Enzo Fileno Carabba Enzo Fileno Carabba

Il benzinaio

Ognuno ha le convinzioni che si merita. Ero convinto che il mondo mi parlasse per bocca delle meraviglie naturali, di cui facevano parte gli individui indimenticabili che metteva sulla mia strada. Gente come il benzinaio.

Enzo Fileno Carabba fotografato da Carlo Zei

Ognuno ha le convinzioni che si merita. Ero convinto che il mondo mi parlasse per bocca delle meraviglie naturali, di cui facevano parte gli individui indimenticabili che metteva sulla mia strada. Gente come il benzinaio. Uno dei personaggi straordinari del quartiere,  un omino consunto e rugoso che stava sempre accanto alla sua pompa di benzina. E fin qui niente di strano. Solo che la benzina non c'era, da anni.  Era una pompa in disuso. Uno diceva all'omino: “La benzina?” E lui: “Forse tra due o tre giorni, si sa come vanno queste cose in Italia”.  Presidiava la sua pompa fantasma, proteggeva il suo ruolo. Aveva una sua intensità.  Era come uno stregone di fronte al  totem abbandonato. Un tempo era stato un benzinaio vero, normalissimo, ma ora per qualche motivo quella vita era finita solo che lui non poteva staccarsene. Lui era “IL BENZINAIO” e allora se ne stava lì, estate e inverno, a presidiare la sua identità. Sarebbe morto, altrimenti. Siamo fatti così. Quella mattina stavo andando da qualche parte che, sul momento, mi pareva importante. Invece mi è rimasto solo il ricordo del benzinaio, che era sul tragitto. Da ragazzi lo prendevamo sempre in giro. “La benzina?” gli chiedevamo. E lui ripeteva il suo discorso. E noi giù a ridere. Ora però non ne avevo voglia. Per quanto ormai inutile da un punto di vista energetico, la sua pompa di benzina era ubicata in un luogo da cui – in piena città periferica – lo sguardo poteva inquadrare le colline in tutta la loro magnificenza sovrannaturale. Era comprensibile che il benzinaio non volesse staccarsi.  Chissà da quali abissi oceanici aspettava l'arrivo della sua benzina. Doveva esserci, nel fondo dell'oceano, un buco che era il suo buco nell'oceano e un giorno la benzina sarebbe tornata davvero. Il benzinaio mi guardava, con quella sua uniforme colorata e sporca.  Anche io lo guardai. Ero deciso a non prenderlo in giro e gli dissi  “Buongiorno”.  Ero diventato buono e saggio. E proprio per questo motivo lui mi guardò deluso. Ci era rimasto male. Capii che lui voleva essere preso in giro. O forse no, il contrario, voleva crederci ai suoi grandi sogni di benzinaio oceanico. I suoi sogni lo dominavano. Ognuno ha le convinzioni che lo meritano. Allora gli dissi: “La benzina?” Ma glielo dissi in un modo nuovo, senza derisione, cercando di crederci. E ci credetti. E quando mi dette la solita risposta giurerei che era felice. Anche io lo fui. Il mondo mi aveva parlato ancora una volta.

Enzo Fileno Carabba

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L'attrezzo totale

"L'attrezzo totale" è un racconto di Enzo Fileno Carabba ispirato ad una novella di Giovanni Boccaccio e presentato a Certaldo insieme ad un cortometraggio muto di Tommaso Capecchi

"L'attrezzo totale" è un racconto di Enzo Fileno Carabba ispirato ad una novella di Giovanni Boccaccio e presentato a Certaldo insieme ad un cortometraggio muto di Tommaso Capecchi ("Novellando Piacere", con istallazioni di Carlo Romiti, Palazzo Pretorio, 2013).

Dai tempi più remoti, la storia dell'uomo è anche quella degli attrezzi che inventa.  Una prodigiosa scia di oggetti nati dal pollice opponibile, a cuinulla è riuscito ad opporsi. Ogni tanto mi guardo il pollice con ammirazione. Presto saluteremo con gioia l'avvento dell'attrezzo totale, in grado di sostituire tutto.

 

L'attrezzo totale

 

Il quartiere in cui si sono svolti i fatti conserva aspetti da paese. La gente si parla, si conosce, fa gli scherzi e cose del genere. Le mode si diffondono di colpo.

Ultimamente è andata in onda in tutto il mondo una serie Tv reality che ha avuto enorme successo nel quartiere. Ha avuto enorme successo anche negli Stati Uniti, e ciò ci spinge a concludere che tutto il mondo è paese. Si intitola Gli apocalittici e racconta gente che si prepara a sopravvivere alla fine del mondo conosciuto. Ognuno di loro è convinto di sapere come si manifesterà questa fine: spostamento dei poli, guerra, collasso economico, impulso elettromagnetico,super terremoti, super vulcani, super onde finali, pandemia, fine della benzina. Quasi tutti si preparano a uccidere i vicini, che vorranno rubargli quelle scorte alimentari che gli apocalittici ammassano da anni in attesa di una catastrofe che sotto sotto sembrano desiderare.

Tra l'altro, dopo un po' le scorte vanno a male per cui se l'apocalisse tarda il cibo messo da parte diventa inutile e va buttato. Immaginate la tristezza.

Ci sono anche quelli che per beffare i vicini ostili disseminano le scorte alimentarinascondendole in un raggio di migliaia di chilometri. Ma rimane sempre il problema di far fuori i vicini, che nel frattempo sono sicuramente diventati cannibali: per loro la scorta alimentare potresti essere te.

 Una ragazza che si prepara a uccidere tutti scappando mentre respira da una bombola di ossigeno (perché nella sua apocalisse l'aria mancherà, ma solo per qualche ora) nel kit di sopravvivenza per il primo mese ha anche inserito cento profilattici. Ed è difficile immaginare con chi intenda usarli.

 

Insomma nel quartiere non si parlava d'altro. TUTTI guardavano Gli Apocalittici, un po' ridendo e un po' seri. Non è che puoi ridere del tutto dell'Apocalisse. Neanche rimanere del tutto serio.

L'interesse per la sopravvivenza dopo il disastro rimase teorico finché al mercato del mercoledì non si presentò un nuovo venditore ambulante. 

Chissà da dove veniva. Magari da lontano. O da vicino. Di sicuro esisteva, ed è questo che conta. Un tipo allampanato e assorto che vendeva le cose più disparate: coltelli, asce, martelli speciali, tute mimetiche, mascherine antipolvere, scarpe rinforzate, pantaloni rinforzati (in pratica, tutti gli indumenti rinforzati, utili quando ti morde un vicino cannibale) radioline, fornelli da campeggio, cerini antivento, passamontagna, manuali sulle erbe medicinali o sugli insetti commestibili, occhiali da ghiaccio con la protezione laterale. E dico alla rinfusa perché era alla rinfusa che si presentavano gli oggetti sul bancone. Parlo dunque della merce visibile. Nel furgone poi, chissà cosa teneva. Agli abitanti del quartiere parve che quelle cose fossero sì disparate ma con una caratteristica accomunante: erano tutte utili per sopravvivere dopo il grande e terribile evento.

Un lato buono dell'attesa dell'apocalisse è che cancella il tradizionale culto del denaro. Secondo gli apocalittici, che credono nella pandemia o nell'impulso elettromagnetico, dopo la catastrofe il denaro perderà significato e in questo c'è indubbiamente una componente liberatoria per la psiche di chiunque. Nell'attesa di arrangiarsi senza denaro spendono tantissimo in acquisti apocalittici.

Il discorso è breve: gli articoli proposti dal nuovo ambulante andarono a ruba.

Un mese prima nessuno li avrebbe considerati.

Come avesse fatto l'ambulante ad arrivare nel posto giusto al momento giusto rimase un mistero.  Quale navigatore l'aveva condotto proprio là? Si sa che la prontezza è una delle doti dell'ambulante, che altrimenti starebbe fermo. 

 

Un mercoledì egli disse:

“Donne, ho una cosa per tutte voi”.

In realtà c'erano un sacco di uomini ma era abituato a quell'esordio, “Donne”, che funzionava sempre, anche con gli uomini. Risvegliava l'attenzione, e il lato femminile.

Propose un acquisto più impegnativo, più caro. Magari – proponeva – più famiglie potevano unirsi per l'acquisto, era una cosa che serviva a tutti. Si trattava di un'antenna radio che, opportunamente schermata, avrebbe funzionato anche dopo la catastrofe. Un oggetto prezioso, dato che, dopo, la comunicazione con altri sopravvissuti poteva rivelarsi di importanza cruciale. Attraverso l'antenna avrebbero potuto sapere quali erano le zone pericoloseperché, mettiamo, infestate di cannibali radioattivi, e quali le zone sicure, tanto per dirne una.

Gli abitanti del quartiere convennero che era un oggetto utile e quindi tutto fu stabilito. Il venditore si sarebbe presentato il mercoledì successivo con l'antenna speciale.

A essere precisi, non tutti erano d'accordo. Fin dall'inizio non è che ci fosse unanimità nelle famiglie riguardo all'apocalisse, ma qua non sempre badiamo alla precisione.

“A cosa vuoi che ci serva un'antenna dopo la fine del mondo, vecchio rincoglionito, come farà a funzionare?” disse una signora al marito.

“Tu non capisci la tecnologia perché sei una donna” disse lui “E rincoglionita”.

Insomma presso alcuni c'era dibattito.

 

Della variegata umanità del quartiere facevano parte Enzo e Nicola, due ragazzini che si divertivano molto. Nicola di fronte a qualsiasi situazione era solito porre la domanda filosofica: “E allora?”. Quando la gente diceva ci sarà l'apocalisse e si manifesterà in questo o quest'altro modo lui diceva “E allora?” e la gente rimaneva spiazzata.

Enzo invece siccome sua nonna se ne usciva con frasi tipo “Un grosso nome nel campo della chirurgia, un grosso nome nel campo di questoquello” quando sentiva parlare gli apocalittici diceva: “Sei un grosso nome nel campo dell'apocalisse”, e la gente rimaneva spiazzata.

Un'altra cosa che dicevano era: “Sei amico di culonio” non voleva dire nulla e lo trovavano divertentissimo. Per il mercoledì dell'antenna pensarono a uno scherzo.

 

Venne il giorno. L'ambulante arrivava sempre presto e prima di iniziare il lavoro se ne stava un po' al bar. Allora, mentreNicola faceva il palo, Enzo, che era agile e di piccole dimensioni, si intrufolò nel furgone attraverso il finestrino aperto e trafugò l'antenna sostituendola con una pala.

Mezz'ora dopo l'ambulante era di fronte a una folla di clienti, al suo pubblico, per così dire, che – per lo più - pendeva dalle sue labbra. Nella folla c'era anche la coppia che litigava e naturalmente c'erano Enzo e Nicola ridacchianti come scemi, un'attività che li rendeva felici. L'antenna (a loro pareva un'antenna normale) l'avevanonascosta in un cespuglio, non erano ladri.

Egli alzò le braccia solennemente e disse:

“Ora andrò nel furgone a prendere ciò che vi salverà”.

Andò. Ne uscì con una pala. Il suo sguardo era indescrivibile. Si potrebbe anche descrivere ma non c'è tempo.

Ci fu un mormorio nel pubblico.

“Una pala” disse la signora che litigava col marito.

“Una pala?” disse l'ambulante. E non si capiva se era incredulo perché quella era una pala o per le parole della signora.

Guardava intensamente l'oggetto che aveva tra le mani, come se si aspettasse che parlasse.

“Signore e signori, disse, inizialmente, è vero, pensavo di portarvi l'antenna. Ma ve la porterò il prossimo mercoledì. Perché oggi abbiamo qualcosa di più importante”.

“Una pala” ripeté la signora, quasi affascinata, nel silenzio del pubblico. Perfino Enzo e Nicola avevano smesso di ridacchiare.

“Una pala?” fece di nuovo lui, e sorrise scuotendo la testa. “Ho tra le mani qualcosa, signore e signori, che dopo l'apocalisse potrà essere usato in mille modi.”

“Per spalare” disse una voce.

“Certamente” fece lui guardando benevolo in direzione di chi aveva parlato. “Ma, se lo mettete di taglio – e fece vedere come – può servire per tagliuzzare qualsiasi cosa.  Se lo brandite in questo modo – e lo sollevò sopra la testa con occhi e bocca bellicosi – può diventare un'arma di offesa.  In quest'altro modo serve per infornare una pizza. Se lo piantate in terra potete sedervi e appoggiare la schiena. Inoltre notate il manico” ammiccò malizioso verso le signore. “Se lo avvolgete con uno straccio imbevuto di combustibile eccovi la migliore delle torce”.

“Questo ci prende per il culo” disse un'altra voce. 

Egli non vi badò. 

Si sentiva che il pubblico in qualche modo sospendeva il giudizio, gli dava ancora credito, il magnetismo di quell'uomo arricchiva di senso le parole. Anche Enzo e Nicola erano ammirati.

Però era un momento critico e qui l'ambulante superò se stesso.

“Ancora non avete capito. Devo proprio spiegarvi tutto. Ora vedrete”.

Entrò e uscì per tre volte dal furgone portando fuori casse piene della roba più varia.

Con una destrezza straordinaria, di fronte al pubblico, con un trapano da legno e altri attrezzi saldò sul manico della pala le seguenti cose: un'ascia, un punteruolo, un martello, un cacciavite, un accendino, una sega e una bussola. Più altri oggetti misteriosi.

Venne fuori qualcosa di mostruoso, affascinante, mai visto. Un totem portatile di legno e metallo, che luccicava nel mattino.

“Questa non è più una pala” affermò ispirato. Chi poteva dargli torto.  “Ecco a voi l'Attrezzo Totale”. Alzò il mento e scandiva le parole “Con questo potete aggredire, difendervi, lavorare, svagarvi. L'ho montato in pochi minuti, ma - sia ben chiaro - obbedendo a precisi criteri scientificielaborati in anni di studio dagli scienziati dell'apocalisse. Americani”.

“Questo è davvero un grosso nome nel suo campo” sussurrò Enzo a Nicola, sinceramente.

“E' amico di culonio” disse Nicola.

Il venditore inceneriva la folla con occhi febbricitanti, forse a causa dello sforzo mentale sostenuto. Agitando l'Attrezzo Totale per sbaglio si sfiorò il volto tagliandosi.

“Vedete? Osservatene l' efficacia.”

“Compriamolo” disse la donna che litigava col marito, quella che era sempre stata scettica.

“Sì” disse il marito, pieno di passione.

In effetti l'Attrezzo Totale costava meno dell'antenna specialequindi la coppia poté permettersi l'acquisto senza coinvolgere altri, tra il risolino di pochi e l'invidia di molti.

“Fortunati. Furbi e fortunati” gli urlò dietro il venditore.

Se ne andarono a casa tutti contenti, con l'Attrezzo Totale, pieni di amore per se stessi. E per l'Attrezzo Totale. E chi siamo noi per giudicare le cause dell'amore tra due persone? Quello che conta è il risultato. Inoltre l'Attrezzo Totale erauno splendido oggetto, anche se un po' pericoloso.
 

(Pubblicato in "Boccaccio 2013", Felici Editore, 2013)
 

Enzo Fileno Carabba (testo)
Tommaso Capecchi (video)

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Sciogliere il ghiaccio

Lorenzo era un ragazzo e faceva la comparsa nel teatro lirico, quello in cui i cantanti cantano e l'orchestra suona e gli abiti e le scene danno vita a un regno incantato. In quel caso particolare andava in scena la  Turandot di Puccini. La storia di una principessa  orientale bella e gelida, “bianca al pari della giada, fredda come quella spada”  

Lorenzo era un ragazzo e faceva la comparsa nel teatro lirico, quello in cui i cantanti cantano e l'orchestra suona e gli abiti e le scene danno vita a un regno incantato. In quel caso particolare andava in scena la  Turandot di Puccini. La storia di una principessa  orientale bella e gelida, “bianca al pari della giada, fredda come quella spada”. Questa donna mette a morte tutti i pretendenti, chiedendogli di rispondere a tre enigmi: quelli risultano impreparati, non riescono a rispondere e lei appunto li fa uccidere (“chi affronta il cimento e vinto resta porga alla scure la superba testa”). “Mai nessun m'avrà” assicura. Arriva il principe Calaf e anche lui si innamora di lei, così, di lontano e al buio (“si profuma di lei l'oscurità”). C'è anche una schiava, Liù, che non è gelida e ama il principe Calaf e si sacrifica per lui. Addirittura a un certo punto dice a Turandot “Tu ,che di gel sei cinta, da tanta fiamma vinta, l'amerai anche tu”.
Questo in breve. Insomma Lorenzo faceva la comparsa e, insieme al suo amico Nicola  (un tipo pieno di iniziative), durante la rappresentazione stava spesso accanto o dietro a Liù, sul palcoscenico. La cosa interessante è che Liù è un personaggio tenero e appassionato, ma la cantante nel mondo reale era gelida e distante tipo Turandot. Viceversa la cantante che impersonava Turandot risultava, nel mondo reale, abbastanza comunicativa e pronta ai rapporti con gli uomini e con le donne, a prescindere dagli indovinelli.
Il tema centrale dell'opera Turandot è: come trasformare una donna fredda e sanguinaria in una pupa calda e innamorata.
Lorenzo era molto interessato al tema centrale. Dunque era molto interessato alla cantante che impersonava Liù: una donna distaccata, e inoltre lontana socialmente da lui. Forse le due cose erano collegate.  Quando sei una famosa cantante tendi a distaccarti dalle comparse.
Lui pensava spesso a Liù, chissà se lei era era come lui la sognava. A un certo punto nell'opera i ministri della principessa cercano di scoraggiare il protagonista ricordandogli che il mondo è pieno di donne vere, mentre quella che lo fa impazzire è  una proiezione della sua mente: “Oh ragazzo demente, Turandot non esiste”. 
Eppure Lorenzo se la immaginava talmente bene la sua Turandot, che poi era Liù. Per cui esisteva di sicuro.

Una sera  Lorenzo e Nicola si trovavano in un bar all'aperto. Erano con delle ragazze. Nicola, convinto che l'amico dovesse essere guidato nelle faccende della vita, nel pomeriggio gli aveva raccomandato di evitare quei suoi ragionamenti astrusi che tendevano ad allontanare le donne.
Solo che Lorenzo non parlava proprio.
“Va bene evitare i ragionamenti astrusi ma ora esageri, qualcosa devi dire” gli sussurrò Nicola esasperato
Quando Lorenzo ci provò, dallo sguardo severo dell'amico capì che non stava andando bene.
Nicola cercava di coinvolgerlo in giochi sociali tipo andare a distendersi in quattro sulla spiaggia ma lui non afferrava l'essenza di quelle proposte.
“Sei distratto” lo rimproverò Nicola in un momento in cui le ragazze erano andate al bagno per tornare più vivaci.
“Eh?”
“Non ti vedo sull'obbiettivo” alludeva alle ragazze.
“Quale obbiettivo”.
“Appunto”.
Improvvisamente Nicola fece la voce comprensiva:
“Pensi a lei, eh?”
“Chi”.
“A Liù”.
“Che dici”.
“Lasciala perdere. Non pensarci. Chissà che ti immagini in quel cervello contorto di segaiolo”. Parlava come i ministri di Turandot.
“Se ti dico che non ci penso”.
In realtà ci pensava di continuo. Quel distacco da soprano lo ipnotizzava. E' vero che era gelida, ma aveva gli occhi fiammanti,  da rapace erotico, o da sirena predatrice, una chiara promessa sessuale, a saperli leggere.
Del resto anche nel cartone di Biancaneve aveva sempre trovato più sexy la matrigna regina, rispetto alla protagonista allocca: lo sguardo intensa di quella donna (prima dell'invecchiamento chimico) era tutto un programma.  Dalle un letto a quella poi lo vedi. Disprezzava lo specchio orbo e mentitore.
Nicola gli disse: “Allora, se è così, le facciamo un bello scherzetto a Liù”.
“Quale”.
E Nicola, sempre molto vivace e pieno di iniziative, spiegò la sua idea. Lorenzo non poté tirarsi indietro.

Ho notato che nella società contemporanea il pizzicotto sul  sedere non è considerato un bel gesto. Piuttosto, è visto come un atto volgare e antiquato. Ci si immagina che l'artefice debba essere un individuo di una certa età, retaggio di un tempo giustamente dimenticato. Un vile, perché si suppone agisca nell'anonimato, per esempio sull'autobus. Qui si parla invece di un pizzicotto coraggioso.
La sera dopo c'era la rappresentazione. Immaginiamo un teatro all'aperto, estivo. Lorenzo, sul palco, immerso nella musica, provava un'emozione indescrivibile. Lì tutto era meraviglioso.  Trasfigurato. Uno straccio diventava un drappo trapunto d'oro, come aveva detto il regista. Ma Lorenzo aveva fatto una promessa al suo amico, aveva preso una decisione, e non poteva tornare indietro. Richiamò a sé tutto il coraggio che rispose al richiamo  e si preparò. Il momento si avvicinava.
Quando Liù cantava “Te che di gel sei cinta, da tanta fiamma vinta, l'amerai anche tu” i due ragazzi erano posizionati dietro la cantante. E l'idea di Nicola era stata: “In quel momento le diamo un pizzico sul sedere, tu sulla chiappa destra io sulla sinistra”.
E così fu: in concomitanza della pausa che segue la parola “vinta” i due amici presero possesso della chiappa assegnata e dettero un pizzico.
La pausa si protrasse un attimo più del previsto. Lorenzo si preparò alla catastrofe. Avevano interferito manualmente con un momento cruciale nella carriera di una cantante. Ora Liù avrebbe smesso di cantare, schiaffeggiandoli di fronte alla folla. O come minimo avrebbe stonato. Invece quel “l' amerai anche tu” si levò straziante e meraviglioso nel cielo notturno, sollevando l'intero anfiteatro pieno di gente dal suolo.
L'oscurità si profumò di lei, di Liù.

Dopo la rappresentazione Nicola disse: “La vacca non si è accorta di nulla, aveva troppi vestiti su quel sedere piatto”. Era deluso.
“Secondo me invece se ne è accorta e ha continuato lo stesso. E non ha il sedere piatto. Che vacca sarebbe”.
Liù uscendo dal camerino non li degnò di uno sguardo, non disse niente, come nulla fosse.
“Hai visto?” chiese Nicola
“E' che è arrabbiata”.
                                          
La notte, fosse il piacere per l'atto coraggioso o il rimorso per la sfumatura discutibile, Lorenzo dormì poco. Il pomeriggio successivo capitò per caso nel bar dove sapeva che lei andava sempre a quell'ora per  bere la tisana da cantante.
Si avvicinò pronto a tutto, ma non a quello che avvenne.
Lei gli sorrise per la prima volta e fece cenno di sedersi al suo tavolo. Gli parlò, perfino.
“C'è voluto un bel coraggio” disse.
Lui cercò di far finta di niente.
“Come?”
“Dico per darmi quel pizzico. Che roba”.
Alessandro sentiva una sensazione strana che non riusciva a identificare.
“Allora te ne sei accorta, nonostante i vestiti”.
“Me ne sono accorta eccome. Stanotte ero arrabbiatissima. Poi ho riflettuto: quel pizzico mi ha fatto cantare meglio”.
In effetti quando era arrivata al punto in cui morendo dice “Io chiudo stanca gli occhi... per non vederlo più” Lorenzo si era commosso più delle altre volte,  nonostante l'emozione eroica del pizzico appena inferto fosse molto viva in lui e, in teoria, divergente rispetto alla commozione amorosa. 
Parlarono come non avevano mai parlato. Interi minuti. Lui le raccontò che faceva la comparsa per immergersi nelle opere, dato che voleva diventare  compositore.
Anche lei raccontava di sé.
A un certo punto Lorenzo capì l'origine della sensazione strana. Liù, quella creatura da fiaba orientale, che ora era diventata meno algida,  parlava con un forte accento di qualche provincia agricola italica. Quasi in dialetto.
Era per questo che di solito parlava poco: per non rivelare quella che ai suoi occhi doveva essere una pecca. Fortunatamente mentre cantava non si notava niente.
Comunque  quando si sentiva libera di parlare era una donna allegra e comprensiva. Discorrevano di questo e di quello ma tornavano sempre al pizzicotto, al coraggio che c'era voluto, al significato di quel gesto.
“Ho sempre pensato che fosse un gesto greve, volgare, disse Liù. Certo questo è un caso diverso dal solito”.
Lui si sentiva incoraggiato da come lei si era aperta e si lanciò. Disse che a volte la volgarità è una difesa. Magari uno dice “che gnocca” perché è troppo tenero: si rende conto che la malia d'amore sta per farlo impazzire e allora dice “che gnocca” come fosse una formula magica, per confinare quel potere infinito da cui si sente minacciato in un contenitore, una definizione chiara che ne disinneschi il mistero.
Finito quel discorso si pentì di averlo fatto: era uno di quei ragionamenti astrusi che il suo maestro di vita, Nicola, gli sconsigliava perché confondono.
Pentendosi guardava gli occhi di Liù, fiammeggianti. E tutto il resto del suo corpo, diventato più morbido.
Lei però non sembrava confusa. Disse:
“Ti devo far vedere il livido”
Fu così che grazie a quel pizzicotto eroico il ghiaccio di lei si sciolse e divenne una donna e stettero insieme per pochi, bellissimi giorni.
Cosa rimane di quei giorni? Le ondate di piacere che sentivo quando ero immerso in quella musica, mentre lei cantava e io le era accanto, si rinnovano ogni volta che ascolto Turandot. Vive, possenti, a distanza di molti anni. Forse la donna che mi ha segnato era quella che sorgeva dalla musica, come una Venere dei suoni. Quella che non esisteva. Eppure  non  mi sento demente. Sono felice di tutto quello che è accaduto.

Enzo Fileno Carabba (testo e voce)

Testo tratto da: "Enciclopedia dell'amore" di Enzo Fileno Carabba (in corso di pubblicazione in formato ebook presso Bookabook, sito di editoria attraverso il "crowdfunding": http://www.bookabook.it )
Frammenti musicali tratti dalla Turandot di Giacomo Puccini (dir. Herbert von Karajan, Wiener Philharmoniker. Deutsche Grammophon, 1990)

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Il decimo cancello

Avendo imboccato una delle leggendarie scorciatoie conosciute solo dal Masi, ora la macchina arrancava nelle onde di fango secco, sobbalzava come una nave nella tempesta.

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Avendo imboccato una delle leggendarie scorciatoie conosciute solo dal Masi, ora la macchina arrancava nelle onde di fango secco, sobbalzava come una nave nella tempesta.

Da quaranta minuti cercavano di raggiungere il parcheggio della Festa dell’Unità evitando la fila.

Erano nel regno della transumanza e della prostituzione.

Non per niente sei di Torino, osservò Neri.

Uh , rispose Mario con un’alzata di spalle.

Cosa avesse prodotto quelle voragini e quegli sbalzi nel fango secco non era chiaro.

Forse è passato un circo e qua facevano il bidè gli elefanti, disse Angelo che guidava.

In effetti quello era il tipico posto in cui d’inverno arrivano i circhi. Una zona desolata in mezzo ai casermoni. Solo che in questo caso la zona desolata era grande chilometri e chilometri. Una cosa incredibile. Una distesa di terra grigiastra abbandonata, dove greggi di pecore mutanti migravano tra carcasse di auto.

 E poi dicono che si costruisce troppo. Qui non hanno costruito abbastanza. Magari ci fosse una bella strada, o una spianata di cemento, disse Mario.

Quelle parole commossero Angelo, perché gli parve di leggervi un riconoscimento del proprio errore, da parte del Masi, o perlomeno un germe di dubbio circa la situazione in cui si erano andati a cacciare per colpa sua.

Il Masi sapeva sempre tutto. Su qualsiasi argomento. Era capace di spiegare per ore come si allevano i lombrichi in Iran e cose del genere.

Per fare prima ci siamo persi. Questo è l’uomo contemporaneo, disse Angelo.

Il Masifece notare che non era per fare prima,  era per evitare la coda chilometrica. Loroavrebbero raggiunto la meta da dietro, con una mossa strategica geniale.

Come potesse conoscere quella periferie desolate vicino a Firenze, lui che veniva dalla barbarica Torino, non fu dato di saperlo. O forse si trovava istintivamente a proprio agio nelle pianure squallide.

Qua il fango secco modellava addirittura montagnole e fossi. 

La schiantiamo, disse Angelo riferendosi alla suamacchina, che quando raschiava su qualche cresta emetteva un suono straziante, da cetaceo arpionato.

Ai confini di quell’immensa distesa c’erano casermoni già punteggiati di luci, centri commerciali, cinema multisala, fuochi misteriosi.

Non sono misteriosi,  sono le puttane, disse il Masi. 

E videro tantissime ruspe e gru meccaniche, ovunque all’orizzonte, davanti alla striscia violacea del cielo basso, come se si preparassero a ricostruire la torre di babele distrutta da un attentato.

Si intravedevano anche dei camion caracollare verso il crepuscolo.

Ora il brusio musicale della festa era molto più forte.

Aggirarono una baracca dilegno e lamiera.

Ecco ci siamo,  urlò il Masi con l’occhio esaltato del conoscitore che trionfa. Parcheggiarono la macchina ormai distrutta e semiribaltata accanto a un groviglio diferri contorti da cui fioriva un materasso marcio. Tirarono fuori i vestiti da Festa dell’Unità dal bagagliaio e si cambiarono.

Andiamo.

 

Angelo per essere esatti era sempre stato un asociale, fin dalla più tenera età. I grossi assembramenti di gente lo disturbavano, soprattutto quando si divertivano. Però faceva un’eccezione per la Festa dell’Unità. Gli piaceva quel casino dove ci si abbuffava convinti di fare del bene. E come dimenticare alcuni dei migliori furti dell’infanzia, lì andati a segno. Erano i tempi in cui gli adulti giuravano che da noi i centricommerciali, queste cose assurde di cui riferivano i viaggiatoridall’America, non sarebbero mai potuti attecchire, perché ci piacciono troppo i negozietti.  

Adessonon gli sembrava più di fare del bene, mangiando e rubando, aveva perso la lungimiranza dell’infanzia.

 

Le feste dell’Unità come tutti sannosono una trasformazione dei riti pagani di inizio estate e sono legate al rosso per via del colore delle ciliege mature. Questospiegava Mario Masi gesticolando solenne e corpulento mentre camminavano nel cuore di tenebra della folla.

Neri annuiva compito, anche se stavolta Mario scherzava. Perlomeno c’era da sperarlo.

Migliaia di persone si muovevano attorno a loro,  volevano tutti le stesse cose di quelli che non andavano alle feste dell’Unità: volevano le stesse macchine, le stesse case,  gli stessi lavori, le stesse vacanze, gli stessi soldi. Solo le parole e i vestiti cambiavano. Loro tre infatti se li erano cambiati all’arrivo.

Ci pensi se stasera mettessero una bomba qui? disse Neri.

L’odore di salsiccia arrosto, piadina, zucchero filato, pizza, nutella, rosticciana, croccante, uniti in una meravigliosa armonia,  provocavano in Angelo la vecchia eccitazione sessuale.

Neri con sguardo pacato ed avido cercava ragazze africane.

Il Masi parlava di tutto con una tale densità di concetti che non c’era verso di capire neppure l’argomento. Non lo capiva nemmeno lui.

 

Sotto un tendone bianco proiettavano foto e filmati sulla guerra preventiva e la tortura, per cuipassaronovelocemente oltre.

Allo stand vegetariano c’erano un sacco di donne vegetariane. Le riconosci perché sono completamente avvizzite, sosteneva Neri. Ma loro si credono bellissime. Si vede che la dieta vegetariana modifica la loro percezione della realtà. Non si accorgono di essere disidratate fino alla mummificazione. Probabilmente i ravanelli o i broccoli contengono un qualche allucinogeno permanente.

Si erano seduti a mangiare una pizza e a bere una birra.

Secondo me il problema dei ragazzi di oggi è che non ci sono abbastanza armi in giro, è per questo che siamo indietro rispetto all’America, diceva Angelo.

 Raccontavaquello che era successo la mattina nella scuola dove insegnava. Era stato accolto dall’esplosione di un accendino tirato giù dalle scale. L’accendino era esploso vicino a una ragazza che si era spaventata parecchio e simulava delle risatine che erano quasi singhiozzi.

E in classe c’era un ragazzo col cappuccio nero della felpa tirato sempre su, chestavazitto, teneva la testa bassa e ascoltava la musica in cuffia.  Si intravedeva solo il suo volto pallido e foruncoloso.  Non veniva interrogato né niente. Le professoresse dicevano che era meglio così, almeno non disturbava. Angelo in sei settimane non l’aveva mai visto sorridere.

Secondo me il problema dei ragazzi di oggi è che non ci sono abbastanza armi in giro, ripeté Angelo. Quando ce ne saranno, per via della legittima difesa e cose simili, allora succederà come in America che i ragazzi vanno a scuola e fanno le stragi. 

Mario rideva, Neri sorrideva.

Le pizzealla fine erano state due a testa, come le birre.

A un banchetto avevano firmato per una nobile causa.

Poi si erano rimessi in cerca di qualcosa di non identificato, cibo o donne.

E’ un po’ come alle grandi manifestazioni, disse Angelo. Tu ci vai ed è come andare a messa o confessarti, ti dà soddisfazione. Poi fai tutto come prima. 

Meglio andarci che non andarci, obbiettò Neri.

Sì, fece Angelo, ma dico solo che anche alle grandi manifestazioni alla fine la gente s’avventa sul cibo. E’ quello il senso finale.

E poi ripeterono le frasi di sempre: che non era solo la questione del cibo, che tutta la loro vita era una grande abbuffata. Ognuno di loro succhiava incessantemente una quantità di energia incredibile, con la benzina, con la luce elettrica, con la televisione, colcomputer, col frigorifero, col telefonino e perfino col telecomando del cancello. Magari proprio in quel momento un villaggio di pastori in Asia veniva bombardato. E perché? Per illuminare pochi metri di Las Vegas, o per permettere a loro tre di giocare alla play station, o per realizzare un documentario contro i bombardamenti.

Mario intervenne con una loro frase classica che sintetizzava tutto questo: Uh, ogni volta che pigi il telecomando del cancello o della televisione tu voti per la guerra.

 

Ripassarono davanti allo stand dove proiettavano fotografie sugli orrori della tortura democratica e questa volta si sedettero, giusto per finire lo zucchero filato.

E poi erano immagini che prendevano.

Io mi stupisco che la gente si stupisca, disse Angelo. Secondo me fanno finta. 

Le figure sembravano uscite da un fumetto sadomaso disegnato da uno della santa Inquisizione.

Il Ku Klux Klanè al potere, urlò Mario sputacchiando allegramente .

Ripresero le solite discussioni. Qualcuno sarebbe mai venuto a salvarli? E da dove? Da fuori no di sicuro. Magari da dentro. E poi da cosa dovevano essere salvati? Dall’indigestione?

Dovremmo fare qualcosa, disse Neri col suo tono assennato.

Ma cosa? Non gli veniva mai in mente nulla.

Purtroppo questa volta gli venne in mente.                                        

Dovevano fare qualcosa, si erano detti. Era andando a prendere una crepe alla nutella che gli era venuta l’idea geniale.

Siamo tutti colpevoli, aveva detto Angelo. Siamo qui, con la bistecca che ci penzola dalla bocca. Non ci vengono bene i gridi di protesta, con la bistecca penzolante. D’altra parte era lui che più di tutti tra i tre usava il telecomando, il videoregistratore, viaggiava, consumava benzina.

E così era venuta fuori la storia del gioco del condannato a morte.

Del resto erano sempre rimasti un po’ giocherelloni. La vita non aveva scalfito questo aspetto. Anzi, gli orrori che arrivavano dal mondo in forma di conturbanti fantasmi televisivi avevanopotenziato questa loro caratteristica.

E così Angelo era stato imprigionato nella baracca abbandonata vicino a cui avevano parcheggiato.  C’era andato ridendo, di sua spontanea volontà,  masi era un po’ preoccupato quando l’avevano legato davvero a una rete pesante, con del filo di ferro trovato per terra.

 

Ragazzi, complimenti, sembrate dei veri carcerieri professionisti, diceva Angelo.

Loro ridevano senza guardarlo. Ora ci impegnamo, ora vedi, dicevano.

Era divertentissimo.

Gli aguzzini mostravanoil volto, quello di sempre, certi dell’impunità. Era il volto del condannato ad essere coperto. 

Gli portavano cibo.

Scherzavano, ridevano, sollevavano il pollice, cercavano di rendersi simpatici. Bisognava apprezzare lo sforzo, perché in quella situazione non era facile.

Anche lui cercava di scherzare e di ridere.

Sarebbero stati loro a eseguire la sentenza.

L’unica cosa che avrebbe potuto salvarlo era una chiamata: l’intervento del Governatore.

Aveva chiesto di tenere il telefonino, per chiamare la sua ragazza. Ma loro, sempre allegramente, avevano detto che non era possibile.

I veri condannati a morte non hanno questa possibilità.

Tutto era iniziato come una farsa, un gioco. Ma le cose erano cambiate velocemente. Se Mario e Neri nella vita avessero letto meno interventi illuminati sulla durezza della vita nelle carceri, sarebbe stato molto meglio per Angelo. Ma ora gli aguzzini riversavano tutta la loro sensibilità sociale sul condannato.

La grazia era la sua ultima speranza, come nei film americani.

 

Non scherzavano più.

Le loro facce avevano qualcosa di diverso,  un velo sugli occhi che segnalava una distanza.

Ogni tanto sparivano con aria di grande importanza, come se aspettassero la chiamata del Governatore.

Andavano a vedere le foto e i filmati della tenda bianca, per ispirarsi.

Poi tornavamo e mimavano le torture su Angelo. Non gli facevano male, le mimavano e basta. Al massimo gli orinavano vicino.

Ma Angelo stava scomodissimo, era costretto a stare in ginocchio ed era pieno di graffi. 

Il Governatore esisteva sul serio, da qualche parte, Angelo non sapeva esattamente chi fosse, non era stato lui a nominarlo. Però dal tono delle conversazioni pensava di averlo capito. Doveva essere il Sequi, che aveva insegnato letteratura italiana per diversi anni in America. Una sua frase storica era : Ti ricordi le feste degli anno Ottanta? quelle i cui entravamo col preservativo già infilato?

Il filo di ferro che gli martoriava i polsi non era poi inestricabile, questo poteva voler dire che essendo spiriti illuminati non sapevano fare i nodi, ma anche che era tutto davvero solo uno scherzo, era lui che l’aveva preso troppo sul serio. La baracca era puzzolente, buia, marcia, orribile. Angelo cercava di allentare i nodi contorcendosi come un polpo nella bocca della murena.

Però Mario, chearrivava in quel momento con uno sciroppo alla menta, prese un pietrone e glielo tirò sulla gamba. 

Angelo quasi svenne per il dolore.

Uh, così ti passerà la voglia di sciogliere i nodi, disse Mario imitando la voce di un cattivo da film, con una crudeltà artefatta. 

Dobbiamo sorvegliarlo di più, per il suo stesso bene, disse Neri, con la voce da prete portatore di civiltà.

Angelo si sforzò di ridere per chiarire che ancora era tutto uno scherzo. Venne fuori solo un lamento che gli rimbombava nello stomaco.

Bè, ora basta, disse, devo telefonare a casa.

Ma ci vuole un tono di voce davvero convincente per cambiare la realtà.

Non reagirono.

Li vedeva sul vano della porta, di spalle. Erano forme nere che tacevano.

Ormai era notte. La luna sorse sugli escrementi in cui Angelo si rotolava. Infatti nonlo avevano slegato per permettergli di fare i suoi bisogni. Il carcere non era un albergo, e lui era un tipo pericoloso, per sé e per il mondo. Oranon si allontanavano più lungamente in coppia, ma rimaneva sempre uno a sorvegliare, con una spranga di ferro che era stata la gamba di un letto.

Se si allontanavano in coppia era per poco, per telefonare e confabulare.

Il Masi gli comunicò che il Governatore aveva preso una decisione che lo riguardava.

Ecco, finalmente lo scherzo è finito, sperò Angelo. Il Governatore mi dà la grazia e tutto finisce e io torno a casa. Infatti una delle cose che più lo turbava era che la sua ragazza si preoccupasse, non vedendolo tornare e non ricevendo sue notizie. Il suo cellulare aveva squillato due volte ma i carcerieri non avevano risposto e alla fine lo avevano spento.

Neri con voce pacata disse:

Il Governatore ha decretato che la decisione sarà affidata a una giuria popolare, ma sarà una giuria inconsapevole. Questo ci pare sommamente giusto e democratico, aggiunse con una voce e uno sguardo ironico che gli ricordava il Neri dei vecchi tempi, quello con cui scherzava e si intendeva al volo.

Poi però il volto tornò quello impenetrabile del secondino in un carcere sotto organico.

Come funzionerà la giuria inconsapevole? 

Tu parli solo se interrogato, delinquente, sibilò il Masi. Questa volta gli pisciò in testa.

Neri, benigno,  spiegò:

Sarà l’apricancello a decidere. Il Governatore è già uscito e girerà per un’ora, in macchina, per lestrade del suo quartiere. Dobbiamo ammirare il suo senso del dovere, il suo sacrificio. Tu sei qui che poltrisci, lui lavora. Se entro un’ora avrà visto almeno dieci persone rientrare a casa usando il telecomando del cancello, la condanna a morte sarà eseguita .

Il Governatore abitava in una zona collinare lussuosa, non troppo lontano da Angelo, ed era terribilmente probabile che in quella zona di ville tutti usassero il telecomando. Dunque era inutile sperare. 

Gli sgherri lo rimpinzavano a forza. Ora erano tornati con rotoli di liquorizia. Neri stava poco distante con la spranga, pronto a colpirlo, piano ma sulla testa, quando Angelo si comportavamale. Mariogli ficcava in gola la liquorizia.

Se fosse arrivato qualcuno a salvarlo? Ma Mario ripeteva: ne vuoi ancora? Mangia! E da lontano sembravano degli amici ubriachi che si divertivano, una cosa goliardica.

I secondini parlavano della festa, tranquilli. Si ritenevano normali e il peggio è che lo erano.

Erano incerti sulla modalità dell’esecuzione. Non erano molto pratici. Di libri contro la pena di morte ne avevano letti tanti, ma quello non basta. Le immagini della tenda bianca offrivano un sacco di spunti, ma loro non avevano ancora deciso. Dato che non avevano elettricità, o armi da fuoco, propendevano per il soffocamento oppure potevano prenderlo a pietrate.

La lapidazione, un classico, disse Mario, e a mo’ di esempiogli spaccò il naso con una pietra.

Angelonon voleva urlare, perché  se avesse urlato avrebbe sancito una volta per tutte che non era una finzione. Però cominciò a urlare e a chiedere aiuto. 

Neri e Mario si misero a ridacchiare. Ma chi credi che ti senta, con tutto questo casino. Infatti era iniziato un concerto.

Una coppia distesa in terra a una ventina di metrisentì qualcosa, il ragazzo alzò la testa, ma la ragazza infastidita disse: ci sono dei pervertiti, andiamo da un’altra parte.

Gli portaronocinque hot dog e dovette trangugiare anche quelli. 

Sarebbe morto di indigestione.

 

Angelo si accorse che era arrivato qualcuno, oera sempre stato lì. Era un’ombra, rannicchiata fuori, di là dalla pesante rete rugginosa a cui era legato. Il proprietario della baracca, o uno che ci dormiva. Emerse come una tartaruga dal letargo: era un ragazzino, una specie di scimmia gracile. 

Aiutami, disse Angelo, voleva parlare normalmente. Chiama la polizia. Mi stanno uccidendo. Piagnucolò, impressionato dalle sue stesse parole.

Quello non si muoveva.

Ti prego, disse Angelo.

Che vuoi? rispose alla fine il ragazzino.

Dunque accettava di aiutarlo. Angelo era salvo. Gli ripeté che doveva andare dalla polizia.

No, rispose il ragazzino, la polizia no.

Alloradisse che doveva chiamare la sua ragazza. Gli spiegò quello che doveva fare.

Solo che in quel momento il ragazzino emise uno strano rantolo. La tremenda sprangatadi Neri sulla testa lo fece prima sollevare un poco e poi stramazzare a terra dove, un attimo dopo, fu raggiunto dalproprio sangue.

Era complice di un condannato a morte,  commentò graveMario. Non c’è stato neanche bisogno di interrogarlo.

Quando gli portarono delle altre piadine Angelo ripensò ai ragazzi a scuola. Fin dalle nove del mattino cominciavano a pensare al cibo con un’avidità patologica. A volte compravano i panini già all’entrata e poi li guardavano per ore, con desiderio, accatastati sul banchino delle merende. Non riuscivano a resistere a nulla, se avevano appena appena voglia di pisciare e il bagno era occupato si disperavano, qualsiasi bisogno gli risultava impellente, insopportabile. Chissà cosa sarebbe successo quando sarebbero tornati i tempi duri. Perché i tempi duri tornano sempre.

 

Il Governatore girava per lameravigliosa collina piena di luci potenti come la paura dei derelitti asserragliati in ville fortezza, fari che succhiavano l’energia da paesi martoriati e facevano impazzire fino alla morte gli uccelli notturni. Dietro enormi cancelli spettrali covavano parchi smisurati, con una tale varietà di piante misterioseda garantire ad ognuno la sua brava allergia.

Infatti il Governatore starnutiva e tossiva.

Erano già nove gli apricancello che aveva visto in azione. Mancava unquarto d’ora alla fine del tempo. 

Quandoaveva ricevuto la telefonata, non aveva capito che razza di gioco fosse. Ma per l’appunto stava venendo via da una cena con la sua ragazza, rigurgitante di cibo e di alcool, e gli era piaciuta l’idea di farsi un giro prima di mettersi al computer.

Io sono il Governatore, le aveva detto. Lei lo aveva guardato senza capire, poi aveva vomitato dal finestrino.

Certoil Governatore non sospettava che facessero sul serio. O forse sì. Dentro di sé era attirato proprio da quella possibilità, per quanto pazzesca. Che davvero lui potesse decidere della vita e della morte con la sua sola parola. Poi gli era venuta in mente l’idea della giuria popolare involontaria e a questo punto, anche se era un po’ stanco, non si sentiva di imbrogliare. Era un uomo giusto. Si sarebbe attenuto alle regole. Le regole innanzitutto. 

La sua ragazza ormai dormiva. 

Lui guardava i cancelli.

 

Angelo gemeva. La gamba gli faceva un male del diavolo. Doveva esserci un livido oceanico.

Era passato un tempo lunghissimo, daquando tutto era cominciato.

Eppure era ancora notte. Incredibile.

Qualcuno manipola il tempo, concluse.

Tornarono. A quanto poteva capire avevano conosciuto delle ragazze e nutrivano delle speranze, per questo andavano via così spesso,  e per di più in due, come all’inizio dei tempi. Angelo gli chiese dell’Aulin. L’Aulin ormai te lo danno anche se devi prendere l’autobus, aggiunse, per fare lo spiritoso, era una frase che ripetevano sempre.

Ma Neri non abboccò all’amo della frase comune, che avrebbe potuto restituire una certa complicità alla situazione.

Tu non devi prendere l’autobus, tu resti qua, rispose.

Pensava alle colline lontane. Non a quelle seminate di luci, dove si stava decidendo la sua sorte, ma alle colline nere dove non c’è nessuno.

 

Porco mondo, santi numi

il mio corpo va in frantumi.

 

Poteva anche darsi che la sua condizione fosse quella che meritava.

 

I due aguzzini eranotornati alla festa, per cercare ispirazione riguardo alle modalità dell’esecuzione, per parlare dei problemi del mondo, o per baccagliare le due ragazze, o per fare le tre cose insieme.  Magari le due mignotte,  col favore della penombra non si sarebbero accorte troppo presto della bruttezza dei due figuri, che così avrebbero perso tempo e lui intanto poteva tentare qualcosa.

Ma cosa?

In quel momento il cadavere del ragazzo bastonato si mosse e aprì gli occhi.

Se si trattava di uno zombie destato dalla luna, era in uno zombie che Angelo doveva riporre le sue ultime speranze.

La testa insanguinata si sollevò, respirava roca dall’altra parte della rete.

Angelo gli aveva già spiegato tutto, prima: doveva scappare via e telefonare alla sua ragazza. Sperò che se ricordasse. Si contorse come una lucertola presa al cappio, premette il sedere contro la rete, senza dir nulla.

Lo zombie protese la mano adunca e frugò nella tasca prendendo la chiave della macchina.

Tornando con un frullato multivitaminico,  Neri e Mario fecero appena intempo a vedere la macchina che se la filava sobbalzando sbilenca tra i dossi di fango secco.

Ci hanno fregato la macchina, ridacchiò Mario.

Non aveva importanza, tanto loro dovevano rimanere lì per il gioco. Gli sembrava che da quel gioco dipendessero i destini dell’umanità. 

Il ragazzo filava ferito e felicenelle selvagge distese della transumanza e della prostituzione. Aveva una nuova macchina. Non ci pensava neanche a chiamare la casa di quello là. Se lo avevano legato, certo c’era un motivo.

 

Il Governatore era davanti al decimo cancello, era proprio la casa del suo amico Angelo. In quel momento arrivò una macchina. Chissà se il cancello si sarebbe aperto automaticamente.  Il Governatore sentì il cuore accelerare. Che stupido. Doveva stare tranquillo. Era solo un gioco. Comunque andasse, che importanza poteva avere?

 

Enzo Fileno Carabba

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Enzo Fileno Carabba Enzo Fileno Carabba

Carriera criminale

La prima volta che sono stato a Ponza doveva essere fuori stagione perché c’era la neve.  Immagino che la neve a Ponza non sia una cosa frequente, ma  ho una fotografia che può testimoniarlo

La prima volta che sono stato a Ponza doveva essere fuori stagione perché c’era la neve.  Immagino che la neve a Ponza non sia una cosa frequente, ma  ho una fotografia che può testimoniarlo: ci sono io che indosso la salopette della muta subacquea e la neve che sgocciola da una paretina rocciosa sullo sfondo. 

Appena arrivati trovammo qualcuno - un agente immobiliare, mi sembra - che vedendo la mia attrezzatura subacquea mi parlò di una cernia imprendibile che lui insidiava da anni. Ora si preparava a soffiargli aria ad alta pressione nella tana, direttamente dal primo stadio di una bombola, così la cernia usciva e lui sparava col fucile. L’idea mi parve bizzarra. Poi ho imparato che in ogni isola c’è qualcuno che tenta di catturare una cernia imprendibile soffiandogli aria ad alta pressione nella tana. Non mi risulta che la cosa sia mai riuscita.

Lui comunque insisteva che l'espediente era legale. Perché è vero che è vietata la pesca con le bombole, ma questo significa che uno non deve respirare dalla bombola, mentre lui intendeva scendere in apnea portandosi dietro la bombola solo per stanare la cernia.

Se poi prendi una cernia colpendola con una bombola va bene lo stesso, in questa prospettiva.

La pesca subacquea mi è sempre piaciuta moltissimo, me la sogno anche la notte. Devo dire però che l’integrità dell’ecosistema marino è garantita dalla vaghezza della mia mira. La mia tecnica di pesca è questa: sparo a un pesce e ne prendo un altro, di cui neanche sospettavo l’esistenza. E’ una tecnica eccentrica, potremmo definirla divergente. Consente di sognare incontri incredibili e coglie di sorpresa la preda, ma naturalmente è raro che alla fine ci sia una preda. Di solito la tecnica produce pesci in fuga, bellissimi da vedere, molto più belli di un pesce infiocinato. Comunque, a Ponza presi una grossa seppia con questa tecnica divergente.

Quella volta eravamo io e la mia ragazza. Volevamo noleggiare una barca. Il signore che avrebbe dovuto noleggiarla diceva che quel giorno non era possibile ma il giorno dopo magari sì. Non capivamo perché.

Non è forse scritto  che tutti i giorni sono uguali? Bè, credo di no.

La cosa durò infatti diversi giorni. Noi intanto giravamo l’isola in autobus, e io mi trascinavo dietro in autobus tutta l’attrezzatura. La cosa positiva è che non ero mai stato su un autobus con muta pesi e fucile. E‘ un’esperienza, dato che in verità sono oggetti concepiti per stare in mare.

Ogni giorno chiedevo la barca all’affittabarche, ma il giorno buono non arrivava mai. Era sempre domani. Mi sentivo un po’ preso in giro. Si vede che gli stavamo antipatici. Alla fine, a causa credo delle infiltrazioni d’acqua, un muro crollò sulle barche del signore che ci prometteva invano la barca e le seppellì tutte. Certo una punizione divina.

 

Ho sempre frequentato persone che ritenevano la pesca subacquea una attività disdicevole e la mia ragazza in questo non faceva eccezione. A Ponza presi una  murena che sgusciava dentro un relitto in pochi metri d’acqua. Rivedo ancora i suoi movimenti solenni e maculati.  A riva la murena sputò un polpo, intero, ma ormai bianco, perché la pelle era stata già digerita. A mio vanto posso dire che avevo mirato proprio la murena, non un altro pesce, comunque lo spettacolo della murena che sputa il polpo - anche se naturalisticamente interessante - fu la goccia che fece traboccare il vaso. 

 

La mia fidanzata mi disse: basta, o me o la murena. Io scelsi lei, anche se bisogna dire che la murena  era una gran bella murena. 

 

Passarono molti anni senza pesca subacquea. In compenso ho fatto quattro figli. 


 

L’anno scorso mi trovavo in una località toscana che mio figlio chiama Il Bagno delle donnole. La donnola è un predatore furbo e spietato.

 

Mi stavo allontanando dalla riva per poi pescare. C'erano delle orate che risalivano un canalone. Poco prima, mentre indossavo la muta e mostravo l’attrezzatura a mio figlio erano passati almeno tre motoscafi vicinissimi alla costa.  Ora, pinneggiavo sperando che arrivasse la guardia costiera e infligesse a quei maciullatori  una punizione esemplare. Non avevo fatto i conti con l’originalità dei miei conterranei. In effetti, se ci pensi, multare i motoscafi o i gommoni che passano veloci vicino alla costa sarebbe di una banalità desolante, un po’ come multare quelli che in autostrada ti arrivano a un centimetro e ti lampeggiano.

Fa molto più colpo multare un tipo che ha preso cinque telline, o un bagnino che prende un caffè.

Ero abbastanza lontano e cominciai i preparativi. Misi giù la testa per far uscire l’aria dal cappuccio. Sentii un motore in avvicinamento. Sollevando la testa  vidi un gommone bianco piombare a tutta birra verso di me. E’ finita, pensai, non ha visto il pallone, o è uno di quelli che quando vedono una boa segnasub ci vanno sopra per capire di cosa si tratta,  magari una nuova specie di pesce venuta dal Mar Rosso. Invece quello con una manovra inspiegabile ma spettacolare mi si mise di fianco.

Sopra c’erano due tipi vestiti di bianco, inizialmente pensai a due camierieri ubriachi esibizionisti. Invece era la Guardia Costiera.

Vorranno aiutarmi, pensai. Ma perché?

 

 Mi fecero salire bruscamente. Aiutano senza smancerie, osservai ammirato. E' una cosa tra uomini. Uno, quello più giovane, non parlò mai, sembrava assorto in pensieri lontani. L ’altro era il capo: sui cinquant’anni,  leggermente sovrappeso, coi baffoni, diceva cose non pertinenti per uno che salva qualcun altro da non so cosa. Ma non è sempre la parola che contraddistingue il lupo di mare.

Certo anche a prescindere dalle parole il suo tono era duro, severo.

Eccessivamente severo, mi resi conto.

Soppesai il significato delle parole ed ebbi un'illuminazione. Non mi stavano aiutando. Mi avevano appena catturato. Dal loro punto di vista ero una specie di Diabolik.

 Diabolik oltre ad avere una tuta particolare compie delle azioni particolari. Io la tuta particolare ce l'avevo e Eva Kant mi è sempre piaciuta. Abbiamo un sacco di cose in comune, io e Diabolik. Ma cosa avevo fatto? Azzardai una domanda.  Per caso quella era una zona protetta dove non si poteva pescare?

Non rispondevano.

Avevano la faccia da rapitori. 

Mi balenò l'idea della fuga.

Fu così che iniziò la mia carriera criminale.

 

Ripensandoci la fuga poteva essere faticosa. Sono cose da fare in fretta, che è cattiva consigliera.Restai. Volevano i miei documenti. Gli feci presente che i documenti erano a riva, e indicai la direzione. Pensavo che mi riportassero agli scogli a prendere i documenti. 

Sarebbe stato  banale. 

Senza dir nulla mi portarono via, oltre la punta, dall ’altra parte del promontorio. Lì avevano il loro covo fatiscente pieno di fogli con cui si davano ragione. Mentre svoltavamo, mio figlio  da riva guardava atterrito senza capire. Non capita tutti i giorni di vedere un rapimento.

Gli feci allegramente ciao con la mano.

Chiesi ancora alle guardie: ma transitavo in una zona protetta? 

Transitavo mi pareva la parola giusta, un verbo del genere poteva aprire un sacco di porte.

Invece continuarono a non rispondere.

Mi portarono in un ufficietto e mentre ancora ero vestito da Diabolik (che caldo deve patire quell'uomo)  mi venne comminata una  multa da 1038 euro perché - secondo loro - stavo pescando vicino alla riva, tra i bagnanti. Cercai di dirgli che non era vero, che ero lontano dalla riva, peraltro una scogliera a  picco, e che non c’erano bagnanti, a parte mio figlio su uno scoglio, e io non sparo mai a mio figlio.

Questa frase non ebbe successo. Dovrei stare più attento a quello che dico.

Quelli restarono impenetrabili. Forse anche sordi oltre che impenetrabili: perché nel verbale scrissero che dicevo di non essermi accorto di essere così vicino. Mentre avevo detto un'altra cosa.

E’ come se uno accusato di omicidio si professa innocente e nel verbale  scrivono: afferma di non essersi accorto che stava uccidendo la vittima a martellate.

Feci notare che la sagola del pallone era ancora tutta avvolta.

Il baffo si limitò a dire che il pallone  segnasub lo tenevo comunque staccato dal corpo.

La prossima volta nuoterò col pallone in equilibrio sulla testa, feci.

Ecco un'altra di quelle volte che credo di aver detto una frase divertente per sdramatizzare ma l'uditorio non reagisce. In certi casi l'uditorio è maledettamente importante.

La cosa era talmente insensata che a un certo punto pensai a uno scherzo. Magari erano emissari del mio otorino. Lui mi dice sempre che l’uomo non è fatto per andare sott’acqua. 

Se quella era un terapia predisposta dal mio otorino ero impressionato dal prezzo.

 

Nei mesi successivi andai a protestare alla Capitaneria di Porto di Livorno, con tanto di memoria difensiva.  All’Ufficio Contenziosi, un ragazzo gentile dietro una scrivania mi assicurò che avevo perfettamente ragione e anzi mi fece capire che quelli del Bagno delle donnole avevano le loro peculiarità. Salvo poi mandarmi il mese dopo una lettera in cui con frasi misteriose (tipo “si rappresenta che…” ) mi si diceva che la sanzione rimaneva invariata.

Non si erano neppure degnati di convocare i testimoni. Avrei potuto rivolgermi al giudice di pace ma lasciai perdere. Mi sembrava gente ben organizzata.

Ripensavo alla faccia gentile del ragazzo dell ’Ufficio Contenziosi, che sembrava d’accordo con me. Poi si dice che c’è poco lavoro per gli attori. Con tutti gli Uffici Contenziosi che ci saranno in giro! 

Quell’episodio ha lasciato in me e anche in mio figlio - quello che ha assistito al rapimento sul gommone bianco - un senso di ingiustizia.  Tra l’altro, proprio prima di scendere in acqua l’avevo ammonito severamente circa i pericoli del caricamento a riva.

L’episodio dimostrava che il giusto comportamento viene punito. 

Ho smesso di mandare maledizioni a quel tipo coi baffi solo pensandolo come un rapinatore. 

Tutto ciò ha prodotto tre pericolosi avversari delle forze dell’ordine: i miei figli. I figli sono quattro, il quarto non ha aderito per via dell’età. Ma può darsi che crescendo, e ascoltando i racconti di quel mattino, si unisca alla banda. La nostra famiglia si sta allontanando a grandi passi dalla cosiddetta cultura della legalità.

 

Quest’anno sono tornato a Ponza con la stessa fidanzata che mi aveva detto “o me o lei” riferendosi alla murena e che per comodità chiamerò mia moglie, anche se non siamo sposati. E naturalmente col resto della banda. 

Via via che mi avvicinavo all’isola riaffioravano i ricordi. Mi succede sempre così. Mi riaffiorano i ricordi senza bisogno di essere sul posto, semplicemente avvicinandomi. E’ una magia. Lo spazio evoca il tempo. Ora ricordavo un giro col mare un po’ mosso a largo di un faro, col fondale profondo, invisibile, e delle grosse ombre che scorrevano sotto di me. A quel tempo mi piaceva lasciarmi andare a mezz’acqua sui fondali profondi. Il senso di inquietudine e di piacere. Oggi preferisco i fondali bassi, dove si avverte meglio la contiguità tra il mondo emerso e quello immerso.

Ricordavo anche  delle rocce bianche a strapiombo e  un’aragostina, dalle parti di un posto che si chiamava Cala Gaetano, quella è l’unica aragosta che io abbia visto andando in apnea. 

E soprattutto ricordavo la murena sputatrice. Dopo la scena  in cui mia moglie aveva detto “o me o lei“, in realtà avevamo trovato una signora che ce l’aveva cucinata a rotellone fritte. Il figlio della signora aveva chiesto “l’hai sparata?”

Ricordavo un cane dal pelo lungo e chiaro, una specie di spinone,  che mi aveva fatto compagnia mentre scrivevo seduto al tavolino di un bar. Da qualche parte ho una foto di me col cane: ha un’aria entusiasta e sembra che sia lui a dettarmi le parole.

Mentre sbarcavamo pensai alla neve. A volte le prime impressioni marchiano la mente di un uomo. E per me Ponza - la vera Ponza - rimarrà sempre spennellata di neve. Per cui  trovavo un po’ strano vedere l’isola col caldo e senza la neve e piena di gente. 

 

Ci sedemmo a un bar nei pressi del porto.  Guardavo qua e là, un po’ ansioso, sperando che i tre figli più grandi non  rivelassero troppo presto la  loro natura criminale di distruttori di tavolini e tovaglie, e il minore non sfoderasse  le sue doti di urlatore assordatore della quiete pubblica, quando  lo vidi.

Anche lui mi guardò, con quel suo sguardo soddisfatto di se stesso. Anzi oserei dire che mi guardò coi baffoni, forse per questo non mi riconobbe. Dato che era senza divisa immaginai che fosse in vacanza,  però era solo. Strano: come minimo la vacanza era  una copertura per qualcosa di losco.

Eccolo lì, l’iniquo che aveva generato nei miei figli quella diffidenza verso le forze dell’ordine che dopo aver  distrutto anni di educazione alla legalità li avrebbe condotti  sulla via del banditismo.

Sarebbe stato giusto che la donnola baffuta ricevesse una punizione. Ma solo una mano innocente può punire. Così come era stato innocente, ma giusto,  il muro che molti anni prima aveva seppellito le barche dell’uomo che ci prendeva in giro.

Valutai le probabilità che un muro cadesse sulla donnola per via della neve. Non ci potevo contare.

 

Avevo in mente il piccolo relitto dove avevo trovato la murena sputapolpo, forse perché ho due foto subacquee con mia moglie che indossando una muta fucsia nuota costeggiando la fiancata del relitto. Sembra a cento metri di profondità, anche se saranno tre metri. Ho poi appreso che mia moglie odia andare sott’acqua, quindi quelle due foto testimoniano una estrema delicatezza da parte sua nei miei confronti e io non sono insensibile a queste cose.

Alla fine andando in giro per l’isola col figlio maschio, quello che era presente al mio rapimento presso il Bagno delle donnole, ho trovato la scalinata scavata nella roccia che porta agli scogli di fronte al relitto.

Era sera. Scendendo vidi che sugli scogli c’era un uomo solo.

LUI.

Quell’individuo mi perseguitava. Per fortuna mio figlio non lo riconobbe, era ancora lontano, né l’aveva riconosciuto al bar.

Quando arrivammo giù la donnola era in acqua, e faceva dei goffi tentativi di immersione con pinne e maschera.

In quei giorni mio figlio stava affinando l’arte di tirare i sassi sull’acqua. Io mi chinai e raccolto un sasso magnifico,anche se un po’ grosso, gli dissi: vedi un po’ se ti riesce con questo. Stava per tirare a destra ma  gli fermai la mano e dissi: no prova un po’ di là, che era la direzione in cui avevo visto immergersi la donnola.

La mano  di mio figlio lanciò. Il sasso rimbalzava potente e leggero. Vidi la testa della donnola emergere, proprio sulla traiettoria.

Una incredibile sfortuna, in tutta quella immensità. Avevo detto al bambino di lanciare il sasso così per gioco, non avrei mai pensato che il sasso potesse colpire davvero la testa della donnola.

Mi era già successo da ragazzo, di colpire un sub con un sasso. La cosa non poteva ripetersi.

E infatti non si ripetè. Trattenni il fiato. Vidi il sasso schizzare accanto alla testa e proseguire in gran fretta verso l’orizzonte, come se fosse in ritardo .

Meglio così, pensai. In fondo quell’uomo non l’avevo visto mica bene: forse non era neppure chi pensavo che fosse. O forse era proprio lui. Ma senza divisa e senza gommone faceva pena, così, da solo, in vacanza. Anche la maschera e le pinne mi sembrarono tristi. 

E’ stato un bel lancio, dissi a mio figlio, diventi sempre più bravo.

Lui sorrise appena. Un sorriso lieve, pieno di tenerezza.

Era un ragazzo che prometteva bene.

 

Enzo Fileno Carabba

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Enzo Fileno Carabba Enzo Fileno Carabba

Orrore sulle colline

Alle prime brezze di primavera, i sacchetti di plastica si levavano in volo come uccelli bianchi. Erano stati in letargo tutto l’inverno, bloccati dal fango o dal gelo.

24 marzo

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Alle prime brezze di primavera, i sacchetti di plastica si levavano in volo come uccelli bianchi. Erano stati in letargo tutto l’inverno, bloccati dal fango o dal gelo. Ma ora salivano in aria e poi sbandavano per le colline incontaminate che dominavano la città.

C’era della bellezza, in quell’orrore.

Angelo bevendo il caffè che avrebbe dovuto riportarlo tra i vivi guardava dalla finestra.

I cofani delle macchine brillavano in fila sulla collina di fronte, erano una linea incandescente nel verde. 

Più o meno il risveglio dei sacchetti coincideva con la crescita degli asparagi selvatici, che Angelo cercava avidamente. Per mangiarli o rivenderli a peso d’oro a dei tipi inariditi dalla ricerca spirituale, quando non era costretto a portare il sapere in qualche scuola, superiore di nome, inferiore di fatto.

I falchi tornavano, con le ali immote a picco sulla campagna.

I sacchetti volavano.

I motociclisti sfrecciavano dementi sulla intercollinare.

Eh sì, a volte aspetti delle cose per una vita intera, e quando queste alla fine si realizzano sul serio ti rimane addosso una strana sensazione, una gioia che è anche un senso di vuoto. E’ davvero strano.

Quella mattina di marzo, per esempio, quando il motociclista ronzante come un calabrone sulla curva venne incappucciato da un sacchetto bianco, uscì di strada e sparì tra gli anemoni del campo, Angelo non esultò. Nonostante dopo pochi secondi avesse sentito il botto.

Insieme a quella gioia semplice, genuina, del motociclista schiantato, fu preso da un disagio, quasi dal senso di colpa. Anche se lui non c’entrava nulla.

Al limite era la Madonna.

Comunque doveva sbrigarsi perché era in ritardo.

Andare a scuola nella conca della culla dell’arte era scendere all’inferno. Teneva dei corsi di scrittura creativa nelle scuole superiori. Da dicembre a aprile andava in ventiquattro scuole diverse. Nessuno che andasse in ventiquattro scuole diverse poteva credere nella democrazia. [...]

All’Istituto numero uno ci volevano mezz’ore per trovare un’aula diponibile. L’edificio era grande e nobile, pieno di statue e muri cadenti. Le scolaresche si dedicavano alla transumanza nei corridoi, dato che la preside aveva pensato bene di risparmiare sulla pianificazione delle lezioni (negli anni precedenti affidata a un apposito esperto) e allora aveva fatto tutto lei, aveva preso carta e penna per farglielo vedere.

 E indubbiamente si vedeva. 

L’ora veniva impiegata più che altro nella ricerca del luogo e nelle contese verbali o violente con altri pretendenti. E questo era senz’altro la metafora di qualcosa.

 I ragazzi non erano normali. Un giorno non lontano si sarebbero trasformati in votanti.

Però c’era un gruppetto di ragazze volenterose, alla fine avevano capito che dovevano cercare di concepire un personaggio con caratteristiche precise. 

Una ragazza esilissima e verdognola gli chiese: quanto è alta e quanto pesa una persona di mezza età?

Un’altra, la compagna di banco: quanti soldi ci vogliono, a un evaso, per la droga e per l’albergo?

E queste erano l’elite.

Un’altra faceva la calza, il gomitolo di lana in terra. 

Una vietnamita trapiantata in Chianti si truccava per ore, fasciata in vestiti trasparenti.

Un’altra, grassa, brutale, sbilanciata dai brufoli, berciava come una pesciaiola medievale appena scaricata lì dalla macchina del tempo, sputava parole di un linguaggio incomprensibile.

Erano tutti incontinenti e affamati. Sognavano cessi e panini.

Un ragazzo enorme, in fondo alla classe, percuoteva il banco per ore con le impressionanti manone. C’era di buono che almeno non si muoveva mai dalla sua postazione, al contrario degli altri. Il banco lo usava tipo tamburo tribale.

Eh sono ragazzi vivaci, disse sorridendo in modo distorto la professoressa sempre stanca. Spesso Angelo la vedeva con gli occhi sbarrati al bar della scuola. Guardava fisso davanti a sé, altrove, persa in qualche sogno tropicale o apostolico. La professoressa disse che la lezione frontale non funzionava, era superata.

Però la lezione frontale era andata benissimo per il motociclista.

Alla fine la gamba del tavolo percosso dalle manone si staccò. E allora lo gnomo livido che gli stava accanto la prese e senza nessuna ragione comprensibile la tirò sulla testa di una ragazza che cominciò a sanguinare.

Si credevano tutti intelligentissimi.

Nessuno conosceva Stanlio e Olio.

Era finita. Basta. Altro che portare il sapere. Non bisognava portare niente da nessuna parte. Molto meglio non farlo, a parte che era impossibile.

E’ l’ora, pensò. E’ giunto il tempo. Il momento di ritirarsi in qualche avamposto fortificato e alzare il ponte levatoio.


 26 marzo

Cacciavano i ghiri con gli spiedi. I ghiri erano buonissimi, succulenti, succosi e teneri, anche se lui non li aveva mai assaggiati. La legge in teoria prevedeva che uno non li cacciasse, erano protetti, per così dire. Ma Angelo, Ugo, Mario e Mikailov erano di aperte vedute. Ad Angelo, che aveva sempre destestato i cacciatori, le vedute gliele avevano aperte le difficoltà monetarie. I ghiri riuscivano a venderli anche per trenta o quaranta euro l’uno, a seconda. 

Funzionava così. Angelo tornava da scuola stravolto, dormiva un po’ e poi si precitava nei boschi con l’allegra compagnia. I ghiri li trovavano nelle cavità degli alberi, soprattutto querce. Bloccavano tutte le uscite possibili, se ce ne erano, e poi dall’alto li infilavano con lo spiedo.

Mikailov aveva portato un forcone. 

Ma che fai, gli disse Mario, che nonostante fosse un pittore se ne intendeva perché suo padre era stato veterinario da quelle parti. Così lo rovini.

Al mio paese facciamo così, rispose Mikailov, che era un omone con un vocione da omone, lui badava alle pecore, anche se in realtà era un tecnico informatico.

Al tuo paese siete selvaggi, disse Ugo, un omino con un cappellino ridicolo sempre in testa che faceva il giardiniere, veniva dal sud.

Angelo era l’unico che in realtà non ci capiva molto in queste questioni che però lo appassionavano, da bambino era cresciuto in città. Faceva parte del gruppo perché conosceva tutti i sentieri e tutti i passaggi fuori sentiero, meglio dei suoi compari, grandi intenditori della vita agricola e boschiva che però non muovevano un passo se non c’era un motivo.

Invece Angelo conosceva un sacco di posti proprio perché muoveva passi senza motivo. 

Il motivo prima o poi salta fuori.

Per esempio quella sera tornarono con tre ghiri nello zaino. Appena presi gli facevano tutto un trattamento, altrimenti diventavano amari, sapevano di bile o qualcosa del genere.

Era sempre più sera. Il cielo emanava strisciate violacee. Si fermarono in una radura a mangiare qualcosa, era una specie di merenda tardiva. In fondo erano come dei ragazzi che giocavano, questo li aiutava nelle difficoltà.

E’ riapparsa un’altra Madonna, disse Ugo senza alzare lo sguardo, dopo un bel po’ di silenzio.

 La cosa stava così. Un tempo le campagne erano piene di tabernacoli con Madonne, immagini o statue. Madonne col bambino che vegliavano ai crocicchi, sulle strade bianche.

Poi le Madonne erano sparite tutte. Rubate, si suppone. 

Ma ora alcuni superstiziosi trogloditi come Ugo sostenevano che le Madonne stavano tornando. O meglio, che stessero tornano era incontestabile. Se uno andava in giro lo vedeva da solo. Ma i superstiziosi regrediti giuravano che le Madonne stavano tornano senza che nessuno ce le mettesse.

Magari anche quando se ne sono andate non è che le hanno rubate, magari se ne sono andate da sole. Questo disse Mikailov.

Ma che dici, rispose Ugo, sei eretico. E poi molti tabernacoli hanno le grate di metallo.

Comunque in effetti poteva anche darsi.

Dovremmo appostarci la notte di fronte a un tabernacolo vuoto e vedere se ne soprendiamo una che ritorna, magari capiamo come fa con la serratura, aggiunse Ugo, che credeva ai prodigi ma aveva senso pratico.

Bisognerebbe capire perché sono tornate, disse Mario.

Ugo però non si lasciava smontare da finezze o ironie. Domenica aveva sentito il parroco, Don Pietro, dire alla sua platea quasi tutta di donne che c’era bisogno di sacrifici. E aveva messo in relazione questo bisogno dei sacrifici col ritorno delle Madonne. Quindi bisognava fare sacrifici per non far andar via le Madonne. 

Quali sacrifici non era chiaro.

Ma in molti erano pronti 


 27 marzo

La mattina dopo, presto, Angelo era in giro col cane perché non doveva andare a scuola. Viola aveva bisogno di nuotare e Angelo voleva vedere se i pescatori avevano di nuovo sporcato il lago. Era un po’ una mania e se ne rendeva conto. Si sentiva come quegli omini che fissi alla finestra o al balcone, in città, controllano di continuo se uno parcheggia male e a quel punto glielo dicono. Uno spasso. Così lui andava al lago e se c’erano i pescatori chiedeva di non lasciare rifiuti.

Rifiuti? Domandavano esterefatti, non capivano la parola.

I pescatori di solito erano dei ragazzotti brutali con occhiali a specchio, che nonostante la giovane età non ce la facevano ad arrivare nei pressi del lago a piedi, senza l’ausilio di un fuoristrada. Proprio al lago in macchina non ci arrivavano, perché c’era una salitina finale ripidissima e stretta e stretta, un viottolo da cinghiale magro. Però ce la facevano a scaricare sulle sponde e anche in acqua quantitativi inspiegabili di plastica.

Sarebbe stato il caso di piazzare delle trappole per mozzargli le gambe. O almeno prendere a bastonate i loro fuoristrada.

Ma invece ora non c’era nessuno. Si sentiva l’incredibile frastuono della primavera, tutti gli animali cantavano. E i vegetali non è che stessero zitti. Un tripudio sonoro luminoso che sgorgava da tutte le parti segnalava l’assenza dei pescatori.

Chissà che musica saltava fuori quando non c’era neppure Angelo. Ma nessuno è perfetto, e lui per stare là doveva esserci.

Camminava nell’erba e nei fiori che crescevano a vista d’occhio, dove vedevi un filo, poco dopo c’erano liane colorate coi petali; scrutava tra i rovi nella speranza di cogliere il bianco dei prugnoli, funghi rarissimi, più preziosi dei porcini, gli unici a crescere in quella stagione.

Salì al lago, che aveva una strana forma semitriangolare, con uno dei vertici che puntava dove il bosco era più fitto.

 Dall’altra parte vide un’ombra sull’erba. Sembrava scivolare.

Una Madonna. 

 Ma non poteva essere di quelle che poi entrano nei tabernacoli. Era grossa come un orso.

Quella Madonna gli faceva paura. Da bambino alle elementari gli avevano dato un tema: cosa faresti se Gesù bambino apparisse in camera tua? Lui, immaginando l’improvvisa materializzazione di un sinistro bambino avvolto nella luce, tipo le bambine di Shining, aveva scritto che si sarebbe buttato dalla finestra dalla paura. E la maestra aveva convocato i suoi genitori per lo scandalo. Ora provava la stessa inquietudine di quella immmaginata tanto tempo prima, solo che la questa non era immaginazione.

Ferma, sussurrò a Viola che stava per buttarsi nel lago pieno di gamberi killer che si muovevano torpidamente.

Per fortuna la Madonna non lo aveva notato, stava entrando nel bosco al vertice del triangolo.

Angelo non scappò. Stava immobile come una statua nel tabernacolo. Fissava quell’ombra alta, spaventato e attratto. La Madonna, qualsiasi cosa fosse, sparì tra le querce.


2 aprile

Angelo girava come un pazzo da una scuola all’altra. Parlava di continuo, sempre, non riusciva a fare altro. Parlare era come una droga che gli impediva i pensare. A furia di parlare non capiva bene quello che diceva. Magari credo di dire Leopardi è un poeta e invece dico la preside peta, pensava.

Ogni tanto qualche professore si complimentava perché lui nel casino più totale riusciva a stare tranquillo. Ma lui ci riusciva perché dava per scontato che quella era una discesa nell’orrore. In effetti per essere l’inferno non era male: c’erano anche dei ragazzi fantastici. 

Ci fu la faccenda degli scaracchi.

L’Istituto numero 6 lo vedevi anche se non ci andavi. Dappertutto per la città c’erano manifesti che lo pubblicizzavano come tempio della didattica contemporanea. Era un tempio basso ma enorme, un po’ tipo il pentagono. Con un grande cortile interno in cemento rosa e bianco circondato da reti metalliche nere.

 La prima volta che era stato lì, avevano tirato un accendino dalle scale e l’accendino era esploso accanto a una ragazza, che poi fingeva di ridere ma piangeva. Angelo non aveva capito se tutti gli accendini tirati dall’alto esplodono o se quello era stato preparato.

Un’altra volta gli alunni avevano riempito la scuola coi vermi. Questa in effetti era una cosa che lui aveva apprezzato, perché trovare tutti quei vermi non doveva essere stato facile. Su una panchina del cortile interno aveva letto una scritta sul muro “facciamolo nella torba, tra i lombrichi”, che forse non era casuale.

Stavolta la professoressa, curva sotto il peso delle ore di lezione e soprattutto di pianificazione, coi capelli ritti e come in trance, lo avvertì: attento agli scaracchi.

Già il fatto che una professoressa usasse la parola scaracchi con quella naturalezza lo colpì, non che ci fosse qualcosa di male, ma gli suonava strano.

In effetti camminando verso la cattedra dovette evitare scaracchi grandi come pozze, era incredibile che un essere umano potesse produrli, sembravano scaracchi di ippopotamo. Ma ippopotami non se ne vedevano.

In classe c’erano i giornali, sparsi qua e là. Pochi giorni prima Angelo aveva letto su una di quelle riviste da treno dei commenti entusiastici su questa iniziativa nobile di distribuire giornali nelle scuole. 

Solo che quei giornali erano illeggibili. In quanto scaracchiati.

Angelo fece una faccia stupita.

Due nane coi denti pieni di cibo, perché mangiavano di continuo, dissero che loro non scaracchiavano.

A quella affermazione tutti presero a urlare e a deriderle e a barrire.

La professoressa parlò della necessità di utilizzare nuovi metodi didadittici. Stava col busto quasi spiacciato sulla cattedra e le braccia protese in avanti. Non si capiva se parlava ad Angelo, ai ragazzi, o agli scaracchi, nessuno la stava a sentire.

Di solito era gentilissima (una gentilezza del tutto fuori luogo) e remissiva, ma ogni tanto la frustrazione esplodeva e allora cominciava a inveire contro un ragazzo che non aveva fatto nulla. E così fu questa volta.

Prese per il braccio un mingherlino che aveva solo chiesto di uscire. 

In Angelo la curiosità fu troppo forte: ma perché scaracchiate? Chiese.

Al che inaspettatamente parecchi fra quelli in stato di veglia parteciparono alla discussione. Addirittura ci fu chi smise di giocare a carte.

Tre tipi uscirono dall’armadietto grigio dove erano stati rinchiusi fino a quel momento (ed era uno di quegli armadietti piccoli) per dire confusamente la loro. Angelo non capiva come avevano fatto a starci tutto quel tempo senza soffocare. Magari dentro ce n’erano altri, morti.

Del perché scaracchiassero tutti, o quasi tutti, Angelo non capì molto. Per giustificarsi dicevano che non avevano voglia di studiare, per questo erano in quella scuola. Lavorare era troppo faticoso. Lo dicevano sul serio, con aria improvvisamente assenatissima. La stessa che dovevano assumere coi loro genitori, che infatti pensavano tutti di avere dei figli, se non geniali, perlomeno buonissimi (solo un po’ vivaci, ma chi non lo è a quella età), e che la scuola, arretrata, non fosse in grado di valorizzarli. Comunque alla fine un ragazzo allampanato, coi capelli rossi, che sembrava venuto dall’ottocento, gonfiò il petto smilzo e con aria fiera disse: io quando devo scaracchiare mi alzo e vado al cestino.

Bravo! Esclamò Angelo, assurdamente entusiasta. Gli sembava di essere stato catapultato nel libro Cuore.

Solo più tardi si chiese che senso avesse il tutto.


4 aprile

Angelo aveva dei vicini di casa americani, una famiglia molto religiosa. Gli avevano regalato un libro su Gesù intitolato “Il falegname dell’anima”. Proprio così. Nel libro c’erano capitoli tipo “Come entrare in contatto con Dio”. O illustrazioni con una locomotiva sbuffante e sotto la didascalia: “Dio è la locomitiva, tu attaccati”.

Proprio così. Sembravano cose false ma erano vere.

Erano tipo crociati di Cristo o qualcosa del genere. 

Però erano simpatici. .

La mattina arrivò George. Era un uomo alto, atletico. Aveva più l’aria dell’ uomo d’azione che del religioso. Al limite poteva sembrare un predicatore errante nel selvaggio West, munito di pistole sotto la tonaca, o di croci esplosive. Lo immaginavi nel vento e nella polvere predicare il Verbo combattente. Di fatto lo vedeva sempre lavare la macchina o cose del genere, anche se poi parlava di Gesù, con cui aveva un’intesa particolare. La Bibbia non sembrava essere la sua lettura quotidiana. Lui e Patty, sua moglie, erano venuti in Italia chiamati da Dio. Erano qui a oliare matrimoni, come dicevano.

Il matrimonio è come una macchina. Non devi andare dal meccanico quando è da rottamare. Devi fare dei controlli periodici, Controllare l’olio, i freni, le gomme eccetera. Per il matrimonio è lo stesso, questo era il concetto. E la revisione ti conviene farla dal punto di vista di Dio.

Insomma cercavano di dire alle coppie come vivere, del tutto in buona fede. La loro era una organizzazione importante, ramificata in tutto il mondo. 

Il tema di un convegno o una convention messa su dalla loro organizzazione fu: Come oliare matrimoni in Afghanistan. 

George aveva lasciato la sua attività di imprenditore in Florida per questa missione.

 L’americano arrivò con aria grave e raccontò ad Angelo cosa era successo quella notte. 

Sono i venuti i ladri a rubare, disse. Come se i ladri facessero altro. Comunque risultò che avevano visitato tutte le case lì attorno. A parte una.

Quale?

Ebbene sì, quella: la casa di Angelo e Lucia era l’unica trascurata dai ladri.

Chissà perché da voi non sono venuti, disse George inarcando le sopracciglia. 

Angelo fissò il giubbottino tipo Happy days, si sentiva imbarazzato, come se quell’altro lo avesse accusato, anche se magari non ci pensava nemmeno e era solo una frase così.

E’ che noi non abbiamo nulla, si giustificò Angelo.

Arrivò Patty, stravolta ma anche galvanizzata. Infatti era come se l’evento gli avesse infuso vita, a tutti e due. Questa era una cosa bella. Erano lì che parlavano e parlavano e discutevano dei provvedimenti da prendere, con un certo entusiasmo. Arrivarono anche altri vicini derubati, che invece avevano un’aria cupa, depressa, sembravano proprio in punto di morte o anche peggio.

Mentre George aveva regalato a Angelo “Il falegname dell’anima”, Patty aveva regalato a Lucia “Quale amore usi?”, da cui imparavi che i linguaggi dell’amore erano cinque e tu dovevi capire bene qual era il tuo e qual era quello della persona con cui intendevi essere amoroso, se non lo capivi non funzionava perché non riuscivi a conciliare i linguaggi.

Comunque Patty era molto simpatica. Tutta la famiglia dei predicatori imprenditori crociati lo era.

Patty disse che i ladri avevano addirittura portato via i soldi dei bambini, che non erano pochi. Bisognava fare qualcosa.

Ma George nel fattempo l’aveva già fatta. Mentre i vicini italiani palavano di pagare sorveglienti speciali che si aggirassero attorno alle case (a furto finito, perché bisognava chiamarli) George, radioso, tirò fuori una busta di plastica.

Ho sempre sognato di essere come Magnum P I, disse.

Mica perdeva tempo. In mattinata era andato nella viuzza semiabbandonata che passava dietro le case e indagando aveva trovato le tracce di un appostamento. Erano chiaramente i ladri.

La sera George bussò a casa di Angelo. Da certi dettagli aveva dedotto che i ladri sarebbero tornati. Il piano era questo: dovevano nascondersi nella vigna, al bordo della stradina. George con la mazza da baseball, Angelo col fucile subacqueo.


5 aprile

In una scuola immensa, che sembrava un carcere e un ospedale, non riusciva a trovare l’aula, nessuno sapeva nulla, nessuno era in grado di dargli indicazioni sensate. In un’aula vuota c’era una professoressa riversa sulla cattedra.

Buongiorno, disse lui, ma quella non rispondeva.

Stanca del solito cazzo cerco emozioni lesbo, diceva una scritta su un banco.

A che ora suona la campanella? aveva insistito Angelo, in cerca di un contatto umano.

Magari la scritta sul banco era opera della professoressa, per questo non lo considerava, visto che era stanca di certe cose e ne cercava altre. Non era impossibile pensarlo. Angelo, che era un appassionato cercatore di parole sui banchi e sui muri, aveva letto frasi soprendenti nei bagni dei professori.

La docente alzò la testa voluminosa e disse: gli zombie escono alle due.

E in effetti l’atmosfera dell’edificio era quella di un film di Carpenter.

Uscendo senza aver praticamente fatto lezione (era riuscito a trovare l’aula a venti minuti dalla fine), Angelo aveva notato un’altra memorabile scritta su un muro: quello che conta è quello che a voi non interessa.

Da un po’ di tempo gli sembrava che le cose gli parlassero, che tutto succeva di fronte a lui prendesse forma di parabola.

Forse la realtà si stava vendicando per qualcosa che le era stato fatto, forse perché la gente la prendeva troppo alle lettera e allora Lei cercava di dire qualcosa coi fatti, che erano le sue parole.

Sul marciapiede sfrecciavano in motorino gli zombie che, a contatto col motore avevavo ripreso vita. Quasi lo investivano. Angelo col piede dava calci ai sacchetti, sperando che inappucciassero uno dei futuri votanti. Era un gioco innocente, dato che era improbabile che accadesse sul serio. 

Tornando a casa sentì un nuovo tipo di suoneria del cellulare, non capiva da dove venisse, lui non era certo il tipo da cambiare suoneria. Poi si   rese conto che era il suono delle campane.

Le buste di plastica sbandavano verso il cielo portate dalle correnti calde, gli risvegliavano il ricordo lontano e incantato delle carte delle arance che la maestra dell’asilo faceva volare bruciandole.

E’ chiaro che ci stanno zombizzando, disse Mario la sera a cena a casa di Angelo, di fronte a uno degli ultimi fuochi della stagione. Tutte queste antenne che spuntano sulla collina, servono per zombizzarci. Ci stanno rincoglionendo. E’ una cosa organizzata.

Erano lì che arrostivano la carne. Lucia, la donna di Angelo, rideva di questi discorsi. Ma Angelo e Mario sotto sotto parlavano sul serio, o quasi, non lo sapevano bene neanche loro.

E’ apparsa un’altra Madonna, disse Ugo.

Lucia emise un sordo brontolìo animale che voleva dire “e ridagli”, lo notò solo Angelo, per fortuna. Lui la amava anche perché lei riusciva a riportarlo alla realtà, in svariati modi. E’ che Lucia non gradiva molto di avere tutta l’allegra compagnia in casa, anche se non aveva chiaro quanto fossero diversificate le loro attività.

Angelo invece, che aveva preso a frequentarli per certi affari in comune, perché i tempi si stavano facendo duri e in qualche modo bisognava arrangiarsi, lui alla fine aveva trovato il modo di comunicare con loro, anche se (a parte Mario) venivano da mondi diversi, non omogenei rispetto al suo. 

Comunque saltò fuori che c’era qualcosa di più, oltre alle solite cazzate delle Madonne.

Infatti suonarono. Salì in casa Sandro, il fattore della Scheggia e trafelato disse:

Hanno trovato un morto, disse, un pescatore.

Al che Angelo sentì che tutti lo guardavano, anche se magari non era vero.

Improvvisamente cominciò a sudare.

Tutti lo sapevano quanto odiasse i pescatori, e non si poteva escludere categoricamente che qualche volta in effetti avesse rotto degli specchietti o rigato delle fiancate per poi rifugiarsi nel bosco. Nessuno è perfetto. Ma da lì a uccidere ce ne corre.

Dove? chiese con la gola debole.

Al laghetto qui sotto.

E come è morto?

Non lo so, alcuni dicono che era fulminato, ma non lo so, l’hanno già portato via.

Strano, disse Ugo, hanno fatto in fretta.

Il fattore spiegò che in effetti c’era stato un gran dispiegamento di forze, e che Giovanni, il guardiacaccia che aveva trovato il corpo, era stato portato via subito dalla polizia. E aveva solo fatto in tempo a dire a Sandro che il pescatore sembrava folgorato.

Poi anche nei giorni successivi dal guardiacaccia non ci fu verso di sapere molto, era laconico, come spaventato.

Angelo ripensò alla Madonna grande come un orso, che aveva visto proprio al lago, l’altro giorno.


6 aprile

Scendeva dagli splendidi suburbi campestri.

Vedeva laggiù laggiù la striscia opaca dell’inquinamento aleggiare sulla culla dell’arte. O erano le esalazioni delle anime in putrefazione.

Polle di stupidità gorgogliavano nella piana, a Angelo pareva quasi di vederle mentre scendeva in macchina cercando di evitare gli autisti assassini dei pulmann.

La strada stretta e tortuosa era intasata dai camion che portavano terra nera e dai motociclisti. Ci voleva un altro miracolo del sacchetto. A parte che sarebbe stato clamoroso fare un giro nei campi ed essere travolto da un motociclista incappucciato.

L’inferno era popolato da gente con gli occhi da pesce. Nessuno che capisse niente. Nessuno che avesse il dubbio di non aver capito qualcosa. C’era una ignoranza, una protervia potenzialmente aggressiva. Aspettava solo l’occasione per esplodere. Ma a volte invece l’anima faceva capolino dagli sguardi da pesce. E allora gli affiorava un intenerimento. Gli veniva il dubbio di essere troppo critico: di essere posseduto dal maligno. Il Maligno, qualsiasi cosa fosse, qualcosa era.

Comunque era chiaro che se nelle scuole italiane non avvenivano stragi tipo quelle americane era per colpa della carenza di armi.

Qualcuno avrebbe rimediato.

Dato che Angelo teneva corsi anche il pomeriggio e la sera (corsi per adulti) i suoi orari erano sballati, mangiava quando poteva, si portava dietro bustine di miele che ingurgitava di continuo nell’illusione di darsi forza e salvare la voce.

Quando poi arrivavano i giorni liberi, le giornate lunghe, all’improvviso, quasi con violenza, il richiamo delle colline e delle terre selvagge erano talmente irresistibile, che passava il suo tempo a vagabondare come un cretino nel paese delle meraviglie.

Nell’istituto numero 6 gli psicopatici non mancavano. I professori ne avevano paura.

Un ragazzetto con aria inerme e spaurita stava lì rannichiato in un angolo come una preda tra i predatori e non partecipava al racconto di gruppo.

E tu non fai nulla? disse il professore.

Io lo copio dopo, fu la risposta.

C’era un gruppo di cinesi che ascoltava con aria assorta, rapita, le parole di Angelo, era una soddisfazione.

Quelli? Ma quelli non sanno una parola di italiano, disse il professore con quella sua barbetta puntualizzante, quelli non capiscono nulla.

C’erano alcuni (una dozzina) che per tutte le ore di lezione, fino a ricreazione, guardavano con aria sognante i panini che avevano comprato appena entrati a scuola. Li tenevano ammonticchiati su un banchetto accanto alla cattedra. Bene in vista. Li carezzavano con lo sguardo, a volte li carezzavano davvero con la mano, quando ci riuscivano, di soppiatto, per esempio quando si alzavano per andare in bagno. Il che avveniva di continuo. E forse andavano così tanto in bagno proprio per poter carezzare i panini sul banchino.

Due sorelle gemelle piangevano perché era morto il Papa.

Una ragazza straniera si avvicinò ad Angelo e timidamente gli disse che aveva una cosa da chiedergli.

Va bene, disse lui.

Aveva uno sguardo delicato.

I sogni si avverano? Fu la domanda.


12 aprile

Erano in parecchi appostati nella notte.

Li aveva convocati Angelo, con varie scuse, non sapeva nemmeno perché.

Anzi, lo sapeva. Aveva molti motivi. Anche gli altri li avevano.

George voleva massacrare i ladri perché lo avevano derubato, e non vedeva assolutamente contraddizione con l’imperativo di agganciarsi alla locomotiva di Dio. 

Gli altri vicini volevano assicurare i ladri alla giustizia. In realtà poi di questi altri vicini dopo tante parole ne era venuto solo uno, il Mainardi. Una specie di manager venditore di non si sa che, che ostentava sempre le sue conoscenze nell’alta finanza.

Ugo era lì soprattutto perché Angelo gli aveva raccontato di giganteschi ghiri notturni con cui si potevano guadagnare fino a centocinquanta euro a esemplare e quello ci aveva creduto. 

E Ugo era lì anche per la faccenda delle Madonne. Infatti in quella zona c’erano stati un sacco di avvistamenti, negli ultimi giorni. E il bello che là davanti a loro c’era un tabernacolo ancora vuoto. Era come se le Madonna cercasse di rientrarci.

Anche Mario era interessato alla faccenda delle Madonne. E poi lì vicino c’era un’antenna per telefonini e Mikailov, il tecnico pecoraio, diceva che poteva esserci un collegamento tra l’antenna e il ritorno delle Madonne.

E’ vero che l’antenna secondo Mario serviva alla zombizzazione delle persone, ma questo non impediva che ci fosse un nesso col ritorno delle Madonne, magari le antenne zombizzanti come effetto collaterale attiravano le Madonne, le risvegliavano dal letargo religioso.

C’era un tale zampillio di idee del menga nel mondo che era impossibile non abbeverarsi. Questa era la verità.

Fatti furbo, gli sussurrò Mario sedendosi accanto a lui sotto la grande quercia che stava tra il vigneto e li ulivi. Fatti furbo era una frase scherzosa che dicevano tra loro, riassumeva lo spirito dei tempi, era il comandamento principale. Loro la ripetevano per farsi coraggio.

Non è che Mario davvero credesse a quella storia delle antenne, era una metafora, se capite quello che voglio dire, o forse siete stati troppo sotto le antenne.

Angelo si sentiva un po’ ridicolo col fucile subacqueo poggiato tra gli sterpi. E poi era un fucile a arbalete, e uno stecco qualsiasi rischiava di far partire o inceppare gli elastici.

Queste cose nell’insieme erano divertenti. E poi lui voleva scagionarsi in anticipo da qualsiasi coinvolgimento nella faccenda del pescatore morto, che rimaneva un po’ troppo misteriosa, e già nel paese sussuravano che lui ce l’aveva coi pescatori. Lo dicevano così, con aria di nulla, dal barbiere. O dal macellaio. Quella era la terra promessa dei barbieri e dei macellai, ce n’erano tantissimi.

Lui si era quasi assopito quandò arrivò la macchina. 

Stava pensando alla professoressa Biagini. Lui nel pomeriggio l’aveva chiamata per sfissare la lezione della mattina dopo, dato che prevedeva che la notte di appostamento si sarebbe protratta a lungo. 

Peccato, le ragazze saranno deluse, aveva detto la professoressa. Aveva una classe composta quasi esclusivamente di femmine, di maschi ce n’era solo uno. Così, semplicemente, rimaranno deluse.

Angelo ci era rimasto un po’ male e un po’ bene, come sempre quando nel suo quadro apocalittico si aprivano crepe o intenerimenti. 

Ugo si era arrampicato sulla quercia con uno spiedo, in cerca della cavità dove sorprendere il ghiro gigante. 

Eccoli, bofonchiò George. Andiamo.

I richiami degli uccelli notturni tacquero. Ora dalla notte uscivano solo il vento e i profumi.

Andiamo, insisteva il vecchio George, che in verità era un tipo simpaticissimo, solo che Angelo non pensava che si sarebbe mai arrivati a queso punto. In quella stradina non passava mai nessuno, cazzo. Stai a vedere che erano davvero i ladri che avendo trovato un buon posto erano tornati? Era il ragionamento di George. Quelli si aspettavano degli inermi, ma ora vedevano.

Andiamo, George cominciava a spazientirsi. Angelo guardava la strada, il fucile subacqueo, la quercia, la macchina, il tabernacolo, la mazza da baseball, l’antenna zombizzante, non sapeva che fare.

Stanno troppo abbracciati per essere dei ladri, disse Mario.

 In effetti, al chiaro di luna che faceva brillare la strada bianca, sembrava di capire che quei due dopo aver fermato la macchina non si stavano trattando freddamente.

E’ una coppietta, disse Mikailov, che giungeva molto velocemente alle conclusioni.

Il Mainardi non diceva nulla, era la prima volta che Angelo lo sentiva stare zitto per così tanto. Di solito pontificava di ditte e fusioni, e proprio ora che aveva una vera fusione davanti non sapeva che dire.

George si stava arrabbiando per l’ignavia di quegli europei.

Macché coppia, è solo un trucco dei malviventi. Disse proprio così, malviventi. Poi, sotto gli occhi esterefatti degli altri strisciò solitario verso la macchina.

Fu Ugo a fermarlo. Era ancora appollaiato sulla quercia quando udirono la sua voce:

 Eccola, disse estasiato, è una Madonna, lo dicevo io che questo era un punto di passo.

Parlava delle misteriose Madonne come di bestiame, ma con rispetto e devozione.

Peccato che sul terreno duro i miracoli non lasciassero impronte.

Scese dentro la cavità della quercia per non farsi vedere dall’apparizione.

Gli altri, che già erano per terra, nascosti nell’erba, si appiattirono ancora di più al suolo.

George interruppe il suo avvicinamento inesorabile alla macchina. Per il suo tipo di religiosità la Madonna non era così importante. Ma una cosa è la teoria. Quando te ne trovi Una davanti non è così facile restare indifferente.

Allora si contorse come un serpente e tornò alla quercia, sempre senza mollare la mazza da baseball.

Quell’essere imponente e arcano si avvicinava senza vederli. Venuta da un’estrema lontananza, sembrava andare verso un punto santo, per loro incomprensibile. Saliva. Era più in basso, rispetto a loro, che si trovavano abbastanza vicini alla strada e quindi in alto. Sembrava che fosse sbucata dalla vegetazione fitta che costeggiava il torrente nel fondovalle. Ora avanzava tra le ortiche e irraggiava luci misteriose nella notte benedetta.

Tutti erano presi dall’estasi del momento, anche gli increduli.

A Ugo, i cui occhi spuntavano dal tronco, il cuore gli martellava al punto che aveva paura i far esplodere la quercia. 

Mentre la Madonna si avvicinava successe qualcosa di strano. Sembrava sempre più umana.

Il che faceva parte del miracolo. In effetti sì, anche. Ma non era solo questo.

Guardando bene il volto in parte coperto dal velo azzurro, si notava che aveva tratti maschili.

Non era esattamente quello che ti aspetti da una Madonna.

E’ una corazza, disse Mario, che in quanto a conoscenza delle armature, antiche e moderne, non era secondo a nessuno.

Il velo azzurro era in realtà una protezione metallica. Aveva avuto ragione Angelo quando al lago, era stato sorpreso dalla sensazione che la Madonna fosse in qualche modo rinforzata.

Sta puntanto verso il tabernacolo, notò Ugo, che era fissato con l’idea che dovesse sistemarsi là dentro.

Sì, ma là dentro non c’entra di sicuro, osservò Mikailov.

In effetti era grossa, più grossa di una statuina da tabernacolo. Però non aveva neanche le dimensioni da orso che Angelo aveva creduto i vedere al lago. Diciamo che aveva le dimensioni di un uomo, un uomo grosso, solo che quell’armatura che indossava la faceva sembrare più grossa. 

Ora dalla cavità della quercia spuntò anche il naso.

Ma ce n’è un'altra, disse Ugo, che evidentemente aveva un occhio infallibile e una predisposizione emotiva per le Madonne.

In effetti dal torrente in fondo ne era spuntata un’altra, solo che era un po’ più a destra, rispetto alla prima, vicino al pozzo.

La Madonna numero 1 si accorse della nuova arrivata e perse un po’ della sua maestosa compostezza. Corse al tabernacolo ma non pensò nemmeno a saltarci dentro, dove avrebbe costituito un facile bersaglio. Invece lo aggirò e lo usava come riparo, come scudo. Tirò fuori dal manto azzurro uno scettro che si rivelò una specie di fucile e cominciò a sparare verso la Madonna numero 2 che buttatasi dietro una catasta di legna e fil di ferro arrugginito rispondeva al fuoco.

Erano colpi abbastanza silenziosi, ma da quella distanza li sentirono addirittura quelli in macchina, misero in moto senza rivestirsi.

Angelo stringeva il fucile subacqueo, incerto sul da farsi. Accanto a lui c’era George che stringeva la mazza da baseball, e anche lui era interdetto. Come tutti.

Solo Ugo sembrava esplodere dalla devozione: aveva tirato fuori tutta la testa dalla cavità e sorrideva pio, si era del tutto dimenticato del ghiro gigante. Due Madonne sono ancora meglio che una, doveva essere il suo ragionamento.

Le due Madonne corazzate si allontanavano, combattendosi a distanza.

Bisogna seguirle, disse risoluto Mario. 

Ugo cautamente uscì dalla cavità. Anche se in verità non sembravano esserci tutti questi rischi che le Madonne lo vedessero. Più che altro sembravano farsi i fatti propri.

Mentre si muovevano, il Mainardi sembrò riscuotersi dal terrore e dalla meraviglia.

Eppure…, disse pensoso.

Ora non c’è tempo, andiamo, gli disse Angelo risoluto.

Evidentemente Angelo conosceva quei luoghi meglio delle Madonne. Infatti capì che sarebbero sbucate al lago e così fu. In questo modo il gruppetto poté precederle di poco, chino nella macchia, senza farsi vedere.

Camminavano come in una visione. Era tutto incredibile, eppure anche stranamente terrestre. Al lago si nascosero tra i ginepri.

Stavolta la Madonna numero 1 gli arrivò davvero vicino. Era stravolta, chiaramente fuori forma, respirava a fatica. E aveva indubbiamente il volto di un uomo, anche un po’ peloso.

Bestemmiava.


Ma è Mack, l’amministratore delegato della Basti&Basta riuscì a dire il Mainardi, che sembrava conoscere solo amministratori delegati.

Allora la Madonna numero numero 1 si voltò lentamente verso i ginepri. Quelle assurde armature ottundevano il senso dell’udito, ma alla fine aveva sentito qualcosa, forse aveva riconosciuto il suo nome, o la carica.

Per un attimo parve vederli, e Angelo pensò che gli avrebbe sparato con la sua misteriosa arma, e loro non avevano armature. Ma poi sul vertice opposto del lato triangolare sbucò la seconda Madonna, se non   era addirittura una terza. Non era chiaro. Alla lunga, le Madonne sono come i cinesi: le confondi.

Non se la sentirono di seguire le Madonne che sparivano nell’oscurità, verso le gole. Perché soprattutto la Madonna numero due (o era la tre?) aveva dimostrato una preoccupante tendenza a sparare. E non era chiaro cosa sarebbe accaduto in assenza di armatura. A parte che non era chiaro neanche cosa accadeva quando uno aveva l’armatura, perché non l’avevano visto.

Meglio tornare a casa, disse Mario, interpretando il pensiero di tutti.

Ora ho capito, disse il Mainardi.

Tutti lo guardarono con disprezzo.

Invece venne fuori che il cretinoun po’ di cose le sapeva. C’erano questi tipi che facevano dei giochi di guerra nelle colline. Alcuni erano dei supermanager che lui naturalmente conosceva fin dall’infanzia, altri dei veri soldati ipertecnologici che venivano alle noste parti un po’ in vacanza un po’ per questa attività dei giochi di guerra che per loro era lavoro.

Può anche darsi che in questi giochi qualcuno alla fine morisse, cadendo in un fosso, per esempio ma, se era così, la cosa passava sotto silenzio, oppure si diceva che era morto in qualche eroica azione.

Ma perché non ce lo hai detto prima? Gli chiesero.

Lui a quanto pare non aveva collegato le cose.


Di sicuro il pescatore era morto per colpa delle Madonne.

Infatti quando Angelo alzò  la testa dal ginepro si ritrovò attorcigliato qualcosa tra i capelli. Era la lenza del pescatore, che era rimasta impigliata e tesa tra i ginepri e i cavi della luce che correvano là sopra.

Il pescatore si deve essere visto arrivare addosso una Madonna all’improvviso, disse Mikailov, il loro tecnico pecoraio.  Preso dallo spavento ha alzato la canna per difendersi, con la lenza ha toccato il cavo della luce e così è morto fulminato.

In effetti anche Mario aveva letto che lo sport più pericoloso del 2004 era risultato la pesca con la canna, perché con le canne sintetiche un sacco di pescatori morivano fulminati.

Sembra ridicolo, ma è così, concluse.

Oppure la Madonna gli ha sparato folgorandolo, aggiunse Mario.

O le due cose insieme, concluse Angelo.

La verità non si seppe mai.


Tornavano a casa, stanchi ma felici, non si sa perché, forse per la dolce sera di primavera, forseper il dovere incompiuto.

Che giornate, che notti. Era un mondo in bilico, ma bellissimo, se non davi retta al Maligno.

 Angelo tutto sommato avrebbe anche potuto evitare di sfissarla la lezione a scuola, e andare da quelle sante ragazze.

 Ci fu un bagliore oltre i pini, che tutti fecero finta di non vedere perché erano esausti di miracoli e di orrori. 

Forse era un vero prodigio quello che palpitava laggiù nella selva. Ma nessuno fiatò, neanche Angelo. 

Volevano solo andare a casa e dormire.


Enzo Fileno Carabba

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