Questioni
Questioni strettamente
connesse, urti, realizzazioni
cadono i progetti sotto
imprevedibili conseguenze.
Potere / musica - Joy Division : Closer
Le intemperie avevano offuscato il candore della statua. La tua pelle era molto più bianca. Sopra l’angelo di marmo erano cresciute delle infiorescenze verdastre, costellazioni di muffe, fossilizzate impronte dei cicli atmosferici in alternanza dentro lo spazio protetto di quel cimitero di campagna.
Il sole infuocava – eravamo nel primo pomeriggio, nel pieno dell’estate – la superficie delle levigate lapidi. Avrei voluto baciarti approfittando della solitudine, ma il riverbero abbacinante delle pietre sembrava suggerirmi un nuovo ritegno, una misura trattenuta e cauta.
Anche parlarti mi risultò ad un tratto un’ impresa impossibile, troppo al di sopra delle mie forze. Ero catturato dal sole. Mi sentivo risucchiato avanti nel tempo, come se si fosse aperta una linea di frattura comunicante dalla massa della luce fino ad un epilogo di discesa nell’ombra. Sfiorarti appena il dorso della mano è stato il gesto più appropriato in quella situazione di pienezza solare. Toccarti è stata una promessa. Dall’ inanimato al vitale. Dall’ inerte al sempre cangiante. Dall’ immobilità al brivido di completezza insieme.
Poi siamo tornati nell’ indistinto. Sempre vicini, credo.
Cronache luminose # 7 Di cosa mi stanco ?
Di cosa mi stanco ?
Superdefinisco: da cosa
mi ritraggo?
Dal mio stesso avanzare
sullo spigolo, ombra
imprevista di continuo
nella vegetazione ormai
incenerita, ghiacciata
servita per ripetere,
a ritroso, una differente
evoluzione di cui già conosco
ogni possibile deludente
risultato, una beffa.
Cronache luminose # 6 In natura il disegno
In natura il disegno
non esiste, una delle gioie
più grandi
quello che non siamo stati,
rinnovare le frasi
al passato, all'ombra
di noi stessi
queste mirabili cose
diceva lo scrittore
alla radio mentre
l'estate si preparava
inviando messaggeri
di luce.
Cronache luminose # 5 Quasi invettiva
Scrivi ancora poesie ? mi chiedono
nella distratta calma della declinante
luce post-primaverile, certo, rispondo
così finalmente posso tornare nello splendore
di super eroe vendicatore, posso incenerire
l'altrui indifferenza, stupito ancora oggi
come trenta anni fa, mi meraviglio della
mancanza di immaginazione, della
sorprendente inutilità che continua
a circondarmi, quante ottuse relazioni.
Se a voi la domanda appare innocente
la mia risposta sarà sempre colpevole.
Improvvisi # 4 - A sorpresa
A sorpresa, rimani in luce, come folgorato dalla mancaza delle ombre, interrotto da una convinzione, da un sussulto, da una configurazione stellare, potrebbe essere un pentimento, una canzoncina. Tutto inutile, certo, anche la stanza in cui scrivere, anche il pavimento su cui non camminare, molto meglio bruciarsi, differenziarsi ad oltranza, se ancora rimane la voglia di distinguersi dall'immagine giovanile del super romanticismo, però californiano, non rinascimentale, sognando le feste al bordo di piscine notturne in ville modernissime confinanti con il deserto. Fondali di cartapesta, certo, eppure così magnetici, attraenti, pareva di stare davvero lì, a guardare la sabbia scolorire, annerirsi, mentre intorno a te tutti – ragazzi e ragazze incandescenti – ballavano. La soluzione era così evidente da restare segreta, il ritmo decideva delle vite di tutti noi, generosamente.
Improvvisi # 3 Lampi
Sono condannato alla superficie, all'apparenza, che altro vuoi valutare soppesare, ampliare a dismisura oppure comprimere come l'universo disposto sopra un tavolo in una vecchia lettera che un giovane maestro mi scrisse innumerevoli anni fa, nell'intermittenza delle fortune, con le rovine sempre in attività, la polvere che si deposita rapidamente nella stanza, e le pareti sfondate panoramiche, con l'esito di farmi sentire ancora più gravemente fuori posto, e subito mi pare che l'esistenzialismo sia una modalità invecchiata per descrivere come mi sento, ci vorrebbe un punto di scrittura impersonale, uno strumento affilato che però purtroppo non mi appartiene, per tagliare e raccontare in modo meno emozionale e confuso, un reticolo che trattenga l'immagine senza deformarla, senza avvilirne lo splendore iniziale, come quando ti sporgi a guardare dalla cima di una collina quieta il paesaggio della campagna che si distende e promette una resistenza della mente.
Improvvisi # 2 Tutta questa bellezza
Tutta questa bellezza ho pensato fosse un regalo, qualcosa da non pagare mai, un dono arrivato del tutto a sorpresa, un sortilegio, qualcosa di gratuito e al tempo stesso super prezioso, come guardando il cielo freddissimo di febbraio già possiamo intuire il trapasso delle stagioni, l’imminente aprirsi del clima ad un tepore di salvezza, nel bel mezzo del gelido inverno quando sai che mi piace passeggiare nella campagna ghiacciata alla ricerca di rami di rovo, mi piego a raccogliere i legni con quelle belle spine acuminate, lunghe, ottime da disegnare con le matite colorate sopra la carta, per tracciare i profili, uno scudo contro la povertà dei tempi, l’orrore degli sfruttamenti in corso, contro i falsi obbiettivi che ci vogliono imporre, ma resistere è sempre possibile, infatti nel cuore del nostro scontento del tutto inattesa piomba la soluzione, la scoperta, la rivoluzione che pareva impossibile si materializza qui, è davanti a me, la posso toccare ma non lo voglio fare, credo sia fatta di una materia che scotta, potrei dissolvermi in lei, preferisco semplicemente ammirarla, contemplare la sua energia irradiata a sciogliere il gelo sopra la terra bruna, dove i miei passi sembrano cancellarsi appena mi guardo indietro e non so cosa voglia significare questo vanificarsi, questo sparire, questa perdita di elementi, però adesso avrò meno preoccupazioni per il percorso, lo smarrimento, l’insistenza senza frutto, il ripetersi in un cerchio chiuso, queste circostanze malvagie non mi toccheranno più, adesso tutta questa bellezza esplode solo per me, è un talismano personale, mi protegge salto dopo salto.
Improvvisi # 1 Questa storia
Poi questa storia dell’improvvisazione, di lasciarsi invadere dall’ idea stessa di una scrittura libera, non troppo controllata dalla coscienza sobria sempre pronta a limitarci, a svilire la nostra potenza, gli orizzonti e le grandi avventure, questo progetto di anarchia indirizzata all’ edificazione di un io di scrittore esplosivo, mi pareva comunque una traccia difficile, una scommessa pronta a perdersi nei rischi dell’aquilone abbattuto a sassate dagli invidiosi, come quasi sempre finisce per accadere, a dispetto delle migliori intenzioni ed anche scegliendosi con prudenza gli amici, le compagnie, i luoghi di sosta, i manuali di volo, comunque il pericolo rimaneva, il pericolo di scoprirsi ammosciati prima di avere anche solo cominciato ad avvicinarsi - e solo in sogno, attenzione - alla destinazione tanto desiderata, in allontanamento, maledizione, in dissolvimento, con un effetto di strappamento di cuore, di viscere, di voce, di radici, ed accidenti quanto pesava questa ambizione, e quanto ardita mi pareva e sempre meno disposta a catturarmi dentro la felicità stabile di un attimo iniziale in cui tutto pare possibile e ci sentiamo pronti al balzo più alto e non importa se cadremo e dove.
Cronache Luminose # 4 Dopo cena
Dopo cena
sul Lungarno
guidati dalla prima stella serale
verso la sfilata di Romeo
lei sbarazzina come Peter Pan
pugnale al fianco
cappellino con piume
lui da quando ha gettato
la sveglia in pancia al coccodrillo
scrive un’altra storia
sempre troppo tardi – ci ripete
e mai gli crediamo
masnada di adolescenti
in tuba e pigiama
non abbiamo fretta di crescere
insieme a loro
ci sentiamo già grandi.
Origami # 8 - Sue Kennington
Dieci emozioni, dieci pensieri, osservando i quadri di Sue Kennington
Uno. Quando esci dal mare e cammini sulla spiaggia della Versilia, in una tarda mattinata, nello splendore della luce di settembre. Tutto il paesaggio è scolpito con superba esattezza, ogni dettaglio mi raggiunge e mi rallegra. Poi arriva una folata di vento fresco e provo un brivido preoccupante.
Due. Esaltazione dell'innocenza, felicità della purezza bambinesca: quella apertura mentale che vorrei conservare per sempre, a dispetto delle sconfitte inevitabili che verranno.
Tre. Dall'intenso studio sui colori emana un calore che protegge la forma. Quindi l'analisi non ha soffocato la passione.
Quattro. Bisogna resistere alla crudeltà del Tempo. E' una battaglia persa, ovviamente, ma vale la pena di combattere.
Cinque. La nostalgia per passioni più elementari, quelle che incontravo facilmente da giovane, mi mancano molto.
Sei. Conferma della vitalità della pittura. Io non ne ho mai dubitato, ma altri lo hanno fatto, sbagliando profondamente.
Sette. Mi conforta la fantastica libertà di molta pittura astratta inglese contemporanea, in cui la visione è costruita come esperienza dell'eleganza necessaria. L'identità dell'autore al tempo stesso confermata e nascosta dentro la freschezza dell'ispirazione.
Otto. Mi affascinano molto le opere in cui la complessità è un punto di partenza, un nodo che precede l'esecuzione e che l'opera successivamente scioglie nel suo farsi.
Nove. Mi servivano proprio questi colori per inseguire un miraggio ulteriore, una illusione di approdo a verità non catturabili.
Dieci. La difficile semplicità, una lavoro emotivo del pensiero, un processo formale in apparenza dominato dall'istinto. Dovremmo dimenticare il nostro infinito archivio di immagini e tuffarci in acque limpide, nuove (e qui tornare all'inizio, al punto Uno).
Cronache Luminose # 3 Le case
Le case da cui
sono stato cacciato
tutte mi appartenevano
con le loro stanze infuocate
ed i gelidi
corridoi.
Cronache Luminose # 2 Ogni anno
Ogni anno che è passato
sempre più sono fuori
posto, perduto nel flusso
delle informazioni eccessive
nessuna completezza guadagnata,
sempre più a disagio nella
saggezza delle esperienze
attraversate, le sorprese
oggi mutate in consuetudini.
Nel luogo sbagliato
nei momenti sbagliati
eppure mi pare di essere
conficcato al centro esatto
del bersaglio.
Cronache Luminose # 1 Se per incanto
Se per incanto
per lamento
lo spettacolo si lasciasse
ridurre ad immensità
uno stupore, un divertimento
dove adesso mi trovo
davanti allo specchio.
Origami # 7 - Tomoko Sugahara
Avendo avuto la fortuna di vedere come Tomoko Sugahara realizza i suoi quadri, ho avuto modo di comprendere che i suoi lavori sono fondamentalmente fatti di tempo: sono infatti costruiti sull'accumulo di moltissime stesure di colore sovrapposte attraverso i giorni, le settimane, i mesi. Un procedimento lento, un processo dominato dalla calma e dalla serenità dell'azione di Tomoko. Lei affronta la complessa operazione di sviluppare le proprie opere con un animo tranquillo, disposta ad accogliere gli incidenti che verranno, gli errori da correggere, le atmosfere da trovare e da modellare, senza preoccupazioni eccessive. Invidio molto questa sua capacità di lavorare attraverso il Tempo, perchè io invece quando dipingo sono sempre tormentato da una fretta soprannaturale, mi sembra di perderlo il tempo mentre lavoro, mi pare di essere prigioniero di un piano inclinato, mi sembra di precipitare.
Tomoko ha invece trovato da sempre un ritmo naturale, direi quasi biologico, con cui mettersi in rapporto all'atto di dipingere. E' giapponese, quindi sono sicuro che in qualche spazio della sua mente riposa l'arte di tracciare il segno calligrafico, con un movimento continuo – apparentemente istintivo - che deve portare a compimento l'immagine meditata. Ma direi che Tomoko Sugahara ha creato una espansione di questa arte calligrafica, portando l'immagine ad un estremo ampliamento, con il risultato di non creare opere fitte di segni, ma al contrario, spazi pittorici dilatati, così leggeri da sembrare vuoti (anche se invece accadono tante cose in questi ritagli di tempo concentrato). Correnti, linee che tagliano l'orizzonte, flussi, visioni cosmiche, piccoli fenomeni ottici vengono evidenziati quasi fossero dettagli di gigantesche galassie in movimento. Una pittura di processo, regolata da meccanismi molto delicati, avventure in cui l'estro del momento, l'improvvisa accensione dell' azione deve poi sempre confluire in un attento bilanciamento dei piani espressivi. Con un paradosso finale: l'accumulo delle lavorazioni, dei gesti, delle stesure, delle dinamiche, porta ad una visione tutta ferma, tutta dedicata alla contemplazione di un cristallizzato universo.
Origami # 6 - Beatrice Squitti
Sconvolgono tempo e spazio i collage di Beatrice Squitti, mantenendo però sempre una coerenza stilistica di fondo salda e robustissima, e probabilmente questa direzione così ben centrata corrisponde alla forza di una ispirazione altrettanto definita. Se in effetti di sconvolgimenti visivi si può parlare per la poetica di Beatrice, allo stesso tempo bisogna riconoscere un risultato caratterizzato da una costruzione formale calibratissima, tanta è la maestria nel dosare la teatralità, la novità, la magia usata nel taglio delle immagini.
Riferimenti principali che mi pare di poter leggere dentro la superficie delle sue opere: la storia dell'architettura moderna, la moda femminile degli ultimi cinquanta anni, certa pittura di paesaggio del Settecento, la pittura informale del dopoguerra italiano, e naturalmente la storia della fotografia scandita in una intera indigestione, direi con particolare attenzione al ritratto. I regni inventati da Beatrice scorrono come in un caleidoscopio un po' cinematografico e un po' romanzesco, innervati di nostalgia per una modernità perduta. I suoi montaggi con felice coerenza ti accompagnano attraverso un catalogo di visioni perfettamente coerenti, anche nella estrema variazione dei soggetti. Questo stile personale ben riconoscibile è il frutto di scelte cromatiche ristrette (quindi molto forti) e ovviamente anche di una sistema di prospettive e tagli che ritornano a segnare ogni evocazione visiva come un marchio di identità e di lettura del mondo. Passioni della mente che vengono assemblate in un teatro elegante per il piacere dell'occhio. Una ipotesi che mi sento di avanzare (con cautela) ma conoscendo di persona Beatrice Squitti credo di poter osare: sotto il fascino molto seduttivo delle forme e dentro le sorprendenti sovrapposizioni dei piani ottici, potrebbe nascondersi anche una luminosa cifra morale.
Origami # 5 - Raffaello Becucci
Angeli e demoni, certamente si tratta di questo: prodigiose creature che vengono a visitarci in sogno. Arrivano da un varco del passato, da un luogo imprecisato, favolistico, bambinesco, ma non so da quale tempo esattamente possano giungere, mi sembrano figure arcaiche, strappate da qualche magico, polveroso, scintillante libro illustrato. Raffaello Becucci dà vita a tutto un mondo di sapienze parziali, giravolte alchemiche, assai lontane dalle esperienze tecnologiche in cui siamo oggi tutti immersi. Mi affascina questo suo creare immagini del tutto anacronistiche, dotate di un saporito fascino primitivo. Mostri, insetti, draghi, mai veramente paurosi, né inquietanti. Raffaello infatti non attraversa i territori dell'orrore (che pure sembrerebbero scontati, visto i suoi temi prediletti) ma preferisce catturare la fragranza di quel momento quando stai spiegando l'incanto dei mostri al pubblico dei più piccini che ascoltano in silenzio con gli occhi sgranati. Noi, il suo pubblico, stiamo benissimo in questo ruolo di ingenui creduloni che scorgono dentro le forme delle nuvole estive un profilo di belva o una coda di balena, dentro le fronde di un albero una bacchetta di mago oppure una zampa di yeti. Quando affronta l'elemento umano, sarà una testa con ghiandole, vene, nervi, cervello, ogni dettaglio in bella evidenza, una proiezione anatomica declinata in forma di lanterna magica. Come a suggerire che tra mostri ed umani, il minimo comune denominatore resterà sempre la meraviglia della visione, caricata dal desiderio prepotente di ognuno di noi. Essere disposti a credere ai prodigi è una grande fortuna.
Origami # 4 - Enrico Bertelli
Elogio del caso, la fortuna imprevista, un colpo di vento che arrivi a gettare un'ombra fresca sulla superficie del lavoro, un campo di forze in conflitto, come è giusto e sano che sia, una danza di contraddizioni, sempre risolte in una misteriosa eleganza che non si sa da dove veramente possa arrivare, forse è un'eleganza costruita in precedenza, con infinita calma, quasi una stasi, un essere bloccati nel tempo, immobili e celestiali, oppure all'opposto è il diffondersi dell'energia in uno scoppio come se in passato fossimo tutti rimasti troppo a lungo fermi, ed ora ci dobbiamo muovere assolutamente, scattare, divincolarci, agire in qualche modo, con il pensiero sullo sfondo, ormai divenuto un fenomeno musicale di cui apprezzo le dinamiche, gli slittamenti, i colpi e le nascoste formule, mi pare di percepire – da tanti anni che guardo le opere di Enrico Bertelli- una tensione continuamente rinnovata verso la sperimentazione, sempre in cerca di uno zero che sfugge, uno zero che si sottrae con incredibile sapienza al nostro sguardo, e per questo è così importante creare il giusto teatro espressivo, le adeguate condizioni per inseguire questo nulla dentro il suo regno di splendori e sconfitte.
Origami # 3 - Valentina Biasetti
Della seduzione, prima di tutto, sarà necessario parlare. Corpi di ragazze, magre. Si intuisce (malgrado non si veda quasi mai il loro viso, sostituito da uno spazio bianco o cancellato) che sono belle, affascinanti. Di fatto sono cloni di Valentina Biasetti stessa, repliche collocate in una sorta di non - spazio, un luogo asettico, una prigione. Ragazze mai comode, ripiegate a terra, inginocchiate, sedute in modo instabile, strappate alla loro precedente condizione, ora sono costrette ad abitare con disagio sopra un palcoscenico vuoto. Corpi femminili sospesi in una specie di retrofuturo, mi sono sembrati - fin dalla prima volta che li ho visti - immersi in una certa nostalgia degli anni Sessanta del secolo scorso (in rapporto con il tempo ritorna sempre in queste mie indagini di "Origami", è un tema centrale) per l'energia del disegno, per i vestiti indossati, e soprattutto per le esplosioni improvvise di colori accesi che li investono, con arcobaleni istantanei che tagliano le figure. Ragazze abbandonate dentro una avveniristica dimensione, ostaggi di una diffusa luce ghiacciata perfetta per confermare l'estrema precisione dei dettagli: calze, tacchi, mutandine, vestitini. L'energia sarebbe quella di una pittura pop, se non intervenisse appunto un vento freddo a rendere l'esposizione dei corpi un rito doloroso. In opposizione allo splendore in technicolor delle scene, nelle opere di Valentina Biasetti si avverte che la felicità e l'estasi della gioventù sono fantasmi lontani. Corpi ingannevoli dunque, promettono gioie che non saranno in grado di mantenere. Ancora sulla seduzione, se interpretassi questo teatro delle figure di Valentina in modo strettamente personale dovrei chiedervi di seguirmi dentro il ricordo di passate estati mediterranee. Quelle lontane estati, parevano senza fine, contenevano innumerevoli pomeriggi pieni di luce sulle spiagge del mare Tirreno. Pensavo: stasera alla festa rivedrò la ragazza super carina che ho conosciuto la settimana scorsa ? Indosserà di nuovo quel vestito corto, di quel rosso indefinibile perfettamente accordato al mio stato d'animo incendiato di quella notte ? Sarà ancora più abbronzata ? Se avessi il coraggio di sfiorarle il dorso della mano, riceverei improvvise rivelazioni totali sul senso dell'universo ? Interrogativi ingenui, lo so, eppure all'epoca funzionavano per sprigionare una curiosità di vivere che oggi fatico molto a ritrovare. Questa aspirazione ad una pienezza sublime la ritrovo nelle figure evocate da Valentina, ma ad un grado raggelato del desiderio, come dopo una catastrofe che condanna i personaggi a ripetere in eterno le pose dell'allegria e della socialità. E qui penso al romanzo L'invenzione di Morel di Alfonso Bioy Casares (vi consiglio anche il bellissimo film di Emidio Greco) ed anche agli indimenticabili ritratti dei cittadini danzanti/bloccati creati da Robert Longo. In alcuni casi Valentina Biasetti aggiunge un tocco di violenza action painting: le sciabolate di colore nero indirizzate contro i corpi suggeriscono estasi e gloria pubblicitaria, ma dentro un più ampio trionfo della malinconia.
Origami # 2 - Beatrice Meoni
Dovrebbero essere osservate, intuite, assaporate dentro una sessione di insonnia, le opere di Beatrice Meoni. Verificate attraverso quella lente di esaltata stanchezza che ci dona il restare svegli oltre la barriera del sonno, quando ci addentriamo nella foresta ostile e incantata delle nostre passioni mentali. Vorrei assumere quella chiarezza notturna, quella attitudine a percepire nettissime separazioni, passaggi di tensione, dislivelli di colore ultra sottili. Per giungere ad una sfasatura, ad una epifania, quando non ti importa che il tempo scorra per il verso ritenuto giusto, in avanti, e invece con sorpresa, con una morbida inversione, le ombre di Henri Matisse possono annunciare grandi novità in arrivo, un paradosso (il primo) che aveva affascinato i pensatori del postmoderno - i filosofi della mia giovinezza - e davanti ad un'opera di Beatrice Meoni me ne posso riappropriare, per leggere le sue incursioni tutte rivolte verso un futuro già stato, ma attenzione, non in una posizione di già visto e già sperimentato, questo è il (secondo) paradosso, ma in una posizione che conduce a costruzioni effettivamente inedite, mai viste prima. Così, a partire da una elaborazione che mi pare attingere ad un repertorio di oggetti degno di Giorgio Morandi, la modificata curvatura del tempo finisce per alterare le forme. Decostruendo e poi rimontando i pezzi secondo un proprio istinto di ricerca, Beatrice Meoni pone questioni che investono la fisiologia della visione ed il rapporto tra occhio e cervello: che cosa significa vedere ? Quali processi attiva la contemplazione di un oggetto dentro la nostra mente ? Se dipingo a memoria, ad occhi chiusi, cosa posso ritrovare ? Colori, linee di frattura, vibrazioni, piegature segrete dei confini, tutto si scompone e si ricompone in una configurazione molto diversa dal punto di inizio dell'intero processo. Brocche, vasi di fiori, teiere, alla fine diventano simulacri, perdono il loro peso materiale ma guadagnano una prepotente capacità di generare pensiero. Nelle sculture queste scomposizioni sono ancora più evidenti, essendo l'opera costruita letteralmente per frammentazioni e ricostruzioni dell'oggetto, le linee di frattura divengono le strutture stesse dell'opera: le brusche rotture funzionano come linee progettuali di una differente rinascita. In un saggio del filosofo Remo Bodei pubblicato ormai molti anni fa – si intitola Scomposizioni - le prismatiche decostruzioni di un breve testo di Hegel davano impulso ad una catena di riflessioni sempre più profonde e significative. La stessa cosa mi succede guardando le opere di Beatrice. Sprofondo in un vortice, poi mi ritrovo salvo. Sono passato indenne attraverso i filtri, le metamorfosi, i dispositivi evocati dall'artista. Ho visto oltre, adesso sono più saggio.