Cristina Guarducci Cristina Guarducci

Idillio

Di lui  mi piacevano i dettagli: la grana della pelle nella parte indifesa del braccio, sotto il bicipite abbronzato, dove diventa chiara e lucida, impastata da un colore lunare.

fotografia di Bärbel Reinhard

Di lui  mi piacevano i dettagli: la grana della pelle nella parte indifesa del braccio, sotto il bicipite abbronzato, dove diventa chiara e lucida, impastata da un colore lunare. Sembrava facile affondarci i denti e succhiarla, o passarci castamente le dita per farla rabbrividire. Teneva  le braccia sollevate  offrendo alla vista questa parte indecente del suo corpo, la peluria leggera delle ascelle si arricciava al vento e stavo  con le narici in agguato, sperando che una vena del suo odore arrivasse fino a me.
Sono una cacciatrice, capace di stare immobile per ore nello stesso posto, e ritornare un giorno dopo l’altro per studiare la mia preda. 
Per questo ero nel bar più brutto dell’isola, che lui sceglieva probabilmente per i prezzi. Il colore e la forma  del costume da bagno rivelavano la  bassa estrazione sociale. Dal modo di ridere poi sembrava poco intelligente. Non leggeva mai niente, neanche la gazzetta dello sport, lasciava pendere un filo dalle mani e ogni tanto faceva schizzare con indolenza l’amo davanti a sé. Parlava con un rozzo amico oppure stava semplicemente immobile, gli occhi vaganti, lenti, immersi nella loro propria stupidità.
Cercavo di accentuare tutti i suoi lati negativi per farmi coraggio, perché globalmente era, confrontato a me, di una superiorità schiacciante. Immensamente più giovane, inverosimilmente più bello. Anche la volgarità aumentava il suo fascino. 
Questa disparità mi atterriva e mi eccitava al tempo stesso. Sapevo che andavo incontro alla morte, cioè al ridicolo. Ma una forza irresistibile mi stava spingendo verso il basso, come se la voluttà di umiliarmi facesse parte dell’attrazione che sentivo per lui. Pensai che per meritarmelo, appunto, dovevo abbandonare ogni dignità. Una donna matura  che si perde per un uomo  giovane ispira tenerezza, l’amore per la bellezza ha qualcosa di talmente nobile che purifica le azioni  più sordide. Lui era cosi’ attraente da giustificare qualsiasi follia, chi mi avesse criticato sarebbe stato ridicolo e ingiusto, come chi volesse accusare un albero abbattuto da un uragano. 
Il ciclone appunto stava seduto tranquillo difronte al porto sorseggiando bibite. Chissà, forse faceva un pesante lavoro manuale durante l’anno –muratore o falegname- e per lui  vacanza voleva dire immobilità.  Sembrava che bastasse a sé stesso, che fosse l’origine e il fine della sua propria energia. La mia invece se ne stava andando risucchiata da lui, il cui solo sguardo mi dissanguava.
Cominciai a nascondermi dai miei amici, inventando scuse per assentarmi la mattina, cercando giustificazioni per sedermi sempre a quel solito, sudicio bar.
Mi tremavano le gambe quando spostavo la seggiola, e ordinavo il caffè con un filo di voce. Cominciai a credere che il vecchio padrone zoppo e tutti i clienti vedessero chiaramente i miei scopi, e mi prendessero in giro. Più cercavo di essere  segreta, più mi sembrava che tutti mi stessero svergognando, che ci fossero già scherzi su di me che giravano sull’isola. 
Mi sembro’ che il sorriso del cameriere fosse ironico quando cambiai di posto per mettermi da un lato dove la vista sul ragazzo fosse più panoramica. Non volevo farmi accompagnare da una amica, che avrebbe reso la mia presenza più decente: era una cosa tra me e lui, e un intruso avrebbe potuto sciupare tutto. Volevo giungere  all’estremo, ero pronta a farmi sputare in faccia, a farmi insultare. Arrivavo al bar con la testa già bassa, resa docile dalla potenza del mio desiderio contro il quale non avevo la forza di combattere.   
Questo stesso desiderio, aumentando in modo smisurato, mi avvicinava a lui e mi dava coraggio, rinforzando la fiducia in me stessa.  Perché era impossibile che restasse insoddisfatto. Era impossibile che questo bisogno gigantesco, che sentivo crescere smisuratamente non avesse origine in qualcosa di vero, nell’attrazione che anche lui avrebbe provato per me non appena si fosse reso conto che esistevo. Doveva esserci stato tra noi uno shock di molecole, di cui io mi ero accorta per prima. 
L’inevitabilità del nostro contatto futuro mi faceva paura. Mi chiedevo se avrei avuto la forza di sopportarne l’impatto e certe mattine lungi da cercare di avvicinarmi a lui, che ogni tanto distrattamente mi attraversava con lo sguardo, cercavo di evitarlo.
Tutta la gente, le barche e i pesci e i gatti randagi dell’isola, perfino le  radici della terra che affonda dentro il mare avrebbero tremato nel momento in cui i nostri corpi si fossero avvicinati. La leggerezza delle onde e l’elettricità del cielo, gli specchi nelle foglie degli eucalipti, il fiume rosa della bouganville che danza fra le case.  Sarebbe stato di giorno, il caldo avrebbe annientato la nostra coscienza, oppure di notte, sbaragliati dalla violenza dell’istinto. 
Queste riflessioni duravano fino a mezzogiorno, ora in cui il povero gozzo dei suoi amici veniva a prenderlo per andare a fare il bagno. Anche io me ne andavo con i miei, che mi trovavano allora straordinariamente allegra, animata da  un fuoco metallico, aereo e inestinguibile, che dava una grazia speciale ai miei gesti. Niente poteva contrariarmi, mettettevo pace ai litigi e accettavo volentieri i compiti più fastidiosi. Nessuno  immaginava come ciò fosse originato da una sensazione di superiorità. Mi sentivo al di sopra di tutti e di tutto, come una stella, grazie al mio appuntamento mattutino.
Lui semisdraiato davanti alla sua bibita con i bicipiti sollevati all’indietro e un’attitudine di resa, si stava  abbandonando a me. La sua pancia lunare tesa e lucida era percorsa dai brividi. Non avevo bisogno di nient’altro, mi bastavano i suoi sguardi assenti che mi attraversavano quando la testa si muoveva meccanicamente  per via di una mosca, o del vento. Era quella la distanza giusta per me. Egli arrivava puntuale come una mamma e ripartiva all’ora per la quale mi ero già preparata. Un’adorazione tranquilla,  distrutta dall’avvenimento che ha fatto precipitare tutto. 
Il mio cappello è volato via. I miei fantastici capelli biondi, arma segreta che avevo conservato per le emergenze, si sono sparsi improvisamente intorno a me come un uragano attirando la sua ammirazione imprevista. Si è buttato nell’acqua melmosa del porto per recuperare il mio bene. E’ uscito ricoperto da un velo d’argento, il suo cuore palpitava sotto la pelle come un animale vivo che spingeva dal di dentro per uscire. Le nostre mani si sono sfiorate nello scambio del cappello, il suo sorriso ha confuso il mio e il suo sguardo diventato diretto, un fuoco nero, ha minacciato di distruggermi. 
Ho creduto che fosse il primo  secondo della reazione a catena inevitabile, come lo scoppio della bomba atomica, per la quale non ero ancora pronta. 
Ho fatto l’errore di tirami indietro per vanità, credendo la battaglia ormai vinta e stravinta, evitando di schiacciarlo per generosità,  fingendo di volergli dare il tempo di riflettere. Ho indietreggiato con il cappello in mano, sorridendo leggermente, come infastidita di doverlo ringraziare. Ho lasciato sbandare i miei capelli al vento, pensandoli ormai superflui. Ho aspettato il seguito ineluttabile degli avvenimenti con un disgusto di bambina viziata, a cui le cose cadono troppo facilmente in grembo. Ho avuto la tracotanza di trovargli per un attimo qualche difetto: le dita delle mani un po’ corte, le narici leggermente troppo svasate.  Tutto si paga e soprattutto l’orgoglio. Quante volte in seguito ho rifatto quella scena in sogno, come una commedia di cui fossi l’autrice, la protagonista, lo sfondo e il pubblico, quante volte! Fino a portarla alla perfezione assoluta della vita vera: naturale e intensa, piena di conseguenze irreversibili. 
Perché la fantasia è l’arma degli inetti, di coloro che sbagliano scalino e inciampano, nella vita vera. Di coloro che non si alzano dalla seggiola  e lasciano che il fiume scorra loro  sotto i piedi con il cadavere del nemico, il bambino che affoga, la barca della salvezza, e la possibilità di ritrovarsi sull’altra sponda. Cosi’ io ho lasciato perdere per superficialità, per inesperienza, per non aver capito che c’era  una sola possibiltà  in quell’estate in quel momento, in quel mare, in quel caffè e con quell’uomo, che mi era stata offerta. 
Il vento mi aveva dato una mano scompigliandomi i capelli, creando quel movimento di vita dentro il quale avrei dovuto buttarmi  come un pesce nella corrente... il giovanotto mi ha reso il cappello senza che gli restituissi nient’altro che uno smunto sorriso di difesa. 
Pensavo che fosse consapevole anche lui del finimondo che ci stava avvolgendo ambedue, e anche lui misurasse  i gesti per trattenerlo. Pensavo che non ci fosse bisogno d’altro e tutto ormai fosse deciso, riuscito. 
Non ho voluto esagerare allora, mostrandogli come sono padrona di me stessa anche dentro la tempesta, perché è il mio elemento naturale. Ho voluto rassicurarlo perché non si spaventasse e sapesse che poteva contare su di me per mantenere le apparenze. Lo sapevamo tutti e due quello che ci sarebbe successo dopo quella mattina in cui il vento aveva fatto volare il cappello rivelando i miei capelli biondi. La vita ci aspettava al di là, una vita che sarebbe durata un secondo o un’eternità, ma il tempo non aveva importanza,  perché quello che importa è il compimento.  Portare le cose là dove era previsto che andassero, e che la vita sia vita e non solo un susseguirsi disordinato di molecole. 
Perché quello che è stato annunciato dalle cerimonie dei popoli e dalle cattedrali costruite con secoli di fatiche, dai libri di filosofia e dalla finezza delle statue di marmo,  dallo splendore degli affreschi,  dall’irrequietezza della musica e dalla perfezione della poesia, si realizzi finalmente. Perché non sia stato inutile mangiare e crescere e avere il morbillo e andare a scuola.
Finalmente avrei capito, tutto mi sarebbe stato spiegato.           
Sarei entrata nella luce vera, che conserva le ombre e i colori, accarezza le forme e modella le immagini. Sapevo che la meschinità  delle valutazioni terrestri dell’età e dell’aspetto fisico sarebbe bruciata nel fuoco d’oro del nostro incontro. Io so che le cose non succedono per caso, e se noi due di universi così differenti ci eravamo trovati insieme, alla stessa ora, in quel brutto bar, a contemplare l’acqua melmosa del porto ciò doveva avere un senso. Nonostante la mia riservatezza il vento aveva sciolto i legami spingendomi verso di lui. Non era un caso che egli avesse obbedito al richiamo come un cane che scatta al fischio del padrone.
Ho solo una scusa per la mia storditezza e l’ho già detta: pensavo che tutto fosse ormai compiuto. Ma lo pensavo veramente ? O è il contrario esatto? 
Forse vedendo il magma delle cose che improvvisamente si arrendeva davanti a me offrendosi perché io gli dessi un ordine, perché per la prima volta esercitassi il mio libero arbitrio, quella scintilla assegnataci alla nascita che appare come una fata nei momenti cruciali della vita, forse io non ho voluto. 
Non ho potuto addossarmi la responsabilità di una vita riuscita. Ho preferito rimanere in margine. A lato della strada vestita di stracci per chiedere l’elemosina. Ho avuto paura di montare sul cavallo alato e scavalcare le montagne. Ho avuto paura forse che i fulmini degli dei gelosi si scaricassero su di me. E’ facile essere felici per gli dei. E’ una felicità vaga e evidente, come la pioggia e il sole e il girare della terra. La felicità umana invece è violenta e insopportabile, così bassamente concreta e debordante di miele. Questa felicità li minaccia e li fa sentire insipidi e inutili, questa felicità gli dei ci invidiano cosi’ fragile e poetica e intensa e vera come loro non avranno mai. 
Non l’ho voluta, non mi è sembrato di esserne degna. Ho avuto paura che il mio corpo fosse troppo fragile per sopportarla. Ho preferito rimpiangerla, immaginare come sarebbe stata, rifare la scena che avrebbe permesso che esistesse, ricordarla fingendo che sia avvenuta davvero. Passare accanto, non bruciare viva dentro il fuoco. 
Cosi’ gli ho restituito appena il generoso sorriso che mi ha trasmesso con il cappello bagnato, bagnato lui stesso di un velo d’argento come fosse un bozzolo dal quale voleva liberarsi per me. Ha alzato ancora il braccio sopra la testa per mostrarmi quello che intuiva essere il mio punto debole, la carne perfetta per i miei denti, la strada tracciata per i brividi delle mie dita. 
Per un attimo c’è stata una distanza cosi’ corta tra noi che avrebbe reso naturale qualsiasi follia: che gli succhi il lobo dell’orecchio, che faccia scorrere la mano sull’elastico del suo costume. Ho sentito perfettamente in quel momento che tutto questo sarebbe stato accettato e permesso, desiderato. 
Avremmo potuto ansimare come cani sull’asfalto macchiato della terrazza del bar. Avremmo potuto consumare questo desiderio velocemente, malamente, senza che nessuno ci facesse caso. Le cose giuste non scioccano nessuno. I gatti ci sarebbero passati accanto annusandoci, e il vecchio padrone zoppo del bar avrebbe solo sorriso leggermente sentendoci urlare, vedendo che ci graffiavamo a vicenda per impossessarsi ognuno della pelle dell’altro, sentendo le ondate di caldo che si propagavano dai nostri lombi uniti. 
I passanti non si sarebbero neanche girati, saremmo sembrati due uccelli che gridano l’amore, due vespe che si pungono per propagare il miele. Le cose giuste non scioccano nessuno. Saremmo rimasti in terra frementi come due pesci appena usciti dal mare che boccheggiano anelando di ritornarci. Saremmo rotolati tra i tavoli come un mucchio di foglie secche cadenti dopo l’estate. Le formiche ci avrebbero ricoperti dei loro piccoli corpi lucenti, e le seggiole i gambi arrugginiti dei tavoli, i vecchi tappeti di paglia  sfilacciati ci avrebbro accolto tra loro come parte del creato. Le cose giuste esistono e basta. Per quante ore o per quanti minuti non so, ci saremmo cullati uno nel corpo dell’altro, per spengere una sete nata con la nostra nascita. Una sete che spilla come una cosa viva nel corpo di un altro, dove tutto è mescolato, corpo e spirito, bene e male a cui dobbiamo abbeverarci continuamente senza scegliere. I nostri corpi uniti avrebbero fatto scaturire una corrente di nutrimento indistruttibile.
E’ cosi’ sorprendete allora che non ce l’abbia fatta? Che sia voluta restare umana, limitata, modestamente infelice? Che l’abbia lasciato libero di consumare la sua mediocre giovinezza? 
Anche lui ha esitato lo so, anche lui,  in quel momento in cui le nostre dita si sono toccate attraverso il cappello e i nostri sguardi nudi al di là delle ciglia che sbattevano disperatamente per proteggerli, hanno danzato per un attimo avanti e indietro, sfiorandosi e lasciandosi, accarezzandosi e restando immobili a puntare l’eternità.
Forse è lui che ha distolto lo sguardo un istante prima che cominciassimo a fondere. Anche gli uomini hanno paura. Era lui l’impreparato. Forse sono arrivata troppo presto, forse poco dopo ferragosto avrebbe abbandonato spontaneamente la madre-tigre che lo possiede e sarebbe venuto a trovarmi, non ancora libero, ma già fragile, morbido, puro.
Vorrei mordermi le dita  per non sentire il dolore vero del cuore, per non sapere che sarebbe bastato qualche giorno di più,  e che forse un’altra, arrivata un po’ più tardi l’ha colto. 
Così  ho visto l’abisso  che ci fonda, ho saputo di che sozzura è fatto il mondo. Ho conosciuto il male che affonda i suoi denti di pescecane nella carne degli innocenti, la strappa e la divora meccanicamente, senza nemmeno sentirne piacere.  
Cosi’ogni giorno non riusciamo a trattenere l’energia che ci danza intorno e chiede solo di essere ammaestrata. La lasciamo esaurirsi in fulmini di rabbia e tempeste di distruzione.
Nel momento in cui il cappello è volato lontano e lui galantemente si è gettato nell’acqua melmosa del porto per recuperarlo, l’energia aveva già cominciato a disegnare arabeschi intorno a noi. Quando è uscito coperto di un velo d’argento le gocce disegnavano ai suoi piedi giardini d’oriente e animali favolosi. E quando ha allungato la mano sfiorando appena la nuvola d’oro dei miei capelli che si era sollevata per accoglierlo già le cose si erano sistemate in un cerchio perfetto.
Forse è stato quello il momento da ricordare. Forse tutto è avvenuto quando le nostre dita si sono toccate e i nostri occhi hanno gettato gli uni sugli altri le reciproche ombre. Forse è successo allora molto di più di quello che credo, si è compiuto il patto, e il seme è passato perché nasca la luce. Forse mai avrebbe potuto accadere  di più e di meglio, e tutto dopo sarebbe stato solo decadenza. 
Tengo dentro di me protetto da uno scrigno quello che è successo, incorruttibile. 

E’ stato uno strappo nel tempo, e nella mente. Attimi in cui bisogna ricominciare da capo,  perché la vernice che ricopre le cose è sciupata. In momenti come questi, che spingono al cambiamento, tutto sembra sbagliato, tutto sembra inutile e fuori posto. Non c’è più ordine né gerarchie, nessuna verità. Solo la fluidità dell’acqua del porto e il favore del vento, mentre i colori che girano nell’aria  non sanno dove posarsi.  In questo disordine, le cose restano per sempre perdute.
Ho cercato di entrare dentro l’ambiguità della  vita, nella sua continua ambivalenza, e non ci sono riuscita. Abbiamo bisogno di punti di riferimento fissi, anche se  limitano la nostra possibilità di vedere. Abbiamo bisogno di non sapere niente del paradiso, e vivere nella tranquillità dell’ignoranza. 
La scintilla del libero arbitrio è un’illusione che danza dentro un fuoco non acceso da te. Tutto era già bruciato e non potevo farci nulla. La commedia è ripartita con gli attori programmati come marionette.
Era già previsto che dopo avermi restituito il cappello, mentre  il velo d’argento sopra il suo corpo seccava nel vento, lui mi girasse le spalle,  dirigendosi  verso la barca dove lo aspettavano i suoi amici, sorpresi che avesse perso tutto quel tempo ad aiutare  una signora un po’ strana, rimasta immobile sulla banchina  a guardarlo che saliva a bordo,  ancora incantata ad ascoltare  il rumore del motore che rimbombava  sull’acqua,  quando  la sagoma del gozzo è scomparsa all’orizzonte.

Cristina Guarducci

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Luca Bernardi Luca Bernardi

Commercio con gli alieni - Luca Bernardi

Sono nel ramo del commercio con gli alieni.
Un aprile di diversi anni prima, entrando in una zona liquida, scorsi un uovo metallico davanti a una montagna. Era immobile, come incollato. Chiusi gli occhi. Li riaprii. C’era ancora.

In esclusiva per la Stanza 251, Luca Bernardi presenta il suo nuovo libro "Medusa", Tunué, 2016.

Luca Bernardi

Il protagonista di Medusa intrattiene con la realtà un rapporto personale. Si obietterà che ciò è vero per chiunque; eppure tale assunto è forse più valido in taluni casi rispetto ad altri, per esempio qualora il soggetto in questione passi le giornate a intervistarsi da solo o sia convinto di barattare con extraterrestri azzurrognoli le proprie emozioni in cambio di conoscenze metalinguistiche. Durante una vacanza nello stabilimento balneare di tutte le estati, le voci che da anni il ragazzo sente rimbalzare nella testa innescheranno un caleidoscopio di ricordi angosciosi. Un mistero, forse una colpa mortale, attende il protagonista al centro di sé.

 

Sono nel ramo del commercio con gli alieni.
Un aprile di diversi anni prima, entrando in una zona liquida, scorsi un uovo metallico davanti a una montagna. Era immobile, come incollato. Chiusi gli occhi. Li riaprii. C’era ancora. Alzando lo sguardo lo vidi fluttuare verso sinistra. Andai a pisciare dietro un albero e lo battezzai per traveggole o fosfeni.
Al ritorno, però, era ancora lì. Provai a sbattere una sessantina di volte le palpebre. L’uovo si era avvicinato a terra. Il sole calante, rifrangendosi sulla carenatura, spandeva riflessi argento. Scartai la penultima gomma del pacchetto. Rialzando lo sguardo avevo l’impressione che l’uovo mi tenesse d’occhio e sorridesse nel sorprendermi ad allentare la tensione con cui le mie cavità oculari guizzavano verso la sua porzione di cielo. Alzai la mano. L’uovo brillò.
Dei corvi, uno due tre quattro cinque sei, volarono da un abete a due pini gemelli. Anche se non mi scappava andai di nuovo dietro un mugo, certo che nel voltarmi non avrei scorto più nulla. Invece vidi un essere azzurro alto due metri e mezzo con arti cilindrici e un cranio enorme senza occhi né naso né bocca. Strinsi i denti. Inclinò il testone e lo sfiorò con una delle estremità superiori.
Amore, disse una voce metallica. Di nuovo allungò uno degli arti.
Vuoi… Vuoi una Vigorsol alla menta edizione deluxe? Avanzò di un altro passo e con un arto sfiorò la gomma che in un raptus di cortesia isterica avevo spinto nel cappuccio del pacchetto. Non appena venne a contatto con il corpo azzurrognolo, la Vigorsol vi restò attaccata come a un magnete. Sparì e ricomparve nel collo, visibile per la trasparenza della carne.
Mangiare, disse, e questa volta avvertii una nota di esitazione.
 Stringendo gli occhi distinguevo l’intaccatura della mia unghia sulla gomma che scendeva dentro l’azzurro diafano fino al centro del corpo.
Mangiare, disse la voce, amore.
Frugai nell’altra tasca. Vidi la cosa oscillare avanti e indietro, inclinare il capo verso sinistra e scoppiare in suoni cavernosi. Barcollando venne verso di me e con lentezza assordante sollevò l’arto destro fino a sfiorare la forcina che tenevo tra indice e medio.
Tornare, disse, scomparendo.
Piegai la testa. Al posto dell’uovo c’era la luna. Una stella scintillava. In fondo non era successo niente.
Ripreso fiato nuoto tra le meduse (mi piace che la gente non faccia il bagno per paura delle meduse, eccole, come va?, bene voi?, si pulsa…, forse ho trovato l’editore per il dizionario, ah bello poi faccelo leggere, certo, a presto). L’autointervistatore tace, i respiri scivolano invece di inciampare. A capofitto nel vegetale, nella putredine in disgregazione, giù nella fessa del mare, cassetti spinti uno dentro l’altro, ragnatele da cui pendono sintagmi invisibili. Cataclisma che investe la nozione di luogo, sparizione nei flussi. Il mare è una zona liquida.
Alle docce la Elena finge di rinfrescarsi, pietosa pantomima, le gocce che luccicano e ammiccano sui colli parlanti.
Vuoi giocare a carte?
Non sono in grado, dico, il respiro già intaccato. Ti insegniamo noi!
Noi chi? Le amichette culi dislessici? I compagnucci analfabeti? Annaspo all’idea di quali orrori possano sprigionar-si da tre lettere. Di ogni parola sempre ho sospettato, diceva il mio mentore Scardanelli, ma su tutte quelle che risucchia-no i più nell’uno. Noi amici, noi nemici, noi buoni, noi cattivi, noi neri, noi bianchi, noi maschi, noi femmine, noi scemi, noi svegli, noi padri, noi figli? Noi scarafaggi? Noi studenti, noi parenti, noi serpenti? Noi assassini, noi bambini? Noi tigri eucarioti? Noi eumetazoi, noi bilateri, noi deuterostomi, noi sensi scordati, noi vertebrati, noi gnatostomi, noi tetrapodi, noi uova impazzite di scienziati celesti? Noi terii, noi euterii, noi euarchontoglires, noi fiori incancreniti nel liquido amniotico, noi euarchonta, noi primati, noi aplorrini, noi simiiformes, noi catarrini, noi ominoidi? Noi hominina, noi homo, noi homo sapiens? Noi gesticolanti in parchi pubblici davanti a postere folle? Noi che camminando tra i bucaneve guardiamo per terra? Noi che vediamo una lucertola infrascarsi e il nostro odio sventola occhiuto sopra la spiaggia? Noi Senza-volto sfacciati? Noi? Chi? Io? Tu? Lei? Quando?
Lei copre la bocca con il mazzo, sposta lo sguardo da me all’amica spilungona. Stropiccio l’ennesimo due di picche e fingendo di scrocchiarmi vigilo lo scomporsi del cuore a ogni sussulto della parlante che accavallando le gambe lascia pio-vere il Re Bello.
Scopa!
Fra i gongolamenti del Cicisbeo vinco la mano successiva. L’amica ossuta propone di andare in acqua per uno schiaccia-sette e spedisce il Cicisbeo a chiedere in prestito il pallone.
Il gioco langue, si è sempre troppo distanti o vicini, una grassona galleggia in ombra, la pertica si lamenta. Faccio die-ci bracciate verso il largo. Ad attendermi non c’è nessuno.
Perché siete uscite così presto?, chiedo poi alle docce. Aveva freddo, dice Elena indicando l’ossuta.
Il primo pomeriggio scema nel ping-pong. La mia morte non c’è. Da anni ormai gioco solo al Verdone, di cui rimango campione al punto che godono a perdere con me come a farsi impallinare da Federer. Anche la predilezione della Elena credo derivi dalla mia maestria, oltre che dall’avere un cugino famoso tra i ragazzini. Chiede se le insegno a schiacciare di rovescio.
Vediamo, dico scartavetrando un lungolinea.
La pallina finisce oltre il cancello e ho tutto l’agio di guardarla mentre si piega a raccoglierla.
Siamo…, geme battendo, tredici a quattro per te, no?
Lo scemo si fa largo a sputacchi. Caritatevole la Elena gli lascia il tavolo.
Ci vediamo stasera alla notte bianca?
Palleggio con l’idiota. Un bambino biondo osserva. Dopo un paio di partite scappo, all’ombrellone chiacchiero con gli Obsoleti, dicono di aver visto passare uno che faceva la mia scuola. Mi disinteresso e mi avvio ansimando verso sud.
Non dimentica forse un paio di cosucce?

Luca Bernardi


Luca Bernardi, nato a Varese nel 1991, è cresciuto a Bolzano. "Medusa", suo primo romanzo, è uscito per Tunué, nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni. Ha tradotto due romanzi di prossima pubblicazione per Longanesi. Vive a Milano.

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Carlo Zei Carlo Zei

Limes

Continuo a girare per l'accampamento cercando nei volti dei miei uomini una traccia dell'entusiasmo che li ha spinti fin qui. Ma troppi sono i mesi senza un bottino, senza una vittoria risolutiva, una ragione per desiderare questa terra di confine priva di strade, città, o gente che sappia parlare una lingua comprensibile, greco se non latino, o almeno il persiano.

Continuo a girare per l'accampamento cercando nei volti dei miei uomini una traccia dell'entusiasmo che li ha spinti fin qui. Ma troppi sono i mesi senza un bottino, senza una vittoria risolutiva, una ragione per desiderare questa terra di confine priva di strade, città, o gente che sappia parlare una lingua comprensibile, greco se non latino, o almeno il persiano.
Gli uomini continuano a morire in quotidiane imboscate. Selvagge creature coperte di pelli, prive di alcuna conoscenza dell’arte militare, sbucano dalla foresta, volteggiano correndo le loro armi e riescono a uccidere numerosi legionari prima di essere abbattuti. Combattono barbaramente, da soli o in piccoli gruppi disordinati, ma le loro spade sono più solide e lunghe delle nostre e penetrano le nostre corazze. Questi barbuti giganti sembrano disprezzare come segno di codardia la compattezza delle nostre formazioni, e quando la loro corsa suicida si arresta sulla punta delle nostre lance io non so se l’espressione di stupore sui loro volti provenga dallo sciogliersi del mistero della morte o dalla tragica evidenza del proprio errore di valutazione.
Strabo, mio medico e biografo, nota che le giornate sono più lunghe in questa terra remota e tuttavia il sole resta basso e non scalda.
Curioso tipo, il mio Strabo. Si ostina a non volermi preparare quella bevanda che da sola può lenire il dolore del mio cranio incrinato, invocando pomposo quel "primum, non nocere", del suo amato Ippocrate. Eppure lo vedo ben pronto a tagliare gli arti feriti dei miei soldati, anche quando essi invocano pietà e preferirebbero morire di febbri piuttosto che restare nelle retrovie, inutili zavorre del mio esercito. Ma forse io stesso non sono meno spietato di lui, io medico e carnefice del mio intero esercito, ogni giorno lo recido dal corpo della patria come un arto ferito in modo forse meno irreversibile, ma non meno doloroso.
E tuttavia i miei genieri aprono nuove radure, rendono strade i sentieri, villaggi fortificati i semplici accampamenti, insieme pianifichiamo un'avanzata, tracciamo mappe, spostiamo confini. Ogni nuova città si collega saldamente alla precedente da strade ben lastricate. A volte mando emissari in città appena più lontane dell’ultima costruita, così vengo a sapere che ciò che ci lasciamo indietro non durerà più di una stagione. Ogni strada è riconquistata dalla foresta e ogni nuovo villaggio sarà presto distrutto dai barbari nascosti e in attesa della nostra partenza.
Sembra che la civiltà che portiamo con noi, che seminiamo in queste terre strappate alle querce, sia una breve parentesi solo di poco più durevole del nostro passare, come il debole raggio luminoso di una lampada che si muove alla cieca nella notte e che tuttavia indica l'unica possibile direzione del viaggio.
Se nella nostra avanzata le stelle impazzissero e ci riportassero sui nostri passi, non troveremmo traccia del nostro precedente passaggio, e continueremmo a disboscare, misurare, costruire, testardamente posare la milionesima pietra miliare, l'ennesimo vallo che separi il dentro e il fuori dell’Impero.
Il dolore alla testa non mi lascia dormire ormai da settimane, anche se la ferita sembra rimarginata, e il naso non sanguina più. Non so se la strana chiarezza che hanno acquisito i miei sensi sia dovuta alla ferita, all'insonnia o alla strana luce di questa terra fredda le cui acque sono così limpide, e gradevoli al gusto. Strabo dice che dipende dalla forma degli atomi, che nell’acqua di questi fiumi sarebbero più rotondi. Vedo gli oggetti più lontani nitidi e ben definiti, cosa che è contraria alla logica, e ad ogni mia precedente esperienza di ferite alla testa, lo stesso Strabo mi guarda con una curiosità che non mi rassicura affatto. Anche lui è cambiato in questi anni di viaggio. Mi dice che i miei frequenti scatti d’ira sono conseguenza della mia ferita alla testa, dato che il cervello non è più in grado di svolgere la sua funzione principale, che è di raffreddare il cuore. Se non mi preparerà quella sua maledetta pozione lo farò frustare con verghe gelate, potrà così verificare di persona la sua teoria e assaggiare il sapore acido del sangue e dei suoi atomi spigolosi

Carlo Zei (testo e immagine)

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Simone Lisi Simone Lisi

La spesa in un paese straniero

Se vivessimo in un paese straniero andremmo anche noi a fare la spesa con uno di quei carrettini che usano le donne anziane. O quelli che danno i volantini nei condomini.  Anche noi andremmo a fare la spesa dopo le nostre giornate di lavoro lontani, tenendo una borsa con un bracciolo ciascuno, io con l'altra mano trascinerei quel carretto carico di roba voluminosa, di rotoli di carta igienica.

Fotografia di Carlo Zei

Se vivessimo in un paese straniero andremmo anche noi a fare la spesa con uno di quei carrettini che usano le donne anziane. O quelli che danno i volantini nei condomini. 

Anche noi andremmo a fare la spesa dopo le nostre giornate di lavoro lontani, tenendo una borsa con un bracciolo ciascuno, io con l'altra mano trascinerei quel carretto carico di roba voluminosa, di rotoli di carta igienica. E tu mi vedresti così, quando a un semaforo staremmo fermi ad aspettare il verde, con il viso stanco, con le mie occhiaie e sudore addosso, con la mia facciaccia grigia, e un giubbotto liso e una mano al nostro sacco comune e un'altra a reggere quel carretto. Mi vedresti così, talmente poco virile con quel carretto, così poco uomo a trascinarmi dietro quel carrello da vecchina. Eppure l'acquisto di quel carretto sarebbe stato un acquisto dei più utili e lo terremmo nell'ingresso come un monito di queste nostre spese al supermercato, al crepuscolo. Non monito, ma un richiamo, come un bip, anche quando saremmo nel letto e faremmo l'amore, te penseresti forse al carretto da donna ormai anziana come qualcosa di sbagliato, per me, come qualcosa di non adatto a un uomo vero che la spesa la trascina sulla schiena, la spinge come un monolite di marmo, lo trascina coi denti come un camion al Guinness dei primati, ma forse quel tipo d'uomo non la fa nemmeno la spesa, e quindi no. 

Se vivessimo in un paese straniero andremmo al tramonto a fare la spesa e forse usciremmo fuori dal supermercato che ancora ci sarebbe luce e io trascinerei quel nostro carrettino pieno di roba, un cestino pesante, ma comodo da portare tranne a volte per le strade dissestate, i marciapiedi e gli attraversamenti pedonali. Solo a volte tu ti gireresti a guardarmi col tuo viso stanco e dolce e familiare, ma il più delle volte guarderesti davanti a te e non ti distrarrebbe niente, neanche un tramonto sopra le case, neanche un passante in bicicletta, nessuna bicicletta, nessuna macchina ti distrarrebbe perché le sole ruote per noi in quel paese straniero sarebbero le ruote del nostro carrettino. 

Simone Lisi

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Riccardo Subri Riccardo Subri

Della fame e della fama

Esci dal grigio. Vieni anche tu al Sogno-Show... Questo messaggio lo trovai stampato a caratteri di scatola sul volantino pubblicitario che di primo mattino mi venne cacciato sotto il braccio da un cosiddetto uomo-sandwich: possessore, oltre che di una faccia mal truccata da clown, allegra come un surgelato reparto pesce di altura

Fotografia di Isabella Soulard

Esci dal grigio. Vieni anche tu al Sogno-Show... Questo messaggio lo trovai stampato a caratteri di scatola sul volantino pubblicitario che di primo mattino mi venne cacciato sotto il braccio da un cosiddetto uomo-sandwich: possessore, oltre che di una faccia mal truccata da clown, allegra come un surgelato reparto pesce di altura, anche di un cappello a cilindro pittato di stelle e strisce.
Avevo fame, avevo sonno ed ero l’infreddolito reduce da una notte al “Grand Hôtel” della stazione. Ma non c’era stato modo di chiudere occhio causa i controlli della Polizia...
Che ci fai qua?
Aspetto il treno.
Quale treno?
Un treno.
Ce l’hai il biglietto?
La biglietteria è chiusa.
Dai, fatti un giro

Quando non era stata la Polizia, era stato l’“onorevole”, tipo sui sessanta, in pigiama ciabatte e cappotto. Si diceva che anni prima si fosse candidato alle elezioni ottenendo una sola preferenza. “Non sono stato io!” ripeteva quello straziandosi e straziando anche noi, che si era lì a cercare di far passare la notte, ma era evidente che a suo tempo non era stato creduto.
Adesso avrei voluto solo sbattermi in pancia un cappuccino con brioche. Non intendevo darmi pace fino a quando non ce l’avessi fatta. Più tardi avrei cercato di recuperare un po’ il sonno su una panchina dei giardinetti. Non avevo idea di cosa quel volantino fosse; a istinto parlava di cose lontane anni luce, ma lo stesso mi venne curiosità di chiedere al tipo che roba fosse.
“Televisione” rispose.
“Interessante” dissi tanto per dire; intanto mi cercavo in tasca le sigarette sapendo che non ve le avrei trovate. 
“Non è che hai una sigaretta?”
“Il tabaccaio è là.” 
Mezzo isolato dopo rinnovai la richiesta a uno con una faccia da direttore di banca che mi regalò il suo mezzo pacchetto di MS. 
Ciccando la prima della giornata finii di leggere il volantino dov’era scritto che presentandosi a metà mattina al cinema Fulgor si poteva partecipare alla selezione per fare pubblico in un talk-show, uno spettacolo di chiacchiere televisive che una rete privata avrebbe ripreso nel pomeriggio. Seguivano l’indirizzo e i numeri di telefono e fax. 
Conoscevo il posto: un cinema chiuso sprangato da anni. A suo tempo vi si proiettavano pellicole che risultavano essere poi sempre la stessa, dove gli interpreti, ancor sempre gli stessi, avevano la particolarità di arrivare presto a liberarsi degli indumenti intimi. Trovavo curioso che l’avessero rimesso a nuovo per farne un posto dove si fa televisione. 
Non avevo altro da fare e mezz’ora dopo ero lì davanti, intruppato con innumerevoli altri. A guardia dell’ingresso avevano messo un marcantonio alto due metri incuoiato di nero che se ne stava davanti alla porta piantato con le gambe a compasso e aveva sulla faccia un sorriso poco rassicurante. Sugli specchi dei suoi occhiali da cattivo si riflettevano i volti delle ragazze più intraprendenti che di volta in volta gli domandavano come si chiamasse, se avesse la fidanzata; molte gli chiedevano di Vittorino Sogno, il conduttore dello show, se era vero che fra lui e Màrica, la sua compagna, fosse tutto finito. Lui però si limitava a sorridere. 
Girava voce che allo show avrebbe partecipato Vasso Ovale. Non sapevo chi fosse, mai sentito nominare. Una ragazza dallo sguardo da cane danese, che mi premeva contro la schiena con lo spigolo della sua borsetta, mi disse che era stato un cantante abbastanza famoso e già che c’era si offrì di mostrarmi la sua collezione di autografi. 
Verso le dieci eravamo tutti ancora lì. Cominciavo a pentirmi di non essere andato in cerca di una panchina ai giardinetti, quando all’improvviso le porte del Fulgor vennero aperte e tutti quanti noi - tutti insieme - ci spingemmo avanti verso l’ingresso. 
Qui trovammo un’altro sbarramento. Un tipo dell’organizzazione in jeans e maglietta con la scritta STUPID, imperturbabile nella sua faccia da addetto alle cucine, guardava i convenuti uno ad uno spostandoli a manate. Se si veniva spinti a destra voleva dire che si rimaneva fuori, esclusi dallo show. 
La ragazza che prima era dietro di me e che a forza di spingere era riuscita a passarmi avanti, quando venne ricacciata indietro si mise a piangere dicendo: “La mia analista è a un congresso, non potete farmi questo”.
Al diavolo cappuccino e brioche! Forse il modo più rapido per togliersi da lì era farsi scartare senza opporre resistenza, ma quando io e il selezionatore ci trovammo uno di fronte all’altro, questi si fermò, inarcò un sopracciglio e chiamò una ragazza, che mi venne incontro con il suo nome, Bernardette, stampigliato su un cartellino appuntato alla giacca del tailleur. Non erano tanto i capelli biondi e lisci di questa, o gli occhi azzurri che denunciavano ascendenze longobarde, quanto il suo profumo a stordirmi. Mezzo inebriato mi lasciai condurre giù per i sotterranei del Fulgor, dove tutto era bianco, luminoso e odorava di nuovo.
“Lo aspettavamo più tardi” disse Bernardette. “Com’è stato il volo?”
“Orribile.” 
“Turbolenze sull’Atlantico?”
“Anche.”
“Soffre l’aereo?”
“Anche.”
“E come fa?”
“Bisogna pur vivere, signorina.”
“Mi chiami Bernardette.”
“Bisogna pur vivere, signorina Bernardette.”
Mi venne assegnato il camerino numero 27 e anche lì dentro tutto era bianco e luminoso e ci sarebbero voluti occhiali da ghiacciaio per resistere. L’inventario comprendeva un divanetto, uno specchio e un telefono.
“Desidera qualcosa?”
“Un cappuccino e brioche.”
“Le faccio portare i giornali?”
“Se le fa piacere...”
Mentre aspettavo finii per addormentai sul divanetto per risvegliai con nelle orecchie il suono di qualcuno che bussava alla porta. Come dall’oltretomba una voce annunciò: “Fra un quarto d’ora si comincia”.
Comincia? Che cosa comincia?!
Potevo aver dormito alcuni minuti, come essere rimasto in quel cubicolo bianco ibernato per millenni; di fatto trascorsero minuti senza che sapessi rispondere alla più semplice delle domande: io che cazzo ci faccio qui? 
Avrei voluto filarmene via come un elettricista, ma quando stavo per decidermi Bernerdette entrò nel camerino. Lei, con quel sorriso da boero sulle labbra, disse: “Visto che i suoi bagagli non sono arrivati, mi sono permessa di procurarle qualcosa.”
Mi ritrovai così dentro a un paio di pantaloni e una camicia, stretto al collo da una cravatta e poi insaccato in una giacca di tweed che di spalle mi andava un po’ stretta. Le scarpe invece erano di un paio di numeri più grosse. Nemmeno il tempo di vedermi allo specchio che Bernardette già mi sospingeva al trucco dove, sbattuto su una poltrona, una specie di marziano cominciò a spennellarmi il viso di schifezze. 
“Emozionato?” mi chiese Bernardette.
“Un po’.”
“Non si preoccupi, le domande le fa Vittorino. Ha molta stima del suo lavoro.” 
Lavoro?! Quale lavoro?!
“Ha qualche richiesta da farmi?”
“Sì, cosa devo fare?”
“Niente. Lei è a un talk-show. Si preoccupi delle risposte, che devono essere brevi, semplici e lineari.”
Ora o mai più. Avevo una fame disperata e se dovevo essere cacciato a pedate, avrei preferito farlo con qualcosa nello stomaco. 
“Potrei avere un cappuccino con brioche?”
“Dobbiamo microfonarla.”
Venni così rimesso in piedi, ulteriormente spennellato e spolverato; sotto il bavero della giacca mi fu attaccato uno scarafaggio il cui filo mi correva lungo la schiena per terminare a una scatoletta appesa alla cintura. Quest’ultimo oggetto mi convinse a gettare la maschera: “Forse non sono quello che credete”.
“Siamo tutti un po’ nervosi prima di andare in scena” disse Bernadette. 
E mi spinsero verso il palco fra due ali di gente che mi dava pacche d’incoraggiamento. Quella che ricevetti sul culo fu Bernadette a darmela. Mi girai e lei mi fece l’occhiolino. 
“In bocca al lupo, professore”.
Professore?! Professore di che cosa?!

Vittorino Sogno era al centro del palcoscenico, circondato da telecamere e da gente che di continuo gli faceva segno o che su lavagnette gli scriveva messaggi del tipo: guarda in qua, fallo sedere più in là, aggiustati la manica della giacca, fallo sorridere almeno una volta. Il conduttore mi aspettava con un sorriso da gatto indicando una sedia in paglia di Vienna.
Il mio posto era fra le spalle di una cuoca che era riuscita a dimagrire di cinquanta chili in due mesi e uno che chiamavano il tuttologo. Quest’ultimo nel guardarmi mi sorrise e poi, rivolto a Vittorino Sogno disse: “Se ne dicono delle belle sul professore”.
Ma si stava riferendo a me?
Il conduttore lo pregò di spiegare il motivo del suo sorriso e quello riferì che su un giornale era stato pubblicato un servizio fotografico dov’ero ritratto in atteggiamento intimo con una certa Micaela Sakura. Vittorino Sogno, com’era sua abitudine, non mancò di cogliere al volo la battuta per chiedermi come si sposassero i miei interessi con i miei impegni mondani con la signora in oggetto.
Interessi?! Quali interessi?!
Sgranai gli occhi e fu allora che Vittorino Sogno disse: “La riservatezza del professore è proverbiale”, passando quindi a salutare la scrittrice paralitica il cui libro Le gambe della memoria era, oltre che ai primi posti nelle classifiche dei best-seller, al momento si trovava bene in vista tra le sue mani, che quelle no, paralitiche non erano. Un paio di telecamere ci carrellarono sopra moltiplicandone la copertina per chissà quanti schermi televisivi.
Davanti a me comparve Bernardette con la lavagnetta con su scritto: Dica che l’ha letto e che l’ha commosso.
Una luce mi si sparò in faccia e mentre l’occhio della telecamera mi cercava, io, per non deluderla, dissi: “Commosso”.

Nel secondo segmento dello spettacolo Vittorino Sogno prese una sedia e mi si venne accanto. Di nuovo le telecamere, tre stavolta, e poi le luci, che mi facevano sentire come un pollo nel microonde. 
“Non trovo la sua scheda” disse, “vuol essere così cortese da presentarsi da sé al nostro pubblico?”.
“Io?!”
Guardai verso Bernardette, che da dietro il nido della regia scriveva sulla lavagnetta quello che forse avrei dovuto dire, ma era però troppo distante.
“I suoi studi sui crotali” disse Vittorino Sogno.
“Crota cosa!?”
“I serpenti a sonagli… Secondo lo studio che ha pubblicato su Nature and Plasure, i serpenti a sonagli comunicano suonando.”
“Ah, suonano?!”
“Questo è quello che afferma lei.”
“Beh, suonano...”
“Prevede che in futuro noi…”
“Ma, forse anche i cani.”
“I cani!?”
“Sì, ma loro li facciamo cantare e basta.”
“Un applauso per il nostro ospite…” disse allora Vittorino Sogno. “Contiamo di averla ancora con noi domani sera” e passò a intervistare un altro ospite.
Durante la pausa della pubblicità parte del pubblico si alzò, dirigendosi con scatto del centometrista verso il bar dell’ingresso. Altri pressarono di richieste d’autografo un’attrice presente tra le pellicce della prima fila. Il resto erano telefonini che squillavano e gente che si sbracciava facendosi segno. Una signora in platea, ingioiellata fin nei capelli, da un pezzo mi fissava con negli occhi uno sguardo da acquario tropicale. La guardai a mia volta e visto che sembrava non succedere niente provai a sorriderle. Quella come indispettita si alzò e sparì. Poco dopo qualcuno mi porse un biglietto dove era scritto: “Tu sei il figlio che ho sempre desiderato. Addio per sempre”.

Riccardo Subri

 

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Amore urbano

Adesso che sono allegramente solo, voglio cancellare tutte le malvagità di cui mi fatto dono il mio nero amore. Desidero momenti di mitezza e tremiti, come un povero orfanello. Dovrei cercare la mia piccolissima casa sul ciglio della strada dove rinchiudermi e abbandonarmi tra le calde braccia dell'oblio blu, prima che giungano le eclissi solari o il tramonto.

fotografia di Irene Ottanelli

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Adesso che sono allegramente solo, voglio cancellare tutte le malvagità di cui mi fatto dono il mio nero amore. Desidero momenti di mitezza e tremiti, come un povero orfanello. Dovrei cercare la mia piccolissima casa sul ciglio della strada dove rinchiudermi e abbandonarmi tra le calde braccia dell'oblio blu, prima che giungano le eclissi solari o il tramonto.
Finalmente non mi sveglierò più con la sensazione di essere uguale a zero, lei a riempirmi col suo disastro quotidiano più infrangibile di un pugno morto. Non ci riesco. Non riesco più strofinare i miei sogni sul suo corpo nudo e in lutto.
Non è altro che un piccolissimo disastro, ma più drammatico dell'era glaciale. Forse per i bambini i dinosauri non si sono ancora estinti, come i soldatini di piombo o le lucertole. Voglio stare da solo, dopo di lei voglio stare solo. Forse dovrei semplicemente andare a vivere tra le bestie. Trascorrere  il mio tempo con gli animali.
Il 22 marzo è un'eucarestia. Arriva la primavera. Sergio cammina sul Lungarno dei Pioppi riflettendo retrospettivamente. È sollevato all'idea di non doverla incontrare mai più. Massa fecale solida di forma cilindrica. Si siede su una panchina e guarda le automobili sul viale. A lei piaceva così tanto il traffico. Ma quale malata di mente può amare il traffico?
E poi fatalmente il cellulare squilla. Sergio osserva il display.
Ah... Quindi è ancora viva! Vaffanculo, vaffanculo!

2
Esistono tre tipi di donne:
1) quelle introverse,
2) quelle estroverse,
3) quelle equilibrate.
Ma poi, come sempre, sfortunatamente, c'è Nunù, il quarto tipo, quello stronzo.

3
Un posto dove Nunù amava rilassarsi era il Parco San Donato, stritolato tra Viale di Novoli e il palazzo di Giustizia. Mi ci portava il tardo pomeriggio o la sera, le piaceva inalare gli sbuffi acidognoli del traffico, guardare il tramonto liquefatto nel metano, spiare i palazzi tutti uguali tutti uguali tra loro in questa fine urbana del mondo. Si sedeva sulle panchine e sospirava col suo romanticismo rovesciato. Poi guardava compiaciuta i graffi che mi aveva fatto durante i suoi rumorosi amplessi. Una volta, vedendo i papponi che cominciavano a scaricare le puttane su Viale Alessandro Guidoni, mi chiese:
«Come è stata la tua prima volta?»
Le raccontai che stavo girando in motorino come un Flaner d'altri tempi soprattutto per via Enrico Forlanini e c'erano queste ragazze mezze nude che facevano ciao ciao con la loro mano, gettando la gamba fasciata da calze a rete in mezzo alla strada e così solo per curiosità mi fermai da una a caso, non avevo scelto una in particolare, era solo quella che mi sembrava la più triste e la più sola, mi fermai solo così tanto per sapere quanto volesse e quella, una ragazza dell'est di nome Polina, mi confidò che cinquanta era un prezzo ragionevole e che se avevo un casco potevamo andare a casa sua.
Mi ritrovai in questa stanza al piano terra, con le veneziane gialle chiuse e un letto rifatto senza amore. E Polina, sedendosi sul letto e tirandomi leggermente verso di sé, mi chiese con aria da teenager se poteva cominciare.
«Posso cominciare?»
Senza che le rispondessi nulla, semplicemente guardandomi negli occhi, mi accarezza e mi rendo subito conto che non mi si rizza. Lei mi sbottona i pantaloni e mi tira giù le mutande e comincia a farmi il solletico sul perineo. Ma l'unico effetto che ottiene è quello di...
«Aspetta aspetta – mi interrompe Nunù coi suoi occhi di ghiaccio – ho sentito questa storia un sacco di volte. Poi te la sei scopata e lei è venuta, sei riuscito a far venire una puttana la prima volta che facevi sesso. Non sei il primo. È una vecchia storia a cui voi maschi abboccate sempre. Le troie fanno finta, non lo sapevi?»
«Ma vaffaculo – le intimo infuriato – vai proprio a fanculo»
«Dai su – con occhi divertiti – non ti arrabbiare, è solo che non sei proprio molto intelligente»
«Fottiti»
«Guarda che lo dico perché sono una persona sincera, non dico mai le bugie»
«Ma guarda sta stronza» Voltandomi da un'altra parte a caso.
«Ecco sì – sbeffeggia trattenendo le risate – sei proprio scemo, ma di sicuro hai una qualità, l'unica che io abbia trovato fino ad adesso in te: sei una persona sensibile» 
Poi dopo alcuni minuti in cui pondera silenziosamente:
«Hai presente i ritardati mentali?»
«Che vuoi da me?»
«Ecco loro, i ritardati, magari non ci capiscono nulla, non riescono a fare collegamenti logici fra le cose, però hanno un certo Shining, come nel film, hai presente il film?»
«Vaffanculo»
«I ritardati – mi spiega con la sua migliore aria da maestrina – non capiscono le cose, ma hanno una visione emotivamente molto chiara di quello che sta accadendo intorno a loro, terribilmente lucida ma solo emotiva. Una specie di luccichio da ritardati. Ecco tu sei così, hai lo Shining degli scemi»
«E inevece te hai tutto il mio odio con il cuore, sinceramente!»
E me ne andai via, lei che rideva là seduta su una panchina, il sole liquefatto nel metano. La sentivo anche fuori dal parco, mentre le automobili suonavano i clacson ed io attraversavo ad occhi chiusi la strada.

Ferruccio Mazzanti

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Filippo Rigli Filippo Rigli

Sta per finire

Tempo tre giorni e chiudono l'albergo. Un anno o anche di più. Ristrutturazione, e cassa integrazione. I miei colleghi sono preoccupati. A me fa piacere. Il pensiero di non fare un cazzo per un anno e passa mi fa stare benone, rilassato e pieno di buoni propositi per il futuro. Sostanzialmente film scaricati, canne e bevute. E che altro?

fotografia di Carlo Zei

Tempo tre giorni e chiudono l'albergo. Un anno o anche di più. Ristrutturazione, e cassa integrazione. I miei colleghi sono preoccupati. A me fa piacere. Il pensiero di non fare un cazzo per un anno e passa mi fa stare benone, rilassato e pieno di buoni propositi per il futuro. Sostanzialmente film scaricati, canne e bevute. E che altro? Anche nulla. Va bene così. Questo è l'ultimo sabato notte che passo al lavoro. L'albergo è vicino Santa Croce, e il lavoro dalle undici di sera alle sette di mattina consiste nel fare chiusura contabile, un venti minuti in tutto, e poi più nulla fino alle sette. Il che lascia ampio spazio a film scaricati, canne e bevute, appunto. Salvo imprevisti. Gli imprevisti, specie il fine settimana, consistono in quei pezzi di merda che vanno nelle discoteche intorno Santa Croce a spaccarsi di pasticche e musica di merda. Ora, io li ho sempre odiati. Le discoteche gli salderei le porte e le incendierei con tutta la feccia dentro. I maschi dico. Le fiche le userei come schiave sessuali di noi metallari. Riempirle di botte e scoparle a forza mentre lo stereo spara gli Immortal. Questo si meritano. Quindi figuriamoci ora che questi cercano di parcheggiarmi sulle strisce gialle di fronte all'albergo. Li caccio a male parole. Le fiche che cercano di ingraziarmi a forza di sorrisi, ma soprattutto i maschi che fanno i galletti. Sono attrezzato. Mazza di alluminio, spray al pepe, catena da moto con lucchetto, tirapugni nella tasca della giacca. Ma non c'è mai stato bisogno di usarli. Mollano prima. Basta fare la faccia feroce. Sono solo plastica e fuffa, gli impasticcati. Quindi sono qua a godermi l'ultimo sabato di questa merda quando mi si piazza davanti al portone questa Mercedes cabrio grigia tamarra. Scendono dei tipi che sembrano usciti da un film di Verdone, sui cinquanta, camicie aperte sul petto villoso, catene al collo, capelli ingellati su fronte ampia, pantaloni attillati. Fiche vecchiotte ma in tiro al seguito. A me i film di Verdone fanno schifo. Io guardo i film horror. Mi si piazzano davanti proprio mentre mi sto fumando il mio primo cicchino. Sarà mezzanotte. Scendono parlando tra loro, neanche mi guardano. Siete clienti, domando. Siamo i padroni dell'albergo, risponde quello che era alla guida, il più tamarro di tutti. Scoppiano a ridere. Pessima, pessima mossa. Butto il cicchino, lo schiaccio con la scarpa. Dovete spostare la macchina gli dico. Questo è il parcheggio dell'hotel. Occhei te la metto un po' più indietro mi fa il capobanda. No, no, non mi sono spiegato. Voi la macchina non la mettete più là. Voi la macchina la spostate. Perché se no ve la faccio portare via dal carro attrezzi. E lo guardo che sembro Clint Eastwood nei film di Leone. Cioè, io non mi vedo, ma è così che mi immagino. Sento anche la musica di Morricone, se mi sforzo. Lo stronzo sta zitto, non sa cosa dire. Stanno tutti zitti. Oh, stai calmo, mi dice alla fine. Gli rido in faccia, sul serio, non faccio finta. Una bella risata grassa. Vaffanculo tamarro, chiamo il carro attrezzi, gli dico, e entro nella hall. Alle mie spalle scoppia un putiferio. Le sua fica comincia a starnazzare. Ti fai mandare affanculo cosììì, strilla che sembra una gomma sull'asfalto d'estate. Io mi metto al bancone e comincio a fare il numero dei vigili. Il capo tamarro entra dentro a petto in fuori. Lo stoppo subito. Occhio a quello che fai, che oltre che la macchina inculata ti becchi una denuncia per aggressione gli dico a voce alta, e intanto infilo la mano nella tasca della giacca, stringo il tirapugni. No no, risponde lo stronzo. Voglio solo sapere come ti chiami. Io sono amico del padrone. È sempre il Fratini il padrone vero? Io lo conosco. Sono suo amico. E mi guarda con un accenno di sorriso. Il Fratini è sempre il padrone, in effetti. Mai sentito nominare, gli dico. Sposta quella cazzo di macchina. Ci rimane piuttosto male. Torna fuori. Allora, gli chiede la fica. Allora nulla, fa lui. È stato arrogante ma ha ragione. Qua non si può parcheggiare. Rientrano in macchina mesti. Partono piano, si reimmettono nel traffico. Nel frattempo arriva una ragazza con una Smart. Posso lasciare qua la macchina un paio d'ore, mi chiede. Certo bella, gli faccio. I tamarri da dentro la Mercedes mi guardano. Io appicco un cicchino, li guardo a mia volta e sorrido. I tamarri vanno via sgommando. La ragazza se ne va via anche lei, stacchettando sul selciato di piazza Mentana. Bella fica, cazzo. Questa merda sta per finire.

Filippo Rigli

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Matthew Licht Matthew Licht

La vasca

Esistono lavori peggiori che consegnare alcol a domicilio. Diversi clienti della bottiglieria di Beverly Hills erano stelle del cinema, e una volta portai casse di champagne a Villa Playboy. 
A dare ordini nel magazzino era un simpatico gay di quelli che amano il cuoio nero. Era baffuto, ironico, e gli piaceva farsi pisciare addosso. “Uh!” diceva, “oggi ti mando a trovare Lana Turner!” Come se ciò fosse un fantastico privilegio.

Immagine di William Rankin

Esistono lavori peggiori che consegnare alcol a domicilio. Diversi clienti della bottiglieria di Beverly Hills erano stelle del cinema, e una volta portai casse di champagne a Villa Playboy. 
A dare ordini nel magazzino era un simpatico gay di quelli che amano il cuoio nero. Era baffuto, ironico, e gli piaceva farsi pisciare addosso. “Uh!” diceva, “oggi ti mando a trovare Lana Turner!” Come se ciò fosse un fantastico privilegio. Lana Turner aveva ordinato tanto ottimo gin. Era una settantenne ancora seducente. Anziché darmi la mancia, mi guardò + negli occhi e batté le famose ciglia. Sarei diventato il suo schiavo. Non per nulla le stelle sono stelle.
Conobbi così anche Cyd Charisse, Fred Astaire, Barbara Stanwyck e Barbara Eden. Quest’ultima aprì la porta agghindata come la fatina che aveva interpretato in tivù. Dietro il velo colore del cielo non si notavano le rughe, le occhiaie, la dentiera. Beveva whisky e vino bianco fruttato.
Da quel lavoro imparai solo che le vecchie glorie del mondo dello spettacolo non danno la mancia.
Un giorno il capo mi disse, “Uh! Oggi ti mando alla reggia di Giggles Gowanus.”
Mai sentita. “Uh. Ganzo.”  
“Vedrai. Ho sentito dire che è generosa con le mance.”
Ci toccava caricare le casse da consegnare. Era un lavoro di fatica, ma al posto di bei muscoloni ci venivano dolori alla schiena. La Gowanus beveva esclusivamente veleno per barboni, e abitava nella brutta, vecchia Hollywood. Non era facile parcheggiare in quel quartieraccio, e se prendevamo multe, le pagavamo noi.
Non mi aspettavo nulla di buono, ma quella catapecchia era peggio. Il carrello pesava, faceva un gran caldo. Suonai. 
“Avanti, è aperto!”
Nessuno lascia le porte aperte, a Hollywood.
Entrai. C’era tanfo di gatto, sudore, vestiti sporchi e piscio. Il carrello passava male sulla moquette colore del fango. “Permesso? Sono qui con tanta buona roba da bere.”
“Sia lodato il cielo. Vieni, vieni.”
Una vecchia obesa dai capelli corvini stava accovacciata su un sofà distrutto. La vestaglia lisa la copriva appena. 
“Dove lo metto, tutto questo nettare?” Volevo aiutarla. Volevo la mancia.
“Grazie, sei carino,” disse. “Vai pure in cucina. Poi quando hai finito avrei un’altro favore da chiederti.”
“Certo. Nessun problema.” 
La cucina era peggio del salotto. Sistemai le bottiglie di vino bianco nel lercio frigo. Riempii uno scaffale con bottiglione di vino rosso fatto coi vermi.
Tornai nel salotto con le casse dei superalcolici. Mi aspettavo di trovarmela davanti nuda. Cosa non si fa, per una mancia. Invece, “Scusa, ma non cammino bene, e non sono forte come una volta. Se non ti dispiace... ” 
Indicò un bacino di plastica sulla moquette accanto al sofà. Non l’avevo notato, entrando. 
Era un acquario. Pesci marroni fluttuavano in un piccolo mare giallo. 
Alzai la vaschetta stando attento a non sbrodolare, la portai nel cesso e la svuotai nella vasca da bagno. Il tombino era intasato. Tornai in cucina e presi un mestolo. Non c’era sapone per lavarsi le mani.
“Grazie tesoro,” disse. “Vieni, ti voglio dare qualcosina.”
Mi avvicinai al sofà. ‘Che non sia un bacino,’ pensai. 
Mi porse un dollaro. “Grazie,” dissi. “Non è necessario, ma lo apprezzo. Serve altro?”
“Vuoi vedere una cosa?”
Ero titubante. Avevo già visto abbastanza. “Certo,” risposi. 
Indicò una cornice d’argento sulla credenza accanto alla porta. Era lei nella foto, nuda sotto una fluttuante toga, in una posa da danzatrice. Un fisico a clessidra. Fischiai.
“Ero bella, vero?”
“Cazzo.”
“Ma non solo. Ero anche brava a raccontare barzellette. Sapevo far ridere, sul serio. Vuoi sentirne una?”
“Spara.” E risi davvero. Era buffa.
“Ma mi davano solo ruoli da comparsa, non mi facevano mai parlare o ballare. Ed eccomi qua.”
“Eccoci qua. Allora ciao, devo tornare al lavoro.”
“Ciao, sei bello, giovane e forte.” Rise gorgogliando mentre uscivo. Chiusi bene la porta ma la sentivo sempre.

Matthew Licht

Immagine di William Rankin

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Tommaso Ferrara Tommaso Ferrara

Tutti i difetti del mondo

L’estate dell’ottantaquattro pesavo 55 chili. Avevo da poco iniziato un autoritratto che non riuscivo a continuare se non di notte e solo a certi orari improbabili. L’orario migliore era dalle 1 alle 2 e 35, riprendevo intorno alle 8 e 13, poi più niente fino alle 21.

L’estate dell’ottantaquattro pesavo 55 chili. Avevo da poco iniziato un autoritratto che non riuscivo a continuare se non di notte e solo a certi orari improbabili. L’orario migliore era dalle 1 alle 2 e 35, riprendevo intorno alle 8 e 13, poi più niente fino alle 21. Non che avessi bisogno di una luce particolare per lavorare, il mio studio era quasi sempre al buio perché, anche di giorno, l’ombra che si staglia dal palazzo di fianco al mio , raggiunge l’unica finestra dello studio, una stanza di 34 mq circa. Il vero problema era che non riuscivo a riconoscermi davvero nel quadro, o meglio, mi sembrava che fosse il quadro a non riconoscersi in me. Il mio ritratto, almeno così credevo in principio, voleva che dipingessi una me più giovane, una me ragazza, bambina persino e visti gli orari assurdi in cui mi concedeva di proseguirlo, spesso mi addormentavo e quando mi svegliavo ci trovavo un accenno di zigomo, la linea di una palpebra, un ombreggiatura, che non ricordavo di aver aggiunto. Un giorno, durante una di queste sedute nello studio, mi sentii particolarmente stanca. Fu come se, varcando la soglia, le forze d'improvviso m' abbandonassero. Persi i sensi quasi subito e mi lasciai cadere su un vecchio logoro e polveroso, che tengo lì per pietà, perché la stanza è buia e non ci entra mai nessuno tranne me. Quando mi svegliai la stanza era stranamente illuminata da un fascio di luce densa e ordinata, proiettata al centro del quadro. All’inizio non ci feci caso perché rimasi ipnotizzata dalla fitta corrente di pulviscolo che ci danzava dentro, ma poi mi resi conto che più mi avvicinavo al dipinto, più la luce si ritraeva. Giunta ad un metro e venti di distanza dal quadro, mi accorsi che il fascio luminoso era scomparso, lasciando al suo posto un piccolo foro perfettamente circolare. Ricordo di aver tracciato le diagonali ed essermi accorta che il buco era indubbiamente al centro della tela. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a spiegarmi in maniera razionale la natura di quel foro. Non posso giurare d'essere stata del tutto sveglia quando quello strano fenomeno si manifestò, ma quel forellino c’era e non ero stata io a farlo. Credetti d’essere lì lì per impazzire, che quel quadro non fosse reale e forse non lo erano neanche lo studio, la casa presa in affitto, né Rue Poulet, strada in cui abitavo al tempo, né Le Floors, dove andavo a mangiare quasi tutti i giorni ed ero solita incontrare i miei amici. Ma dire che fossi io l’unica ad esistere realmente mi sembrava una presunzione bell’e buona. Ho tutti i difetti del mondo, ma la presunzione non rientra tra questi, e se uno impazzisce credo gli spetti almeno una forma di pazzia che in qualche modo rispecchi il suo carattere.  Resta il fatto che qualcosa dovevo pur fare, non potevo lasciarmi andar via così, perdermi in un guazzabuglio di pensieri incoerenti, di proiezioni macabre fondate su chissà quale teorema del buio, dovevo reagire, e per me reagire voleva dire consultare Johan, perché Johan era l’unico che riusciva a dare interpretazioni corrette ai miei lavori. Individuava collegamenti che a chiunque altro sfuggivano, ma, soprattutto, ristabiliva sempre un certo legame tra quadro e pittore, tra scultura e scultore, tra fotografia e fotografo, che non aveva nulla a che vedere con le elucubrazioni idiote e banali dei critici, che hanno bisogno di riportare l'arte al reale per far finta di capirci qualcosa. Insomma Johan era il miglior senso che ci puoi trovare, perché anche se non è quello in cui credi tu, il suo è sicuramente più convincente. E poi chissà, con un po' di fortuna mi avrebbe aiutata a vendere il ritratto, una volta finito. L’appuntamento era per le 3 e 13 al “Le Floors”. Avevo scelto quell’orario così anomalo perché fino a quel momento proprio non me la sentivo di varcare la soglia di casa. Era una giornata grigia e cadeva una pioggia fine che non bagnava i vestiti, li inumidiva appena e mi faceva gonfiare i capelli facendomi somigliare ad uno di quei fiori di polline, che i bambini  e gli innamorati si divertono a soffiare. Johan era seduto ad un tavolo piccolo e tondo al piano superiore, beveva un caffè e fissava la strada distratto. Non sembrava trovarci nulla di interessante in quello che accadeva là sotto. Un ciuffo di capelli rossi gli penzolava sul viso nel tentativo di tuffarsi proprio in quella tazza di caffè fumante che doveva aver ordinato da poco. Sono sicura che ci mise un po' ad accrogersi di me, anche dopo che m'ero seduta al tavolo lì con lui. Il tempo che impiegò ad incrociare il mio sguardo sortì su di me lo stesso effetto che fa la sentenza di un giudice un’istante prima d’essere pronunciata. Mi convinsi che i suoi occhi, appena sbattute le palpebre, avrebbero prodotto lo stesso suono del martelletto di legno che sancisce la fine di un'udienza. L’accusa sosteneva la mia più totale evanescenza, la difesa pure. Poi Johan diceva, che succede Barr? Ce l’hai scritto in faccia che non è un buon periodo. Quelle parole mi lasciavano interdetta e per un attimo credetti seriamente di avere una frase scritta in fronte e provai a mandarla via con la manica della giacca e feci in modo che Johan non se n’accorgesse, ma Johan se ne accorse e si fece subito serio e da quel momento non si voltò più verso la strada ma guardava solo me, come se fossimo stati gli unici due sopravvissuti ad una catastrofe che aveva colpito entrambi allo stesso modo. Non mi sentivo più sola. Volevo abbracciarlo e dirgli grazie, ma riuscii lo stesso a trattenermi e a non farlo preoccupare troppo. Ascoltava in silenzio tutto quello che avevo da dirgli, sullo studio e il fascio di luce e la tela e quel foro maledetto piantato lì in mezzo e poi parlò e allora fui io a prestare attenzione. Non so dirti quale sia il problema Barr, ma posso tentare comunque una soluzione. Anche a me è successo qualcosa di analogo, evito di scendere nei dettagli, ma la cosa che mi ha aiutato in questi momenti di, come dire... pressione espressiva? E' stato decidere di assecondare l’ispirazione e non opporre resistenza. E cosa dovrei fare secondo te? Dissi, approfittando di una pausa per non interromperlo. Mi sembra che il quadro dica una cosa ben precisa, forse stai sbagliando le proporzioni o qualcosa  del genere, voglio dire, hai un punto di fuga e due diagonali, parti da quelle, insisti, cerca delle relazioni geometriche, tenta con i numeri se necessario. Ma io non so niente di numeri Johan. Meglio! Vista la storia assurda che mi hai raccontato, sarebbe preferibile che tu risolvessi la questione con i numeri piuttosto che con altre spiegazioni folli. Pensai che aveva ragione, anche se per me non c'era niente di più folle ed incomprensibile dei numeri. Ma questa spiegazione non mi bastava, o forse era Johan che non mi bastava, avevo ancora bisogno delle sue attenzioni, del resto è umano, no? Allora Johan prese a parlarmi della sezione aurea. Sai cos’è la sequenza di Fibonacci Barr? Mi domandò. Si, più o meno, risposi io. Allora prova con quella, tenta una sezione aurea del tuo ritratto, vedrai, male che vada approdi alla perfezione. Poi sorrideva e non capivo le sue intenzioni, se era venuto lì con l’idea di sfottermi o di aiutarmi. Mentre parlava mi ero accorta che il caffè che stava bevendo era corretto, riconobbi l’odore della sambuca, probabilmente era ubriaco, da giorni forse. Tu come stai Johan? Allora tornava a guardare fuori dalla finestra, lontano, in quel lontano che è nelle cose. Poi diceva, Miariam se n’è andata e Parigi vomita grigio da ogni parte, a cosa credi che serva una pioggia che non bagna? Te lo dico io a cosa serve, alla stessa cosa per cui si risponde sempre “bene” quando uno ti chiede come va. Anche la natura sa essere formale Barr, e quando lo è non c'è niente di più mostruoso, di più reale. Gli pareva d'esser triste per convenienza a Johan, così mi disse, si sentiva talmente rassegnato che nemmeno l'infelicità che provava era davvero la sua. Ci salutavamo poco più tardi, pagavo anche per lui e dal conto era chiaro quanto e cosa avesse bevuto. Il barista non la smetteva più di struggersi in moine e di ringraziarmi, era sicuro che nessuno l’avrebbe mai risarcito per tutto l’alcool che gli aveva servito. Mentre tornavo a casa pensavo, e se avesse ragione? Forse dovevo davvero lasciarmi andare, voglio dire, vale di più poter vedere la propria opera compiuta nel modo migliore di cui si è capaci o vivere anche un solo istante di ispirazione pura, in cui l’opera è già conclusa solo per chi la realizza? Vero è che il gesto ammazza le possibilità in cui una cosa potrebbe essere e non sarà mai. La sezione aurea… che idea sciocca, e chi cazzo era questa Miriam?! La verità è che ero un po’ gelosa di Johan, ma i miei problemi si sostituivano ai suoi, così capivo che non ero innamorata di lui. A casa cominciai a documentarmi su Fibonacci e la sezione aurea e lo feci più per dare torto a Johan che altro. Ammetto che la cosa mi sfuggì di mano. Studiai per mesi la sequenza e ogni sua possibile applicazione. Oltre ai greci saltavano continuamente fuori il nome di Leonardo Da Vinci, di Bach, Mozart, Beethoven e altri ancora. Esistono poi riferimenti espliciti alla sezione in botanica e anatomia, ad esempio, le corolle dei girasoli si sviluppano in tale maniera e le ossa della mano di un uomo adulto seguono lo stesso principio. Con il passare del tempo la sezione aurea era diventata per me una vera ossessione: ascoltavo solamente alcuni compositori, passavo le mie giornate a fissare solo certe opere, a contemplare certe strutture architettoniche, con la speranza di porre fine alle mie preoccupazioni sull’autoritratto, che non avevo più ripreso dal mio incontro con Johan. Persino camminando contavo i passi secondo la sequenza, e mi muovevo a piccoli balzi, come fanno i bambini quando giocano al gioco della campana. La particolarità di queste cifre è che il rapporto tra una e la sua seguente si avvicina molto rapidamente a 0,618 e questo è chiamato numero aureo. Essendo una profana in materia non riuscivo a capire come un numero che continua oltre lo zero potesse avere tutta questa importanza, ma per me l’aveva e più d’ogni altra cosa. Smisi di uscire di casa e anche al “Le Floors” non mi facevo più vedere. Il primo mese il telefono non faceva altro che squillare, ne avevo molti di amici, amici veri intendo, di quelli disposti a chiudere un occhio se non ti fai mai sentire, per poi accoglierti a braccia aperte quando devi ricominciare da zero, o da 0,618. Poi anche il telefono aveva smesso di squillare e il campanello se ne stava zitto zitto come se temesse d’essere redarguito al primo “drin”. Cominciai a mangiare solo riso in bianco, 2 parti d’acqua e 1 di riso, a bere tè, 3 cucchiaini da caffè di foglie essiccate e 5 bicchieri d’acqua, 1 sigaretta a mezzogiorno, una alle 1, una alle 2, una alle 3, una alle 5 e via dicendo. Ero diventata un'altra persona, non lo dico con circostanza, potevo permettermi di camminare in stradasenza per ore,  certa che nessuno dei miei amici m'avrebbe riconoscita qualora m'avesse incontrata. Questa perdita dell' identità non era imputabile soltanto ad una magrezza a dir poco spaventosa, ad un fisico deturpato, stravolto, vessato, era qualcosa di più radicale e totalizzante, di molto più grave. Non so come, ma alla fine la trovai la forza d'ammettere che non potevo andare avanti a quel modo. Ero talmente spaventata che mi imposi di abbandonare le ricerche e ci riuscii, mi costò uno sorzo immane, ma per un po' ne fui capace. L'astinenza però durò ben poco perché, nonostante avessi accantonato gli studi sulla sezione aurea, non riuscivo a lasciar perdere il quadro. Entrai nello studio una mattina spinta da un’ insospettabile leggerezza. Era tutto come l’avevo lasciato, so che sembra una cosa ovvia, ma io ero certa che avrei trovato qualcosa fuori posto, un pennello ancora bagnato, la finestra aperta, un tratto sulla tela che prima non c’era. Scoprire che non era accaduto nulla di tutto ciò mi aveva messo ancor’ più in agitazione e all’inizio fui sul punto di andarmene, ma poi trovai il coraggio di sedermi alla mia postazione e ripresi a lavorare con molta naturalezza. Stesi una prima mano di verde in modo tale che facesse da supporto al rosa, per rendere più fedelmente il colore della pelle. Poi una bella campitura d' un celeste tenue, da far brillare in un secondo momento con luminescenze di bianco. Affilai le dita della mano sinistra che si ricongiungeva alla destra sul petto, all’altezza del plesso solare. Volevo farle stringere qualcosa, un ciondolo pensavo, ma mi sembrava appesantisse troppo quella figura tanto graziosa e decisi di lasciar perdere. Pensai ad una piuma, poi ad un uccello, uno piccolo uccellino frenetico con il becco sottile, di quelli non facili da catturare, un colibrì, quello sì che mi pareva appropriato. Dopo qualche ora gli occhi cominciarono a bruciarmi, le mani non riuscivano più a tenere il pennello come prima e capii che era l’ora di smettere. Mi sdraiai sul vecchio materasso rattoppato e pieno di polvere lasciato a macerare nel suo angolo e questo mi accolse come il migliore dei giacigli, tanto che non l’avrei cambiato con nessun altro al mondo. Mi addormentai, mi addormentai quasi subito e sognai un campo coperto di neve, senz’ alberi, senz’ orme. Io camminavo per ore e poi cadevo esausta. La neve mi riempiva la bocca e le orecchie, mi entrava nella maglia, nei pantaloni, nelle scarpe, cercava d’impadronirsi d’ogni anfratto che poteva trovare e ci riusciva, sentiva le mie vene vibrare e voleva le vene, sentiva il mio respiro testardo che premeva contro la terra morta e voleva il mio respiro e io dicevo, fa pure, fai ciò che vuoi tu che sei in grado, io non ti posso ingoiare, non ho armi per contrastarti e allora lei mi faceva, vai, sei libera, che valore può avere qualcosa per cui non posso lottare. Allora mi alzavo e sotto al mio peso c’era un colibrì, un piccolo colibrì dorato, si muoveva appena, steso com’era su un lato, proprio lì, nel punto esatto in cui la mia impronta aveva il suo plesso solare e io guardavo il mio, dove invece s’era aperto un foro, da lì se n’era uscito quell’animale. Lui era libero e io morivo senza il mio cuore. Mi svegliai ad un ora morta, imprecisabile, avevo una sete tremenda e cercavo con la mano, accanto al materasso, il bicchiere d’acqua che lascio sempre sul comodino accanto al mio letto. Ovviamente non lo trovai, ma al suo posto c’era qualcos’altro, qualcosa che non mi ricordavo di aver lasciato lì. Sul pavimento le dita raggiunsero un oggetto freddo ed umido, come una piccola lingua. Ritraevo la mano e mi accorgevo che i polpastrelli erano intrisi di una sostanza densa e viscosa. Alla luce di una  lampada, anche questa sistemata per terra, potevo finalmente determinare l’identità di quella cosa. Era vernice, colore a olio per la precisione, d' un rosso pulsante, determinato. Sul pavimento c’era il pennello che ne era intriso, il quale, ne sono piuttosto sicura, non ero stata io ad abbandonare lì. Alzandomi mi stirai sollevando le braccia, poi provai ad appiattire le grinze sul vestito passandoci le mani sopra. Solo a quel punto mi rendevo conto che, poco sotto al seno, all’altezza del plesso solare, una grande macchia rossa si dilatava sul mio vestito come un cancro freddo per la lama. Sto morendo, pensai, toccando la macchia e cercando d’infilarci due dita dentro, sicura di trovare finalmente la ferita, ma niente, altra vernice rossa, altro colore ad olio, a voler’ essere precisi. Mi dirigevo, un po’ a tentoni, un po’ aiutandomi con la lampada, verso l’autoritratto e lo facevo senza pensare alle conseguenze di questa mia curiosità famelica. Questa volta la tela era cambiata davvero. Su tutta la superfice si estendeva una griglia con numeri e proporzioni precise, linee guida da seguire, margini a cui attenersi e una spirale appena accennata, che prendeva le mosse dal foro e si sviluppava lungo metà quadro. Il colore era lo stesso colore che avevo sui vestiti e sulle mani. Non riuscendo a muovermi per lo spavento, l’unica cosa che  mi venne spontanea di fare, fu irrompere in un pianto disperato, intervallato da risatine nervose e contratte. Le lacrime formarono un rigagnolo roso tra l’intercapedine delle mattonelle, fu così che mi accorsi di avere altra vernice sulla faccia. Stessa griglia, stessi numeri, stesse proporzioni del quadro, ma questa volta sulla mia pelle. Ero paralizzata. Sentivo gambe e braccia trasalire, freddo, soltanto freddo, il ticchettio dell’orologio di Johan, il volto sconosciuto di Miriam, che con un bacio assorbe l'identità di Johan, Johan che ha gli occhi gelidi come uno dei collier di mia madre e guarda dalla finestra del “Le Fleur” la gente passare e consumare il suo tempo. Mi ritrovai alcuni ciuffi di capelli tra le mani, li avevo strappati senza accorgermene e forse mi sanguinava la cute, ma con tutto quel colore tra le dita non riuscivo a capirlo. Quando il delirio m’investì, fu come un’onda, una di quelle onde non straordinariamente grandi né potenti, ma piuttosto ben calibrate, che ti colpiscono nel punto giusto con tutta la forza che possono. In quel momento puoi afferrare l’esatto fotogramma della tua resa. La verità è che dovevo assecondare il mio voto verso il quadro, era lui che guidava quel corteggiamento abissale, così era deciso. Esaurite le lacrime presi a guardare la tela in modo diverso. La fissavo negli occhi quella me che non ero mai stata, senza timore, senza rimpianti. La figura irradiava una pace profonda. Era un’anima incosciente e pura, dotata di una forza sovrumana. Capii che mi era concesso di guardarla soltanto perché limitata da quelle sbarre di sangue acrilico. La griglia infatti colava in filamenti fino al pavimento. Presi un coltello che usavo per raschiare la vernice e me lo passai sulle guance. Quando sentivo il mio viso somigliare al ritratto, provavo come piccoli orgasmi elettrici, e una goccia tiepida mi colava tra le gambe. Non posso riferire a parole quello che provai quando la lama del coltello recise la carne sotto gli zigomi. L’estate dell’ottantacinque pesavo 38 chili. Puntavo al fulcro del quadro, al foro centrale, il luogo da cui la spirale aurea prendeva le mosse. Attentavo al luogo d’origine di quella perfezione, alla massa embrionale di quel raggio di luce eterna che ha infiniti nomi. L'avevo lì nella gabbia di vernice. Impossibile dire cosa fosse davvero, perché quella cosa non era mai stata. La perfezione dell'essenza tra quelle sbarre s'era fatta forma. Ascoltai la sua promessa: sparire senza lasciar traccia, perché meno tracce lasci, più certo è il paradiso. Mi puntai il coltello all’altezza del plesso solare, in cerca dello zero.

Tommaso Ferrara

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Tommaso Ferrara nasce a Firenze il 28 marzo 1991. Durante gli anni del liceo si cimenta nella scrittura in versi, intraprendendo un lungo percorso di formazione che lo porterà, nel 2011, a vincere il premio Mario Luzi nella sezione dedicata a gli studenti. Nel 2010 frequenta la facoltà di lettere moderne di Siena. In questi anni l'interesse per la narrativa è forte e gli offre nuovi spunti e prospettive, portandolo a realizzare in breve tempo numerosi racconti ed un romanzo. Terminata l'università, si trasferisce a Torino per studiare sceneggiatura e regia cinematografica con l'intenzione di indagare nuove relazione tra due tecniche narrative diversi ma convergenti.

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Stanza 251 Stanza 251

Circostanza 251 - Nella stanza 251

La mattina si spande nell’aria, tocca i bordi turchini dell’orizzonte e poi ritorna, portata da onde leggere fino alla riva. Il caldo verrà nel pomeriggio, per ora la freschezza dell’acqua e degli alberi permette ai bambini di schiamazzare in mare e rotolarsi poi sulla sabbia.

Bagno D'aria (anni '60)

Cristina Guarducci (Cartavetra, 10 Giugno 2016)

Cristina Guarducci (Cartavetra, 10 Giugno 2016)

La mattina si spande nell’aria, tocca i bordi turchini dell’orizzonte e poi ritorna, portata da onde leggere fino alla riva. Il caldo verrà nel pomeriggio, per ora la freschezza dell’acqua e degli alberi permette ai bambini di schiamazzare in mare e rotolarsi poi sulla sabbia. Francesca allungata sulla battigia osserva i movimenti della baby sitter per testare quanto sia affidabile. Poco, le sembra, occupata soprattutto a spalmare di olio la sua nordica pelle trasparente. Per fortuna è bruttina, pensa Francesca con sollievo, anche se con suo marito non si sa mai. Francesca cambia discorso dentro la sua testa, ha deciso di non indugiare più con questi stupidi pensieri. Lei è bella e lo sa perfino il suo riflesso lucido sulla battigia, lo sanno i rari uomini che passano per andare a pescare al molo. La spiaggia è deserta, una pellicola di latte posata sul mare vitreo. Il cielo è deserto, senza nuvole, senza gli uccelli partiti all’arrembaggio di pescherecci lontani. Il mare suona come dentro una scatola, le voci dei bambini si perdono risucchiate dallo spazio. 
Una calma così, pensa Francesca alzandosi  per fare due passi, una calma così intensa che sembra il preludio di una meraviglia che poi non accadrà. La baby sitter gioca con i  bambini e Francesca  improvvisamente le vuole bene, la considera già della famiglia. In ogni caso le è grata di essere lì, non le piace stare sola ad aspettare l’arrivo di Carlo. Così il suo tempo è diviso in due parti, il movimento del fine settimana, pieno di cene, di gente, e la pace vuota degli altri giorni in cui Francesca si sente riportare prepotentemente verso se stessa, verso una donna che non conosce e forse non conoscerà mai, che sarebbe prosperata senza Carlo e la famiglia,  una cosa assurda alla quale è meglio non pensare. Potrebbe essere  lei la baby sitter e l’altra la signora. Ma Francesca  è solo una signora di ventisette anni, bellissima come una vergine nonostante i bambini. 
Mentre avanza sulla riva i pesci la accompagnano docili, le conchiglie aprono la bocca di stupore, i calabroni ronzano, verdi e splendenti, la prendono di mira. Francesca si sente piena e intatta, questo sentimento le viene dal cuore come un regalo del mare che la ama. Forse la ama più di Carlo, pensa. Mentre l’ idea le attraversa la testa,  il cielo è improvvisamente sconquassato da un rumore pazzo. 
Un enorme calabrone giallo ingrossa e gira sulla sua testa, è quasi un pensiero solidificato, le fa la danza intorno, riparte per sempre e poi ritorna. Francesca si sente sollevare verso l’alto, ma è solo il vento artificiale dell’elicottero, che indugia, traballa, si sposta e poi si posa sulla sabbia poco lontano. 
Le pale rallentano dolcemente, e un uomo scende a terra. Non è un militare, i pantaloni di lino e la camicia bianca sono eleganti, anche la sua abbronzatura è raffinata.  Le viene incontro sorridendo come se la conoscesse, invece si presenta, le sfiora la mano con le labbra, ma lei non riesce neppure a pronunciare il suo nome. È arrossita, è timida, le gambe le tremano. Per lo spavento, forse.  Le dice che è stanco di volare, a giro fin dall’alba ha visitato già tutte  le isole, ma questa è davvero la spiaggia  più bella! Francesca sa che è un complimento per lei,  ma non abbassa gli occhi, diventa allegra e leggera. Le vengono in mente parole futili, sui viaggi in barca che ha fatto lungo la costa, sulla vita in pineta d’estate, perfino sui suoi figli che hanno smesso di giocare e la puntano di lontano, trattenuti dalla baby sitter. Le sue frasi cantano, sta evocando un mondo di poesia che non esisteva fino a qualche attimo prima, e il pilota è diventato serio. Francesca non ricordava più quello sguardo impuro che gli uomini non osano, adesso. I bambini vogliono sedersi al posto di comando, si arrampicano con i piedi pieni di sabbia e Francesca si arrabbia, ma al  pilota non importa. Quando sono scesi le propone di fare un giro e lei accetta come se fosse ineluttabile.  
Il rumore delle pale è l’unico rumore al mondo, la spirale che dà origine alla vita, che li innalza verso l’ azzurro  assoluto dell’estate. Francesca non ha paura e vede la sua casa dall’alto coperta dal vecchio pino largo come un lago verde. Poi il paese più lontano e la prima isola, tutto è a portata di mano, una serie di balocchi raccolti per lei, che lui le sta offrendo, ma senza parlare. Quando guida è ancora più serio e la sua serietà fa sprofondare Francesca  all’interno di se stessa. Stanno volando, ma a lei sembra di prendere radici.  La pineta color smeraldo fugge sotto di loro, svanisce, e poco dopo sono a picco sul mare in un punto vuoto, in cui non c’è più nulla di solido per miglia, solo la luce che li solleva come il vento.  Volare è la cosa più bella che esista, dice lui, le dice che  gli sembra di volare stamani per la prima volta, e anche questo è un complimento. Francesca è  felice e infatti tutto è naturale, l’elicottero e quest’uomo serio che ha bisogno della sua allegria, lo guida lei adesso, verso la scogliera su cui si arrampicava da bambina, i cui anelli di roccia sempre più scuri sprofondano negli abissi. E se fosse un peccato? Vedere le cose così nette, dominare dall’alto ciò che di solito ci assorbe. Vorrebbe chiederlo a lui, ma le è difficile  trovare le parole.  Il pilota le risponde lo stesso, questa tracotanza di volare, dice, gli sembra che debba pagarla cara a volte, ma rinunciarci è impossibile. Francesca si sente così temeraria stamani che sarebbe pronta a morire con lui, dimenticando perfino i suoi figli, sarebbe la morte più allegra che sia mai esistita. E l’uomo  sorride, l’elicottero allarga la sua rotta come se non dovesse mai più ritornare. Parlano e non parlano, sono silenziosi eppure quante cose sono state dette! Poi il sole all’improvviso perde la sua posizione dominante, fa sentire il suo peso plumbeo trascinando lo spirito verso il basso. Sembrerebbe che i bambini non ci siano più, deve essere passata  già l’ora di pranzo e quella della siesta, Francesca si sente come se avesse viaggiato nel tempo, forse quando tornerà a terra essi saranno già grandi e lei avrà i capelli bianchi. È tutta una vita che lei e il pilota hanno vissuto insieme, ma non sono stanchi, lui rallenta a malincuore, scende piano, aspetta che l’ultima pala abbia smesso di girare e poi si gira verso di lei. “Posso accompagnarla?” sussurra. La spiaggia è fosforescente, sono forse atterrati su un altro pianeta, dove non è più possibile vivere, dove l’arsura e la luce sono diventati insopportabili. L’uomo e la donna si dirigono verso l’ombra del capanno e restano in silenzio, aspettando che il lamento del mare addolcisca i loro cuori. 
Quando si sente pronto il pilota si inginocchia e le bacia al mano, poi si alza senza guardarla e corre verso l’elicottero, ci salta sopra e fa partire  il mulinello infernale delle pale che a quel punto potrebbero scoppiare come una bomba e farli saltare in aria tutti e due, e invece l’apparecchio dondola incerto, turbina tracciando  grandi giri malinconici si solleva dentro gli occhi spalancati di Francesca che non pensa, sta solo vivendo. 

Cristina Guarducci (Cartavetra, 10 Giugno 2016)


 

Viaje a las islas

Simone Lisi (Cartavetra, 10 Giugno 2016)

Simone Lisi (Cartavetra, 10 Giugno 2016)

Il giorno dopo l'esame di maturità, esattamente il giorno dopo, che ancora non sapevo il voto, e mi avrebbe telefonato il Caporali, l'assistente di laboratorio amante dei Canti Orfici, con cui avevo scritto la mia tesi dal titolo: Perché le arselle hanno un foro?, mi chiamò Roberto Caporali in persona per dirmi il voto alla maturità perché era un po' anche suo, mi chiamò che io stavo già sul ponte della nave partita da Ancona, e forse me lo immagino che fu solo dopo la notte trascorsa al porto del Pireo, la sera in cui la Grecia vinse il campionato europeo di calcio, dopo una notte a non dormire in un giardino, fu solo la mattina dopo che partii per le isole, e mi ricongiunsi a quella famiglia semi sconosciuta e alla loro barca a vela, Siddharta, l'avevano chiamata, di cui sarei stato mozzo e figlio adottivo, amante in uno spazio ristretto della figlia sedicenne, guardiano della sua verginità, là sù un'isola, Castellorizo, nel profondo sud delle cicladi, ricordo che trovammo una qualche casetta abbandonata di pescatori e ci sdraiammo sul pavimento grezzo e lei di certo non doveva star troppo comoda, poi si tuffò in mare mentre io accesi una sigaretta ma questo davvero me lo immagino, e la guardai nuotare via nel mare greco finché tornò a darmi qualche bacio o a strusciarmi il suo naso bagnato contro il mio mento o la mia guancia e io penso fossi già lontanissimo, con la testa altrove, ad Angelica, al mare del Portogallo, o chissà a quali altri mari ancora.

Simone Lisi


 

L'isola No

Matthew Licht (Cartavetra, 10 Giugno 2016)

Partenza! 
L’isola No è spesso nascosta da una fitta nebbia colore della giada verde lattea. Anche per questo è raggiungibile solo con la nave. La nave, perché ci va una sola, l’Alone, 20,000 tonnellate, registrata in Liberia, capitanata da Graham Manden, un suddito inglese che purtuttavia si rifiuta di indossare qualsiasi forma di divisa. 
L’Alone parte dal porto di Livorno. Non è una nave veloce. Impiega una settimana per arrivare all’isola, se il mare non è mosso. 
Gli oblò del cassero di poppa fanno pensare a una maschera, il volto paralizzato di un amichevole pagliaccio. Non è un caso. 
La bitta riservata all’Alone è di una forma simbolica. Nave e ormeggio interpretano i ruoli di amanti costretti a trovarsi e poi lasciarsi sempre al solito posto. Perciò quella zona del porto è chiamata il Molo della passione dagli indigeni. 
A bordo si mangia in modo non sontuoso, ma soddisfacente. Il cuoco Yves Carpeau assomiglia a uno sceriffo del Far West. Ai fornelli si mette una rete sui folti baffi, per non aggiungere ingredienti troppo personali. Propone a ciurma e passeggeri un vasto ricettario a base di riso e fagioli. 
L’Alone profuma di pane appena sfornato. Quando salpa, si lascia dietro un tanfo di bassa marea. 

 


VIP a bordo! Una stella del jazz 
Si è imbarcato una fantastica celebrità, il batterista Art Blakey. 
Concerti dei Jazz Messengers sono un felice ricordo dell’adolescenza. Provavo amore filiale per quell’omone rotondo, ridente, incoronato da un alone di capelli bianchi crespi. Per visitare l’isola No è ridiventato un severo monaco della musica. 
Non aveva con sé lo strumento. Quando gli fu chiesto di rallegrare una cena con un assolo sul pentolone della sboba vuoto, guardò male tutti. 

 


Il cesso
Le cabine di seconda classe non hanno cessi privati, ma la ritirata in fondo al corridoio è pulita e rassicurante. La bocca della tazza sembra dire, da qui non finirà in mare mai nessuno. 
Come tutte le altre cose della nave, il cesso è solido, saldamente bullonato e rafforzato da strati di vernice anti-salmastro. 
Guardando dall’oblò durante le meditazioni mattutine, ho visto delfini, razze manta, un sommergibile giapponese, e tre uomini che pagaiavano disperatamente una gigantesca canoa di guerra in fiamme. 
Forse sono allucinazioni provocate dalla dieta a base di fagioli. 
I boati della sirena sono terrificanti. Affogano urli, gemiti, scoregge. Chissà perché il capitano Manden la fa tuonare così spesso?

 

 
La cabina doccia

Questa distesa di mare è particolarmente salata. Secondo i naturalisti, la salinità è madre di tempeste. Anche l’acqua della doccia a bordo è salata. Risucchiata da una pompa a prua, viene scaldata dal motore. Sotto il suo getto bollente, si capisce cosa vuol dire essere un prosciutto cotto, uno spaghetto. 
Un marinaio della sala macchine mi regalò un sapone creato apposta per uso con acqua di mare. Profuma di alghe marine. Arrivo a tavola spargendo la promessa di una cena a base di sushi, che non arriva mai. 
La ciurma divora maniacalmente fagioli. 
Le mie ripetute richieste per spinaci vengono ignorate. Insoddisfatto, sogno di essere Braccio di Ferro. Una versione onirica di Olivia, tettuta, mi porta una scodella di verdura saltata, mi imbocca con le manine. Mastico come una mucca. Facciamo l’amore sotto la doccia. L’acqua calda scorre infinita, il vapore sembra una tempesta osservata da uno zeppelin. Le onde danno ritmo alla nostra danza. Olivia grida come il vento, ride come i gabbiani. La sirena della nave urla per salutare l’alba, e mi risveglio col cuore a pezzi. 

 


Accoglienza nel porto di No
Nei Caraibi, fulve damigelle vestite di gonne fruscianti di fibra di palma sistemano ghirlande di orchidee attorno ai colli di visitatori appena sbarcati. Su No, la cerimonia è orribilmente diversa. Appaiono mostri-dèi. Le loro danze fanno scattare meccanisimi stroboscopici nei cervelli dei turisti. Vedevo sbarre nere. Non solo urlavano come dèmoni, aprivano i loro toraci per emettere suoni
ancora più spaventosi. Danno l’impressione che la natura, l’anima e il tempo siano aspetti della stessa orrenda cosa. 
Il dio-mostro raffigurato qui rappresenta lo squalo toro, specie assai diffusa nelle acque attorno all’isola. Gli squali toro si nutrono di pesci volanti, e di albatross immaturi che si stancano di volare. 

 


Turismo e collezionismo
Le maschere No sono ricercate da collezionisti, ma è impossibile acquistarle in gallerie d’arte o mercatini. Alcuni curatori di musei di antropologia ed etnologia si sono lasciati corrompere, ma questo traffico è venuto presto alla luce, e i colpevoli furono ridotti al polmone d’acciaio. Chi è ossessionato non ha scelta: deve fare un viaggio all’isola. 
Non tutti i turisti aspiranti acquirenti di maschere riescono a superare il controllo doganale dei danzanti mostri-dèi. Alcuni sciagurati devono tornare ai loro continenti a mani vuote. Non possono sperare in un ritorno più fruttifero. Gli dèi-mostri hanno memoria per i visi dei mortali, e il profumo dei loro sudori freddi. 
Le maschere No che indossano i mostri-dèi potrebbero essere occhiali che mettono a fuoco l’anima di chi viene da fuori. 

 


Chi si mette una maschera No si spoglia di un’altra maschera
È sconsigliato ai non-isolani di sistemare sul proprio grugno una maschera No. Ne possono risultare delle deformazioni. 
Di solito queste metamorfosi da maschera durano solo quanto basta per spaventare qualche bambino o persona anziana, ma sono stati registrati dei casi di mutazioni facciali permanenti, dovute a contatto prolungato con maschere No. Gli afflitti vengono ospitati, o forse isolati, nello zoo per barbari trasformati in maschera-mostri. Gli isolani li nutrono lanciando noccioline e banane nella gabbia. 

 


Scambio di volti
In certi casi, proprietari di maschere No insoddisfacenti le possono cambiare. Tali scambi avvengono mediante incontri con spiriti della luce, o spiriti del fuoco, che forse sono gli stessi spiriti, la stessa cosa. 
La cerimonia scambio-maschere avviene attorno a falò di scarti della creazione di maschere. Le ombre dei cerimonianti danzano con gli ineffabili esseri luminosi e caldi. 
Gli spiriti della luce e del fuoco girano nudi per la foresta, passano attraverso gli alberi e anche alle persone che si avventurano tra loro. È scortese essere vestiti in presenza di spiriti che non sentono il bisogno di coprirsi. Se lo spirito acconsente, prenderà la maschera non più desiderata, e farà apparire dalla foresta la maschera appropriata. Anche agli spiriti pare ingiusto che una persona debba passare tutta la vita a contemplare una maschera col corno peniforme o ditiforme sulla fronte. 

 


Stop! 
Le maschere No non solo rappresentano i sentimenti degli abitanti del mondo metafisico, svolgono anche mansioni sociali. Fungono da semafori, telecamere antifurto, animistiche badanti per poppanti e persone anziane. Non esiste segnaletica stradale, sull’isola, che è poverissima di strade asfaltate e di motori a scoppio. Molti isolani sono pedalatori di risciò. Obbediscono ciecamente alle maschere, e non fanno incidenti. 
Un turista fu colto a infliggere arte contemporanea alle maschere, bendandole i buchi degli occhi, riempiendo le orbite vuote con occhi di plastica che si agitano nel vento, e attacando fumetti autoadesivi per far dire cazzate a oggetti dignitosamente muti. Fu decapitato nella piazza grande della capitale. La testa recisa venne rimpicciolita, e rimane esposta come monito nel Museo della barbarie. 

 


Buco nero
L’ospite più celebre del Grand Hotel CasiNò Royale finora è David Lynch, regista anonimo del film underground La vita sessuale delle maschere. 
Il Buco nero della Hall rappresenta, secondo il maestro statunitense, il retto prolassato della Via Lattea. Vi è rimasto inginocchiato davanti per ore, in attesa di una materna schizzata che non arrivò. 
“La prossima volta mi metto imbottiture per ginocchia,° disse il regista. “Del tipo che usano i giardiniere e le prostitute navigate.” 
I pazzi godono di particolare rispetto, nel mondo delle maschere. Al regista è stato concesso un rarissimo permesso di soggiorno permanente. 

 


Riso e pianto
Se due maschere ridono, il terzo piange. Non è possibile consolarlo. Le maschere sono insensibili alle barzellette e al solletico sotto il mento. 

 

 

Turismo alieno
Arrivano turisti da parti più distanti che i continenti che i non-isolani si illudono di conoscere. Le maschere No fanno gola anche negli universi paralleli. In quello dove nulla si muove più lentamente della luce sono apprezzate maschere raffiguranti donne isteriche, invasate. 

 


Lo spirito della Polvere
Foto-ricordo del mio amico d’infanzia Kurt Sorenson con un amichevole spirito della polvere, scattato il giorno della partenza. 
Allo sbarco, Kurt era molto più brutto di quanto appare qui. 
Gli spiriti della polvere non si fanno vedere spesso. Incontrarli è un privilegio. Non portano maschere. Non si degnano di toccarle. Non sentono il bisogno di coprirsi il volto, o di crearsene un altro. Su tutta l’isola, spolverare maschere è tabù. 
Parlano, gli spiriti della polvere. Anzi, sussurrano. Hanno la voce rauca ma rassicurante. 
“L’universo non è che una vasta dispersione di polvere. Torneremo insieme, uno di questi giorni. Intanto, buon viaggio.” 

Testo e immagini di Matthew Licht 

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Stanza 251 Stanza 251

Circostanza 251 - Topoi fiorentini

Metareading

Simo- Schiacciato dall’arco celeste
che ruota col tempo  (parti minimamente intenso)

Lavi- ‘Scusa? Scusa, sai mica che ore sono?’
Mazza- ‘Ma, guarda, il mio orologio segna le dieci e cinque però fai conto che è almeno dieci minuti avanti

da sinistra: Simone Lisi, Ferruccio Mazzanti, Lavinia Ferrone

Metareading

Simo- Schiacciato dall’arco celeste
che ruota col tempo  (parti minimamente intenso)

Lavi- ‘Scusa? Scusa, sai mica che ore sono?’
Mazza- ‘Ma, guarda, il mio orologio segna le dieci e cinque però fai conto che è almeno dieci minuti avanti, lo tengo avanti per farmi venire l’ansia di essere sempre in ritardo, funziona me l’ha insegnato il mio lifecoach’

Simo- c’è un cuore che si rompe
e non fa rumore (intenso)

Lavi- Te sai per caso se dopo si va a cena? Io c’ho una fame.
Mazza- Ma ho capito che vogliono andare in questa pizzeria, pizza e birra otto euro e cinquanta
Lavi- Ah otto euro e cinquanta buono, meglio di un all you can eat
Mazza- O comunque bello il racconto che hai letto prima, di che parlava?
Lavi- Ma nulla di un uomo che passeggia
Mazza- Ah interessante, un uomo che passeggia, scrivi da tanto?
Lavi- Beh sì sai io scrivo da sempre, ma scrivo per me eh, cioè non riesco a scrivere per gli altri

non reagisce || alle incombenze, 
(PIU’ INCERTO, infastidito da noi che parliamo, per un attimo ci guardi)

si rompe. 

Mazza- Sto scaricando questa app che ti fa diventare il cellulare un telecomando, puoi cambiare canale a qualsiasi televisione
Lavi- Ne inventano eh
Mazza- Che fa il cuore? 
Lavi- (sbuffando) Mah Dice si rompe

Non fa rumore

Lavi- Ah no, non fa rumore
Mazza- E poi si rompe
Lavi- Ti stanno facendo una foto mettiti in posa (Mazza fai una posa intenta ad ascoltare)

lascia un formicolio
tra la gola e la pancia
e quando appoggi i pensieri sulla linea dell’orizzonte

Mazza- Oioi l’orizzonte
Lavi- I pensieri
Mazza- I pensieri all’orizzonte
Lavi- La linea dell’orizzonte sui pensieri
Mazza- No, I pensieri sulla linea dell’orizzonte
Lavi-La gola e la pancia, questo contrasto tra organi e anima
Mazza- Roba vista e rivista
Lavi- Il cuore, I pensieri, la gola
Mazza- La panza
Lavi- Ovvia Dai ora mi ci mette un bel cielo stellato
Mazza- La legge morale dentro di me
Lavi- No qui ci starebbe bene qualcosa tipo: la pioggia, le lacrime

non sai se piangere o piangere dal ridere; 

Lavi- Tac, visto? Il pianto, le lacrime

sul viso piccole curve
nuvoloni sugli occhi
la pioggia sulle gote

Mazza- La pioggia! Eccola la pioggia via
Lavi- Non ha nominato la vita però eh
Mazza- Gesù, ci ha messo il cuore, il rumore, la gola, la panza, la pioggia, le lacrime, il cielo

e intanto aspetti il prossimo giro del cielo
per non esser più specchio delle stesse stelle. 

Mazza- Lo specchio! Giusto! Lo specchio!

Un cuore che si rompe no, 
non lo fa rumore

Lavi- Ariborda!

come una formica in fila sopra un muro

Mazza- No va bhe pure le formiche
Lavi- Ma come si intitola questa poesia?
Mazza- Ma che ne so, per quanto mi riguarda potrebbe intitolarsi direttamente ‘POESIA’ (fai gesto del titolo con la mano)

non lo fa rumore
si nasconde
tra le crepe.

Lavi- Tra le crèpes
Mazza- ahhaha

Ci alziamo e andiamo a fargli I complimenti

Ferruccio Mazzanti con l'immagine-simbolo di Topoi fiorentini

Testo di Lavinia Ferrone letto insieme a Ferruccio Mazzanti e Simone Lisi (Cartavetra, 7 giugno 2016)

 

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Cristina Guarducci Cristina Guarducci

Per caso

Ti ho rincontrato per caso una domenica mattina in vetta a Montmartre, davanti  a quell’enorme e brutta chiesa. Aveva nevicato ovunque in Francia e Parigi sembrava  Copenhagen, il mare scintillava al di là del Bois de Vincennes,  

fotografia di Carlo Zei

Ti ho rincontrato per caso una domenica mattina in vetta a Montmartre, davanti  a quell’enorme e brutta chiesa. Aveva nevicato ovunque in Francia e Parigi sembrava  Copenhagen, il mare scintillava al di là del Bois de Vincennes,  dei grandi iceberg si staccavano dalla collina di Meudon per andare a naufragare a Chatelet. 
Il sole appena uscito dava energia ai coraggiosi turisti che salivano le scale e ho avuto l’impressione di essere anch’io di passaggio in una città sconosciuta, e di camminare senza meta, sfidando un venticello velenoso che raschiava ogni centimetro di pelle scoperta.
Tenevi per mano un ragazzino che ti somigliava e ti guardava pieno di ammirazione,  come se tu fossi splendido. Ed  era vero, gli uomini come te restano belli per tutta la vita. 
Subito mi sono girata per ridiscendere gli scalini, ma era ormai troppo tardi. Mi hai chiamato, sorridevi rincuorato come se tu mi stessi aspettando da chissà quanto tempo. Che capacità straordinaria hai di nascondere le tue emozioni! Subito l’antica gelosia mi è rimontata in gola e mi sono augurata che la madre del bambino fosse morta. Ho avuto paura di vederla apparire dal dietro, leggera ed elegante, bellissima, come in un incubo.
Non è arrivato nessuno, ma ciò non ha facilitato  le cose. Hai cominciato a parlare, con il cappello abbassato suoi tuoi occhi torbidi. Che fortuna avevo avuto di non vederli per tutti questi anni ! E adesso era finita. Ho capito dai movimenti del tuo corpo che eri solo, e che non ti sarebbe dispiaciuto ricominciare. 
Ciò mi ha lusingata, naturalmente, però i dadi tra di noi sono stati tirati molto tempo fa e sarò sempre io quella che chiede, anche quando sei tu a bussare per primo alla porta. Ti servi di quello che ti appartiene già. 
Il ragazzetto ha capito subito il problema, e  mi ha guardato pieno di odio, riconoscendo in me una rivale. Anche questo mi ha lusingata. Non credo alle differenze di età, è la forza della personalità che conta  e quel bambino ne aveva da vendere.
Ci siamo diretti verso un caffè  chiacchierando,  camminando lentamente.  Ti ho riassunto  in breve la mia vita attuale e mi  ascoltavi appena, dando un calcio a un piccione gelato sul marciapiede, uno sguardo all’orologio. Allora mi sono zittita nel bel mezzo di una frase. Non te ne sei accorto e hai cominciato spiegarmi tu, con passione e profusione, alcuni dei  tuoi problemi di lavoro del momento. 
Avrei  potuto scappare via  con un bacetto sulla guancia, lasciandoti forse un po’ sorpreso. Però mi conosco troppo bene. Dopo il primo attimo di trionfo, avrei languito per giorni e giorni lasciandoti messaggi di pentimento sulla segreteria. Non è possibile cambiare, e con l’età ho imparato almeno a prendere qualche precauzione. 
Siamo entrati in un bar deserto dove le nostre voci risuonavano come in un film, tutto sembrava falso, le antiche decorazioni di legno dorato, i vetri splendenti ripuliti dal freddo. Abbiamo bevuto una cioccolata  e poi un caffè, nello spostare le seggiole e i cappotti le nostre mani si sono sfiorate e quando il bambino è andato in bagno ne hai approfittato per chiedermi un appuntamento per la sera. Avevo già un altro impegno, ma ho risposto di si. Mi girava la testa come se fosse attraversata da una corrente elettrica, non riuscivo a credere che la mia vita potesse ancora cambiare  direzione.

Si era rimesso a nevicare, i fiocchi formavano turbini di arcobaleni, avresti potuto anche lasciarmi, adesso, felice per la speranza di rivederti tra poche ore. Poi tuo figlio  è ritornato e ti ha detto qualcosa nell’orecchio. Mentre parlava mi fissavi, come se la cosa mi riguardasse. Davanti a te divento fragile e tutto mi ferisce. Ho scambiato l’ostilità del bambino per la tua, ho pensato che l’appuntamento di poco prima  fosse solo un capriccio, che non avrebbe sopravvissuto al lungo pomeriggio domenicale. Ho immaginato che te ne fossi già pentito, vedendo la luce cruda della neve attraversare i vetri e accarezzare le mie rughe con le sue lunghe dita taglienti. Avrei preferito andarmene perché tu non rischi di annoiarti di già.
Invece mi hai trattenuta, ripetendo una frase che avevo detto in strada, quando pensavo che non mi stessi ascoltando.
La possibilità che tu fossi  molto differente da come ti avevo lasciato diversi anni prima, mi ha sorpreso all’improvviso, provocandomi una sorta di disgusto.
Ci siamo alzati e hai voluto accompagnarmi davanti alla fermata del Metro che si era ricoperta di una nuova coltre di bianco. Nevicava forte come in alta montagna, gli alberi della piazza e le case sparivano portati via da una spirale di irrealtà. 
Il vento ridisegnava la tua figura, e ho notato  finalmente come avessi l’ aria vecchia e triste. La luce insolente che emanava dalla tua persona e che aveva avvelenato i miei ricordi, scavato le mie notti bianche, offuscato tutte le mattine di due lunghi anni di lutto, si era spenta.
Forse, più semplicemente, non ti amavo più.
Era stato necessario incontrarti di nuovo, e per caso, per essere del tutto libera.
L’appuntamento della sera appariva sempre più improbabile, aspettavo il momento propizio per salutarti facendo finta di dimenticare di darti il mio numero di telefono. Anche tu avresti fatto finta e  questa strana mattina di domenica sarebbe finita senza conseguenze. Ma tu parlavi ancora e il ragazzino aveva trovato dei compagni sulla piazza per giocare.  Mi facevi domande su amici comuni, sembrava volessi trattenermi, per paura che potessi scappare.
Non riuscivo a credere che tu fossi cambiato fino a questo punto e per la prima volta della mia vita ho avuto pietà di te. Mi ha fatto ancora più male che se fosse stato per me stessa. Avrei preferito mille volte sentirmi straziata dalla tua indifferenza, avrei preferito tornare a casa  piangendo, come prima, per il timore di non rivederti più. Così quando me lo hai domandato ti ho dato un numero di telefono falso, cambiando solo una cifra, come se fosse un lapsus.
Faceva molto freddo e non avevo guanti, le mie mani cominciavano a diventare blu. Mi hai porto i tuoi dicendo che te li  avrei resi,  stasera. Avevi un sorriso triste, come se tu sapessi che non li avresti mai più rivisti.
Li ho infilati lentamente, assaporando la dolcezza del contatto con la fodera usata, e il calore che ci avevi lasciato. Il tuo profumo delicato è salito fino al mio viso avvolgendolo di una nuvola di umidità. A questo punto tutto è cambiato un'altra volta, un’emozione fisica si è impossessata di me, non sapevo se era buona o cattiva.

Smette di nevicare come in una scena di teatro, per amplificare lo spazio intorno a noi, un sole di vetro, quasi verde, cambia il colore del cielo. Adesso esito a sparire nel Metrò, verso il basso, e sembra che tu lo capisca. La stessa incertezza appare nei tuoi occhi, li giri e non mi guardi per dire che non serve a niente che rientri, possiamo rimanere insieme, per aspettare stasera. 

 

Cristina Guarducci

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Cristina Guarducci è nata a Firenze, vissuta a Prato, ha studiato psicologia. Dopo una lunga permanenza a Parigi (dove è rimasta per quasi trent'anni) è  tornata a vivere a Prato, ma con molti andirivieni. Ha pubblicato tre romanzi con l’editore Fazi: "Mitologia di Famiglia”, "Nonchalance”, "Malefica luna di agosto".

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Valeria Caliandro Valeria Caliandro

Lezioni di Pianoforte

Lunedì:"Non mi piacciono più le principesse!"
"Da quando?"
“Da oggi. Ora mi piacciono i Ninja".
"Bene. Allora scriviamo una canzone su un Ninja."
"Sì!"

fotografia di Carlo Zei

 

Lunedì:

"Non mi piacciono più le principesse!"
"Da quando?"
“Da oggi. Ora mi piacciono i Ninja".
"Bene. Allora scriviamo una canzone su un Ninja."
"Sì!"

Pausa.

“Un Ninja femmina!"
"...va bene"
Pausa.
"Scriviamo una canzone su una principessa Ninja!"
La adoro.

 

Venerdì:

"Per me te sei più brava di Mozart".
Il giorno che prenderanno coscienza sarò fottuta.

 

Venerdì, ancora:

Finalmente la prima pagina del Bona. Dopo qualche minuto di lettura interrogo la bimba su cosa abbia capito riguardo chiave di violino, “tagli addizionali”, note, pentagramma e suono.
Risposta: "alle note che escono dal pentagramma viene tagliata la testa oppure la gola".

Il Bona è un libro iniziatico

 

Lunedì:

L'allieva quattrenne del lunedì è diventata cinquenne. Di conseguenza ha innalzato il suo grado di genialità già molto spiccato buttandola nel misticismo. 

Oggi mi ha salutato così:
"Ricordati che gli zingari sono pianisti in piedi."
"Pianisti in piedi!" Ha poi fatto eco.
Chissà…

 

Cosa succede a dare lezioni di pianoforte a maschi:

Gli chiedi di fare un esercizio e:
"Lo vedi il braccio steso?
"Sì"
 "È la strada"
"La vedi l'altra mano che lo attraversa?"
"Sì"
"È l'incrocio."
"Lo vedi ora il braccio come si alza?"
"Sì"
"È il grattacielo"
"E lo vedi il dito medio?"
"..."
"È l'antenna!"
Beh, questa, devo dire, mi mancava.
Credo che Bach verrà a trovarci in anticipo.

 

Lunedì:

Oggi ultima lezione di piano dell'anno con il genietto del lunedì.
Per salutarci, abbiamo scritto una canzone che lei ha deciso di chiamare: “Porretta Terme – il marrone birichino”.
"Il marrone birichino era amico di Arlecchino
Era invidioso dei suoi colori
voleva essere anche lui uno degli splendori
Invece era solo marrone
come la criniera di un leone
Così una notte per dispetto
prese il problema di petto
Si appuntò sui vestiti di Arlecchino
e ne diventò il paladino
Scappò di fretta
e si rifugiò a Porretta
Andò alle terme
e si sentì un verme
Diventò tutto bianco
e si sentì molto stanco
Così, disse:
Sono diventato sbiadito
proprio come un bandito!"
Grazie Giulia, sei stata uno dei regali più belli del 2015.

….

Ho appena spiegato a un mio allievo di piano di poco più di dieci anni cosa sono le biscrome.
Non credo ci abbia capito molto, del tempo.
Lui mi ha poi raccontato di una bambina della sua classe che suona il violoncello di cui è molto innamorato, descrivendola nei dettagli a occhi chiusi.
Io non credo di averci capito molto, dell'amore.

 

Venerdì:

"Per imparare le scale e le tonalità è importante comprendere le alterazioni, ovvero i diesis e i bemolle. I tasti neri, per intendersi".
"Ah, ho capito, come nella vita, per restare in equilibrio bisogna spostarsi".
Allievi filosofi, io vi temo.

….

Ieri ho fatto sentire al mio nuovo allievo cinquenne una semplice scala di Do.
Lui, socchiudendo gli occhi e annuendo con la testa ad un ritmo sempre più intenso, esplode con:
"Sì, sì, sì... Lo conosco questo pezzo!"

E vabbè, io lo amo già.

 

Venerdì:

"Sai, ho ascoltato il tuo disco per ore".
Una botta di narcisismo mi invade il cuore
"...e la terza mi piace molto. Vorrei impararla".
Il terrore irrompe in me. Non so da che parte rifarmi, forse non la ricordo neanche.
"Poi mi piace anche la sesta e quella che fa: c'era una volta..."
Ha continuato così per dieci minuti poi ho capito: allievo maschio decenne e ruffiano che sa già come fare a lusingare una donna, stordirla e perdere un quarto d’ora di lezione.

….

Drrrriin.
"Pronto?"
"Si, salve, vorrei informazioni per alcune lezioni di piano."
"Sì, prego, mi chieda pure."
"Volevo sapere le sue disponibilità"

"Bene. Posso darle del tu?

"No."

Sicuramente la mia disponibilità non ha niente a che vedere con la sua.

 

La parte astratta del musicista:

Quella che fa credere a tutti che tu, nella vita, non stia facendo assolutamente niente.

A tutti quelli che sapendo che in qualche modo ti occupi di musica ti dicono che "stanno per concludersi i provini di Amici" e forse dovresti andarci, ci sarebbe da rispondere che per trovarsi una storia d'amore autentica stanno per iniziare quelli di Uomini e Donne.

 

Riassunto della realizzazione del disco:

Il produttore: "tu non capisci niente di musica!"
Io: "menomale".

 

In sala d'attesa del comune di Prato, il sette di agosto:

Tra un bambino cinese che batte una ginocchiata, un altro che strilla, una signora che si lamenta del meteo sventolandosi con i propri dati anagrafici, e due ragazzi di colore che flirtano, se il tuo smartphone ti abbandona, forse avresti modo di pensare a un sacco di cose.
A me, invece, in attesa di rinnovare una carta d’identità scaduta nel 2012, è venuto in mente soltanto che quando ero piccola, molto piccola, i miei genitori mi portarono da un esorcista.
Esattamente, i miei genitori portarono me e mio fratello da un esorcista.
Non ho mai saputo bene perché, voglio pensare che fosse la classica scelta di una famiglia meridionale, incuriosita dalla presenza del parroco nella chiesa del paese. Fatto sta, si narra -e l'ho scoperto in età tardiva- che l'Egregio mise una mano sulla testa di mio fratello e avvertì i miei che di lì a poco avrebbe avuto un grande mal di pancia. Ripeté il gesto sulla mia fronte e dichiarò che un giorno sarei stata una musicista.
Mal di pancia.
Musicista.
In fondo non sono diagnosi così distanti.
Come si fa oggi a definirsi qualcosa? In base al guadagno? Alla soddisfazione? Al riconoscimento? Come si può rispondere, con chiarezza, alla domanda: "professione"?
Suono da quando ho memoria e da prima di avere la capacità di farlo, ad occhi chiusi su un tavolo, simulando un pianoforte, inventando canzoni su mia nonna insieme a mio fratello. Suonare è un'attività straordinariamente ordinaria per me, eccezionale forse solo nel momento in cui la condivido. Tuttavia, suonare non ha solo a che vedere con gli strumenti musicali. Ha più a che vedere con il lasciarsi attraversare e con l'attraversare mondi. Con l'appassionarsi. Con il mal di pancia, appunto.
In sala d'attesa del Comune di Prato, il sette di agosto, realizzo che un giorno potrò essere un meccanico, coltivare cavoli, addestrare cavallette e il tutto con grande passione. Ma, oggi, almeno oggi, l'esorcista ha avuto ragione.
"Professione?"
"Musicista. "

 

Un giorno, in cucina:

Con mia madre che stirava e il gatto che dormiva sulla sedia ho deciso che era tornato il momento di andare via di casa.
E ho cambiato casa.
Per l'indipendenza, per la solitudine, soprattutto per scrivere canzoni.
Oggi, in cucina con mia madre che stirava e il gatto che dormiva sulla sedia ho finito di scrivere una canzone.

Come mi trovo da sola, ultimamente, scrivo canzoni.
Vengono a trovarmi orizzonti, storie, personaggi che sussurrano nella fessura del tronco di un mio giorno qualsiasi.
Poi se ne vanno.
Eppure, come mi trovo da sola, ultimamente, scrivo canzoni, e non sono affatto sola.

 

Il precariato è zen:

Avere 29 anni, trovarsi a fine mese senza un soldo, fare un disco, in uno studio lontano, raggiungerlo con la propria Y bianca del '97 che neanche i contrabbandieri più loschi, un tempo avevo anche uno sportello grigio sulla macchina bianca e mi fermavano tutte le volanti e, dicevo, raggiungerlo, lo studio, ma soprattutto, tornarne indietro.
Con la spia rossa minacciosa dal casello di Valdarno fino a Prato, quanti chilometri saranno, ti chiedi, e quanto durerà la riserva, rispondi ancora con una domanda. Controlli quanti chilometri saranno, ti chiedi, e quanto durerà la riserva, rispondi ancora con una domanda. Controlli Google maps: 62 km. Bene, la riserva se non mi sbaglio copre 60km. Molto bene. Saranno i due chilometri più lunghi della mia vita.
Frughi in borsa, ringrazi di essere la madre del caos, la madre di ogni big bang, schivi la pioggia di filtri straripati in borsa, le cuffie annodate, la ciliegia marcia, lo scontrino sbiadito, il rossetto sciolto al sole, il costume bagnato e li trovi: cinque euro spiccioli in monete di rame.
Firenze sud. Benzinaio. Cinque euro per favore, e già mi guarda male. Finito, apre la mano, scarico le reliquie ramate della mia borsa nel suo palmo destro. Mi guarda peggio.
Parto. Sospiro. Posso finalmente accendere lo stereo. E il casello adesso come lo pago? Non lo pago, e spero ancora di essere il sogno erotico di almeno cinque casellanti che mi hanno chiesto il numero negli ultimi anni. Altro che la comodità dalla quale sfuggire per rifugiarsi in decine di libri sulle filosofie zen per combattere l'ansia e imparare a vivere nel presente. Evviva la scomodità della Y bianca e il precariato, che ti regala momenti di piacevole terrore creativo che sgombra la mente.

 

Valeria Caliandro

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Vanni Santoni Vanni Santoni

Altri personaggi precari

Una parte di questa selezione è stata pubblicata sul numero 64 di Nuova Prosa, curato da Gilda Policastro, che ringraziamo.

Roberto
– È arrivato il momento di accontentarsi!
No dai no.
Chloe
– Pensavo fossi entrata nel progetto perché ci credevi...
– Sono entrata nel progetto per trovare un fidanzato.

fotografia di Enrico Bianda


Una parte di questa selezione è stata pubblicata sul numero 64 di Nuova Prosa, curato da Gilda Policastro, che ringraziamo.

Roberto
– È arrivato il momento di accontentarsi!
No dai no.

    
Chloe

– Pensavo fossi entrata nel progetto perché ci credevi...
– Sono entrata nel progetto per trovare un fidanzato.


Tina
– Cosa provo, ora, per te, “dopo tutto questo tempo”? Um, non so, qualcosa come un poderoso, oceanico, lancinante e insopprimibile odio?


Martino
(no, non la vuole, la caramella all’alloro)


Raoul
Da quando ha lo smartphone, ha quest’impressione che esistano due Internet, e deve trattenersi dal controllarle entrambe.


Antonello
“Sarà poi fija mia? È tanto bassotta…”


Fernando
Fernando si è innamorato di una ragazza con gli occhi neri. Innamorato, non infatuato, che Fernando le mezze misure non sa cosa siano. Coraggiosamente salta a piè pari il trito rito degli SMS, ed eroico fallisce.


Nina
Come un uscio di prigione.


Vinicio
Paraculo/vago.


Cesarina
Di tutte le portinaie gobbe e biascicanti, terribili coi bimbi e spietate cogli animali, Cesarina è di gran lunga quella che lascia in giro gli sputi più neri e tigliosi.

 
Clio

"Mi chiamo Clio Braccini, ho 25 anni e credo che la cosa più importante sia avere una buona indicizzazione." 


Nestor
Se credi che per essere considerato un ganzo basti avere un locale in centro, due baffi del cazzo ed esserti sbattuto un paio delle tue cameriere (le meno carine), be’, insomma, ti sbagli.


Massimiliano
ti ricordi amore, era bellissimo
(no che non ricordi, nel ’90 avevi tre anni)
andare come le mine, briachi mézzi
e mai, mai un frontale. Gli anni della formazione!
i birri fissi a ogni incrocio, ma noi
li uccellavamo con le nostre trovate grifagne;
gli anni della formazione, e infatti
oggi so distinguere un Hofmann da un “gattino”
o prendere a pedate un tirapacchi.


Ezio
Sempre più spesso, l’ora della morte che s’approssima, ripensa Ezio a un pomeriggio tardo sulla battigia di Rarifossi, l’anno il cinquantuno: ogni tre metri o quattro una medusa spiaggiata, e l’impressione che tutto quanto avesse un senso, che quella punteggiatura di lucida luce volesse dir qualcosa.


Ofelia
Vorrebbe proprio farsi un giro (quant’è che non si fa un giro?), un giro col suo zaino e il suo taccuino, leggere vecchi romanzi sul treno e vedere qualcosa di strano in una città poco nota, e finir chiavata da qualcuno di casuale ma non meno che straordinario, il quale poi, pur dandosi ben da fare per mantenere un distante legame di poetica affezione, non scassi più di tanto le palle.


Barba
Enzo Giacomo Barbugi detto Barba, valente burattinaio, collezionista di piante velenose e autore dell'e-book (oggi quasi introvabile) "Dimagrire sognando - dormire sorridendo." 


Ugo
Ha portato dalla Bolivia a Bali venti etti per venti volte. "Era ovvio che non dovevo fare la ventunesima," pensa mentre lo portano via.

 
Sintiche

Sintiche Rossini, per quanto flagellata dai soprannomi (Alle medie "Sincope," al liceo "La cisposa," a medicina "Fecaloma," come ordinaria di medicina interna alla Southampton University "Doktor Dismay"), è oggi una donna felice. 


Memmio
Anni a trovare un tuo registro sulle cose, su tutto, a provare a distillare il tuo essere, a capire che più che un distillato te ne serve un precipitato, a farlo, e poi ti crepa la sorella, in quel modo lì. A te, che faticasti a elaborare il lutto di una nonna malata da sei anni. 


Damiano
– E insomma, che chiavata è?
– Dai Damiano, lo sai che non mi piace che parli così della mia ragazza, non importa se è nuova o meno.
– Come ce l'ha la fica?
[etc.] 


Marco
Quarantadue anni, venditore di barche da turismo. Ha scritto "AVGALIRTOR" – più i simboli del caso – su una pergamena fresca e l'ha arrotolata attorno al pene. Ha rinnovato la pergamena ogni giorno per nove giorni, mettendo la nuova al mattino quando c'è già luce ma non si vede ancora il disco solare, bruciando la vecchia subito dopo e inghiottendone le ceneri con un sorso di vino caldo. 


Lisanna
Mangia troppo e troppo pesante, cosa che la rende pigra e malinconica. Compra libri a pacchi ma quando ha tempo da dedicare alla lettura finisce sempre per rileggere Mann. Quando suo padre morì, stappò uno spumantino; subito dopo si vergognò moltissimo, e tuttora ne soffre. 


Salvatore
– E poi chi ho rivisto?
– Chi?
– Non ci crederai...
– Dai non fare lo stronzo!
– Dino!
– No! Avrete scopato selvaggiamente.
Selvaticamente. 


Ashling
Anna is so full of trivia!


Tessie
Le farebbe piacere sapere che l'uomo che ama la sta pensando. Non le farebbe piacere sapere che sta pensando "ah già, devo tener conto pure della bestiolina." 


Minervino
Unica passione, la sua cantina-laboratorio: questo vecchiaccio distillerebbe anche una scarpa. Nel '66 ne diede così tante a sua moglie che da allora è tutta sghemba. 


Miriana
Sabbiosa, come ossidata. 


Sara
– Ciao. Oh, che fai di pomeriggio con la scatola delle droghe?
– Mi drogo? 


Sabrina
1. e4, e5;  
2. Cf3, Cc6;  
3. Ac4, Cf6;  
4. Cg5, d5;  
5. exd5, Ca5;  
6. d3, h6;  
7. Cf3, e4;  
8. dxe4?!
– Ma sei impazzita?
– Gioca, gioca.
– Lo fai apposta? Mi vuoi dare un vantaggio?
– Gioca, ti ho detto!
– Smetto, invece.
– I centrali. Sono... Mobili. Vedrai. Gioca. Uff...


Giulio
Giovani monarchi.  


Giuseppe
“Quanto mancherà al prossimo coprifuoco?”

 

Vanni Santoni

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Stanza 251 Stanza 251

Black Carnaval

In esclusiva per i nostri lettori, tutti i testi letti in occasione della serata gotica "Black Carnaval", che si è svolta il 12 febbraio alla libreria Black Spring di Firenze.

Black Spring Bookshop  (fotografia di Bärbel Reinhard)

In esclusiva per i nostri lettori, tutti i testi letti in occasione della serata gotica "Black Carnaval", che si è svolta il 12 febbraio alla libreria Black Spring di Firenze.

Diabolika - Matthew Licht

Matthew Licht  (fotografia di Bärbel Reinhard)

Benché non fosse prodigo di complimenti, il maestro d’italiano alle medie sosteneva che nel disegnare le lettere ero più abile di lui, che si dilettava di calligrafia, grafica e tipografia. Il tuo nero è fortissimo, sosteneva. Come fai?
Con grande pazienza, risposi. Non gli svelai, però, il segreto. Bisogna agitare, scuotere e shakerare il calamaio per almeno una mezz’ora prima di intingervi pennini e pennelli. Meno di trenta minuti, e le sostanze nere imprigionate nel gommoso liquido di conserva rimangono verso il fondale, come lugubri anguille senza occhi. 
Tenacia e polso sciolto sprigionavano questi mostri dalla loro nativa oscurità. Un giorno, forse per eccesso di zelo nel voler stendere una versione calligrafica della poesia che avevo sofferto e faticato per scrivere, una sensazione simile alla stitichezza, feci cascare il calamaio sul foglio col quale avevo voluto fare bella figura. Di quei versi originali che mi stavano a cuore non rimasero che un’oscena pozzanghera di catrame. La migliore carta che offriva il cartolaio del quartiere la bevve assetata. Rimasi sconvolto, forse addirittura impazzii. Presentai il foglio al maestro. Eccola, la mia poesia, gli dissi. 
Erano gli anni della pop art, dell’astrazione espressionista o l’espressionismo astratto, quelle stronzate lì. Il maestro appese ciò che sembrava il ritratto di una melanzana matura tenuta in grembo da un bonzo Zen con le poesie degli altri. Anzi, lo pose al centro. Il primo della classe disse: mi arrendo, ora le sbrodolate valgono più della poesia. Il bullo della classe pensò: ganzo, da ora in poi anziché fare i compiti, cagherò nel quaderno. 
Lo fece davvero. Il maestro lo bocciò con estremo pregiudizio. Il bullo diede la colpa a me, e mi pestò a dovere davanti a tutti. Come colpo di grazia, mi versò un calamaio sulla faccia. Divenni un negro. Vidi il mondo da una prospettiva completamente diversa. Capii che non tutti sanno apprezzare il nerore. 
Marinai la scuola perché mi chiamavano Faccetta Nera. Fu in una di quelle giornate di libertà indesiderata che incontrai per la prima volta il diavolo. 
Non è nero, il diavolo. In realtà è più bianco della neve, della panna, passate dentro la candeggina. Era un pomeriggio di inizio primavera. Gli alberi dei parchi non erano ancora scoppiati in gemme. Si sentiva il respiro delle montagne, un’aria decisamente poco infernale. Girellavo senza meta in centro. Rispecchiavo la mia nuova negritudine nei finestrini delle macellerie, dei negozi di moda e delle gallerie di antichità. In una di queste, vidi riflesso un signore dai capelli lunghi e biondi, vestito di lino bianco. Colto da un raptus della mia componente di frocio, lo seguii.
A Piazza dello Statuto, l’aristocratico vichingo si voltò e mi invitò a prendere un caffè con lui anziché pedinarlo da detective incompetente. Non aveva l’aria di tollerare rifiuti.
Ci sedemmo sul terrazzo di un pretenzioso caffè, di cui Torino è colma. Apparve lesta una cameriera in minigonna, che allora non si usava tanto, col vassoio carico. Il signore elegante e immacolato non le fece caso. Benché non avessimo ordinato nulla, la cameriera ci aveva portato due caffè e un mucchio di bignè ripieni di crema chantilly. 
Avrei preferito una cioccolata calda, ma non osai obbiettare davanti al candido signore che mi fissava. 
“Sei poeta,” disse. “La poesia non è il mio genere, ma ammiro la spontanea bellezza.”
Stavo per ribattere che avevo scritto una sola poesia in vita mia, che per goffaggine era diventata uno sgorbio nero, ma non osavo contraddirlo.
Prese la tazzina bianca di caffè ristretto come il catrame e se lo versò sulla giacca e la camicia. Il liquido tenebroso si espanse. Diventò la stessa macchia melanzanoforme che era apparsa sul foglio sul quale avevo voluto eseguire la bella copia dell’aborto di poesia. 
“Come inizio non è male,” disse lui. 
La macchia nera svanì. Giacca e camicia tornarono nivee. La tazzina si riempì di profumato caffè, che il signore bevve. Quando tornò la cameriera per sentire se volevamo qualche altra cosa, il signore afferrò un bigné. “Senti com’è buona ‘sta roba,” le disse. 
Lei si chinò per dare una leccata alla crema, e le si alzò la gonnellina. 
“Vedi la potenza attrattiva del nero,” disse il signore. “Pochi lo sanno dominare.”
“Fu soltanto un errore,” dissi, come fossero necessarie giustificazioni.  “L’inchiostro voleva prendere la forma che prese. Non era quella che intendevo io.” 
Intanto, la cameriera continuava a slinguare panna montata. Quel bignè era una sorgente infinita di nuvola zuccherata schiumosa e cremosa. Mi strizzò l’occhio. Arrossii a ictus.
“Allora sei ancora più bravo di quanto pensai,” disse il signore, girando il dolcetto per facilitarne l’accesso alla lingua lunga e rosa della ragazza. “Lascia fare al nero.”
“Ma non voglio...”
Si drizzò minaccioso. La cameriera, in trance, leccò aria. “Ciò che vuoi non importa. Il nero ha scelto te.”
Stavo vivendo un momento di quelli che ti cambiano o ti segnano la vita, ma non capivo niente. Balbettando, mi rivolsi alla cameriera oralmente imbambolata, “Ehm, signorina? Le dispiacerebbe portarmi una tazza di cioccolata calda? Il caffè non mi piace.”
Lei mi guardò schifata. Lui prese a frugarsi nella barbetta, come se intendesse estrarne una magico corvo, o una funesta carta dei tarocchi. Notai il suo anello. Luccicava, abbacinante più del platino, un elemento metallico ancora senza nome, emerso dalle viscere della terra, o piombato dallo spazio. Raffigurava un viso di giovane donna che mi sembrava di riconoscere. “Hai ragione,” disse, alla fine. Scoccò le dita e fece materializzare una tazza bianca, piena di un liquido marrone fumante. “Su. Beviti la cioccolatina.”
Si alzò, mi avviò una ciocca di capelli e se ne andò. Nonostante l’apparente calore di quel gesto paterno, il mio cuoio capelluto si trasformò in una calotta cranica di pelle d’oca.
Per scaldarmi trangugiai il cioccolato caldo. Mi fece il solito effetto. Corsi nel cesso tutto marmo e cagai l’anima. Lavandomi le mani, dopo, notai nello specchio che la maschera d’inchiostro di china mi era sparita dalla faccia, e che stavo perdendo i capelli, persino le sopracciglia.

La milizia della guida non telefonica - Simone Lisi

Simone Lisi  (fotografia di Bärbel Reinhard)

Simone Lisi  (fotografia di Bärbel Reinhard)

Saranno passati uno o due anni almeno da questo presente impossibile, scosso dalla violenza che si vede per strada o su internet, ma c'è stato un periodo diverso, in cui vivevamo le nostre vite in pace e incertezza al contempo.
 
Come è cambiato in fretta, diciamo con Lapo quando ci incontriamo di sera, nel salotto di casa. Non diciamo che sono cambiate le cose, perché è cambiato tutto. Dire le cose farebbe pensare a un ordine di elementi, tra altri elementi, che al contrario è rimasto immutabile. Invece no. Per questo ci guardiamo l'un l'altro e diciamo: è cambiato tutto, ed è successo così in fretta! Quasi non ci possiamo credere. 
Lapo smette di fumare il mozzicone che tiene in punta di dita e mi fa: Ti ricordi? Solo un anno fa, che tempi erano quelli. I tempi più belli. 
Lo so che si confonde, che non è esatta la datazione e che si riferisce come minimo a due anni fa, ma nella sua mente tutto si sovrappone a causa della stanchezza, così che io preferisco non contraddirlo. Lo guardo e dico: Sì, è come dici tu; è cambiato tutto, chi avrebbe potuto immaginare? 
Così passano le nostre serate, in cui avevamo detto di guardare un film con il vecchio computer che legge i dvd e invece perdiamo tempo a fare cose immemorabili e alla fine si fa troppo tardi. Restiamo là, parlando dei tempi andati, o meglio a parlare lui; poi a una certa ora io saluto e vado in camera a leggere. 
Buona notte lillo, mi dice Lapo, con ancora negli occhi il riflesso di quei discorsi; in quei suoi occhi velati per il fumo delle sigarette e la nostalgia. Ciao Lapo, gli dico, se ne riparlerà domani. E me ne vado a dormire.

Lapo si riferisce a quel tempo passato in cui c'erano pace e incertezza al contempo; concetti che non sembrano oggi conciliabili tra loro e invece lo erano eccome. Si era a metà degli anni dieci e non si sapeva più niente con esattezza circa le cose della vita e del mondo. Non che prima di allora si fosse mai saputo niente del genere, ma in quegli anni là meno ancora del solito. Mi riferisco alle cosiddette questioni etiche che erano diventate tutte dubbiose, per non dire futili. 

Vi fu un tempo, fino a due anni fa, in cui la vita e la morale continuavano ad essere uguali a come sempre erano state: alle nostre vite di bambini, cresciuti per le strade del quartiere Le Cure, a giocare a pallone. Anni spensierati, dove la sola preoccupazione riguardava il pallone calciato nella terrazza del signor Ugo Ughi, famoso direttore d'orchestra, che spesso non si trovava in casa per restituirci la palla. 
Fu allora che conobbi Lapo, ed era esattamente identico ad oggi, fatta eccezione per il non fumare ancora mozziconi di sigarette e per il viso più disteso dalle molte ore di sonno. Quello che infatti Lapo preferiva fare era dormire, solo di questo gli importava. Poteva dormire anche quindici, sedici ore di fila. Magari era una bella giornata, fuori faceva freddo, ma c'era il sole e così attraversavo il ponte e andavo da lui a proporgli un giro fuori; ma puntualmente mi apriva il portone sua madre, la quale mi guardava con occhi buoni e diceva: lo sai come è fatto, lasciamolo dormire. 
Così io me ne andavo. Ma questo era prima, prima di questo salotto e prima dei cambiamenti storici che hanno stravolto un bel po' di cose, se scrivere cose non suonasse leggermente riduttivo.

Quegli anni vicini al duemila e quattordici erano simili a quelli dell'infanzia e a quelli ancora precedenti che quasi non si notava la differenza. Se non fosse stato che le fondamenta di quel mondo poggiavano sulla sabbia e questo diveniva ogni giorno più evidente. Come sia stato possibile che le cose siano andate avanti tanto a lungo non è chiarissimo, ma in realtà accadono di continuo cose anti-intuitive che contraddicono le statistiche e questo non è neanche strano, perché non ci si fa caso e lo si chiama semplicemente: la normalità. 
Poi ci si ritrova a trent'anni seduti in un salotto a parlare di come son cambiate le cose. Ci si guarda indietro, ma è doloroso, così che ci si abitua a pensare al futuro anche se il futuro non sembra buono per niente. Forse sarebbe meglio lasciar perdere con la scrittura che mi riporta con i pensieri al passato, e ascoltare un po' Lapo, che continua a parlare da solo, mentre io ho smesso di ascoltarlo e gli rispondo di tanto in tanto: Sì, sì. A lui non interessano le mie risposte, interessa solo parlare di quando un anno fa –ma sono come minimo due– dormiva molte più ore di oggi e perfino di domenica sera gli poteva capitare di guidare la sua macchina verso una certa festa in campagna con a bordo gente mai vista prima. Guidava la sua auto completamente ubriaco e dopo che la festa in campagna era passata (con altri cocktail, altri discorsi e altri occhi velati) lui tornava verso casa, guidando la macchina ancor più ubriaco, guardando l'alba sopra la città in fiamme e riuscendo perfino ad arrivare a quella sua casa alle Cure, dove regnava l'incertezza sul giusto e lo sbagliato, come dappertutto, ma dove si poteva dormire in santa pace.   

Ho parlato di una contraddizione, tra pace e incertezza; contraddizione che non era la sola, quanto piuttosto una delle contraddizioni di quei tempi andati, che smettevano di essere contraddittorie perché non erano viste da nessuno come tali. Le si chiamava semmai tensioni, ma mi sbaglio, davvero non le si chiamava in nessun modo ed è solo oggi, quando mi volto indietro, che riesco a scorgere quella polarità, quel magnetismo e quelle categorie opposte. 
Tra le contraddizioni, a voler fare un esempio non casuale, c'era da annoverare tra i primi posti la scarsità di incidenti automobilistici. Percentuale davvero esigua se confrontata con il gran numero di guidatori inetti, di anziani fuori controllo, di gente con la patente presa per fare un favore ai genitori, senza contare quelli alticci, quando andava bene, o completamente ubriachi che si mettevano alla guida e, contro ogni logica statistica, riuscivano lo stesso a tornare alle loro case.
 
Si sarebbe invece notata eccome quella tensione verso l'inizio di quell'anno fatidico, quando gli incidenti d'auto cominciarono a aumentare in maniera esponenziale e le statistiche sembravano finalmente  quadrare. 
La gente cominciò a schiantarsi a dozzine di migliaia ogni giorno: lamiere contorte, pneumatici bruciati, tamponamenti a catena e moduli di contestazione amichevole appoggiati su cadaveri ancora fumanti. Amputazioni. Carrozzine e stampelle, a rendere tutto ancora meno fluido. Le città erano al tracollo per i continui incidenti e il traffico in uno stato di paralisi permanente. Una situazione davvero imbarazzante per tutti, che metteva in discussione l'esito borghese di ogni giornata, impedendo che le persone riuscissero ad arrivare in orario ai loro lavori e tornare in tempo la sera per vedere i programmi TV e educare di sfuggita i figli. 
Di conseguenza, la gente veniva licenziata, i figli affidati a istituti caritatevoli, i decoder dei canali a pagamento riportati in delle officine desolate e, per finire, gli abbonamenti a quei canali disdetti. Era la fine.  

Sul perché la situazione fosse cambiata così in fretta, le cause sono oggi materia di studio. Ora che tutto è passato, lo studio accademico preferisce concentrare le ricerche su altri argomenti, molto più utili e seri di questo, seppur così decisivo per le nostre vite, relegandolo al rango di semplice curiosità. 
La mia personale opinione al riguardo è che si sia trattato di una congiunzione –favorevole o sfavorevole, secondo le prospettive– di due fenomeni. In primo luogo, la diffusione dei telefoni cellulari. Questi, in effetti, esistevano fin dalla fine del secolo scorso, ma da soli non erano stati sufficienti a sovvertire i costumi. A questo fattore se ne unì però un secondo, ovvero la rivoluzione copernicana che rappresentò dotare i cellulari di internet e, nello specifico illimitato, veloce e a prezzi scontatissimi. Verrebbe quasi da chiedersi a posteriori se quei ribassi e quella velocità non fossero un'oscura strategia di accelerazione della fine, un'apocalisse digitale.

Cominciammo a guidare le nostro auto e motorini e bici facendo tutt'altro: fissando i nostri piccoli schermetti luminosi, scrivendo messaggi su Whatsapp, controllando i mutamenti di status su Facebook, oppure semplicemente parlando l'un l'altro con una mano sul volante e l'altra sempre a reggere il telefono (oppure costretto tra spalla e orecchio). Era già accaduto prima, ma meno di allora, perché adesso era gratuito, o per lo meno così credevamo. Allora cominciammo a morire come mosche in un'opera di Hirst, a sfracellarci l'uno sull'altro; e questo avvenne da un giorno all'altro.  
In tempi di crisi come erano quelli, diventò chiaro che le città stavano morendo di traffico e di telefoni. Si poteva definire indubitabile l'origine del male, la causa di quei pomeriggi aspettando nel traffico, di tutto quel disastro: era la guida telefonica.  

Fu così che nacque la M.G.N.T., ossia la milizia della guida non telefonica, composta al principio soltanto da un manipolo di unità disorganizzate e ridicole, ma che andò a estendersi rapidamente per il successo ottenuto. Le piccole unità formate dai miliziani si muovevano in motorino, con i loro motorini mezzi scassati, tenuti insieme con il fil di ferro e solo in un secondo momento ne ricevettero uno ufficiale, con logo stampato sopra, e una pettorina gialla fosforescente da indossare. 
Erano autorizzati a multare qualsiasi guidatore telefonico avessero sorpreso al volante. Multe, ma non solo queste: punizioni esemplari, umiliazioni, tutto era lecito, perché giustificato da un profondo senso della giustizia, giustizia senza riserva alcuna e senza scarti, finalmente. 
Erano passati i tempi dell'incertezza. Prima un qualsiasi incidente d'auto, il più lineare, aveva una molteplicità di interpretazioni possibili, una sciarada di eventi che potevano essere letti da differenti interpreti-giudici in modi opposti. Poi divenne chiaro che la guida telefonica fosse sbagliata, solo questo, ma pure era qualcosa, rispetto a prima.
La Milizia e il suo potere crebbero a dismisura. Gli uffici centrali in cui i miliziani si trovavano al mattino prestissimo per iniziare le loro gite (così chiamavano bonariamente quelle loro ronde) si dovettero espandere in solai e cantine adiacenti, dove trovai lavoro anche io, e dove tutt'ora lavoro come impiegato semplice. 

Così passano le mie giornate, inserendo dati dentro a un computer, a schedare cittadini multati, mentre tutto intorno a me la Milizia si ingrandisce ancora e ancora, conquistando l'approvazione generale, grazie a quella sua fondazione solidissima sul giusto e sullo sbagliato; e sempre quel motto che mi risuona in testa, che scrivono dappertutto, sui caschi, sulle pettorine, e che ci fanno ripetere all'inizio di ogni turno di lavoro: di guida telefonica si muore. 

E' così che i miliziani hanno preso sempre più potere e il controllo delle nostre vite, ed è passato poco tempo da quando hanno cominciato ad abolire le libertà fondamentali dell'individuo, e le cose, è storia recente, oggi vanno sempre peggio e siamo sicuri che domani e dopo domani peggioreranno ancora. 

E' impossibile che questo testo superi il visto censura del comitato estetico. Forse perderò il mio lavoro negli uffici della Milizia, ma non mi importa; è anche possibile che i miliziani ignoreranno semplicemente la cosa, per non darmi la velleità di poeta scomodo al regime.
 
Guardo Lapo, di fronte a me, che continua a parlarsi addosso, a ricordare aneddoti dei vecchi tempi andati e mi domando quante ore di sonno gli toglieranno ancora, per consentirci queste nostre vite fatte di certezze. 
Povero Lapo, gli hanno sottratto ciò che aveva di più caro, costringendolo a quelle sveglie terribili alle sette per arrivare puntuale ai locali della milizia e farsi assegnare la sua gita in motorino. 

Ma la guida per i viali delle nostre città! Mai un incidente stradale, mani sempre sul volante e grande rispetto per l'uso delle frecce e della segnaletica. 
Si va finalmente che è uno spettacolo.

La porta aperta - Carlo Zei

Carlo Zei  (fotografia di Bärbel Reinhard)

Carlo Zei  (fotografia di Bärbel Reinhard)

Si tratta di mettere in ordine le parole. Articolarle con calma, con chiarezza. Non aver paura di non riuscire a dire qualcosa di importante e di urgente. Attrarre l’attenzione e poi sillabare forte e chiaro, lentamente, senza troppa emozione.

D’altra parte, non sono un tipo emotivo. C’è stato chi mi ha trovato noioso per via delle mie abitudini, così regolari, immobili. Che posso dire, è la mia natura, la ripetizione mi rilassa e le consuetudini mi danno sicurezza. Ho sempre trovato la possibilità di crearmi delle abitudini una forma di lusso.

Chissà, se la mia vita fosse stata più caotica e imprevedibile non mi troverei in queste condizioni. Ormai nulla distingue le mie giornate, tranne questo momento, questo quotidiano e urgente tentativo di esprimermi con chiarezza, ma non c’è nulla ormai che possa cambiare le cose, ovviamente.

Coloro che misurano il proprio successo sulla possibilità di continuare a fare quello che hanno sempre fatto forse capiranno perché, quando il mondo reale si è affacciato nella mia vita per la prima volta, io non abbia dato alla cosa alcuna importanza. La concretezza delle cose familiari vince sempre contro la nebbia del Reale. E quando il Reale arriva, lo ignoriamo, o lo dimentichiamo assimilandolo subito al Normale. Così, quando dopo trent’anni di sonni pesanti e tranquilli, privi di sogni o di interruzioni notturne, qualcosa in quella buia mattina invernale mi svegliò con violenza, io mi affrettai a razionalizzare. Mi svegliai, sentendomi scuotere per la spalla con urgente energia, mentre una voce sussurrava che era tardi, che dovevo alzarmi, subito. Naturalmente saltai giù dal letto spaventato. Ma come sempre succede in questi casi che so non essere infrequenti, poco dopo la luce del mattino cominciò a dare il giusto senso alle cose e attribuii quegli scossoni ad una cena indigesta, o ad un sogno vivido già dimenticato che conteneva quell’urgenza.

Tuttavia l’episodio mi rimase in mente per qualche tempo, domandai persino in giro se fosse possibile che la forza di un sogno potesse scuotere con tanta violenza il mio corpo supino. Naturalmente tutti convennero nello spiegare il fatto con sogno particolarmente intenso e anch’io finii per ridurre nella memoria l’entità delle scosse e la chiarezza della voce, fino a convincermi che non era successo niente di anormale. Capisco ora come avessi solo fretta di tornare alle mie abitudini.

Un’altra mia abitudine era quella, la mattina, di spostarmi fra la camera da letto e il bagno, dopo aver fatto la doccia. Mi alzavo, facevo subito colazione, poi mi spogliavo in camera da letto e andavo nel bagno con la doccia, nell’altro lato del mio appartamento. Non è mai stato un problema, nessuno mi può vedere, vivo da solo in cima ad una collina. Dopo la doccia gettavo l’asciugamano sul letto, andavo a lavarmi i denti e a farmi la barba, poi tornavo per vestirmi, ripiegare l’asciugamano e riporre il pigiama. Ogni giorno, sempre la stessa sequenza di gesti, eseguita nello stesso modo, immancabilmente.

Ma passate un paio di settimane dall’episodio che avevo attribuito ad un sogno, qualcosa cambiò. Un giorno, tornato in camera, dopo essermi sbarbato e lavato i denti, trovai il pigiama e l’asciugamano sul letto, piegati ed in perfetto ordine. 

Questa volta la paura mi prese sull’uscio della camera, come una contrazione dello stomaco, una debolezza delle ginocchia. Qualcuno aveva ripiegato le mie cose e le aveva riposte sul letto ordinatamente, questo era fuori discussione. Non ero stato io, anche di questo ero sicuro. In casa non c’era anima viva a parte me, e questa era la terza e ultima cosa di cui potessi dichiararmi assolutamente certo. Improvvisamente mi tornò in mente lo scuotimento nel letto di due settimane prima e mi sembrò subito che le due cose fossero connesse. Comunque la rigirassi pareva evidente che qualcuno che non era una persona in carne ed ossa si aggirasse per casa mia.

Quando una persona scettica e distaccata, abituata per natura ed educazione a ragionare razionalmente, quando una persona così cede di fronte all’indedicibilità delle cose e all’incomprensibilità del mondo di solito lo fa in modo improvviso, rovinoso e irreversibile. Esattamente questo capitò a me, così mi ritrovai a formulare ipotesi sempre più fantasiose sulla natura e volontà della presenza che mi ritrovavo in casa. La conclusione mi parve assolutamente plausibile: dato che vivevo in un ex-convento vecchio di cinquecento anni e dato che a tutti gli effetti l’attività di quell’essere consisteva nel mettere in ordine cose e svegliarmi all’alba, non poteva trattarsi che di una suora. Una operosa e, a ben guardare, benevola suorina che abituata ad una vita di ordine e operosità continuava a fare le stesse cose, anche da morta.

Cominciai a considerare la suora come un’abitante regolare della casa, in effetti a maggior diritto di quanto lo fossi io, se non altro per una questione di anzianità. Ogni volta che trovavo qualcosa disposto in un ordine particolare o riposto con particolare attenzione, se non mi ricordavo di essere stato io le attribuivo senz’altro quella cortesia. La suorina era una presenza gradevole e non ingombrante nella mia esistenza solitaria. 

A volte fra il serio e il faceto riferivo con piacere della “mia” suorina agli amici e godevo della loro sorpresa nel sentire raccontare proprio da me una storia di fantasmi, detta senza la minima ironia. Insomma, sembrava proprio una felice coabitazione.

I mesi successivi a quell’episodio furono più sereni del solito, mi sentivo meno solo. Arrivai persino, per una forma di considerazione e pudore, ad evitare di girare nudo per casa e a chiudere la porta della camera da letto prima di svestirmi, come se facesse qualche differenza. Ero più accurato del solito nella cura di me, quasi dovessi quotidianamente superare l’esame di un attento osservatore. Facevo meno rumore, ero più ordinato, sedevo composto a tavola, mi davo degli orari, correggevo le mie abitudini, cercavo insomma di guadagnarmi il rispetto se non addirittura l’affetto della mia invisibile suorina.

Tuttavia, nello spazio confortevole del mio ritrovato equilibrio c’era, sebbene piccolissima, un’area buia. Era solo un trascurabile disagio ma si ripresentava ogni giorno, per un breve attimo, prima di andare a letto.

Ho già detto come io sia una persona amante delle proprie abitudini, gesti ripetuti che scandiscono i vari rituali della giornata. Uno di questi consisteva nel riporre il mio pigiama su una sedia accanto alla porta della camera da letto. Dopo le consuete abluzioni serali, rientravo in camera da letto, chiudevo la porta, prendevo il pigiama dalla sedia, lo indossavo e mi coricavo.

Ecco, da qualche tempo, quando chiudevo la porta della camera e raccoglievo il pigiama, sentivo un impulso, irrazionale ma profondo, di allontanarmi da quella porta, come se, dietro di essa, qualcosa di maligno e ostile stesse in agguato. 

Questa sensazione si ripeteva ogni sera. Appena chiudevo la porta, afferravo il pigiama e mi allontanavo dalla porta con una certa fretta. Capitò qualche volta che dovessi andare in bagno durante la notte e mi ritrovai a ponderare se fosse assolutamente necessario affrontare l’apertura di quella porta o se lo stimolo potesse attendere fino al mattino.

Steso nel letto cercavo di leggere ma ogni tanto lo sguardo tornava verso la porta e ogni volta avevo quella sensazione che qualcosa aspettasse là dietro e che io non dovessi assolutamente uscire dalla stanza. Una volta spenta la luce mi sentivo più tranquillo, come protetto dalla corazza dell’oscurità.

Nulla di tutto ciò succedeva durante il giorno, potevo attraversare quell’uscio mille volte, indaffarato nelle faccende quotidiane, senza mai tornare con il pensiero all’angoscia notturna di solo poche ore prima. 

Le serate scorrevano tutte uguali come sempre, fra i miei libri, o raccolto nei miei pensieri. Verso mezzanotte mi coglieva l’abituale sonnolenza e allora come di consueto mi preparavo per coricarmi ma, arrivato a chiudere quella porta, ogni notte me ne allontanavo in fretta, come se potesse spalancarsi con violenza improvvisa, per rivelare la minaccia in attesa solo pochi centimetri oltre la soglia.

Quella che per molto tempo mi rifiutati di considerare niente più una piccola bizzarrìa dovuta alla stanchezza, col passare delle settimane e dei mesi, finì con il dominare la delicata zona d’ombra fra la veglia e il sonno. Quei preziosi minuti di dormiveglia che il corpo stanco si concede prima di addormentarsi e che per tutti sono un piacere se non addirittura il premio per una giornata di fatica, per me finirono con l’essere un tormento, un’attesa spasmodica del sonno che mi allontanasse da quella minaccia, sempre lì oltre la porta, notte dopo notte.

Era una situazione insostenibile che si prolungava sempre più e finì col trasformare le mie notti in interminabili veglie, fino a quando la luce dell’alba riportava il mondo alla normalità.

Un giorno, forse confortato da un bicchiere di vino più forte del solito o forse esasperato dalle miserevoli condizioni in cui mi ero ridotto, privo di sonno da settimane, decisi di farla finita. Mi alzai dal letto e mi diressi verso la porta dicendomi ad alta voce che, insomma, era solo una stupida porta. Non esitai davanti ad essa per più di un’istante. La spalancai, e finalmente vidi cosa mi aveva atteso là dietro, per tutti quei mesi.

Si tratta di mettere in ordine le parole. Articolarle con calma, con chiarezza. Non farsi prendere dalla paura di non riuscire a dire qualcosa di importante e di urgente. Attrarre l’attenzione, lo sguardo, e poi sillabare forte e chiaro la natura del problema, lentamente, senza troppa emozione.

L’assistente sociale viene la mattina, e se ne va la sera, dopo il tramonto. Mi nutre, mi pulisce, ha cura del mio povero corpo immobile sul letto, di quello che ne è rimasto. E’ molto paziente con me, riesce a dirmi parole gentili, senza distogliere lo sguardo da me e dal mio aspetto ripugnante.

Vorrei ringraziarla, ma solo un gorgoglio inarticolato riesce ad attraversare la mia gola martoriata. Eppure è molto importante, molto importante, quello che ho da dirle. Potrei spiegarle perché le mie ferite non si rimarginano e perchè ogni mattina lei ed il dottore ne trovano di nuove, di orribili. Posso ben immaginare cosa sussurrano fra di loro con quello sguardo perplesso e in fondo inorridito.  

Eppure basterebbe poco, basterebbe riuscire a dirle che, prima di andarsene, prima di lasciarmi ad un’altra notte di dolore, deve ricordarsi di chiuderla bene, quella porta.

Il colore nero - Ferruccio Mazzanti

Ferruccio Mazzanti  (fotografia di Bärbel Reinhard)

Ferruccio Mazzanti  (fotografia di Bärbel Reinhard)

Discendiamo da Eva e Caino, da Cam e dai Cananei, siamo Ismailiti, figli di Esaù: sul nostro ventre camminiamo e polvere mangiamo. Siamo quelli che ci voltammo indietro diventando statue di sale, che ci unimmo a Lot nelle grotte e nell'incesto, siamo assassini che rimasero in silenzio abramitico, siamo le lacrime di Agar, benedetta serva di Sara, Rebecca, Lia, Rachele: siamo rinnegati ma giusti, siamo il grido di rabbia di Iabal nomade, cuori insani di Moloch, violenza della disparità assoluta tra me e mio fratello, tra e me e mio padre, tra mio padre e Dio: noi... noi siamo il colore nero.
E se il Cristo è morto davvero, lo ha fatto anche e soprattutto per Lamech: settantasette volte maledetto chi parlerà male di noi. Di nostro figlio Enoch. 
Abbiamo atteso che Noè facesse uscire dalla sua maledetta Arca il nostro uccello preferito, perché già i cieli si erano colorati col colore dei corvi della nostra fede. 
Noi siamo qui per redimere i maledetti e i rinnegati senza giusta causa, perché ogni violenza non è altro che una richiesta d'amore non accolta nella scala dell'ingiustizia divina. Noi non siamo sordi alle urla dei maledetti e degli sconfitti.
E quando l'angelo a cui avevi promesso tutto divenne zolfo e levò il suo grido di rabbia e dolore giurando di salvare le creature da te plasmate dal tuo giogo maledetto, la Madonna divenne nera e noi indossammo la sua veste: il nostro esercito di eletti, Balzebù, i Titani, Briareo, Tifone, il faraone Busiride e i suoi cavalieri menfiti, abitanti di Sodoma e Gomorra e Salem, Moloch con la sua barba tutta sporca del sangue dei primogeniti, Chemos terrore osceno dei figli di Moab, e Peor, e Baalim e Astarotte, Astòreth, Thàmmuz, Dagon, Rimmon, Ahaz, Orus, Oreb, Belial mio amato Belial, Matanbuchus, Baphomet anche tu con tutti quanti nella nera Gehenna della nostra fede mentre leviamo un grido di rabbia contro l'ingiustizia divina, perché noi, noi siamo il colore nero. 
In loro nome. Ora. E per sempre. 

NEMA

Olam a son arebil des,
menoitatnet ni sacudni son en te,
sirtson subirotibed sumittimid son te tucis,
artson atibed sibon ettimid te
eidoh sibon ad munaiditoc murtson menap.
Arret nit e oleac ni tucis
Aut satnulov taif
Muut munger tainevda
Muut nemon rutecifitcnas,
Sileac ni se uiq, retson retap.

 

Ci vollero sei mesi per organizzare il concilio. Poi esso avvenne così come avviene che accendo la radio è c'è un nuovo errore nella mia testa. La mia testa è tutta sbagliata. La mia fede è materiale. Io credo nella materia, perché la materia è tutto ciò che c'è. 
Mi chiamo padre Francesco Saverio, indosso questa tunica nera e siedo su questa sedia in pelle nera mentre padre Tomas profetizza il mio sacrificio al Dio dolore.
L'uomo è un paese che sta morendo, dice Tomas mentre siamo seduti in settantasette intorno al tavolo della sala riunioni dello Stensen. 
È notte fonda. Le luci nei corridoi sono spente. La cera cola lentamente sul parquet. Le agiografie sono ordinate sugli scaffali secondo un ordine anagrafico che va dalla Z alla A. 
Fuori piove. È dicembre il mese delle contrattazioni.  
Perché tu credi nella materia, mi intima padre Tomas; perché i tuoi occhi non sanno profetizzare; perché i morti che camminano là fuori ti sono amici; perché sei stato scelto; perché la tua evocazione abbia inizio.   
E comincio la mia evocazione:

Ante Deus omnipotens et ineffabilis Lucifer
et in oculis omnium daemonum inferni verae, qui sunt dii.
I Pater Francesco Saverio Societatis Jesu
et quis renuntiaverit omnibus praeteritis, amicitiam adfectantibus Romanis. 
Abrenuntio falsum Deus Judeo/Christianus Jehovah,
Abrenuntio Filio suo vilia et inutilia;
Abrenuntio falso odibiles putresque Sancto.
Satanas, ut mea unum et solum Deum, Palamque Lucifer.
Promitto agnoscere et honor in omnibus absque reservationes,
Hunc ducem et revertamur in appetendo uolenti.

Sento dentro al mio petto che tutto trema, IO TI EVOCO, mentre dal centro del tavolo cominciano ad emergere dei lapislazzuli e del corallo fuso, MIO AMICO, che crescono verso l'alto come germogli in primavera, SATANA, per aprirsi tali a quali alle folli pietre dell'Etna, sotto cui ribolle una capra di lava rossa, VIENI A ME, la sua testa marchiata da una stella di David rovesciata, il cielo nero che piange, SE AVESSI TANTE ANIME QUANTE SONO LE STELLE, e tutto trema, le pareti, il suolo, la ragione, il cuore, la speranza, LE DAREI TUTTE QUANTE A MEFISTOFELE, mentre lo zolfo mi porge una penna e dalle pareti cola il rigurgito di tutte le bestie perse nei meandri di Babilonia.

La mia mano non è altro che una goccia di sangue.  
Il mio sangue dilata le fibre della carta, mentre sento i capelli diventare grigi.
Il suolo si spacca a pietre compatte, minuscole e immonde sotto i miei piedi liquidi come la disperazione di Agar. 
Non ho più lacrime da piangere, amore mio, me le hai rubate tutte quante quel giorno in cui ti vidi gravida e felice di un altro a Parigi. 
Sul tavolo c'è un calice vuoto. 
Mille candele nere, denim e rosse. 
Un ago sterilizzato e un rasoio. 
Afferro il pugnale d'oro. 
I settantasette gesuiti sono nudi nell'orgia intorno a me e gridano sniffando incenso, mentre colpisco sul ventre la piccola ragazza. 
La sua pelle diventa rossa. 
I suoi occhi che mi guardano sono denim. 
Attraverso di essi io muoio in lei.  
Il sangue è denso come una frittella di sangue. 
Il calice vuoto adesso passa tra le labbra dei miei compagni. 
Tutti bevono dalla bocca maledetta e sulfurea.
Fuori piove: non ho più pianto da allora, amore mio, ma ho pregato tutti i giorni che mi dessero la possibilità di gestire questo luogo, saresti così fiera se tu mi potessi vedere qui seduto ad osservarmi le mani mentre ricordo te, solo te, tutti i santi giorni. Ho fatto un patto con l'Arcinemico per diventare direttore di questo Stensen. Adesso tu vieni a me e guardami mentre realizzo il tuo sogno. 
E proprio in quell'istante, mentre le spade di fuoco dei preti dannati sprofondano dentro alla vergine carne di fanciulle con gli occhi bianchi, HAIL SATAN!, proprio in quell'istante si apre la porta e la bionda testa di Nadia spia inavvertitamente dal corridoio quel che sta avvenendo nella sala riunioni.
Tutti quanti si bloccano come in un fermo immagine e la guardano. La sua mascella tende in modo poco professionale verso il basso. Le sue pupille si dilatano e si restringono con una certa velocità. La messa a fuoco generale è piuttosto difficile.
«Ehm scusate, non volevo disturbare»
«Mi dica, Nadia» Con non poco imbarazzo Saverio, che ha ancora entrambe le mani sul pugnale piantato nel ventre di una ragazzina nuda e morta. Satana interdetto che sbuca fuori dal tavolo.
«Mi ero dimenticata di prendere il verbale del C.D.A. Dovrebbe essere qui»
«Mm, bene bene. Ragazzi qualcuno lo vede?»
I settantasette gesuiti, che stavano violentando settantasette vergini, cominciano a guardarsi intorno, sotto al culo, dietro alle rispettive schiene. Borbottano delle bestemmie mentre spostano le proprie tuniche nere buttate lì in un angolo. 
Poi Nadia si illumina tutta: «Eccolo!»
Entra dentro alla stanza accendendo la luce generale. Sembra improvvisamente tutto piatto e stupido, mentre il Diavolo si porta un braccio sugli occhi per ripararseli dalla luce del neon.
Nadia avanza con cautela cercando di non calpestare gli arti nudi dei padri gesuiti. 
«Aaaahh! Il mio dito!»
«Oh mi scusi, padre Michele»
Alla fine riesce comunque a raggiungere il tavolo e afferra quei fogli che Satana tiene in mano. E poi semplicemente toglie il disturbo.

Hotel Dracula - Stefano Loria

Stefano Loria (fotografia di Bärbel Reinhard)

Stefano Loria (fotografia di Bärbel Reinhard)

1
per puro miracolo
sono scampato al turbine di fuoco
che saliva dalla neve
al mio arrivo
una spirale di fiamme
girava su se stessa
malgrado la rapidità della visione
mi parve di scorgere in essa
figure di persone
che ho amato e perduto

2
sarà l’acconciatura dei capelli
il gentile signore tiene molto
ad una eleganza deformata
che queste pareti di pietra umida
non aiutano
la sera mi prende un’inquietudine
motivata dalle ombre degli oggetti
prolungata dal lume delle candele
a dismisura
oltre il solito si dilatano
i colori esaltati
da un’ occasione estrema 

3
dalla finestra della stanza
il panorama è un mutevole
assetto di profili
intuisco il generarsi di forme
con dispersione degli affetti
verso errori passati
l’incomprensione
è stata la molla dell’azione
la palude e il monotono
tornare della puntina
sul medesimo solco
senza note udibili
la ripetizione
odiosa spartizione
di denaro di influenze
alla quale sono stato obbligato
non l’ ho mai gradita          

4
i sentieri interrotti
mi turbano il sonno
già così difficile
da quando sono arrivato
alla dimora del conte


5
solo un’ eco lontana
giunge a questo castello
di quello che sta accadendo
nella mia amata patria
gli arresti i processi
il crollo di un regime
che minaccia di schiantare
tutti sotto un cumulo immane
rottami inutilizzabili
è il cambio di scena
lo scarto il progresso
come lo concepisce il medico
positivista indagatore
dell’anima isolata
in provette con liquidi
fosforescenti in ebollizione
storte alambicchi dai quali
attendiamo l’essenza dell’umana
specifica motivazione
e non dovrà stupire la complessità
del risultato ottenuto
una creatura divisa

6
sotto il mantello
un cuore batte
per diffondere il contagio
la mezza vita
fino ad una stazione definitiva
io sto bene
è una questione di qualità
che impone al corpo
di ridursi a larva spirante
debolissimo involucro
nel migliore dei casi
pipistrello

7
il mio isolamento
non è privo di distrazioni
quando al tramonto
apro la carta del mondo
la mente è abbagliata
dai confini tra acqua e terra
tra foreste e deserto
tra depressioni ed altitudini
viaggio in una geografia virtuale
paese dopo paese
come io immagino sia
la tomba del pittore
una quieta
verdissima terrazza sul mare
un canyon dal quale si ammira
il paesaggio interiore
oppure l’estraneità totale
vedersi da un punto di vista
fuori da sé
uscire dal mondo
per guardarlo galleggiare
nello spazio vellutato
nero assorbente

8
la carta degli oceani
copre il tavolo
le variazioni tonali del blu
mi riportano ad una tavola da surf
contro le onde della baia
sono ancora vivo
in bianco e nero
con la spuma salata
che stinge il costume
e cancella la sigla
incisa sul legno
il sole riflesso alla deriva
nel saliscendi le esperienze
accadono rallentate
fuori tempo con la musica
che adesso è in voga da queste parti
una fioritura di
armonie
addizionate a metalli più pesanti
senza perdere le buone vibrazioni

9
di giorno
nel forzato isolamento
uso gli strumenti del disegno
che il conte mi ha gentilmente
messo a disposizione
di notte
giunge un fluido sessuale
un vento lunare
dalle lenzuola sale una corona
di rose concentriche
fidanzamento è un’espressione goffa
a lui piace morderle sul collo
è la freccia del tempo
conficcata nella giugulare
estasi non nel senso di pillola
ma commozione rarissima
un raggiungimento privato
all’unisono con il resto
del dimenticato mondo
la muffa l’umidità
che segnano le pareti di pietra
della mia stanza
si disseccano all’istante
per il calore dei corpi
che il conte abbraccia
in questo remoto
teatro delle passioni

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Ho vissuto a Parigi (o forse no)

Ho vissuto a Parigi per otto mesi esatti, senza nessun mezzo di locomozione eccetto i miei piedi. Eppure ricordo perfettamente le uniche due volte in cui sono salito su un’automobile e ho percorso la città guardandola dai finestrini.

fotografia di Bärbel Reinhard

Ho vissuto a Parigi per otto mesi esatti, senza nessun mezzo di locomozione eccetto i miei piedi. Eppure ricordo perfettamente le uniche due volte in cui sono salito su un’automobile e ho percorso la città guardandola dai finestrini. 
Sono sempre stato uno di quelli che preferisce osservare la vita degli altri seduto al tavolo con una tazza di caffè caldo, una birra nei bar del Quartiere Latino o semplicemente seduto sul sedile di una macchina. Come se i finestrini fossero degli schermi. Un po’ come vedere un film, seduto sulla tua poltrona. Datemi del pigro, ma vi assicuro che quando si tratta di guardare la città di Sartre, da qualsiasi angolazione, è un intreccio di immagini particolarmente dense, piene di infinite ed incredibili storie da consumare; colazione, pranzo, cena e fuori dai pasti, ovunque. 
Io, comunque, solitamente mi muovevo sottoterra. La metropolitana è utilissima nelle città cosi grandi, e inoltre è piena di strani personaggi, di volti interessanti e di individui di ogni genere e tipologia. Ottimo materiale. Le storie della Parigi del sottosuolo hanno un mistero unico. Amavo stare dentro quel serpentone, imbambolato a fissare quei personaggi che prendevano vita nella mia testa. Se poi succedeva di incontrarne qualcuno più di una volta, avrei passato tutto il tragitto a raccontarmi di cosa aveva passato durante quel tempo senza di me. 
I particolari sono quelli che fanno la storia. Un cappello, un quaderno, un mazzo di chiavi, ma anche una camicia sgualcita può trasformarsi in una rissa tra scommettitori russi nello scantinato più lugubre delle Banlieue. In qualche attimo. O forse no. Di sicuro la vera bellezza di Parigi è nelle sue strade, nei vicoli attorno a Rue de la Huchette, nelle stradine di Montmartre, nelle grandi piazze e nei suoi caffè. Nei suoi spazi: a volte immensi e monumentali, a volte piccoli e nascosti: preziosi, entrambi, ma in modo diverso. 
Mi sono perso tante volte per le sue strade, e ho vissuto avventure che a raccontarle oggi, sorprendono anche me. O forse no.

Ho vissuto a Parigi per nove settimane, senza nessun mezzo di locomozione eccetto i miei piedi.
Sono partito senza nessuna esperienza, spaventato ed eccitato allo stesso tempo. Si tratta di una città immensa e fa un po’ paura sapere che ci sono tutte quelle persone attorno a te. Quella moltitudine di individui, per cui sei solo una sagoma o peggio un numero. 
Appena arrivato in aeroporto, avevo scoperto che il mio bagaglio era smarrito. Aspettammo delle ore per riempire i documenti dello smarrimento, per sapere dove trovarci nel caso in cui avessero recuperato le valigie. Non conoscevo nessuno e non sapevo nemmeno una parola di Francese. Cercavo di comprendere la situazione in qualche modo, e avevo dedotto dall’orario che ormai l’ultimo pullman era perso. 
Quella fu la prima volta in cui guardai Parigi dai finestrini, di un taxi che mi avrebbe portato alla bettola dove avrei passato le prime due settimane di permanenza in città. Da Charles de Gaulle a Montmartre, mi sentivo totalmente perso. Eppure provai a parlare col taxista. Ho questa mania. Cerco di usare il linguaggio del corpo e le espressioni facciali per farmi capire. Cosa non troppo facile quando il tuo interlocutore sta guidando l’automobile dentro la quale ti trovi. Le uniche parole che capii durante tutto il tragitto furono: Moulin Rouge. In quel momento mi accorsi che eravamo vicino all’Ostello. 
Oggi posso dire che siamo passati dalla porta de la Chapelle; ma ricordo solo di aver visto la torre Eiffel in lontananza, e aver smesso di provare a parlare con il mio autista. Fu come se fosse cominciato il film. Guardavo quelle immagini stregato, mentre nella mia testa si chiarificava tutto, il tempo si stendeva su quello schermo mischiandosi con la musica che usciva dallo stereo. Musica classica, elegante, perfetta. Stavamo entrando a Pigalle, dove i sexy shop si alternano a dei bar oscuri, delimitando la fine e l’inizio di Montmartre, che comunque di sera si spegne, si rilassa, si rabbuia. Mi lasciò davanti alla fermata della metrò Anvers. Quella fermata è particolare perché salendo verso la chiesa del Sacre Coeur, le strade si riempiono di negozietti, fino ad arrivare al belvedere, fantastico punto panoramico e turistico. Ma, se si prende la direzione opposta, le luci si offuscano e puoi trovare ogni genere di brutta faccia. 
Andavamo lì a prendere da fumare, dentro un parcheggio. Un ragazzino stava sempre fuori dall’entrata, potevi tranquillamente comunicarci con poche parole essenziali. Ti guardava male, il peggiore sguardo che poteva fare per essere un ragazzino e poi, t’indicava un angolino, dove dopo qualche minuto tornava per servirti. Giusto davanti alla collina di Montmartre. E poi via su Rue de Rochechouart, nascosti nelle ombre che si diramano dalla basilica. Indisturbati.  
O forse no. Non me lo ricordo.

Ho vissuto a Parigi per quattro anni, senza nessun mezzo di locomozione eccetto i miei piedi.
Avantieri sono partito, credo per sempre. La mia ultima sera a Parigi è stata molto particolare, è finita in macchina, proprio com’era cominciata. Erano le due meno venti e io stavo uscendo da un tombino in Rue Mouffetard. Le mani, la camicia, il pantalone, tutto impregnato di sangue. Era come se mi fossi fatto il bagno in una vasca ricolma di sangue. Roberto guidava una macchina scura, cosi pulita che sembrava appena comprata. Aveva i vetri oscurati ed era attrezzata, con i riscaldamenti sotto entrambi i sedili e due fucili a pompa nel porta bagagli. Lui portava gli occhiali da sole, si sentiva importante con quei ridicoli occhiali da sole. 
Percorremmo tutta la città, senza dire una parola, la musica a un volume indescrivibilmente alto. Io accendevo una sigaretta dietro l’altra, senza nemmeno aspettare di finirla, e Roberto mi passava il whisky. Era il suo periodo whisky, e comprava sempre la marca più economica, nonostante girassimo con borse quadrate piene di contanti. Avrebbe risparmiato pure se avesse posseduto il centro commerciale Lafayette. Era una sorta di filosofia di vita. In compenso era incredibilmente attento ai dettagli. Nel momento stesso in cui avevi bisogno di qualcosa, ti accorgevi che lui aveva già risolto il tuo problema: sul sedile accanto al mio, una serie di asciugamani e un piccolo secchio d’acqua erano pronti all’uso. Mi sciacquavo e lavavo via il sangue, continuando a fumare e bere senza sosta, ansiosamente. 
Fino a che non mi ricordai del film, e mi concentrai sulle immagini dei finestrini. Passammo da Pont de Sully, tranquillamente, nel silenzio delle grandi città quando è notte fonda, che sembra come quando il tuo cane si mette a dormire: la pace. Indisturbati attraverso la rotonda di Bastille. Al centro di questa piazza c’è un’enorme colonna che sembra quasi costruita in un immaginifico passato dove le persone erano più simili a giganti. Magnifico. Continuammo passando davanti alla statua della Repubblica, che silenziosa ci dà la sua benedizione. Da qui in poi non dovrebbero esserci ostacoli fino alla Gare du Nord. 

Roberto mi chiede una sigaretta, nel momento esatto in cui finisco di pulire via il sangue. La accende mentre arriviamo al parcheggio della stazione, lo pago io, perché lui vorrebbe cercarlo tra quelli non a pagamento, incurante del secchio di sangue e vestiti che tengo accanto. Troviamo un posto a qualche centinaio di metri dall’entrata. Ci sistemiamo. Mi controlla. ‘Perfetto’ in pochi secondi siamo all’entrata e ci guardiamo per un attimo, intenso, di chi riconosce la fine di qualcosa, nessuna parola. Non c’è tristezza, c’è la consapevolezza di una scelta e la maturità di un’amicizia forgiata dal tempo. Lui entra, e corre verso il suo binario, senza voltarsi. Io estraggo un piccolo telecomando, senza esitare premo il bottone rosso e guardo la macchina esplodere, per cinque, quattro, tre, due, uno. Via, ho un treno da prendere. 
O forse no. Non me lo ricordo e comunque può anche darsi che me lo sia inventato.

Ho vissuto a Parigi per tutta la vita, senza nessun mezzo di locomozione eccetto i miei piedi.
 Eppure quando salgo su una macchina, giro la chiave e inserisco la prima, so che sto per vivere un film, immerso nelle sue immagini in movimento, che scorrono rapide dietro i vetri dei finestrini. Le storie più strane e interessanti sono lì fuori, alzo il volume dello stereo, apro gli occhi e mi perdo nelle strade che costeggiano la Senna. 
O forse no. Non me lo ricordo o comunque può anche darsi che me lo sia inventato. O forse no?

 

Andrea Cafarella (testo)

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Serena Rossi Serena Rossi

Blues a Stokes Croft

Attraversa quella piazzetta ogni secondo libero della sua giornata. Dapprima con passi vaporosi, poi con passi sempre più forsennati. 

 

 

fotografia di Serena Rossi

fotografia di Serena Rossi

Blues è un viaggio.
Senza biglietto, passaporto, scarponi.
Blues è un compagno.
Presenza fedele, abbraccio ubriaco, ombra assillante.
Blues è una brezza.
Odore di ciclamino, puntura di aghi di pino, sussurro del mare.
Blues sei tu. 
Dolore ingordo.

Attraversa quella piazzetta ogni secondo libero della sua giornata. Dapprima con passi vaporosi, poi con passi sempre più forsennati. 
Le capita spesso, imboccando l’ingresso dei vari sottopassaggi che si diramano da quel piccolo spazio a cielo aperto, d’imbattersi in un’insolita sfilata di sguardi estranei, precisamente dalla notte del 18 giugno 2013, di cui però non riesce a rammentare alcun dettaglio. 
Una domanda alimenta la sua inquietudine ipertrofica: perché, se si sofferma a indagare le rughe di quei volti, talvolta mimando un cenno della mano, ha l’impressione di essere invisibile?   

In questo luogo, di cui Dafne conserva qualche sporadica diapositiva, il sole, come un divo del cinema d’epoca, si concede solo per brevi grammi d’infinito, lasciando il posto a un’umidità invereconda, padrona delle fibre sintetiche del suo impermeabile.
Oggi, in particolare, l’aria ha uno spessore palpabile: dalle nuvole gocciola un sospiro ancestrale che percuote la memoria sedata, rosicchiando i pensieri sepolti.
Dafne, il cui olfatto è catturato da un ballo sfrenato tra olio bollente e marijuana dolciastra, rallenta il passo: qualcuno la sta rincorrendo. I muscoli contratti del collo le impediscono di voltarsi. Schiude leggermente le labbra assaggiando un sapore inatteso, simile a quello di un mascherato dolore. 
Attorno, il vociare distratto di qualche musicista da strapazzo, del signore che vende caffè italiano, della ragazza che getta una sterlina a un povero ubriaco, e nulla più. 
Quando raggiunge l’uscita del secondo sottopassaggio, la rapisce un murale della cui fulgida presenza non si era mai accorta: l’artista ha dipinto delle rose celesti che volteggiano sospinte dal vento. 
Il profumo, che sembrava perseguitarla poco prima del suo arresto, si snocciola tra i boccoli neri; scivola lungo il braccio, la gamba, il piede; penetra nel muro portando via con sé i petali delle rose. 
Ciò che rimane di quel murale è la scritta dorata: Truth and Beauty. Verità e bellezza.
Paralisi: un ingranaggio si disintegra.
Dafne inclina il capo tastandosi il torace: scapole, costole, sterno, tenuti assieme da bulloni di ferro arrugginiti; i polmoni sono d’acciaio e il cuore è un involucro di amianto. 
In silenzio, due lacrime tracimano dalle pupille blindate; le accarezza con le dita, ma i polpastrelli sono celesti e odorano di rosa.

Verità.
Verità è che il diavolo è ancora qui. 
Le ha morso i seni, conficcando chiodi incandescenti per incatenarla a sé, come un roseto di filo spinato.
Verità è che è scivolato in profondità, fratturando un ventricolo, un rene, un muscolo, per trapiantare fiori d’arancio.
Un robot con un utero stropicciato, dentro il quale appassisce una rosa celeste d’uranio impoverito. 

Bellezza.
Bellezza sono le storie odeporiche che le raccontava spesso gustando una birra, in qualche locale con la carta da parati a fiori e i libri accatastati su scaffali impolverati.
Bellezza è il modo in cui si serviva di ogni futile pretesto per succhiarle il battito di un orgasmo ogni volta che gli dormiva accanto.
Ogni volta che il diavolo si dissolveva e ritornava a essere solo un uomo. 
Un uomo da amare.

Confusa, Dafne si affretta a uscire dal sottopassaggio, gettando un occhio al Full Moon, ostello che ospita ragazzi intenti a ballare sulle note di qualche disco reggae. 
Un lieve stordimento le offusca le membra, come se si fosse appena risvegliata da un sogno, che però fatica a lasciarla andare. Si massaggia il ventre, anestetizzando l’inconfessabile, ma dall’ombelico scivola via un petalo di rosa.
All’angolo in cui è ubicato il Free Shop, qualcosa la scuote. Non è un profumo, è un suono familiare che la catapulta nella contea del cotone: Clarksdale. 
D’incanto, l’immagine tatuata sul negozio che ha appena incrociato i suoi passi si anima: l’armonicista a sinistra soffia il fiato dentro un’armonica indemoniata, mentre il chitarrista a destra regala note imbizzarrite, che esplodono in un sorriso incorniciato da lunghi baffi neri. 
Dafne è investita da un lucore abbagliante, dalla sensazione taumaturgica di essere ritornata molecola d’ossigeno. È colpa del sacro fuoco di cui è cosparsa: fuoriesce dalle narici, dalle orbite, dalle orecchie. 
Brucia ma non ustiona.
Arde ma non uccide. 
Sesso, amore, sudore.

Più tardi, l’armonica ricalca le sonorità di un ululato e la chitarra consola quel lamento di rugiada. È allora che i due musicisti scavalcano la parete, dileguandosi nel traffico cittadino, non prima di aver proiettato sul muro con le loro ombre, lo scatto di due corpi avvinghiati in una macchina ondivaga.
Avvicinandosi alla parete, Dafne si tuffa turbata nell’intimità di quei due; li scruta morbosamente: chi sono? 
La ragazza, che indossa un vestito floreale, ansima divaricando le gambe. Con entrambe le mani stringe il braccio del ragazzo che si lascia leccare il lobo dell’orecchio; le sue dita insistono a modellarla, dettando il ritmo di quel blues erotico. 
La notte, tutt’intorno, li avvolge complice e silenziosa.
Di nuovo, le lacrime sopraggiungono a rigarle il volto: sfiora quei corpi, si sporca le mani di porpora. La ragazza si volta fulminea, come se solo ora notasse la sua presenza; la inchioda con lo sguardo. E Dafne caccia un grido di spavento, perché a ogni contrazione di piacere perde rivoli di sangue color celeste. 
L’ha già incontrata da qualche altra parte, anche se non riesce a ricordare chi sia. 
  
Clacson. Taxi. La musica cessa: Dafne si risveglia da quel torpore dal fascino terribile. Allucinazioni spasmofile. I passi sprofondano in un acquitrino stridulo di emozioni cementificate; urlano le caviglie indolenzite e le ginocchia quasi si arrendono. 
A fatica raggiunge la fine del marciapiede. Conosce quell’incrocio. Se continuasse dritta entrerebbe nel cuore pulsante di Stokes Croft. Invece, devia a destra e imbocca City Road: la seconda porta bianca sulla sinistra è quella del loro appartamento.
Mentre attende il verde del semaforo, tuttavia, avverte la necessità impellente di controllare l’ora, ma le lancette dell’orologio sono bloccate. Come uno schiaffo inarrestabile che sale da dentro, frusta e percuote, spacca e infetta, così la sua voce limpida riaffiora.
«Sai che ti ritroverei ovunque» sussurra Alan.
Dafne solleva il mento. L’istinto le sputa in faccia. La sua maschera di cartone crolla sotto il peso di un’impalcatura marcia. 
Finalmente lo intravede, altero e disperato, il murale che indossa la sua umbratile gramaglia: qualcuno ha dipinto il volto di una ragazza dai boccoli neri, labbra carnose, con lo sguardo annegato in una tristezza ferita, e lacrime rosa che come petali si librano nell’aria e volano via.

«È carino qui, non ti sembra?» le chiede Alan indicando l’appartamento che hanno appena fermato. 
«Dovrò abituarmici, è tutto così diverso» gli sorride Dafne, fantasticando sul loro nuovo cammino insieme.
«Lo è, ma ce la caveremo alla grande, come sempre. Devi solo avere un po’ di fiducia in noi, tesoro» la rassicura Alan. «Ti ho mai deluso?»
Il profumo di rosa che Dafne ha spruzzato sul collo pervade la macchina. 
Alan non si trattiene, gli occhi ridotti a piccole fessure e il respiro sempre più affannoso, ansioso di farla sua. Le lingue squamate si sciolgono, leccano, affrancano. 
«Con questo bacio ti sbuccio l’anima» scherza l’uomo dai pigmenti celesti, muovendo le mani in un brindisi fantasma.
Ha scelto un blues tra i cd da inserire nell’autoradio: armonica, chitarra e voce. 
Quelle note saranno le uniche e ultime testimoni di una notte trascorsa a far fiorire promesse sfacciate.

Alan e Dafne si sono spenti la notte del 18 giugno 2013, circa un mese fa: incidente stradale.
Miocardio accaldato, eccitazione selvaggia, nei pugni il futuro cangiante.
Fuliggine tossica: Dafne era alla guida, un poco brilla, con il cuore fluitato nella mandibola del diavolo.
A nulla è servito fingere di sopravvivere, soffocare il dolore, fasciarsi le vene, prendersi a pugni il fegato, storpiarsi il viso col trucco da pagliaccio, incidersi un sorriso defunto, vagolare nel vuoto di un dolore eterno e irreparabile. 
Alan è sempre qui, a pochi passi da lei, teso verso la sua schiena inconsistente, senza riuscire ad afferrarla mai; tumulato nelle lacrime indigenti, negli spazi vuoti dei sogni marcescenti; impastato dentro ai mattoni del muro dipinto di musica e sangue. 

Blues è un viaggio.
Furente e inconsolabile.
Blues è un’anima.
Di preghiere che divampano inarrestabili fino al cielo macchiato di porpora.
Blues sono io.
Amante dell’uomo sepolto e ostaggio del diavolo immortale.

Blues.
Amore ingordo
.

 

Serena Rossi

 

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Lorenzo Dal Piaz Lorenzo Dal Piaz

Anatomia di una spiaggia maremmana

La maremma. Provincia tra le più grandi del bel paese. Perla del litorale tirrenico assieme alla Liguria e poi giù fino alla Campania.

fotografia di Carlo Zei

La maremma. Provincia tra le più grandi del bel paese. Perla del litorale tirrenico assieme alla Liguria e poi giù fino alla Campania. Tradizionale sede delle vacanze. D'estate. Comune denominatore della ciclica vita dell'italiota medio, medio alto, bassissimo. Che siano due mesi o un weekend lungo, la gita al mare non se la fa mancare nessuno. La routine estiva che segna la fine e l'inizio della stagione. Vera divisione dell'anno e del tempo della vita in barba al capodanno e al calendario gregoriano. Volendo esser cattivi si può suddividere questa massa in fuga dalla calura e dal cemento cittadino. La si può dividere in tipi sotto le quali volenti o nolenti tutti ricadiamo. Le prime ad arrivare, ed immancabili, veri pilastri dell'estate giovanile ed adulta, sono le nonne. Con la loro immota pazienza, il callo ormai duro per ogni tipo di noia, si recano ai lidi balneari al finire di asili, materne, elementari e via dicendo. Sopportano la routine quotidiana con fedeltà incrollabile. Godono della ripetizione, del lento bollore del ragù, o della conserva coi sammarzano che chiunque riprovi in loro memoria a fare finirà per credere nei poteri miracolosi dell'anzianità desistendo all'ottavo sudato barattolo. Badano a tre nipoti pur avendo due mani. Viziandoli necessariamente fino a soglie spropositate, nel solco della tradizione. L'ubbidienza irrimediabilmente connessa alle caramelle, la sveglia nel pomeriggio dopo il riposino impensabile senza il gelato. Il ghiacciolo come ultimo appiglio, perfetta distrazione per un litigio fra fratelli o cugini su una manciata di sabbia scagliata con troppa forza, una paletta rossa rotta scavando, il pallone monopolizzato. Si vede oggi anche la versione russa. Nuova etnia egemone dell'estate maremmana, vera e propria manna per le economia locali. Questa supera in mera stazza e schiettezza dei modi la nonna tedesca a cui già da decenni si era abituati. Quella che fatto il bagno si cambia il costume priva di abitudine al pudore e senza la cortesia dell'asciugamano, segnando per decenni a venire frotte di pargoli in pubertà. Il bambino russo è rasato a pelle all'arrivo alla bella villa affittata, se non acquistata. Il neonato è gettato in mare senza indugi e senza badare che sia il primo giugno o metà agosto. Le signore osservano dalla battigia le bambine bionde, tutte possibili future modelle, di cui solo pochissime troveranno una via di fuga dalle steppe siberiane. In fondo la Russia è famosa per le matriosche, bambole di legno, non ci si sorprenda quindi notando la poca delicatezza. Dopo le nonne arrivano le mamme. Si palesano a piccoli gruppi, incapaci della regolarità delle nonne. Alcune per il weekend, altre per qualche settimana, arrivano dal lavoro o dalla casa dell'amica in Versilia dove hanno finalmente speso del tempo lontane dallo stress dei figli. La principale preoccupazione è la linea. Potrebbe essere alle porte una devastante guerra mondiale, la casa al mare potrebbe essere a rischio di crollare vista la mancanza di fondi, il figlio più grande che si nutre a soli tegolini e cordon-bleu sviluppa allergie che rischiano di strozzarlo ad ogni passo o tuffo, ma lei si perde nello specchio. Si osserva col costume nuovo, a due anni dall'ultimo parto, rassegnata: non sarà mai più la stessa. Non bastano push-up e le 73 ore di palestra settimanali, non c'è niente da fare. E tutti vedranno quelle smagliature e commenteranno. La voce della più aspra giudicatrice finirà per diventare la voce con cui la bilancia stessa le parla. Venendo questa infine, dopo innumerevoli diatribe immaginarie, chiusa con scatto d'ira nell'ultimo cassetto dell'armadio. Solo fino ad un paio di giorni dopo, quando quei quattro pasti a base d'insalata e cetrioli, unico lusso una fetta di melone al mattino, rendono speranza. Al venerdì sera o al sabato mattina arrivano i padri. Spesso poco abbronzati e ancora legati alle abitudini cittadine. Scendono a metà spiaggia come ad osservare il luogo, saggiare sicurezza e livello dell'area in cui spendono il loro tempo i figli e la madre. Vogliono anche essere visti, vogliono assicurarsi che se ne registri la presenza, e si assicurano petto in fuori che se ne riconosca l'autorità. Ma si vede subito che sono fuori luogo, che non sono a loro agio. Che è più una posa che altro quel petto in fuori. Non dura molto infatti, poco dopo abbassano il capo e scendono al mare a fare il bagno. Poi ci sono i ragazzi, veri protagonisti dell'estate. I più piccoli si muovono impacciati sulla sabbia, schiaffeggiano il mare. Esplorano territori infiniti in pochi metri, vedono una nave dove c'è una canoa, un albero in luogo di un bastone. Spesso gioiosi, ma anche capaci di repentini cambi d'umore, di pianti isterici, bizze. L'energia della mattina che va via via scemando fino alla tremenda stanchezza del tramonto. Tutti innamorati degli scogli e dei luoghi pseudo lontani, vagamente ignoti: il Laggiù. I ragazzi più grandi si uniscono e isolano. Hanno abitudini e tempi differenti. Stanno all'ombra quando tutti sono al sole e viceversa. Se per qualche occasione si affacciano sulla riva nelle ore di punta, anche non volendo, infastidiscono. Urlano. Giocano a calcio a pochi metri da tutti, infervorandosi più e più lungo la partita. Bisticciano. Ridono a crepa pelle. Rendono merito ai grandi spazi della spiaggia e del mare. Al tramonto vengono definitamente fuori, si mostrano, preannunciando la notte di fughe dalla finestra, il vino, gli amori.

Lorenzo Dal Piaz (testo)

 

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Matthew Licht Matthew Licht

Bici

La vita è una processione di perdite. Dopo aver speso tanto per il lucchetto, perdo la ruota libera. Va bene, posso fare a meno di vivere a ruota libera. Via il sellino. Bene, ci si può alzare sui pedali. Per rubare la ruota anteriore basta un giro di vite, e gira e gira la vita. Meno male che mi hanno lasciato le corna.

La vita è una processione di perdite. Dopo aver speso tanto per il lucchetto, perdo la ruota libera. Va bene, posso fare a meno di vivere a ruota libera. Via il sellino. Bene, ci si può alzare sui pedali. Per rubare la ruota anteriore basta un giro di vite, e gira e gira la vita. Meno male che mi hanno lasciato le corna.

Non ricordo nulla dell’incidente. Qualcuno parlava al telefonino, oppure mandava un sms, comunque non guardava la strada. Mi sono allargato solo perché non volevo schiacciare il topone che schizzò da sotto un cassonetto per afferrare un mozzicone di sigaretta. Ricordo lo scoppio della camera d’aria. Pah!

Sono ancora qui, se mi rivuoi. Così da sola non vado da nessuna parte. 

La nuova dieta macrobiotica funziona benissimo. Mi sento leggera, altera, esangue. E mi dicono che ho un bel colorito. 

Non volevano me. Volevano il mio lucchetto. Per averlo, mi hanno segato lo sterno. Conteneva il mio cuore. È passato un giovane. Mi ha considerato a lungo. Pensavo che volesse consolarmi, accarezzarmi il sellino. Invece tirò di tasca un coltellino svizzero e mi svitò la ruota anteriore con una chiave a stella che a me sembrava una chiave a cuore, ma d’acciaio inossidabile. 

Immagini di Gnot

Testi di Matthew Licht

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Domenico Caringella Domenico Caringella

Quello che adesso sono capace di fare

Ho un segreto. Ho trovato il modo si staccarmi dal corpo senza svegliarlo, come Darrell Standing, il Vagabondo delle stelle di Jack London. Con la differenza che quella in cui vivo io non è una prigione

fotografia di Domenico Caringella

Ho un segreto. Ho trovato il modo si staccarmi dal corpo senza svegliarlo, come Darrell Standing, il Vagabondo delle stelle di Jack London. Con la differenza che quella in cui vivo io non è una prigione - almeno non più di quanto una vita ordinaria possa esserlo - e che questa nuova strabiliante facoltà che esercito all'alba di alcune giornate, non mi consente di viaggiare a piacimento nella storia e nel tempo. Quello che adesso sono capace di fare è solo tornare a un preciso momento della mia vita passata, immutabile, fisso.

Quando è cominciato pensavo che fosse un sogno, uno di quelli che ricorrono senza un'apparente spiegazione, a cui si finisce quasi per affezionarsi e che assomigliano a un'abitudine più che a un'ossessione. Solo in seguito ho realizzato che non si trattava di questo, e che la visione, il ritorno, non erano affidati al caso o al mio inconscio, ma erano il risultato di una premeditazione, l'appagamento di un desiderio. Le prime volte neppure riuscivo a collocare nel tempo l'azione che si ripeteva identica a se stessa ogni volta. Ora invece, so che è una sera di febbraio quella che mi vede ritornare nella stanza di mia figlia. Lei è a letto, ha la sua rivista preferita tra le mani. Non sta leggendo, è distesa su un fianco e dà le spalle a me e alla porta. Io mi avvicino, mi inginocchio accanto al letto e lei si gira, accenna un sorriso, si volta di nuovo verso il muro e mi chiede di abbracciarla, con un tono della voce che quasi mai le ho sentito, più tranquillo e deciso di quello che usa di solito. Poi, ancora senza guardarmi mi chiede se le voglio bene, e è una vera domanda che esige una risposta che non è scontata. Io le rispondo. Lei rimane in silenzio. Vuole che io mi alzi e la lasci da sola, lo so. E è quello che faccio.

Quando è successo nella realtà ricordo di aver sentito una felicità e una malinconia piene, perfette; ma non paragonabili a ciò che provo quando ritorno in quella stanza di proposito, al limite estremo della notte, senza muovermi dal mio letto, sapendo con esattezza quello che accadrà, le parole, la luce del lume sulla mensola, i suoi occhi aperti che fissano un punto indefinito, le due domande una dietro l'altra, separate dallo stesso numero di respiri; l'intera eguale sequenza.

Quando sono sveglio del tutto, di nuovo ricongiunto al mio corpo, se la mattina è luminosa, so che sarà una bella giornata. Diversa da altre, in cui mi ritrovo rassegnato e solitario, eroico e patetico come un parafulmine, senza decidere se devo sentirmi un baluardo o soltanto un'asta di metallo, protesa verso il cielo, in attesa di qualcosa.  

Domenico Caringella

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