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Una primavera eterna - Sulla pittura di Elisa Zadi

Mi sembra che Elisa Zadi dipinga visioni del mondo naturale come un paradiso terrestre precedente alla comparsa della specie umana. Piante, fiori, rami, germogliano senza fine all'interno di uno spazio incontaminato, stregato, per certi versi perfino sacrale. Quando appaiono figure umane – corpi femminili in posa di solitudine, bambini in girotondo – risultano presenze non prive di ambiguità: fantasmi, personaggi evanescenti dentro una dimensione totalmente naturalistica.

La scelta dei colori da utilizzare – una gamma ristretta di tonalità che si ripete costante da un'opera all'altra - è una sapiente decisione di matrice concettuale che inserisce una cifra di progettualità ferrea dentro un flusso creativo per altri aspetti molto più libero e fluttuante. Questa pittura abbaglia, contiene una energia di incanto, intrattiene certamente un forte rapporto con la parola poetica, con la scrittura più intima, un altro linguaggio espressivo con cui Elisa ha una lunga confidenza.

Percepisco la sua pittura come una specie di diario sviluppato in pubblico, giorno per giorno elaborato in studio e poi offerto allo sguardo degli altri come una grande operazione di rispecchiamento di un processo in corso, come fosse una specie di universo naturale in espansione. Al posto delle stelle, dei pianeti, delle galassie, qui regnano fiori, erbe, cespugli, boschi, radure, piante scintillanti, in una visione dettagliata che racchiude sollecitazione magica ed osservazione analitica. Paradiso perduto o profezia, comunque in questi dipinti il tempo si è immobilizzato, a dominare è una fioritura assoluta, ipnotica, un sortilegio che ci rende spettatori di una eterna primavera.

 


It seems to me that Elisa Zadi paints visions of the natural world as an earthly paradise that predates the emergence of the human species. Plants, flowers, and branches sprout endlessly within an unspoiled, enchanted space—in some ways, even sacred. When human figures appear—female bodies posing in solitude, children dancing in a circle—they are presences not without ambiguity: ghosts, evanescent figures within a wholly naturalistic dimension.

The choice of colors—a limited range of shades that recurs consistently from one work to the next—is a skillful, conceptually driven decision that injects a sense of rigorous planning into a creative flow that is, in other respects, much freer and more fluid. This painting dazzles; it contains an enchanting energy and certainly maintains a strong connection with poetic language and the most intimate form of writing—another expressive language with which Elisa has long been familiar.


I perceive her painting as a sort of diary unfolding in public, developed day by day in the studio and then offered to the gaze of others as a grand act of reflecting an ongoing process, as if it were a kind of expanding natural universe.
Instead of stars, planets, and galaxies, here reign flowers, grasses, bushes, woods, clearings, and shimmering plants, in a detailed vision that combines magical allure with analytical observation. Whether a lost paradise or a prophecy, in these paintings time has come to a standstill; what dominates is an absolute, hypnotic bloom—a spell that makes us spectators of an eternal spring.

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Energie cosmiche. Davanti alle opere di Rob Mazurek

Rob Mazurek, musicista e compositore americano di fama internazionale , da decenni esplora nuove modalità musicali attraverso formazioni da lui create come Chicago Underground (Duo, Trio, Quartet, Orchestra) e Exploding Star Orchestra, espandendo i confini della musica jazz mediante inedite ibridazioni stilistiche. I suoi strumenti principali sono la tromba e la cornetta, affiancati anche dall'uso di mezzi elettronici per imprimere alle composizioni una speciale densità multidimensionale.

Parallelamente a questa notissima ed apprezzata attività musicale, Mazurek – ispirato dall'incontro diretto con i quadri di Mark Rothko - a partire dall'età di venti anni ha regolarmente condotto una sua specifica ed avventurosa ricerca all'interno delle arti visive. Anche in questo settore l'artista si muove con un approccio magmatico e visionario, seguendo una forte vocazione sperimentale.

Mazurek usa un ampio spettro di tecniche per la realizzazione delle sue opere visive: pittura ad olio, matite, smalti, acrilico, tele e carte, luci, proiezioni ed animazioni, installazioni con pietre e metalli. A questa grande varietà di materiali corrisponde una produzione molto vasta: realizza un grande numero di opere divise in vasti cicli creativi. Tutto questo movimento tellurico sembra confermare una sua attitudine verso una avventurosa sperimentazione multidisciplinare che investe molteplici linguaggi. L'universo, lo spazio siderale, il cosmo, sono riferimenti ed ispirazioni fondamentali di moltissime creazioni recenti di Mazurek, sia in campo musicale che visivo. I nomi delle formazioni musicali che guida ed i titoli delle sue opere sono spesso assai espliciti: troviamo stelle che esplodono, pile cosmiche, costellazioni. E nelle sue installazioni usa spesso rocce che sembrano proprio meteoriti piombati dal cielo. L'intrecciarsi di questi temi - lo sprigionarsi di una irrefrenabile energia cosmica, il movimento dentro uno spazio infinito, l'attraversare una dimensione temporale senza confini – può rappresentare una verosimile chiave di lettura per il suo attuale lavoro.


Il suo talento nell'ambito delle arti visive si sviluppa attraverso differenti mezzi espressivi: dipinti, sculture, installazioni. Le sue opere abitano una dimensione di sapiente astrazione, risultando sospese tra precise strutture codificate e libere esplosioni di energia. Il suo processo consiste in una alternanza tra scomposizione e ricomposizione delle forme, per ottenere una configurazione finale più dinamica e coinvolgente. L’artista mette in atto successive stratificazioni di colori, figure geometriche, materie, producendo opere che esprimono sempre una vulcanica vitalità.

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La villa in fiamme- Sulla pittura di Andrew Smaldone


Da anni il lavoro pittorico di Andrew Smaldone è concentrato sul ricreare spazi interni: camere, uffici, immaginari saloni perfettamente vuoti, senza presenze viventi. Spesso appaiono le facciate di palazzi e ville. Altre volte aperture di prospettiva con cupole, colonne, timpani. Elementi visti come in sogno, attraverso una filigrana vibrante, come se davanti ai nostri occhi fosse stato collocato un denso velario di energia, capace di sottili deformazioni percettive.

Sono particolarmente affascinato da un quadro raffigurante una lussuosa dimora in stile neo classico, immersa in una incantata foschia arancione. Un quadro fantastico, in cui la villa sembra bruciare dentro un sogno, appare vicina e lontana al tempo stesso. I dettagli architettonici sono realistici ma il risultato finale è strano e seducente. La visione di questo edificio evoca una misterioso rimpianto e suggerisce un lento disgregarsi della memoria.

Questa villa neo classica arancione ha bruciato per anni dentro la mia memoria. E' ritornata tante volte in sogno a confermare l'incendio della mia vita, con le fiamme vorticanti a lambire i confini delle esperienze, degli affetti, delle aspirazioni perdute. Andrew Smaldone ha la capacità di trasfigurare le architetture in modo sorprendente e doloroso, nonostante le sue scene siano sempre dettagliate e perfettamente credibili. La facciata di questa sontuosa villa continua a bruciare dentro un fuoco impossibile che non la consuma.

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Altre ipotesi

Insistono ipotesi per

per quello che poteva

essere e non è stato

con il passare degli anni

si aggravano, mi tormentano.

Con sempre maggiore difficoltà

provo a trasformare

la mancanza di significato,

da incandescenza

a margine spumeggiante,

montagne tascabili

più avanzate soluzioni

verranno e magari

non saranno accolte.

Che altro volete sapere ?


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Febbre Globale

Sarà stata la febbre alta in salita notturna, con brividi a scuotermi il corpo affaticato già prima di ammalarmi, con la stanza che cominciava ad infuocarsi nella settimana di passione. Nemmeno l’ascolto dell'antico rock anni settanta dei Deep Purple è riuscito ad interrompere il flusso del calore in espansione. Sarà stato il sovradosaggio serale di serie televisive criminali, l’assunzione sconsiderata di innumerevoli puntate con l’assassino seriale raccontato come un brillante artista della giungla urbana, in cerca di soddisfazioni esclusive, tutto ad un livello ormai insopportabile per i miei pigri occhi di spettatore. Dentro la deriva dei sensi, avrà giocato a sfavore anche l’immobilità forzata di molti giorni dentro le mura dell’appartamento: condannato agli arresti domiciliari per colpe, omissioni, fantasticherie infrante accumulate nello scorrere delle imprudenze che devo adesso scontare.

Di mattina presto, nel risveglio opaco ancora febbricitante, ascolto alla radio la rassegna stampa dei giornali quotidiani. Sono confuso, intorpidito. Ma anche parecchio innervosito e depresso con il solito desiderio di scappare dal mondo per andare altrove. Cerco di visualizzare lo scenario in cui le notizie italiane dovrebbero andare ad incastonarsi, mentre il giornalista conduttore legge e commenta gli articoli selezionati. Vedo le notizie disporsi come pedine malvagie sopra una grande scacchiera tutta sfasciata, con il legno schiantato dall’umidità, le fioriture di muffa a tracciare arabeschi di guerra e deserto che avanzano.

Porre le domande appropriate ai tempi che stiamo vivendo è faticoso. Le grandi civiltà del passato mediterraneo – antichi egiziani, antichi romani – sono state egemoni e favolose perché usavano gli schiavi. Vedo le nuove schiavitù competere su scala globale, temo siano fenomeni invincibili, catene, armi adeguate alle richieste di qualsiasi mercato.

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Tutti i miei amuleti

Tutti i miei amuleti

di cartone, potrebbero

non bastare a salvarmi

così le potenze sgorgate

da chissà quali

profondità che ignoravo

mi schiacceranno

dentro i cieli vuoti

dell’estate.

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Chimere

Perché mi sono

mischiato al mondo ?

Alle sue tortuose punizioni

al fracasso non richiesto

di troppi miraggi.

Anche da giovane

avrei dovuto resistere

alla fiamma delle chimere,

era fredda

ma questo io

non potevo saperlo.


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Scheggia di folgore

Scheggia di folgore

ti corteggiavo

ti desideravo

nello spegnersi di

tutte le volontà

sempre brillavi

intangibile

irraggiungibile

splendida,

oltre ogni evidenza

mi stavi accanto.

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Tracce

Tracce.

Servivano a qualcosa, ma non riesco più a ricordare esattamente a cosa.

Forse dovevano raccogliere un taglio di luce nella mattina promettente del mio studio, quando mi pareva di avere un disegno mentale da concretizzare, un modello da far vivere su carta o sopra la tela, un colore da incendiare come una esplosione solare, oppure uno sfondo atmosferico da costruire tono su tono, con lentezza energetica, inserendo nebbia, lampi, più chiaro, più scuro, più sottile, più materico, con più ombra, uno schermo, un sortilegio, un risultato che sarà equilibrato, ma non troppo, dovrà contenere anche una frattura, uno strappo, per attivare il magnetismo negativo dell'assenza, quella moltiplicazione del niente che sviluppa quantità inspiegabili, risultati finali così differenti dal mio primo desiderio, quindi la volontà sconfitta in questo progetto è un elemento prezioso, una liberazione, la matita che segna un profilo esatto, l'impronta della linea colore indispensabile, le gocce in fioritura cadute in base a leggi inflessibili, mi ricordano che abito in una stanza regolata dalla gravità, sottoposta alle mie malinconie, sempre in luce, aspettando la quiete, la calma fertile nel tempo, la preparazione prima di cominciare, la scintilla che dal silenzio a sorpresa innesca il processo, il riparo, la necessità di fare.

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Jezebel

Assorto in un

fregio di solitudine

a fantasticare sulla società

dell'intrattenimento infinito,

qualcosa che abbiamo condiviso,

resta lontano da noi

corallo luminoso

trasposto dai fondali inaccessibili

ad una tavola,

sovrapporsi di echi

ribattuti accenti

interferenze, provate

ad ottenere la cristallina

purezza di luminaria.

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Sipario

Sipario. La pericolosa intensità. Tirare fuori dalla scatola le vecchie fotografie è un'abitudine sbagliata, un canale di malinconia di cui non ho alcun bisogno in tempi incerti come questi, sopportabili con grande fatica. Poi volto pagina e comincia a cadere la neve, volteggiano i fiocchi, spirali gelide mi riportano nella tenerezza del paesaggio, nella protezione che scende a coprire il terreno. Tutti i rumori si attutiscono, parlare sarebbe troppo, un esercizio inutile. Adesso devo solo guardare, devo credere alla geografia apparsa davanti ai miei occhi chiusi, è reale se la immagino con gratitudine e cura. Sipario.

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Gelo

Riuscirò prima o poi a scriverle queste delusioni, queste masse di aria fredda che mi entrano in casa, nella vita, altro che i vecchi spifferi che filtravano dalle finestre un po' scassate della casa di campagna, qui siamo ad un gelo nuovo, tutto scintillante di forze congelanti, sembra costruito in laboratorio, a suo modo un capolavoro, probabilmente il frutto finale (pauroso e perfetto) di calcoli matematici difficili, un gelo sintetico, un freddo monumentale che potrà assorbirmi in un attimo, cancellarmi senza rendermi migliore, solo annullarmi prima che possa prendere quelle famose decisioni, rimandate perché avevo ogni volta qualcosa di più importante da fare, ad esempio mettere il cd di Bonnie Prince Billy & The Cairo Gang nel lettore capriccioso e pigro che fatica a trovare le tracce ma poi le suona benissimo e così resto ipnotizzato a seguire gli arpeggi delle chitarre acustiche, sotto la voce in primissimo piano distinguo voci secondarie, armonie fantasma, andamenti percussivi, bagliori, accenni di resa, esitazioni, quelle incertezze che mi ricordano il progetto incompleto e certo superiore ai miei infinitesimali talenti, se mai sono esistiti, se mai esisteranno, magari sono del tutto diversi da quelli che vorrei possedere, non dipingere l'essenza di un piano visivo monocromo con dentro una sottile barra di orientamento, non scrivere i pochi versi che possano riassumere tutto il mio disincanto in una calligrafia netta e miracolosa, non trovare la soluzione, invece guardare l'intarsio colorato dei marmi, ammirare le loro connessioni invisibili, i margini, le resistenze, pensare che – almeno in questo preciso momento - non dovrei avere bisogno di niente altro.

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Per la rabbia

Per la rabbia, per la

disperazione, scassato

dalle aritmie dei social

esplorando uno scavo

impersonale, politicamente

ciò che sono

si interrompe.


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Sera estiva

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Trascolora l'impronta termica

di un'altra serata estiva,

pensavo non alla sopravvivenza

del più forte, del più adatto

(un criminale sfruttatore nei tempi

attuali che siamo costretti ad abitare,

neppure capitalismo si può

chiamare, ovviamente è qualcosa

di ancora peggiore). Pensavo

alla resistenza della più fragile

intenzione di rinnovamento, alla grazia,

all'estensione dell'immaginazione,

una promessa a cui mi obbligano

sfolgoranti amici scomparsi.

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Luciano Berio - Scritti sulla musica

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Con questo libro si possono fare molte cose. Ad esempio sprofondare nella nostalgia per un'epoca nella quale l'Italia riusciva ad esprimere compositori di fama mondiale che imponevano le loro idee e venivano invidiati ovunque per la loro capacità di rinnovare il linguaggio musicale contemporaneo (io l'ho fatto). Oppure ammirare la soprannaturale lucidità di pensiero che Luciano Berio possedeva, non solo quando costruiva le proprie opere, ma anche quando si sedeva ad un tavolo per scrivere i saggi che qui troviamo raccolti (ho fatto anche questo). Una chiarezza di pensiero tale da meravigliare il lettore. Mi spiego, procedendo nella lettura mi è sembrato di avere assunto una pozione magica che mi facesse percepire tutto in modo netto : linee di sviluppo nella storia della musica da Richard Wagner a Karlheinz Stockhausen, concatenazioni e giochi di rimandi nelle ricerche italiane più moderne da Luigi Dallapiccola a Bruno Maderna, percorsi intricati delle sperimentazioni di avanguardia esplose all'inizio del Novecento su scala planetaria, da Anton Webern a John Cage. Tutti questi scenari si sono stagliati nella mia mente con piena concretezza, come sopra una vasto schermo ad alta definizione. Non certo merito delle mie conoscenze, né delle mie capacità ermeneutiche, tutte magie della sapienza di Berio, della sua consapevolezza storica, della sua abilità di rileggere la tradizione in una chiave molto personale - da creatore di forme sonore che si è misurato in prima persona con i temi di cui tratta- disegnando un paesaggio nitido senza bisogno di evocare arcaici misteri o impronunciabili segreti.

Mentre leggevo questi interventi mi è sembrato di avvertire una vibrazione di fondo, la presenza di una forza speculativa orientata verso uno scopo. Come se il compositore scrivesse in vista di un approdo, pur nelle incognite del viaggio. Una sorta di fiducia che qualcosa di prezioso alla fine dell'avventura si troverà. Tale vocazione ottimistica (per un autore di oggi, collocato in mezzo alle macerie della modernità, più difficile da ritrovare) in questi saggi resiste e conforta il lettore appassionato.

Ultima osservazione. Se devo indicare un testo che mi è particolarmente piaciuto, a cui ho ripensato anche molto tempo dopo la lettura, suggerisco il gustosissimo Grazie per la magnifica fase del 1969. Una recensione che Luciano Berio confeziona come un dono avvelenato in risposta al sulfureo, indimenticabile libro Fase seconda del critico musicale Mario Bortolotto. Qui il linguaggio è particolarmente brillante, l'attitudine ironica, ma i contenuti assai taglienti sotto la glassa caramellata. Un breve e magistrale esempio di scontro tra autore e critico. E' sufficiente la presenza di un saggio come questo - squisito e polemico- a rendere luminoso l'intero libro.

Luciano Berio- SCRITTI SULLA MUSICA

Giulio Einaudi Editore – 2013


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Potere/musica - Joy Division : Unknown Pleasures

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Mi sono scontrato ad intervalli regolari di tempo, sprecato, vissuto disordinato, con solo una parvenza di minimo guadagno in termini di utile e piacevole schermo al disastro del mondo. Lo scrivo senza alcuna reale soddisfazione. Mi sono scontrato a distanza di anni, con la saggezza in aumento, con lo smacco dell’esperienza polverizzata, mai salvata, sempre sperperata nelle maniere più impreviste, nel fiore degli anni e poi nella dissipazione degli anni mi sono scontrato con la morte di Ian Curtis. Era stato un divo della mia adolescenza di sognatore incallito, abitava un santuario mio privatissimo di spiriti guida, divinità musicali alle quali mi ero volontariamente assoggettato. Un culto di ragazzo nervoso, irritabile per una incertezza del proprio posto dentro il mondo confusionario e ancora indefinito nei rischi e nelle premiazioni.

Mi aveva colpito lo spessore antiretorico della musica. Così essenziale, prodotta come il rumore di una fabbrica dello struggimento senza fronzoli, con giovani protagonisti già incredibilmente scaltri e delusi, con tutte le geometrie dei battiti al posto giusto, le scansioni esatte che suggerivano la necessità soprattutto di trovare una misura alla propria volontà di espressione. Una novità inusitata giunta dopo le esplosioni/divagazioni del rock progressivo – che pure amavo e mi pareva un confine insuperabile – e dopo la rabbia no future del punk. L’innovazione è sempre possibile. Basta soffrirla e non imitarla. Il gesto, l’esempio, contano. Una grande lezione. Mai messa in pratica fino in fondo, sempre venerata nel chiuso di qualunque fallimento, presente e futuro.

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Luigi Oldani - Come ventagli

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Se vi sembra confortevole l'idea che la scrittura in versi possa riuscire a catturare almeno un frammento del presente assoluto in cui ci troviamo condannati ad esistere, se apprezzate il conforto di una istantanea sospensione del tempo (e quindi del dolore che lo stare nel tempo inevitabilmente ci provoca) la raccolta di poesie Come ventagli di Luigi Oldani è un libro molto adatto a voi. Tecnicamente - nella forma scelta da imprimere al ritmo e alla struttura delle composizioni- si tratta di un libro interamente composto da haiku. Quindi si cerca di raggiungere una essenzialità di pronuncia, una sintesi brillante di opposte tensioni, una ricchezza di significati cangianti, dentro una misura brevissima. Tutti dati esteriori questi, basilari regole che servono a delimitare il campo entro il quale la scrittura potrà esplodere e definire le proprie ragioni.

Ma superato il discorso della forma, una volta compresi i confini -apparentemente microscopici- entro i quali sarà versato il magma incandescente della sostanza poetica, arriva la sorpresa per la capacità dell'autore di far colare tutta questa materia dentro stampi che anche una volta raffreddati, nella calma di una attenta lettura, risultano vivi, poiché emanano radiazioni emotive, colpiscono il lettore aprendogli davanti agli occhi un intero variegato arcobaleno di sensazioni.

Emozioni dunque, ma attenzione, si tratta di energie liberate però sempre legate alla precisione finissima dei dettagli. Osservazioni della natura e degli oggetti intorno a noi condotte con tale accuratezza da portarci inevitabilmente dentro al regno dei concetti. Attraverso i nutrimenti visivi, percettivi, squisitamente fisici dell'esperienza, la poesia di Luigi Oldani ci conduce dentro uno spazio sospeso riservato alla contemplazione. Nella quiete di questo luogo, un processo di filtraggio e ridefinizione dei dati sensibili evoca una serie di domande radicali, sul senso delle nostre passioni, sulla finitezza di ogni avventura, sulle possibilità di resistere ad un nulla che, invisibile, ci sta intorno e preme per invaderci.

Luigi Oldani – COME VENTAGLI

Samuele Editore- 2019

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Gianluca Didino- Essere senza casa

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Nel settembre di due anni fa, alla fine della lettura di The Weird and the Eerie - straordinaria raccolta di saggi di Mark Fisher, meritoriamente pubblicata da Minimum Fax - avevo molto amato anche addentrarmi nella postfazione di Gianluca Didino, trovandola davvero all'altezza della situazione. Perché riusciva a collocare la figura del grande critico culturale inglese dentro un orizzonte appassionante e dettagliato, analizzandone idee e propositi con utile profondità e al tempo stesso con grande chiarezza.

La stessa impressione di respirare aria purissima, gustando una felice incandescenza delle idee, l'ho ricevuta leggendo Essere senza casa, libro che raccoglie in modo organico una serie di saggi nati per destinazioni differenti (principalmente prestigiose riviste come Doppiozero, Internazionale, Prismo, Minima & Moralia) qui tutti ben concatenati a formare un paesaggio composito ma coerente, all'insegna di una ossessione-metafora importante, quella della casa, declinata in tipologie differenti. All'inizio la casa è un approdo circondato da un alone di difficoltà, esiste in forma di assenza, è un vuoto che esalta la condizione di precarietà, cifra esemplare dei tempi strani in cui ci troviamo a vivere. Poi troviamo la classica casa infestata da forze oscure che ci minacciano: sono minacce che arrivano dall'esterno o sono nostre pulsioni interne, ben nascoste, dalle quali stentiamo a liberarci ? Se preferiamo la prima ipotesi dobbiamo leggere Lovecraft, se crediamo alla seconda opzione ricorreremo a Sigmund Freud. Ma in ogni caso mi sembra che le case di Didino siano infestate dagli stessi spettri che tormentavano Mark Fisher. Il rimpianto per i futuri possibili, più giusti e sostenibili, che non si sono concretizzati; l'amarezza per un presente distopico che invece si è concretizzato e sta trionfando ovunque; la sensazione che il futuro sia stato cancellato (ricordate il no future scandito dai Sex Pistols all'inizio del movimento punk ?) da cui si sviluppa una deflagrante tensione politica. Questo tessuto di inquietudini crea una sorta di bordone continuo che accompagna il lettore dentro un percorso disseminato di vortici e stravaganze temporali.

Ho letto questo libro un paio di volte, a distanza di pochi mesi. I risultati di queste letture sono stati assai diversi. La prima volta sono stato investito da una sferzata di entusiasmo mentale, dovuto alla sapienza con cui l'autore è riuscito a tenere insieme i tanti mondi letterari, filosofici, sociali, evocati. Da questo punto di vista Essere senza casa è davvero un libro-prisma attraversato da incessanti flussi di riferimenti e riflessioni. Rinuncio a fare un elenco esaustivo di tutti i temi proposti, ma per darvi un' idea molto approssimativa, ecco una scheletrica sintesi.

Nel capitolo Case si affronta la crisi abitativa di Londra e partendo dalle narrazioni di J.G.Ballard vengono analizzati spazi urbani degradati per toccare le problematiche degli attuali modelli di città; si assume come data di ingresso nell'epoca ipermoderna (estremizzazione del postmodernismo) gli attentati dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle. In Soglie entra in scena il perturbante freudiano e ci si occupa dei progressi delle neuroscienze usando il romanzo gotico, il cinema di fantascienza, serie tv come Westworld (meravigliosa, una delle mie preferite in assoluto). Nel capitolo Paesaggi il concetto di “demondificazione” di Martin Heidegger serve come ponte per entrare nei mondi – pieni di trappole percettive e trucchi mentali – inventati da Philip Dick e David Lynch. Leggendo la parte Fantasmi comprenderete la natura spettrale di internet e dovrete familiarizzare con il concetto di “hauntologia” coniato da Jacques Derrida che vi servirà per addentrarvi in una serie di paradossi temporali e culturali, tutti incentrati sui temi dell'inconscio, della nostalgia e della critica politica, per approdare ad una fantastica disamina dei “fantasmi elettrici” ottocenteschi. In Storie vengono esplorate alcune caratteristiche specifiche dell' ipermodernità, con particolare attenzione al potere enorme assunto dalle macchine narrative del nostro tempo, nelle loro differenti declinazioni: dalle sofisticate serie tv proposte da Netflix fino all'attuale successo e moltiplicazione di tante teorie del complotto.

Terminata la seconda lettura di questo caleidoscopico libro, devo dire che la sensazione dominante è stata una inquieta consapevolezza del pericolo. Conoscendo già tessuto e riferimenti dei vari saggi, sono stato maggiormente influenzato dalle sfumature scure che le considerazioni di Gianluca Didino emanano. Ho percepito con maggiore intensità una pressante vibrazione di fondo. Essere senza casa propone una brillante ed accurata cartografia di temi culturali oggi fondamentali, ma al tempo stesso conserva all'interno della sua fitta trama concettuale un nucleo radiante di ansia, poiché insegue – dentro i rischi di dominio delle reti di comunicazione sociale, negli scenari politici in agguato, nella consapevolezza che il progresso scientifico potrà modificare la nozione stessa di essere umano - la grande fatica di dare un senso al mondo.

In chiusura del libro ho trovato sollievo, perché vengono indicate due attitudini che possono funzionare da talismano, proteggendoci all'ingresso dell'epoca ipermoderna: la disponibilità all'ibrido e al multiforme e la capacità di accogliere realmente l'Altro. Accettare la metamorfosi – usando al meglio la nostra identità frammentata e cangiante – per sfidare l'incompresibilità del mondo. Un'ottima mossa di apertura.

Gianluca Didino – ESSERE SENZA CASA

Minimum fax, Roma, 2020


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Elisabetta Beneforti - Senza Permesso

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Conoscendo il percorso della poesia di Elisabetta Beneforti da molti anni (a causa di una ormai antica amicizia) posso notare la sua fedeltà ad un modello adottato fin dagli inizi della propria scrittura. Faccio riferimento ad un movimento culturale – la cosiddetta Beat Generation – che nella seconda parte del secolo scorso esplose negli Stati Uniti, rivitalizzando in modo radicale letteratura, arte, musica. Molta della qualità dei versi di Elisabetta si è forgiata dentro la fascinazione per l'energia potentissima che quel movimento aveva saputo infondere ad ogni linguaggio espressivo adottato.

Leggendo le pagine di questo nuovissimo Senza permesso ritrovo le caratteristiche di uno stile consolidato nel tempo: un continuo ritmo di fondo assai incalzante che anima i versi e trascina il lettore in una danza rutilante; il sovrapporsi molto veloce di visioni cinematografiche, con dettagli e campi lunghi intrecciati, con profondità visive ma anche con rassegne rapide tutte giocate in superficie come in un volo inebriante. Sono gli “sguardi sognanti” a condurre dentro una specie di gioia istantanea del mondo. Questa velocità rappresenta un dato controcorrente rispetto a molta poesia lenta e meditativa che mi pare andare abbastanza di moda oggi in Italia. Non la pronuncia che ferma il mondo, ghiacciando un senso definitivo, interessa ad Elisabetta, ma quella rapidità prodigiosa che restituisce il sapore delle apparenze cangianti in una miscela calda e magmatica.

Una poesia molto inclusiva (“il mio tempo è personale/il mio tempo è storico”) in cui entrano tanti elementi diversi, semplici oggetti di uso quotidiano, complessi stati d'animo, libri, panchine, microfoni, un catalogo di presenze che tende a catturare non il passato (ormai alle nostre spalle, perduto) non il futuro (ovviamente inconoscibile, sempre dolorosamente differente dalle nostre ingenue previsioni), bensì l'assoluto presente, l'attimo in cui siamo adesso, con la sua sbalorditiva sorpresa di esistere.

C'è tanta musica (già ad apertura del libro, la dedica è musicale, ad un album di jazz leggendario (Septober Energy di Centipede) in una linea che si distende da Chopin a Steve Reich. C'è un io forte a tracciare il paesaggio, un punto di vista preciso, un occhio onnisciente, ma tutto (compresa l'autrice) in queste pagine risulta sempre immerso nel flusso delle cose e degli eventi, c'è un vento che soffia senza sosta in queste poesie e bisogna assecondare questa scrittura così dinamica, lasciarsi trascinare è importante.

Una raccolta di composizioni molto coerenti e ben collegate a formare un mosaico denso, con complessità nascoste dentro una struttura che all'inizio potrebbe apparire semplice, ma non lo è. Sono versi che contengono – a dispetto della rapidità del dettato – pesi e contrappesi, sofisticate regolazioni interne. Ho letto questo libro con calma, a piccole dosi. Personalmente consiglio una poesia al giorno.

Elisabetta Beneforti – SENZA PERMESSO

Smith Editore, Firenze, 2020


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In attesa

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Il tempo dell'attesa adesso

con quale disinvoltura lo

misuri, su quali schermi

controlli che ogni impercettibile

disastro sia confinato

ad un suo limitato regno

in cui confusione e perdita

sono vincenti, ma strappando

il margine della busta

restano bloccati nel

dettaglio dell'apocalisse,

e noi salvi da tutta

un'altra parte.

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