio di registrazione e principalmente dal vivo. Dalla fine degli anni 90 si è cominciato ad utilizzarlo in modo creativo (con “Believe” di Cher) fino ad oggi in cui diventa praticamente un “suono” con le voci doppiate, sfasate, che rendono i testi spesso poco comprensibili ma che danno la pennellata del nuovo su canzoni che spesso non lo sono.
In questi giorni polemiche a sfare sull’uso e l’abuso dell’autotune, tra cantanti “classici” (vecchi e/o meno giovani) e i nuovi - scontro generazionale, ora mi aspetto manifestazioni in piazza – e però sono cose già sentite, come le chitarre elettriche distorte che facevano solo rumore, la musica elettronica cha tanto te la fa il computer e via così. C’è ben altro, direte voi, i granchi blu per esempio, ma quelli non fanno musica, almeno per ora e quindi non ne parliamo.
Semmai vorrei osservare che queste polemichine insinuano per qualcuno la possibilità anzi la voglia di dettare una regola, in questo caso sul canto, ma può essere facilmente trasposta agli strumenti e alle musiche in genere: ovvero chi decide cosa è valido, fino a quale linea è desiderabile arrivare, perché oltrepassandola la musica è solo rumore. Ma allora quand’è che il rumore può essere considerato musica, forse quando il rumore è organizzato in qualche sistema di griglie, di schemi o forse quando solamente e semplicemente ci accende i neuroni perforati di cui sopra.
Non esiste una posizione oggettiva, dipende tutto da noi stessi, dal riconoscimento di un’emozione o di un fastidio, tanto dalle posizioni degli astri quanto da un marciapiede sconnesso.
Un ronzio ripetitivo, percussioni lontane, una bassa frequenza vibrante, suoni di scariche elettriche, una voce metallica: sono ad un concerto di un ensemble di improvvisazione elettroacustica o forse no, sono nella sala di attesa di un istituto di analisi, il ronzio è un neon che non funziona, le percussioni sono porte che sbattono nel corridoio, la bassa frequenza la produce il distributore di bevande e la voce è quella neutra che annuncia il prossimo turno. Decidiamo noi cosa ascoltare e come e a volte può essere un esercizio utile e divertente dislocare i suoni, immaginarli in un altro contesto e lasciare che la nostra immaginazione sfugga alle regole.
E i lanzichenecchi che c’entrano? Niente, è che mi serviva un titolo da “clickbait” e visto che se ne è parlato tanto ce li ho messi, tanto c’è posto per tutti, a Firenze hanno addirittura una loggia in piazza della Signoria…
P.S.
L’estate sta finendo
CHAINES
Senza catene
Come succedeva nei tempi passati quando dalle soffitte spuntavano oggetti dimenticati, così in questi giorni, durante i back-up di vecchi hard disk polverosi, mi sono ritrovato nella cartella "Altro" questo disco salvato probabilmente al volo perchè "tanto lo sento dopo".
"Dopo" sono cinque anni, ma non troppi per far perdere di interesse e qualità a quest'opera sonora di Chaines, artista di Manchester, che nel frattempo ha sviluppato un ampio range di doti artistiche parallele a quelle musicali, con produzioni di grafiche, software emulativi (Beethoven Simulator...), sonorizzazioni di video giochi e numerose collaborazioni tra cui quella con la poetessa Alice Godliman per la sonorizzazione di spoken word e con la London Contemporary Orchestra.
Il disco ritrovato è "The King", titolo attualissimo, con brani strumentali o cantati/parlati in stile confidenziale ma oscuro. La stratificazione elettroacustica degli strumenti, tra i quali si distinguono flauto, violoncello, il clarinetto, insieme a trattamenti elettronici, suoni ambientali, ritmiche trovate, produce un nostalgico insieme straniante.
La sensazione è di ascoltare da fuori, guardare nei ricordi di altri - e non sempre ci piace quello che vediamo - uno sforzo dovuto per camminare in avanti verso un futuro sfuocato.
Questo disco lo metterei tra Spleen di Baudelaire e un film qualunque di David Lynch: è un disco in vinile anche se ascoltato in digitale, è un abat-jour anche se abbiamo i faretti led, racconta di luoghi dove potremmo non essere stati, odora di tabacco e di caffè, potrebbe sembrare vecchio ma è modernissimo, ci mostra qualcosa che vediamo da vicino, quasi dentro.
Forse ci siamo.
Il disco su Bandcamp
Per conoscere più a fondo Chaines: https://www.chaines.co.uk/
MARK FELL + EXPLORE ENSEMBLE
(Attenzione: Recensione quantistica)
Giovedì al Museo Pecci di Prato, con l’organizzazione congiunta di OOH-sounds e Nub Project Space, Mark Fell ha presentato il suo ultimo lavoro, una composizione per sei musicisti – Explore Ensemble - ovvero flauto, clarinetto, piano, violino, viola, violoncello.
La composizione, come altre opere precedenti di Fell, non ha una struttura scritta preordinata ma piuttosto consiste in una serie di indicazioni consegnate ai musicisti che vengono interpretate al momento dell’esecuzione, senza prove precedenti.
Gli strumentisti sono inoltre collocati nello spazio nell’ampio e curvo corridoio espositivo al primo piano del museo, come una falce di luna, ad una decina di metri l’uno dall’altro, per cui nessuno ha la visuale completa su tutto l’ensemble, col pubblico disposto in ordine sparso.
Mark Fell è un musicista con alle spalle studi di cinema sperimentale, grafica ed arti connesse, che parte dall’elettronica house e techno dei primi novanta, e successivamente vira su produzioni prosciugate e minimaliste, con uscite su Mille Plateaux tra gli altri, fino a raggiungere forme di rappresentazione sempre più articolate con performance, installazioni, orchestrazioni, seguendo un percorso di ricerca sugli algoritmi, intesi come processo di istruzione.
a) Il concerto, o meglio la performance, comincia con piccoli suoni, con spazi dilatati, vuoti e silenzi riempiti dal rumore del pubblico, numeroso in modo inconsueto, che ha la facoltà di muoversi tra le postazioni dei musicisti, spostandosi nella posizione preferita per l’ascolto.
Non c’è quindi un palco di fronte al pubblico ma gli ascoltatori che, spostandosi, tracciano dei percorsi lungo la galleria del museo oppure scelgono un punto di ascolto che privilegia un suono piuttosto che un altro, in una sorta di mixing “corporeo”.
Accordi sparsi di piano riverberano verso i pizzicati sulle corde, i soffi, i brevi bordoni del clarinetto basso che ogni tanto trovano sincronie subito disattese.
Non sempre tutti suonano tutto, anzi, e, seguendo vie indicate preliminarmente, ne sviluppano di proprie, in combinazione e/o contrasto, coerenti con uno stato di sospensione del tempo che si protrae per tutti i 59 minuti, non c’è un passato od un futuro, solo presente traslato. Finale puntillista, poi silenzio assoluto, respiro sospeso, applauso.
b) Tutto quanto scritto al punto a) è vero, tuttavia l’ascolto rimanda ad altre performance nelle quali il risultato esecutivo si esplica con piccoli suoni, brevi frasi, cluster di piano o altre interazioni sulle meccaniche degli strumenti e produce un’attesa di qualcosa non svelato.
Fell lavora sulla stratificazione e nel press sheet esclude la possibilità che la musica in esecuzione raggiunga una “forma ordinaria di comportamento collettivo”: diamo atto che ottiene il risultato ma allo stesso tempo, visto lo spessore e le capacità dell’artista ci si potrebbe attendere un passo oltre. Entrando in campo tecnico è più semplice frammentare e tenere i pezzi separati fino alla fine piuttosto che trovare, anche per brevi istanti, una comunione, una microstruttura da frazionare nuovamente. Oppure inserire un elemento altro, estraneo, un virus nell’algoritmo, un cntrl-alt-canc, un settimo esecutore sconosciuto con suoni collaterali. Invece no.
Mi è mancata la sorpresa, cosa c’è dietro l’angolo.
E quindi, in fondo, dietro la curvatura della notevole sala del Pecci, dopo il pubblico seduto per terra, superate le finestre che riflettono la luce ocra dall’esterno, passata la postazione del violinista Perks, rimane, silente come sempre, l’uscita di sicurezza. Alla prossima.
Photo: NUB Project Space
IL DISCO PER L'ESTATE
Fuggire si, ma dove?
Estate di fuochi e di fuoco, di musiche solite calde o riscaldate, e noi qui nel nostro bunker mentale che cerchiamo idee fresche e sfogliamo il browser. Atteso da un po’, è uscito il nuovo lavoro di Steve Goodman, meglio conosciuto come Kode9, patron della label britannica Hyperdub, musicista e produttore, che rilascia queste 15 tracce dopo circa sette anni dall’ultimo album.
Nel corso di questi anni però non ci sono state pause, semplicemente Goodman ha espresso se stesso in vari modi, con workshop, realizzazioni multimediali, libri, tant’è che “Escapology” nasce da un’installazione artistica e come prima parte di colonna sonora di un videogioco non convenzionale forse di futura pubblicazione.
Seguendo gli input di questa musica oltre la sua collocazione specifica ci troviamo addosso una sequenza di brani per poco più di mezz’ora che concentrano perfettamente lo stato d’animo cosciente e incosciente del tempo che viviamo: parrebbe che la composizione di Goodman e il nostro ascolto siano in connessione sinaptica come sublimazione dell’oggi, con tutto il substrato di eventi umani e naturali (post-umani direi) che ci circondano.
E allora incamminiamoci tra angoli e spigoli, alla ricerca di una gioia sghemba, non c’è allegria nel ballo scomposto proposto dai ritmi nervosi, a volte spezzettati, che finiscono presto in fruscianti scie metalliche.
Scaglie di vetro si sovrappongono – è un respiro caldo – un conto alla rovescia che non porta a niente, crepitii, - lo sappiamo è il fuoco - onde in reverse, poi ripartono i ritmi, ma non giusti, sempre con l’inciampo, in equilibrio precario.
Kode9 prende i suoni HD di poco tempo fa e gli toglie la plastica, l’involucro lucido, lasciandoli a vista nella loro fragile lucentezza, li somma e divide con frammenti di altro. L’altro possono essere una voce, accenni di pianoforte lontano e stonato, field recordings, punteggiature di basso, un lento pad detroitiano anni 90.
E’ evidente come questo disco sia un succo concentrato e il fatto che nasca da un concept riporta a considerazioni fatte in precedenza su queste pagine su un possibile futuro musicale e su come il limite posto dal tema scelto amplifichi lo sviluppo creativo e comunicativo anzichè affievolirne gli effetti.
E’ un disco breve che quando finisce si pensa “di già!?” ma basta ricominciare daccapo e la musica è lì, uguale ma diversa, e questo è il bello delle cose che durano nel tempo.
LA VOCE E L’INGANNO
Una voce a pezzi
L’ascolto, lo sappiamo bene, è condizionato dal luogo, dall’ambiente: la vista e l’udito si compongono per rispondere alla richiesta di informazioni del nostro cervello che ricompone il paesaggio con la giusta collocazione.
L’ascolto della musica segue un processo simile dove però la vista è sostituita dall’archivio sonoro quasi infinito al quale attinge la nostra mente per confrontare e dunque riconoscere lo strumento, la sorgente sonora.
L’inganno – questa volta una piacevole sorpresa – deriva dall’ascolto del disco di cui parlo oggi: “Fountain” di Lyra Pramuk è completamente realizzato utilizzando frammenti di emissioni vocali, parole e porzioni di parole, parti cantate e così via, al posto degli strumenti consueti, che comunque pare di sentire, tra archi, organi , piccole percussioni, bassi.
La voce è frazionata e ricomposta da software e macchine che consentono di processarla e trarne “materiale” utilizzabile in fase compositiva.
Se però si parlasse solo di tecnica, del “come è fatto” si rimarrebbe nell’ambito tutt’al più della curiosità da bruciarsi in pochi minuti e passare oltre, ma il disco in questione è molto di più: sette brani di bellezza infinita, nei quali le tessiture orizzontali incrociano profondità emotive ed evocative. La sovrapposizione e gli incastri sono spesso minimali ma si dilatano nella luce e allargano lo spazio.
Lyra Pramuk è un artista musicista e performer della Pennsylvania, che dai cori della chiesa passando dal conservatorio ha trovato poi la sua dimensione ideale e l’ambiente necessario a sviluppare le sue proposte a Berlino, con numerose performance live.
Grandi e originali voci come Bjork o Holly Herndon, con la quale ha anche collaborato, non l’hanno condizionata e ha avuto la capacità di trovare una proprio progetto espressivo dove proporre dentro ogni brani diverse linee di ascolto sottintese o esplicite ma che rendono sempre la sua musica mobile e nuova ad ogni passaggio.
Potremo apprezzare tutto questo la prossima settimana dal vivo: Musicus Concentus, nell’ambito della rassegna Disconnect Code programma per l’8 Ottobre 2021 la sua esibizione presso la Sala Vanni di Piazza del Carmine a Firenze.
Qui il disco su Bandcamp: Lyra Pramuk - “Fountain”
Per chi fosse interessato ad approfondire il lato tecnico segnalo questo ottimo video prodotto da Fact Magazine per la serie “How to make a track”:
CREARE CIRCOSTANZE
Thessia Machado, ingegneria sonora
Ho incrociato Thessia Machado durante un pomeriggio, vagando in rete, durante uno di quei momenti in cui si seguono link annoiati proposti dagli algoritmi di turno. Quel giorno, invece di propormi (l’algoritmo naturalmente) pubblicità insulse e video di improbabili ricette, salta fuori la recensione di un’installazione elettroacustica, dove la musica incontrava la meccanica e la luce.
Ho approfondito la ricerca, trovando altro materiale, e la pagina web dell’artista che illustra in modo esauriente e stimolante i propri percorsi creativi
Su queste pagine ho trattato altre volte la commistione, anzi la fusione vera e propria di generi che diventa pratica reale per molti artisti contemporanei che non hanno voglia di essere posizionati in una casella a prescindere.
Succede quindi come per Thessia, che l’elettronica, la meccanica ingegneristica, la scultura, il suono, siano convergenti in un unica direzione, senza prevalenze, ma solo con lo scopo di creare un rapporto diretto con il resto del mondo filtrato solamente dalle percezioni personali di chi osserva e/o ascolta.
Le installazioni sono spesso site-specific e comprendono meta-macchine realizzate con parti residue di altre smontate e ricomposte, anzi de-composte, oppure utilizzate in modo diverso da come sono state concepite.
Lo scorrere delle immagini, i video delle mostre, le fotografie, ci trasportano all’interno di uno stile compositivo eclettico, che necessita di fantasia, capacità ingegneristiche e manualità artigianale.
Le sonorità elettroniche sono molte volte sovrapposte a rumori meccanici ciclici, ronzii, malfunzionamenti che producono variabili inaspettate ma gradite, in alcuni casi con interattività con i visitatori.
L’attività della Machado si esplica anche con live solo o con altri artisti, con strumentazione consueta o quasi oppure con stravaganti sistemi come quello del Dumbo Art Festival di New York che tra i vari device prevedeva delle corde mobili con tessuti appesi come panni stesi, il cui sfregamento amplificato si trasforma in corpo strutturale per l’improvvisazione anche con strumenti acustici e voce.
Crea anche pannelli di grande impatto grafico, in cui l’essenzialità minimale risalta con carattere.
La grafica viene implementata con l’uso della luce proiettata, controllata da circuiti elettronici autocostruiti, che attiva tramite sensori la generazione di frammenti sonori, come nel progetto telix realizzato a Berlino nel 2017, dove anche la collocazione dei cavi di collegamento, dei diffusori e dei generatori di suono sulla parete è un opera in se stessa.
Sul sito, che troviamo suddiviso in settori, troviamo anche quello denominato “instruments” che definisce alcuni oggetti sonori, con ricca documentazione fotografica e video a dimostrare come la composizione inizi addirittura dalla concezione e dalla costruzione dei propri strumenti, evidentemente pensati e immaginati in un contesto preciso.
Thessia e altri artisti come lei sono, come detto all’inizio, di difficile catalogazione, ed è significativa la frase con la quale definisce nella breve bio la sua opera: creare circostanze, che è quello che dovremmo fare sempre.
PERSEVERANCE
La radio che si fa la musica
Certe volte ci sono cose possibili da fare che non facciamo perché sono lì, pronte, facili, altre volte le cose sono impossibili, ci dicono, e ce lo diciamo, ma ci piace farle.
Una di queste, ne ho già parlato un po' di tempo fa, è una radio, che nasce a Pistoia due anni fa, trasmette (per ora) solo dal web e si chiama Fango.
Era uno di quei progetti che quando uno ne parla tra amici davanti ad una birretta dice “ma ci pensate se…” e dopo alcune fantasiose visioni futuristiche (e altre birrette) vengono accantonati.
Non è stato questo il caso, e il progetto compie in questi giorni due anni, dimostrando di sapere camminare da solo e di crescere sia come programmazione che per obiettivi estesi.
La sezione radiofonica si è espansa con numerosi collaboratori (volontari volenterosi) dall’Italia e non, con un palinsesto che copre la fascia pomeridiana dal lunedì al venerdì, e con il sabato mattina dedicato a trascendentali commenti della redazione, tutto naturalmente fruibile anche in podcast. Gli ascolti, estremamente vari, trattano di avanguardie, sperimentazione, suoni inconsueti, percorsi di parole, punti di vista alternativi.
In questi ultimi mesi Fango è stata fulcro di un’azione collettiva di ri-unione e coordinamento di varie realtà artistiche toscane con lo scopo di promuovere iniziative e nuove inedite connessioni: è un’azione in divenire di cui sicuramente daremo conto in queste pagine quando i risultati, già particolarmente incoraggianti, si trasformeranno in percorsi concreti.
Fango quindi è una radio allargata, che propone, quando possibile anche eventi live, nonchè Fango Radio Editions, che raccoglie e pubblica sia in digitale che su cassetta il lavoro di vari artisti.
Per festeggiare il secondo compleanno esce a giorni una raccolta intitolata “We Hear a New World – Vol. 2”, nella quale a sentire, percepire un mondo nuovo sono, come per il primo volume pubblicato lo scorso anno, alcuni tra i curatori dei programmi radiofonici che hanno a che fare direttamente con la composizione musicale: non sappiamo se si considerano prima musicisti o curatori o chissà cos’altro, tuttavia questa è una caratteristica inconsueta che crea uno strano corto circuito, ovvero ci sono dei musicisti che producono programmi radio nei quali qualche volta vengono – forse dagli stessi - trasmesse musiche da loro create.
Per fortuna esistono personalità multiple che abitano il mondo di questo lato della musica e che ci ricordano di non cristallizzare gli spazi creativi in categorie, e che si ritrovano in questa raccolta di 11 tracce diverse ma dal sentire contiguo, espressione sintetica dei lavori che ogni artista persegue. Suddivise rigorosamente in lato A e B, come vuole lo spazio fisico della cassetta, le tracce attraversano suoni ambientali trasfigurati, elettronica sfrangiata, incontri con i propri ricordi, voci ammucchiate, muri bianchi, blips, un po' di rumore – ma poco – e l’attitudine e la voglia di musica, della musica che, nonostante tutto ci cammina accanto, ci cammina addosso.
La raccolta “We Hear a New World – Vol. 2” è disponibile in digitale o in edizione limitata (30 pezzi) su cassetta su Bandcamp e l’acquisto contribuisce al finanziamento della radio che è completamente autoprodotta.
Gli artisti coinvolti sono:
Joāo Pedro Fonseca
Lorenzo Abattoir
Daniele Ciullini
M. Mannocci e M. Nannini
Alexia Robbio
Adern X
Pietro Michi
Caronte
Petrolio
Maximilian Gallorini
System Hardware Abnormal
MUSICA DA
Non alzatevi prima della fine
A cosa serve la musica? Domandona da lunedì mattina, pretestuosa, polemica, anticipatrice di proiezioni pessimistiche sul futuro? Macchè.
Oggi vorrei parlare della musica che ha uno scopo – tutta la musica ha uno scopo, direte – ma quella che lo ha nel DNA di partenza, nelle istruzioni per la composizione e l’uso.
Musica da: musica da ballo, musica da film, musica da ascolto (definizione di un negoziante di Hi-Fi durante la scelta di un paio di casse acustiche…), musica da aeroporti (Eno docet) e così via.
Nella sostanza è musica che deve sottostare ad alcune regole definite dall’ambito d’uso, e detta così sembra avvilire lo slancio creativo e la libertà per tracciare confini, perimetri – va di moda dire “perimetri” – e collocarla in seconda fila.
I limiti possono essere determinati da vari fattori, tecnici, dinamici, temporali, sonori: pensate alla musica da ballo, che, banalmente, deve far ballare, ovvero sollecitare più il corpo che l’anima, e che deve avere alcune caratteristiche strutturali per “funzionare” e quindi una intro con pochi elementi per facilitarne il mixaggio, momenti di climax, pause, forse una rullata fittissima per poi ripartire con le braccia al cielo, di nuovo pochi elementi per permettere la transizione verso un nuovo brano.
Oppure pensiamo alla musica da film, nella quale il compositore spesso si affianca alla regia in primis, e poi al montaggio per collocare il commento musicale negli spazi e nei tempi dettati da altri: spesso il compositore scrive un tema – qualche volta importante – che per tutta la durata del film trattiene, non esplicita.
Un accenno qua e uno là, come uno stuzzichino che non porta mai alla tavola imbandita, sottomesso e perso spesso nella trama e negli eventi, che solo come sottofondo ai titoli di coda riesce a esplodere finalmente nelle aperture armoniche e nella melodia del tema principale, ma purtroppo rovinate dalle luci di sala che si accendono, il pubblico che lascia i propri enormi contenitori di popcorn, i suoni delle notifiche degli smartphone e via così. Nota: se tra il pubblico c’è una persona che in silenzio rimane immobile fino a che gli inservienti non lo fanno uscire noi sappiamo che è lui, l’autore .
Ma torniamo al punto, perché può essere interessante anche indagare una forma di creazione musicale affine che è legata da vincoli d’uso, solo che in questo caso i vincoli sono connessi al luogo di esecuzione e/o riproduzione . Musica creata per un evento temporale e per uno spazio – site specific – che è o dovrebbe essere riconducibile in modo univoco ad un momento. Questo tipo di composizione controllata, che accetta uno o più limiti, diviene tanto più interessante nel momento in cui gli stessi limiti sono evidenti ed evidenziati e divengono parte dell’opera. E’ un concetto che di base è molto semplice, si torna alla idea di perimetro di cui sopra, solo come stimolo e non come ostacolo.
In questo settore troviamo artisti che hanno fatto della molteplicità e della capacità di adattamento la loro peculiarità e che tuttavia riescono a mantenere una linea comune nelle loro opere, quella linea che si chiama semplicemente stile.
Lo sviluppo di temi dati può essere anche un valido sollecito per musicisti e performer per impedirgli di appiattirsi su schemi ripetuti – la comfort zone – e cercare rinnovo e freschezza.
E poi la “musica da” può riferirsi anche a spazi virtuali e quindi anche musica da Stanza 251. Perché no?
SWEET HOME CHICAGO
La vostra prossima agenzia di viaggi
Ci risiamo. Chiusi in casa, anche se un po' meno chiusi che a marzo, ma insomma quasi. E chi se lo aspettava, si dice, però qualcuno lo sapeva e diversamente da tanti altri non si è fatto trovare impreparato.
Musica live in diretta streaming video: tre, quattro appuntamenti al giorno con artisti da tutto il mondo – The Quarantine Concerts – sul sito di Experimental Sound Studio, a Chicago, luogo fisico ma anche virtuale che durante il primo lockdown e anche dopo (e in questi giorni) ha organizzato e raccolto le performance di musicisti di tutto il mondo, eseguite appositamente, ovviamente da casa, programmandole ad orari precisi entro la giornata: si poteva e si può, dietro un piccolo compenso che va direttamente all’artista, vedere il live in diretta su Twitch, oppure in differita sul canale Youtube dove ci sono circa 500 set che aspettano di essere visti e ascoltati.
Experimental Sound Studio, attivo dal 1986, si descrive come “un'organizzazione senza scopo di lucro con sede a Chicago dedicata all'evoluzione artistica e all'esplorazione creativa del suono. In qualità di hub internazionale per la sperimentazione sonora, ESS cresce artisti, annuncia nuove opere e costruisce un'ampia e solidale comunità di maker, appassionati e partner creativi attraverso la produzione, la presentazione, l'istruzione e la conservazione.”
In effetti consultando il sito, magari ascoltando in sottofondo una performance, si capisce e si apprezza appieno la quantità e la qualità delle proposte, di cui The Quarantine Concerts sono solo una piccola porzione.
All’interno dell’edificio a mattoni rossi che ospita la sede ci sono infatti uno spazio dedicato alla musica dal vivo, workshops, residenze di artista e altre attività, poi uno studio di registrazione e mastering, e il Creative Audio Archive, un immenso archivio dove vengono recuperati dischi, nastri, registrazioni, materiale video, trasmissioni radio e tutto quanto concerne la sperimentazione e le avanguardie degli ultimi cinquanta anni e dove il materiale viene trasferito e catalogato su supporti digitali.
Tornando alla musica, scorrendo le proposte dalla loro pagina Youtube, si trova quanto di meglio in ambito di ricerca elettronica ed elettroacustica, con proposte di artisti che semplicemente trasmettono le loro performance tramite le consuete piattaforme di diretta streaming, oppure aggiungono una regia video, spesso con soluzioni semplici, ma di grande valore e creatività.
Molti musicisti coinvolti mi risultano sconosciuti ma i risultati sono di ottimo livello e aprono sicuramente una finestra interessante verso spazi sonori inconsueti.
Un luogo – per noi virtuale – da frequentare e un esempio valido per chi volesse replicarlo realmente dalle nostre parti provando traiettorie inedite.
Il sito: Experimental Sound Studio
Il canale Youtube
Onda Quadra è anche un programma trasmesso a cadenza mensile sulla web radio Fangoradio.
The Quarantine Concerts sono stati oggetto di una puntata durante la quale è possibile ascoltare un estratto da alcuni live. Qui
IL SUONO NECESSARIO
Chi cerca
Più volte ultimamente mi è capitato di commentare nuove uscite musicali con amici e di rilevare la stessa sensazione, quella di un primo ascolto interessante, luccicante e indubbiamente moderno, ma che dopo pochi ascolti si trasforma in una noiosa sfilza di effetti speciali che rimbalzano tridimensionali da un canale (stereofonico) all’altro, senza un racconto.
Ed è il racconto, la storia che latita, il percorso che non c’è. Molti dischi in uscita oggi sono delle grandi esibizioni di hardware e software – ho 100 effetti e li uso tutti – grande impatto iniziale ma poca sostanza, un po’ come quei dischi dimostrativi in quadrifonia in voga nei negozi di hi-fi negli anni 70 che ti facevano rimanere a bocca aperta per un quarto d’ora per poi tornare tristemente nello scaffale delle curiosità acustiche.
Allora che vuoi, direte, oggi è questo che gira: eh no, non tutto. Come se in pittura valesse quanti colori si usano e non come si usano: vorrebbe dire che il catalogo Pantone vale più di un Rothko e sappiamo che non è così.
Voglio il suono utile a descrivere uno stato d’animo, un’essenza dell’essere, non colonne sonore adatte a videogiochi, e la ricerca nel mare infinito delle produzioni musicali è faticosa, spesso infruttuosa, qualche volta fortunata.
In questo caso facile perché ho trovato quello che cerco molto vicino, nelle due uscite su CD Daniele Ciullini, curatore anche di un blog qui accanto su Stanza251, musicista di area industrial fino dai primi ’80.
Due dischi diversi connessi da un filo logico sottile che è il portato musicale di Daniele Ciullini, usciti quasi contemporaneamente.
Il primo – “Poisoning at home” – prosegue la dialettica industrial aggiornandone l’intensità anziché la rumorosità, trovando nella multi stratificazione la cifra espressiva, con i brani che si susseguono tra samples trovati, sottofondi, voci lontane, metalli.
Ogni ascolto ricerca motivazioni supplementari , gorghi diversi dove lasciarsi avvolgere, sempre in un flusso coerente e articolato.
Il secondo, dal titolo “Great events are coming” (che per qualche motivo mi suona oscuramente ironico) sposta l’asse concettuale e sonoro in una zona più intima. La strumentazione ridotta a pochi elementi, frammenti di “voci automatiche” , loops minimali, riescono a descrivere una cruda dolorosa bellezza, tracciando una solitudine lunare, forse incompiuta.
Qui si che c’è il racconto, suggestione non esplicitata, descrizione di un passaggio di vita reale o immaginata che ciascuno può tagliare e incollare sulla propria, un bianco opaco e un nero abbacinante.
Tutto qui, niente di più. Niente di più che il suono necessario.
CHIMERE
Il suono dell’alba
I primi giorni di aprile, in pieno lockdown, tra stordimento, sconcerto e incertezza, arriva un messaggio concreto ad una serie di musicisti (tra i quali me stesso): la proposta a collaborare, ovviamente a distanza, alla stesura di un brano da comporsi a più mani, la cui linea di svolgimento è suggerita da una base musicale, intitolata provvisoriamente “The Spectral of New World”.
A proporre questa sinergia è Marco Billi, musicista fiorentino conosciuto come Jarguna, produttore in ambito elettronico ma con una sensibilità e un approccio in cui incrocia i suoni sintetici con una visione personale della natura e degli equilibri che ne derivano. L’invito, si diceva, è accompagnato dal download della base – improprio riduttivo chiamarla così – che è un continuum musicale di circa 22 minuti, poi estesi ai definitivi 53 minuti, pensata per essere di supporto all’aggiunta di altri contributi e quindi con atmosfere e spazi cangianti, nei quali ogni musicista poteva liberamente scegliere dove inserirsi.
Marco Billi ha quindi compiuto il primo intervento musicale e anche l’ultimo, eseguendo il mix finale, e queste sono direttamente le sue parole dalla presentazione del progetto su Bandcamp:
“Ho cercato di invitare alcuni artisti che rappresentano popolazioni e culture native di tutto il mondo per dare voce alla nostra terra. Questo è un periodo in cui dobbiamo assolutamente rivalutare i nostri stili di vita eccessivamente consumistici e insensibili all'ambiente. Immagina di essere in una grande riunione in cui molti artisti sul palco si incontrano ed esprimono la gioia di essere presenti con le loro attrezzature e possibilità, senza bisogno di parole; solo essere lì e "suonare" tutti insieme ... questa forma di pensiero è ciò che sviluppa più energia di qualsiasi altra fiaba.”
La traccia finale è quindi stata pubblicata dalla label Projekt Records di Portland, Oregon, al momento su Bandcamp e successivamente sulle altre piattaforme di streaming.
L’ascolto, estremamente suggestivo e coerente fonde con equilibrio le varie componenti acustiche, elettriche ed elettroniche e si svolge senza soluzione di continuità tra varie atmosfere, tra la consapevolezza e la speranza, tra luce e respiro.
Questi i musicisti:
jarguna — synth modular, samplers, loop, field recording, koshi chime
Henrik Meierkord — cello, viola and harmonica.
Alcvin Ryūzen Ramos — shakuhachi (Japanese vertical bamboo flute).
Jack Hertz — synth, gamelan, and field recording
Now! band: Roberto Cagnoli — loop and sound effect - Marco Cencetti — trumpet
Bernie Michael Land — modular synth
Yocipa (Agustin Reyes) — Prehispanic instruments (ayotl, cuauhchichtli, whistle of death, teponaztli, ocarina and more)
Rocco Saviano — guitar and effect
Marco Lucchi — synth
Enten Hitti band: Pierangelo Pandiscia — composition and Maria Rosa Criniti —voice
TRAP, CHE PAURA!
Il futuro assente della trap
E lo so, siete a casa come (quasi) tutti, e vorreste sentir parlare di musiche confortevoli e confortanti, ma sarebbe troppo facile viaggiare sul sicuro, parlare della buona musica che fu, (che poi è sempre quella che ascoltavamo a vent’anni, e quindi dipende da quando avete avuto per l’ultima volta vent’anni…).
Invece no, oggi racconto di un libro uscito in questi giorni per la casa editrice milanese Agenzia X: si intitola “Trap – storie distopiche di un futuro assente” – e lo scrive UFPT (è l’acronimo del suo nome d’arte non un nuovo virus), musicista, produttore, dj, con diploma di Conservatorio a Firenze (e questo gli da maggior credibilità…).
A questo punto i più attenti avranno già immaginato che qui, e nel libro naturalmente, si parla di musica trap. Prima di cliccare su “Chiudi” la pagina e andare a lavarvi le mani per almeno un minuto con l’amuchina, continuate la lettura fino alla fine e poi scegliete, perché la conoscenza è sempre meglio del rifiuto.
Se la parola “trap” vi evoca tipi con tatuaggi sulla faccia, voce stravolta dall’autotune (cercate su google) e testi spesso cialtroni, misogini, o nel migliore dei casi incomprensibili, ci siete, però vedete solo una piccola e nebbiosa porzione del tutto. Quando ho sentito le prime cose definibili trap, a causa di una specie di deformazione non-professionale, mi sono interessato più alle basi ritmiche, fatte di pochi elementi, inciampi, accenti sbagliati: i rappati/cantati spesso irritanti e monotoni non mi spostavano granchè. Tutto l’insieme mi risultava comunque fastidioso e però continuava ad incuriosirmi il motivo per cui non riuscivo ad esserne indifferente. Per la prima volta una musica “g-giovane” mi disturbava e allora ho pensato che forse ero vecchio e mi sono ricordato quando ero io g-giovane e i commenti degli “anziani” sulla musica rock che era solo rumore, i Beatles capelloni, tutti drogati, solo tump tump, etc. e ho voluto capire e ascoltare di più e mi sono accorto che questa era veramente una musica – al netto poi del gusto personale – che creava uno stacco generazionale netto.
Nonostante che le produzioni siano provenienti prevalentemente dal web e il genere nasca all’interno della rete e sia indirizzato verso ragazzi smartphonizzati dalla nascita, cercare storia e notizie attendibili e oltre al facile e colorito commento parafolkloristico è complicato e non soddisfacente. E quindi?
Finalmente, dopo questa lunga premessa, arriviamo all’oggetto di questo articolo, ovvero il libro di UFPT: diciamo subito che è un libro vero non un instant-book con font da 16ppt ma un saggio appassionato e approfondito, non solo sulla musica, che comunque rimane centrale, ma è un ritratto sociale a cominciare dalla nascita dapprima sfumata e poi sempre più persistente di un genere, di uno stile di vita, di un ambiente urbano che a partire dagli Stati Uniti e in particolare da Atlanta, si è diffuso nel mondo.
UFPT rimane lontano da qualunque mitizzazione e descrive con chiarezza, profondità e ironia un periodo storico tra la fine del secolo scorso fino ad oggi fotografando personaggi e luoghi in rapporto allo spazio temporale dello sfondo, tracciando il cambiamento di questo genere affiancato e parallelo all’evoluzione o involuzione dei vari social network e all’uso degli stessi come veicolo comunicativo e di affermazione del proprio valore personale.
L’importante lavoro di ricerca e la quantità di intrecci di personaggi, storie e suoni non sono mai didascalici e la personalizzazione del racconto e della parola aiuta non poco la lettura, con una serie infinita di suggerimenti di ascolto, di approfondimento non solo musicale.
Il percorso che parte dall’America prende vie diverse e viene scavato a fondo con una serie di interviste a singoli e crew italiane che rappresentano uno spaccato sociale della gioventù: interviste nelle quali risaltano spesso punti di vista inediti sia sulla musica che sulla vita e sulla prospettiva stessa di vita. E’ poi per me molto curioso sentire i ragazzi che distinguono gli anni di nascita come indicatore di salto generazionale anche se in realtà si parla solo di due tre anni di differenza, che però comportano importanti divergenze di atteggiamento e pensiero.
A completamento di tutto questo troviamo poi un inserto stile fanzine in bianco e nero – foto e testi – su DJ Screw, uno degli iniziatori del genere, un inserto fotografico sempre b/n sui luoghi e i protagonisti dalla trap, il contributo puntuale di Vibrisse e la post-fazione di Stefano Di Trapani.
E poi attenzione (nota dell’autore): consumare preferibilmente entro il 23 novembre 2020.
Il libro lo trovate qui (Agenzia X Edizioni)
CONCEPTRONICI
Un commento su i commenti di dieci anni di musica elettronica
Lo scorso ottobre Simon Reynolds, giornalista e scrittore di musica e contemporaneità, esce sulla rivista online Pitchfork con un articolo nel quale fa il punto sulla musica elettronica dell'ultima decade evidenziando un ciclo di tendenze che paiono essere in fase conclusiva e coniando un termine per definirla: “Conceptronica”.
Lo svolgimento del lungo articolo tocca le varie fasi che hanno caratterizzato i cambiamenti stilistici e concettuali, con la precisione e la dedizione di altri scritti di Reynolds, che ha la capacità di fotografare in modo assolutamente efficace e personale le mutazioni di stile e di pensiero.
Lo spunto di questa riflessione nasce dalla puntata di un programma, 3A, dedicata proprio all'articolo di Simon Reynolds e trasmessa su Fangoradio, la web radio la cui attività è già stata raccontata su queste pagine, durante la quale, anche con il contributo di ospiti esterni, è stata commentato l'articolo e le musiche al quale fa riferimento. Quello che segue è quindi un'appendice che tiene conto di quanto sopra.
“Conceptronica” è una parola funzionale e funzionante: in estrema sintesi indica artisti che presentano il proprio lavoro musicale come sviluppo di un concetto spesso accompagnato da altri media ad arricchire ed esplicare i temi trattati.
Intanto il nome "Conceptronica" è geniale e terribile in quanto non lo vedo usato in modo molto positivo, però definisce bene una situazione che nella musica elettronica ed in particolare durante le esibizioni live, è reale, ovvero presentarsi con un concetto, un tema da sviluppare, un'ispirazione molte volte aiuta a dare uno spessore (anche talvolta fittizio) a quello che si suona. Molte volte, anche con grandi nomi, il concept è più grande e ingombrante della sua risoluzione nello svolgimento del live e quindi la musica suonata non è attinente oppure (!) lo sembra perchè ha una struttura che va bene con tutto...Della serie: mi invento un concept intelligente e un pò criptico e poi suono le stesse cose!
Personalmente sono attratto dall'insieme audio/visual che è uno degli sviluppi naturali della musica elettronica, che da molti anni si divide tra scopi più o meno dance e la sperimentazione o ancora la musica pop. Rispetto a quanto racconta Reynolds però vorrei fare un distinguo tra le situazioni legate a piccoli spazi e i grandi festival dove la visibilità passa anche attraverso mega show video in cui la spinta all'utilizzo di proiezioni, laser e quant'altro è legata più ad una bulimia tecnologica piuttosto che ad una ricerca di una integrazione dell'espressione artistica musicale.
Reynolds ha però sovrapposto il concept da festival (= marketing) con chi fa ricerca reale su un concept e lo sviluppa, anche con media diversi e qui il parallelo non mi sembra né giusto né efficace.
Il confronto poi con l'IDM (il genere iniziato i primi anni “90, con etichette come la Warp e artisti come gli Autechre) è valido solo sul rapporto di ambedue i generi (anche se Conceptronica non è un genere ma un contenitore) con la musica da club, per il resto l'IDM ha portato suoni e atmosfere realmente nuovi che ora non vedo. Con il post-punk poi il parallelo è ancora più azzardato e fuorviante. Altri artisti, citati più volte nell'articolo, come Chino Anobi, mi sembrano sopravvalutati e non destinati a lasciare tracce significative.
In ogni caso l'articolo ha il pregio di focalizzare un momento e gli artisti citati e molti altri che ci sono – che ci saranno – spostano la loro posizione sull'aspetto performativo, sulla creatività fluttuante.
Si tratta di attraversare una corrente e di esserne trasportati con la consapevolezza di essere parte attiva. Il fattore da considerare, oltre a quello musicale o meglio sonoro, è quello temporale dell' espressione immediata, del racconto di sé nel momento in cui avviene: proviene da lì la prolificità di uscite discografiche – reali o virtuali – come esigenza di documentazione e esplicitazione dei propri passi e l’esigenza per alcuni di continue esibizioni live come attestazione di esistenza.
Un altro aspetto è quello della tecnologia che ha prodotto all'inizio e fino a poco tempo fa una parabola creativa parallela, ovvero l'oggetto tecnologico inteso come strumento musicale vero e proprio o nuova tecnica o software, che diviene parte del processo creativo perché suggerisce nuove strade e visioni.
Tuttavia in questo momento c'è un approccio da parte di molti artisti che potrei definire post-artigianale, il recupero di tecnologia del passato prossimo, il riuso di oggetti del nostro passato prossimo – videoregistratori, registratori a cassette, vecchi telefoni, etc, come generatori sonori, in forma anomala, imprevista dal consueto utilizzo di questi oggetti la cui tecnologia è arricchita dal valore aggiunto della memoria. Si potrebbe intendere come un'etica del riciclo ma forse si sconfina verso intenzioni non volute o cercate.
E poi il ritorno ad un minimalismo, ad un fai-da-te, produrre musica, suoni, rumore organizzato con piccoli manufatti i cui limiti rappresentano la peculiarità e definiscono uno stile.
Aggiungerei infine l’ibridazione reale col mondo artistico contemporaneo consistente nella trasformazione dell'opera musicale nell'installazione sonora, che in certi casi rappresenta una realtà aumentata del momento creativo, spesso con variabili costanti che la aggiornano in tempo reale.
Ed è, infine, il tempo l'elemento cardine della composizione.
LA VOCE DELL'INFINITO
Yuval Avital al Museo Marino Marini
La musica segue sempre nuovi percorsi, una delle possibili derive è l'installazione sonora. L'installazione in effetti non sempre può essere considerata musica, in quanto spesso consiste in rumori più o meno ripetuti che hanno valore e senso nel luogo in cui sono prodotti, ma che decontestualizzati perdono di significato.
In particolare ho avuto il piacere di visitare “Nephilim” di Yuval Avital, in mostra presso il Museo Marino Marini di Firenze, fino al 30 Dicembre 2019: Yuval Avital è un musicista, compositore e performer israeliano, che propone la sua idea di musica in contesti diversi dai consueti spazi dedicati. Le sue installazioni spesso prevedono la partecipazione di altri artisti provenienti da ambiti diversi e l'introduzione di elementi multimediali.
Il Museo Marini è un esempio di come le architetture classiche e moderne possano fondersi, con volte e colonne della ex chiesa di San Pancrazio che intersecano elementi in cemento armato, travi in acciaio, pannelli in legno, con le strutture a vista che esaltano la loro materialità e le opere di Marino Marini che ne sono il naturale compendio.
La mostra di Avital è ospitata nella cripta, che suggerisce un rapporto diverso e più di prossimità tra opera e fruitori.
L'installazione è un insieme di sculture/oggetti dalla forma di maschere, su supporti tubolari in metallo: le maschere sono 60 e rappresentano, appunto, i Nephilim, figli degli dei, esseri superiori, citati nella Bibbia e presenti in molte altre tradizioni.
Le maschere sono state realizzate con materiali eterogenei da 24 artigiani toscani secondo le indicazioni dell'artista, in una collaborazione creativa alla quale hanno contribuito anche con le loro voci che, come vedremo, sono la parte viva dell'opera. Ogni maschera, spesso dai tratti somatici riconoscibili ma abbozzati, al posto della bocca ha un altoparlante che riproduce parole registrate dall'artista e dagli artigiani, trattate elettronicamente fino all'intellegibilità , ma che mantengono una loro forma sonora riconoscibile.
Le maschere occupano un lato della cripta, come una piccola folla alla quale andare incontro: ognuna racconta una storia e l'insieme è realmente suggestivo, ovviamente per le forme più disparate e soprattutto perchè è come assistere all'esecuzione di un coro di voci, sempre diverso.
La composizione dello spazio permette di camminare tra le maschere e scoprire nuovi suoni e nuove combinazioni di suono ad ogni passo. Ogni movimento comporta un ascolto e una percezione sempre diversa, con le maschere che sembrano parlarci direttamente.
Le sensazioni passano dalla meditazione mistica, alla solennità di un rito sconosciuto, ad un tempo sospeso.
Quello che si ascolta è una musica arcaica, che agisce in profondità, e che è difficile da interrompere perchè ogni momento è diverso dal precedente e dal successivo: è qui che l'installazione sonora diviene musica, nella trasposizione da elemento funzionale di un'opera a un flusso autonomo di sensazioni, un live infinito.
Il distacco fisico da questo luogo avviene per fortuna in modo graduale, perchè risalendo la scala dalla cripta al museo, le voci ci accompagnano affievolendosi nei riverberi della navata della chiesa, fino all'uscita, continuando a vibrarci dentro anche dopo, sommersi dai rumori del caotico centro fiorentino.
Imperdibile.
La mostra è visibile negli orari di apertura del museo, ovvero sabato domenica e lunedì dalle ore 10:00 alle ore 19:00
Il sito dell’artista: www.yuvalavital.com/
La mostra al Museo Marini
ANIMA, ANIMAE
Guardarsi dentro nei giorni di nebbia
No, non è una novità, sono alcuni mesi che è uscito, ma ne scrivo ora, ad estate passata. In questo tempo il nuovo disco di Thom Yorke, “Anima” , mi è maturato, come una buona uva da vino, ed è pronto ad essere l’oggetto di queste parole.
Esce pochi mesi dopo la soundtrack del remake di “Suspiria”, che ho trovato bella ma a tratti dispersiva e troppo lavorata, ritoccata: qui invece c'è la spontaneità e l'imperfezione perfetta che fluisce nel lavoro a due – ricordiamo che Nigel Godrich è il produttore, coautore e alter ego sul palco di Yorke.
E si comincia.
Piccoli suoni frenetici sovrapposti a note stese, l’uso della parola, della voce, come iterazione ritmica, pezzi di techno messi di traverso, storti, fuori posto. Poi alle volte si apre, la voce respira sul suono compatto dello sfondo che si fa primo piano.
E’ un disco pop come ce ne dovrebbero essere, con le strutture armoniche e ritmiche attraversate da una solidità instabile, che richiede attenzione, cura, non è il disco che ascolti mentre fai altro, questo ti racconta dentro, specie nei brani quasi parlati, come “Down Chorus”, con la voce sui bassi sinusoidali, quello che assomiglia a un pianoforte, in sottofondo, e arpeggi stonati.
Quello che colpisce poi sono le prevalenze sonore, gli equilibri sbagliati che funzionano, gli accostamenti tra loop di chitarra acustica che sfumano in blips da videogame e strascichi di comete.
Il giro di basso new wave ’80 di “Impossible Knots” ci trasferisce con la sua ossessione e un finale di violini fintissimi nello spazio amniotico di “Runwayaway” , tra chitarre in reverse, frammenti vocali, sequenze di synth, una batteria spappolata che inciampa, un pianofortino che ogni tanto sbuca da sinistra, si parte e ci si ferma, non è un viaggio e nemmeno un sonno disturbato , o un sogno, ma un dormiveglia sfuocato.
Non vale lo skip dei brani, dove finisce il primo comincia il secondo e così via, l’uno dietro (dentro) l’altro, passano velocemente e ne vorresti ancora, ma niente, è così, quando finisce c’è un vuoto.
Le distopie, citate spesso come ispirazione, sono piuttosto sguardi sulla realtà con pensiero cosciente, un prendere atto della situazione e non immaginare ma percepire.
E’ l’inizio dell’autunno e questo è il suo suono, la sua voce.
Il disco ha il suo corrispettivo nel cortometraggio uscito in contemporanea e del quale è parzialmente colonna sonora. “Anima”, in streaming su Netflix, è un percorso fisico tra metro e spazi urbani, diretto da Paul Thomas Anderson.
Thom Yorke LIVE ANIMA in Frankfurt 2019
RICORDI SPARSI
Tradizione e contemporanea iraniana
Oggi vedremo come (e già lo sappiamo) l'arte e la cultura travalicano i pregiudizi e le collocazioni archivistiche all’interno di scaffali mentali.
Parliamo di Saba Alizadeh, musicista e fotografo nato a Tehran in Iran: è un figlio d'arte, il padre è un noto musicista di târ e shurangizsha, due strumenti tradizionali a corda pizzicata.
Saba segue le orme del padre studiando a fondo un altro strumento a corda, il kamancheh, suonato con l'archetto, dai suoni lunghi e brillanti, leggermente nasali, simili alla viola.
A Los Angeles poi però frequenta il California Institute for the Arts dove si specializza in sonorità sperimentali, sviluppando due percorsi paralleli, fra tradizione e innovazione.
Un anno fa decide di farli incontrare e si autoproduce un CD, che a febbraio di quest'anno è uscito in versione ufficiale sulla label Karlrecords: è un incontro proficuo che produce dieci tracce di grande sostanza e spessore.
Il rischio in queste operazioni è quello di sfornare un levigato dischetto di elettronica con i suoni tradizionali a fare folklore, ma le indubbie capacità musicali e compositive, supportate da una sensibilità al mondo ed alla sua complessità hanno fatto sì che le composizioni descrivano un presente attuale e profondo.
All'inizio dell'ascolto ci si chiede quali siano i suoni “suonati” e quali oggetto di generazione o trattamento elettronico, ma subito dopo l'atmosfera sospesa e a tratti meditativa cattura l'attenzione e la questione tecnica diviene secondaria.
I “ricordi sparsi” del titolo si stratificano senza mai appesantire, i brani sono più vicini ad evocare spazi urbani piuttosto che etnologie, qui siamo lontanissimi dai clichè e con suoni circolari dosati e ciclici nel tempo di un respiro.
Riverberi di voci maschili e femminili compaiono in “Would You Remember Me” in un dormiveglia irreale, mentre alcune fasi si evolvono in drones che nella loro continuità e apparente tranquilla immutabilità sono invece turbati da sonorità spurie, dissonanze e modulazioni, come in “Elegy For Water”.
Le prime (e uniche) parti ritmiche si trovano dalla metà di “Scattered Memories”, il brano che dà il titolo alla raccolta, e che forse è quello che è più significativo della visione dell'artista, tra passato e futuro, che poi non sono così lontani.
A seguire la notturna “Ladan Dead End” che ripercorre nuovamente spazi oscuri, poi i suoni sporadici e minimali di “Fever”, le corde suggestive di “Greeting to Eartfire”, e in chiusura, come una camminata lenta e cadenzata, “Fluid”.
Un ottimo lavoro, da sentire tutto di seguito (cosa rara oggi), destinato a non rimanere solo, visto l'impegno di Saba Alizadeh anche come catalizzatore della scena elettronica di Tehran e dell'Iran, tramite il suo progetto “Noise Works” col quale riunisce e organizza altri musicisti, con performance e eventi correlati.
L’album su Bandcamp
ACCENDI LA RADIO!
Una radio chiamata Fango
Ma si, accendiamo la radio. Ricordo pomeriggi assolati e il suono lontano, gracchiante e familiare della radiolina, riverberato dall'afa, proveniente da chissà dove. Dopo, le radio “libere”, indipendenti ma non per molto, le dediche, le voci impostate forzatamente allegre, e le radio commerciali, network irriconoscibili l'uno dall'altro, pubblicità – ogni tanto un brano, sempre lo stesso.
“Video killed the radio star” - canzoncina famosa di inizio “80 – non pronosticava grande futuro alle radio, ma per fortuna la previsione non si è avverata, nonostante internet e tutti i media correlati, lo streaming, smartphone e tutto il resto: la radio è ancora al suo posto e alle stazioni che trasmettono via etere si sono aggiunte nel tempo le web radio, che diffondono i loro programmi nella rete.
Oggi parliamo di una di queste, nuova nata, appena un paio di mesi, ma già solida nei contenuti e determinata nelle scelte. Parliamo di Fango, di casa a Pistoia – e sappiamo che Pistoia può essere ovunque – negli spazi, già citati in queste pagine, di Viabuonfanti42, luogo-contenitore di idee in fermento.
Fango nasce da un desiderio di Alessio Chiappelli, quello di ascoltare una radio che potesse essere realmente alternativa al resto, prendendo gli ingredienti migliori, positivi, da quello che già esce dalle radio “comuni” e condensarli in una serie di programmi di taglio diverso. Non ne trovava una, ha deciso di farsela in proprio.
Due giorni di trasmissioni in diretta, il lunedì e il giovedì, con le repliche complete la domenica: questo se seguite il palinsesto, altrimenti tutto è disponibile in formato podcast e quindi ascolto personalizzato dove come quando vi pare.
Ma vediamo nel dettaglio: non si tratta solo di trasmettere musica, ma di accompagnarla con le parole che abbiano un senso, senza enfasi, e di portare l'ascoltatore a seguire nuovi percorsi spesso inimmaginati, sitmolare la curiosità e la ricerca.
Lo scopo è quello di proporre una visione diversa, collaterale, una prospettiva inusuale e uno stimolo al pensiero creativo.
Allora cosa c'è dentro Fango? Per ora tredici sezioni definite, non solo musicali, nelle quali la presentazione dell'argomento è puntuale ma non didattica, e lo svolgimento fluido alleggerisce anche i soggetti più ostici.
E così abbiamo:
I Grandi Classici Live, ma dimenticatevi meidingiapan o pinfloidapompei, i classici sono quelli di musicisti e sperimentatori in area elettronica o affine registrati nelle loro esibizioni;
Soledad, psichedelia con tutto quello che può significare, musica espansa, mentale;
Semi di Canaglia, siamo alla letteratura, il racconto, la narrazione letta e commentata – a volte;
Merci Backup (scritto proprio così), il programma talk di Alessio Chiappelli durante il quale apre lo sguardo su quello che succede intorno, nel mondo prossimo reale e/o virtuale;
Biosphere, le selezioni musicali biodiverse;
Tapas Mixtape, sempre selezioni musicali ma personalissime, ogni settimana scelte da una persona o un collettivo;
3A, raccontato dal collettivo Phase, musica, talks, sperimentazione, algoritmi;
La Musica che Muore, in senso letterale, musica di musicisti deceduti di recente...;
Quinto Paesaggio, i suoni che ci girano intorno, field recordings organizzati;
Trap da Cameretta, non sopportate la trap? Questo è il vostro programma, forse cambierete idea (o no?);
La Segheria, cronache dall'omonimo spazio pistoiese dedito al teatro e a alla performance;
Happy Collapse, l'ambiente che collassa e il rumore – i rumori, la musica – in una colonna sonora deviata;
Erbario, si parla di Sharing Training, non sapete cos'è? Ascoltate.
E quindi dai, accendiamo la radio anzi accendiamo Fango e accendiamoci la mente.
PIANTE MUSICISTI/PIANTE E MUSICISTI
Musicisti con radici
In questa primavera rallentata, nella quale la natura sgomita con qualche difficoltà a compiere i propri consueti rituali a causa di un clima alterno, mi è sembrato opportuno prendere spunto dagli eventi naturali per raccontare un modo nuovo di rapportarsi con le piante. Sappiamo da tempo che le piante hanno sensibilità e conseguenti reazioni che per semplicità potremmo definirle “emotive”. Queste considerazioni hanno costituito lo spunto di partenza di uno studio, concluso con una tesi di laurea, nel quale le perizie di strumentista, la tecnologia e l’informatica si sono felicemente incontrate con la sensibilità delle piante divenute partner e, diciamo così, coautrici di brani musicali.
Il musicista che ha prodotto tutto questo è Edwin Lucchesi, pratese (si, lo so ancora Prato – da quelle parti c’è una concretezza antropologica che andrebbe approfondita ), chitarrista, improvvisatore, sperimentatore musicale e non solo, che ha deciso di seguire un percorso accademico inconsueto, passando dalla chitarra classica alle nuove tecnologie, per approfondire sia lo studio della chitarra elettrica nella sua espressività cercando sonorità nuove, trattamenti anche estremi del suono, sia l’interazione diretta con altri musicisti, con atti di composizione istantanea.
Questa ricerca e una grande curiosità lo ha portato ad immaginare di trasferire il rapporto improvvisativo alle piante per capire se era possibile un tipo di azione/reazione che potesse essere da stimolo creativo e produrre risultati apprezzabili sul piano musicale.
In questi giorni è uscito su Bandcamp la registrazione della performance al Conservatorio Cherubini di Firenze, dal titolo “Live Electronics with the Plant”, un’esibizione durante la quale Lucchesi dialoga con la pianta che lo affianca, attraverso la sollecitazione delle onde sonore prodotte dalla chitarra amplificata, che, raccolte dalla pianta stessa, restituiscono degli impulsi elettrici che vengono trattati da un software creato appositamente e che vanno a modificare una serie di parametri predeterminati.
Questo sistema di interfacciamento ovviamente è influenzato da molte variabili e in primis dalla pianta scelta, in quanto le reazioni sono diverse da pianta a pianta, da luogo a luogo, da stagione a stagione.
La difficoltà tecnica di realizzare questo insieme è stata affiancata dalla capacità artistica di creare una composizione musicale interattiva, dove le alterazioni imprevedibili derivate dall’output della pianta suggeriscono percorsi sonori stimolando la creatività di Lucchesi. Quello che si rileva dall’ascolto della registrazione è l’assoluto valore musicale di quanto prodotto, con passaggi più intensi e sonorità quasi noise di “Prima scena” fino agli scenari liquidi e aperti di “Seconda scena” ed alle pause e i momenti di armonizzazione tra uomo e natura di “Terza scena”.
E’ un ascolto consigliato perchè evita la didascalica dimostrazione ed esibizione scientifica di un processo evitando il facile effetto e consegnandoci invece un lavoro in qui ci si dimentica di algoritmi e di tecnologia per lasciare spazio solo alla musica, certamente prodromica di successive evoluzioni, con piante, alberi, chissà.
“Live Electronics with the Plant” su Bandcamp
La pagina Facebook di Edwin Lucchesi
SUONARE IMMAGINI, VISUALIZZARE SUONI
Un nuovo disco in anteprima
In un precedente articolo ho citato Prato e Berlino, in un inconsueto clash sonoro/attitudinale. Torno sulle due città perché sono punto di riferimento dei musicisti di cui racconto oggi, la prima per la loro collocazione fisica e la seconda per frequentazioni, uscite discografiche e ispirazione.
Bene, oggi sono i Mohabitat a popolare questo appuntamento, ed è naturale che sia così in quanto rappresentano uno dei migliori connubi tra musica e arti visuali che potete trovare e quindi di diritto in questo mio spazio dedicato come sempre a musica e altro.
L’occasione è l’uscita di “Crisalide” , il loro ultimo lavoro in uscita il 19 aprile prossimo, 7 brani disponibili in digitale sulle varie consuete piattaforme distributive e in edizione limitata a 200 copie.
Mohabitat sono un duo, nato verso la fine del 2013, dall’unione artistica di Monoki (suoni) e Hamaranta (visuals) che da subito hanno posto sullo stesso piano le loro peculiarità proponendosi, in particolare durante i numerosissimi live in Italia e in Europa, come un unico nucleo.
L’attività live è stata affiancata da una serie di uscite discografiche indirizzate su sonorità techno e caratterizzate da un equilibrio tra tensione e aperture, che rappresentano il respiro della loro musica trasposto nei suoni da club.
Sono proprio le performance dal vivo che li contraddistinguono e che ne permettono l’evoluzione in un continuum in cui Mohabitat e lo spazio in cui si esibiscono divengono la stessa cosa. L’interazione sempre diversa tra suoni e visuals confluiscono in un flusso che è il prodotto di Mohabitat e delle architetture che abitano, restituendo esibizioni sempre diverse, sofisticate ma mai fini a se stesse. Le collaborazioni con artisti di altre discipline, ballerini, scultori, pittori hanno spinto il progetto oltre, e la consapevolezza di questo status è stato il motore per la realizzazione e la pubblicazione di quest’ultimo lavoro.
Che si tratta di qualcosa legato ad una nascita e/o una trasformazione lo svela il titolo, “Crisalide”: qui si abbandonano le produzioni da club per esaltare le atmosfere che caratterizzano i live, con un approccio meno matematico e più emotivo. I sette brani si muovono stratificati da suoni di elettronica calda, riverberi larghi, con bassi morbidi e attitudine nordeuropea. Stiamo tra nebbie mattutine, passi sulla sabbia, crepuscoli remoti, lontani dal tempo feroce e veloce, c’è luce e luoghi aperti e distanti, nella riflessione e nel pensiero.
Il lavoro è perfettamente coeso, i loro riferimenti musicali sono oltrepassati e rappresentano solo uno stato d’animo comune e sono certo che la ricerca che ha ispirato il progetto e l’artwork accompagnerà la presentazione come giusto compendio tra immagini sonore e suoni visuali, a cominciare proprio da Berlino e, citando il titolo dell’ultimo brano, “Oltre”.
Per saperne di più: Mohabitat
Mohabitat “Mosaico” per Time Plus
foto Rebecca Amendola
PRATOPISTOIAPISA
Avanguardia e sperimentazioni
Berlino. Uno spazio ex-industriale riconvertito. La luce azzurrina sullo sfondo della parete definisce le sagome dei musicisti. Un contrabbasso, laptop, percussioni assortite, cavi, un synth modulare: la nuova musica nuova si esplica attraverso sonorità avant e rimembranze free, ma. Ma.
E si: macché Berlino, siamo a Prato e, a parte quello tutto il resto per fortuna è reale. Lo scorso 12 marzo è partita “Ans x Spazio Materia x NUB” una rassegna di musica sperimentale che si snoda attraverso sei serate live, in tre città toscane, ovvero Prato, Pistoia e Pisa. Ogni live prevede due o più formazioni che declinano la loro visione musicale con linguaggi propri.
A Pistoia nella nuova sede di NUB, in via Buonfanti 42 e a Pisa presso Fondazione.
Si è cominciato da Prato, allo Spazio Materia, uno dei luoghi dove le cose succedono, con kNN (Renato Grieco) e Riccardo La Foresta, che solitamente suonano in solo, con il primo al contrabbasso e alle elaborazioni elettroniche mentre La Foresta si occupa prevalentemente della parte percussiva, con il Drummophone, che è una cassa di batteria, posta orizzontale sulla quale e con la quale vengono prodotte sonorità anche molto diverse tra loro, aggiungendo altri elementi, piccoli tamburelli, piattini, oggetti non definiti, un charleston con l'asta che viene utilizzata per appenderci altri oggetti per creare poliritmi.
E, ancora, un tubo di gomma – un tubo di gomma?, si un tubo di gomma, che durante l'esibizione si trasforma in tromba, sax, organo, respiri.
Il loro live inizia dalle timbriche acustiche e scure del contrabbasso suonato con l'archetto che introduce in successione piccoli rumori intonati, asciutti, poi soffi e sfregamenti provenienti dalla cassa amplificata di La Foresta e poi, ancora, kNN si prende cura del lato elettronico, sviluppando suoni aspri glitchati, ripetuti e modificati, anche voci trattate, sempre in sincronia/sintonia con i suoni acustici, per poi tornare, nel finale, al contrabbasso. Un percorso esemplare di grande musica che racconta senza esibire e che produce stile e bellezza.
A seguire, Jooklo Duo per l'occasione rinominati Jooklo XXL per la presenza di Michele Guglielmi ai synth.
Jooklo Duo sono Virginia Genta (sassofoni, synth) e David Vanzan alla batteria: in duo suonano set bollenti tra free jazz e psichedelia nelle venues di tutta europa (sul loro sito una lista impressionante, quasi un concerto a settimana), a volte affiancati da altri musicisti per inedite visioni sonore.
Si parte da una nota di basso ripetuta sulla quale entrano i primi acidi vagiti del synth di Virginia Genta, poi su, a crescere, dai piatti di Vanzan che introducono un drumming potente, elegante e articolato ma mai caotico, con un set classico di batteria. Virginia si alterna poi al sax soprano e contralto, le elettroniche di Guglielmi si ispessiscono, in una intensa sinusoide di vuoti e di pieni, dove gli equilibri e gli squilibri sono funzionali al mood della performance.
In sostanza due set nei quali non c'è la voglia di essere originali o strani ad ogni costo ma la necessità di seguire una strada personale e di condividerne i passaggi, gli strati di accumulo, le connessioni.
Una nota per il pubblico, ovviamente non quello presente: lo slogan che vi piace tanto, “Stay hungry, stay foolish” non usatelo solo come hashtag stiloso, mettetelo in pratica, muovetevi, le cose succedono o si fanno succedere, non lasciatele passare.
E non andate a Berlino. L'arte è qui, a chilometri zero.
Links:
La pagina Facebook dell'evento: “Ans x Spazio Materia x NUB”