Haiku italiani
La notte fonda:
un mare capovolto
tra pesci-grilli.
immagine di Stefano Loria
La notte fonda:
un mare capovolto
tra pesci-grilli.
La pioggia liscia
la barca capovolta:
brillante il blu.
L’acqua ghiaccia
specchia l’orlo eterno
di questo giorno.
Guardo la corte
è sempre pomeriggio:
tuo rosario.
Il tempo incide
sul muro di licheni:
pietra carne.
Il mio Bumba
al computer lavora
scrivo haiku.
Quando piove
qualcuno si muove
non siamo soli.
Luigi Oldani
Luigi Oldani, nato a Milano, vive e lavora a Firenze. Dirige, con Elisabetta Beneforti, la rivista on-line “Pioggia Obliqua - scritture d’arte”. È da anni un Praticante presso il Centro Zen Firenze dove risiede uno dei Maestri più rappresentativi dello Zen europeo, Anna Maria Shinnyo Marradi. Ha recentemente pubblicato la raccolta “Haiku italiani” per Samuele Editore, con l’introduzione di Alba Donati.
Olim
In questa operosa tentazione di essere
Mi sono sentito spesso svestito
E ancor più spesso
Fragile.
1.
Olim
In questa operosa tentazione di essere
Mi sono sentito spesso svestito
E ancor più spesso
Fragile.
Ma quell’autunno era invaso
Tutto da una fresca estate ardente
e la tua solita guancia aperta
pronta allo sbadiglio
mi ricordava non la noia
ma un’occasione per ridere di gusto.
Quell’autunno
Eravamo in montagna ed io pensavo al mare.
Tra la neve e i ricordi e gli alberi così alti.
Quell’autunno anticipai le forme.
E non mi stupii se guardando la verde foresta,
osservai una barca.
Che con quegli alberi, non c’avevano fatto dei remi e degli scafi?
Che con quegli alberi, non avevano solcato il mare?
Il salpare per la neve pareva uno scalare un’onda assurda.
Quell’autunno anticipai le forme:
E affacciato sul crinale dei miei monti sparsi
Avvertì come fresco
Il bisogno del deserto.
Per desiderarci ancora, per perderci di nuovo,
per incontrarci almeno,
abbiamo bisogno della neve e del mare.
Ma anche della sabbia e del deserto.
Per desiderarci dobbiamo anticipare le forme
E poi le dobbiamo disertare.
2.
Chi me le acconcia queste conchiglie sparse
Tra il mare
E i miei piedi ardenti.
Chi la mette in fila questa natura umanissima
Che non sono ancora in grado
di interpretare.
Come le stringo a me
Queste onde perse, che anche ora,
vanno a perdersi. Lontane. Laddove.
Come lo afferro questo orizzonte
Che fugge sotto la sua sabbia, questa criniera bianca
D’onda, che emerge nell’acqua incerta
e che mi fa perdere puntualmente il filo del discorso.
Cosa c’è in questa natura così umana, in queste onde fosche
E nei miei piedi ardenti,
In questo rumore sottile, in questo bagnarci d’acqua;
Dentro queste lettere ondivaghe
Prima bianche, poi, forse, blu.
Cosa c’è in questi cenni d’acqua d’un onda che viene o d’un’altra che va.
C’è un vago ricordo di pancia e di madre;
c’è un vocabolario che non sospettavo o
non avevo scoperto.
Tutto, qui.
3.
Qual è la misura dei mezzi termini
Quale l’istante tra due sogni.
Qual è quell’istante che distingue le cose,
e le differenzia,
per evitare che tutto
sia tragicamente, un’unica cosa.
Quella volta, in quell’istante e quella notte,
Tutto sembrava uguale. Imperfetto.
I rami avevano la solita forma che gli conveniva
e i flutti, e la notte ingorda
Portavano appresso una mancanza.
Proprio la precisa mancanza di un istante che serviva.
4.
È piena di talismani e di Urì
Ogni buona promessa.
Ogni modo di dire (spruch, speech) vibra
Sulla lingua altrui,
in un modo di dire diverso.
E nel frattempo io tremo nel mio mare.
Dove fugge la mia voce
Se mentre la pronuncio
Non ne vedo la linea,
la coda,
la sua traccia.
C’è soprattutto del blu,
attorno a me.
La mia agonia, che trova origine
Nel mio trasportarmi, chiede
Per far si che smetta
Di trasportarmi ancora;
e solo così mi libererò.
Ho annunciato le mie accuse alla voce dei deserti,
e le sentenze erano di sabbia,
Le ho annunciate poi alle bocche delle onde profonde e degli abissi,
e le sentenze, erano solo acqua salmastra.
Così,
nelle linee puntuali della sabbia e del deserto,
nelle forme ondivaghe delle maree e del mare,
ho perso il mio giorno.
E quella volta, non avevo nient’altro.
5.
La ripetitività è il gioco delle soluzioni.
Non è così che si placa l’agonia di certi uccelli
Che incessanti ripetono il loro rito d’amore
Fino ad atto compiuto?
Non è in essa la forza del mendicante
Che ripetendo allo stesso angolo della strada
la sua richiesta, ottiene ricompensa?
Non fanno così le donne in nero,
Che sgranano rosari,
replicando le stesse parole per fugare ogni dolore?
Ri-pe-ti-ti-vi-tà
D’improvviso il mio occhio si faceva istante
E raccoglieva le ombre venture del mio presente:
Immaginavo deserti di cicale cantanti,
lame di inquietudine indomate;
forme così sapute da sembrarmi inconsuete.
Come si rompe la quotidianità?
Ho sfogliato l’orizzonte in un solo salto
E non ho avuto paura di finirlo
Perché non avevo patria dove andare.
Ho masticato lentamente le scorze dure delle cose
Ed ho pregato con le tue mani,
preghiere mie e mie soltanto.
Ri-pe-ti-ti-vi-tà
Mi sono visto come cieco
Nel bel mezzo di un cortile:
lo spazio era ristretto e non scorgevo
né forma né colore.
Quanti sguardi ha raccolto quel mare?
Ripetitività
Presi della sabbia,
di nuovo, tra le mani.
Ora avevo un deserto tra le impronte
O era l’occasione di crearmi un’altra estate?
La ripetitività è la soluzione delle cose.
Nicola Dimitri (testo e immagine)
Nicola Dimitri, pugliese, ha venticinque anni. Laureato in Filosofia del Diritto, è studioso di Wittgenstein e Derrida. Vive a Verona, collabora con giornali e riviste d’arte.
Ci sono ancora movimenti brevi
Trieste confine
come Coney Island ultima fermata
ho visto tante strade non ricordo un nome
come molte carte in zona
paesaggio tirato alle lunghe
sono partita il giorno in cui viene estate
Trieste confine
come Coney Island ultima fermata
ho visto tante strade non ricordo un nome
come molte carte in zona
paesaggio tirato alle lunghe
sono partita il giorno in cui viene estate
il solstizio e l’equinozio
ritmi facilissimi da toccare
oppure paesaggi immaginari
e cosa sente io o te dentro
e quale arrivo se c’è stato
se c’è racconto di cosa parla
cosa sarà di tutto questo con noi
il volo e le orchestrine
ora cresce piano piano
alle otto o poco più sul molo
oltre la collina il deserto
adesso cosa vedi e cosa fai
you still
alla fine dei miei sogni
ci sono ancora movimenti brevi
filamenti sotto filamenti e globi perfetti
madreperla è colore e materia
le conversazioni galleggiano
in avanscoperta di buone e cattive vibrazioni
è stato detto di ascoltarle con l’orecchio a terra
poi raccoglierle e annusarle
come si fa con i fiori, è stato detto
solo buone vibrazioni a seguire
intere stagioni oppure il tempo che ci vuole
abbiamo sentito un giro di accordi rotondi
abbiamo passato la ragnatela così grande
temi celesti e appunti in carta carbone
strade principali e strade secondarie
pioggia e immersione, pioggia e immersione
il sole è arrivato fino a lì da quella parte in silenzio
per ascoltare romanze o mai più avanzi
strade parlano poi si staccano
quanto poco valore è contato
abbiamo bisogno di cambiare lingua
dunque Lilith e le altre sorelle
sottosuolo, tempi nuovi con indicazioni
tristezza porta sonno anzi no freddo-ossa
eliminare i blank con scrittura piena
queste tavole di elementi e rossetti nell’astuccio
punto in un cerchio non mancherà il tempo certo
perché incontriamo o pensiamo di incontrare
per i cardi e le formiche per quanto arriva
per l’uomo del confine per il pifferaio a Hamelin
per Vangelo Bagvagita Cabbala Tarocchi e quant’altro
rovistare nelle piaghe del linguaggio
perché chiudiamo gli occhi e aspettiamo l’ascolto
per contare tre a tre
o domani è terra di nessuno
l’ultima stanza non ha campane
15 gradi meno ma bianca come al sud
punti dietro linea o superficie
le sue piante hanno bisogno di acqua
mentre tutto è in movimento
i quadri si scambiano le figure
era notte quella volta
tirava vento sulla terrazza
sabbia negli occhi dappertutto
o forse è una ruota che gira
gira proprio così proprio così
sono temporali senza ombre
mano non basta per sentirli
poi i giorni della rabbia finiscono
solo campi di sole come al sud
saremo diversi da tutti
Elisabetta Beneforti (testo e immagini)
Marijuana
Di prima mattina
appena sveglio
bestemmio
in rima
a letto bestemmio
nel cesso
mentre bevo il caffè
Fotografia di Bärbel Reinhard
La sveglia del lunedì
Di prima mattina
appena sveglio
bestemmio
in rima
a letto bestemmio
nel cesso
mentre bevo il caffè
corretto
bestemmio
scorretto.
La vita
comincia male così
con la sveglia del lunedì
cattiva
bestemmio
aspetto che cambi
questa assurda mania
mi turba
svegliarmi col trillo
della mattina
comincia male così
con le bestemmie
del lunedì.
Qualche centilitro d’inchiostro
Stanco e pieno
soddisfatto
spengo il cervello
e me la godo,
la soddisfazione
di poco.
Mi basta
mi avanza per oggi
la sostanza è che
con un foglio
una penna
qualche centilitro
d’inchiostro
io già vivo
già
risorgo
e me la godo
già.
Marijuana
Marijuana e
pensieri profondi
paranoici e romantici
li trasformava
in folli digressioni
teologiche
sull’essere
e poi dormo bene
uno spliff
una canna
uno spinello
in balcone
per nascondere l’odore
coperto
il cuore.
Mi anestetizzo di te
come sognare
ma non ricordare
al mattino
quindi me lo invento
e poi dormo bene.
Il vino si!
La ganja? si! pure
non capisco perché
mi anestetizzo di te
e non l’avevo mai fatto
fatto
tutto fatto
rullo, accendino, rullo
accendo
la parte del cervello
che SENTE
e poi dormo bene.
Aspetterei
Oggi
soltanto oggi
ho guardato se i nostri
segni zodiacali
stavano bene insieme.
2.
Non tanto.
E invece la vergine
sta bene con l’acquario
cazzo!
potevo guardarlo prima
ho solo una vita
ora
come faccio?
Taccio?
ti caccio?
e vado da lei
tanto ispirato
da cosa?
Non so
ma lo saprei
il tempo
nel tempo
mi piaccio.
Aspetterei,
aspetterai… (?)
Dovunque
Rumori
distanti
d’istanti
distratti
dissacranti
disagianti
disagi
di saggi
di santi
davanti
di dietro
di lato
di sotto
di sopra
dovunque.
Sabbia Nera
Invade tutta la città
nuovi migranti
come noi
tanti
anni
fa.
Nuovi briganti
che confondono
di nuovo
bene e male
fede uno e fede due
lavoro e schiavitù
elemosina e carità
come la sabbia
nera
dell’Etna
invade tutta la città
è lei
o noi
a non essere
pronti
alla bellezza/diversità?
Andrea Cafarella
Sardana-Jaca
Nella piazza del paese,
protetti dalla chiesa in pietra e dai tavolini,
si rincorrono i bambini,
mentre un cane si azzuffa con quello di un turista.
Sardana
Nella piazza del paese,
protetti dalla chiesa in pietra e dai tavolini,
si rincorrono i bambini,
mentre un cane si azzuffa con quello di un turista.
Più tardi
si prendono per mano
e ballano in cerchio i genitori.
Catalani sono i colori
del drappo sul davanzale.
Non opporre resistenza al tempo,
lasciarlo passare,
una sera d’estate,
in una località di mare.
Jaca
L’ombra delle montagne riempie il paese di buio, e fa freddo
per restare in giro a giocare al futbolìn.
Prendiamo i nostri bicchieri e torniamo nella casa umida
dove divideremo il letto e i rimorsi
mentre tuo fratello dorme sazio.
Le aquile dei Pirenei evitano di parlare
delle aquile dei Pirenei.
Con il sole negli occhi,
affacciati al parapetto,
facciamo fatica a intravederle.
Eppure sono lì, che volteggiano nella valle,
mentre noi invecchiamo più velocemente dei nostri discorsi
sull’essere vecchi in corpi di giovani.
A Jaca il tempo si prende il suo tempo
per fare i suoi giri
e a volte neanche arriva alla fine
bisogna aiutarlo
conversando al bar
finché la luce ci riscalda.
Federico Mastrolilli (testo e immagini)
Echi
L'eco è una rispondenza che dimentica
la sua sorgente, la trasforma contro
la volontà del fabbro. Controllare
le parole è difficile, impossibile
trattenere le redini dei loro
fotografia di Letizia Giannelli
L'eco è una rispondenza che dimentica
la sua sorgente, la trasforma contro
la volontà del fabbro. Controllare
le parole è difficile, impossibile
trattenere le redini dei loro
effetti. Ogni impronta è un marchio a fuoco
che traccia i suoi contorni su una pelle
che gli altri vedono liscia. Come ombra
svanita al sole fievole di luce
elettrica, si pensa basti accendere
solo una lampadina per elidere
ogni errore, dimentichi degli echi.
Le rispondenze perfette non sono
rivolte ai nostri destini, una barca
che naufraga improvvisa in mezzo ai flutti.
Temiamo gli echi più delle parole
stesse: essi hanno l'indifferenza
che le parole non possono avere.
Valerio Orlandini
Valerio Orlandini è nato a Firenze, dove vive, nel 1986. Si dedica principalmente a poesia e musica. Ha tenuto diverse letture dei suoi testi in Toscana, ha pubblicato una raccolta dal titolo “Separazione dei Gemelli” nel 2014. E’ attivo dal 2005 con il progetto ambientale visivo e musicale Symbiosis. Collabora con due gruppi, l’Artic duo NORV e la bizzarra gilda di musicisti Collective Nimêl.
Regina
Nominare gli alberi,
come creature viventi,
è alimento per la mia anima
e l’anima del mondo.
Regina era la principessa
delle donne senza patria,
Fotografia di Carlo Zei
Benennen die Bäume, wie Lebendkreaturen,
ist für mich die Abfütterung meiner Seele
und der Seele der Welt.
Regina war die Prinzessin
der heimatlosen Frauen
der mutigen Frauen.
Glaubte an dem Energieaustausch
ohne Patentlösung,
aus einem Quäntchen Hoffnung lernt Sie.
Sie, Ihre Leere im voll Existenz.
Nominare gli alberi,
come creature viventi,
è alimento per la mia anima
e l’anima del mondo.
Regina era la principessa
delle donne senza patria,
donne coraggiose.
Credeva nello scambio di energie,
senza soluzioni garantite,
in quel barlume di speranza, da cui traeva
la sua saggezza.
Lei, i suoi vuoti, nella piena esistenza.
Cristina Battaglini
La pepita
Compie gli anni e disegna
cose d’oro senza prezzo.
- Forte è come il mare
che navigato male
inghiotte col suo pianto
e resta intatto – han detto a me.
Compie gli anni e disegna
cose d’oro senza prezzo.
- Forte è come il mare
che navigato male
inghiotte col suo pianto
e resta intatto – han detto a me.
Tu come la pietra seduta sei composta.
La tua età non è tenuta a imitar forme
adeguate a copie colorate.
Il foglio due volte t’han strappato.
Lacrimando hai festeggiato
senza dire o lamentare:
le tue linee di nuovo hai ripetuto.
Semi confusi nella terra il giorno: ore
prive di sapere – credere è più -.
E fossi un animale nella strada di scale,
quattro passi di poco passato,
mai nominerei le case,
che sono senza fine.
Cecilia Samorè
Circostanza 251 - Nella stanza 251
Gli occhi trascinano
lettere scritte
un mattone sotto l’altro;
ranuncoli preservano
la memoria incolta,
numeri di città:
Roberta DE Piccoli (Cartavetra, 10 Giugno 2016)
25 aprile
fotografia di Giampiero Palmieri
Gli occhi trascinano
lettere scritte
un mattone sotto l’altro;
ranuncoli preservano
la memoria incolta,
numeri di città:
un giorno e un mese
per ristrutturare il palazzo.
“Rifugio è scritto ancora
su sfondo nero” mi dici
osservando il ferro della rete
affianco “mentre qui non c’è più
posto; nemmeno per bestemmiare”
e la luce ruggine rimane
serrata alle mani.
Roberta De Piccoli
Circostanza 251 - Nella stanza 251
sono amara
fili di te
sul sofà
di fiocchi di neve
spacchetti la storia
inciampo nel sonno
ma dal mio silenzio ti chiamo
Lucia Picconi (Cartavetra, 10 Giugno 2016)
sono amara
fili di te
sul sofà
di fiocchi di neve
spacchetti la storia
inciampo nel sonno
ma dal mio silenzio ti chiamo
il fiume
respira
su tonde pietre
e
prosegue dentro
il tuo nome trasparente
sospensione
di una notte
stretta
ora
ripiegate nel guscio
parole
annerite
farsi
radici
in un giardino
senza fiori
Lucia Picconi
Quattro poesie
Io
sempre stato
delicato.
Voi
donne-diavoli
senza
sensibilità
mi avete ammu
Piccolezza
Io
sempre stato
delicato.
Voi
donne-diavoli
senza
sensibilità
mi avete ammutolito,
ammutinando
la mia
piccolezza.
Ti cerco ancora
santa santità
in una nuvoletta
di fumo denso
mentre penso.
mente
senso.
Qualcosa (di bello)
Una bellissima
donna
occhi verdi
pelle come la coda
sorriso come i tasti
di un piano.
Illumina
questo caffè
di Parigi
dove mi sono fermato
a leggere:
Raymond Carver
e
prendere
un caffè.
E lei
passa
accanto a me
mi accarezza
la barba
e mi dice
qualcosa (di bello)
in francese.
what
we talk
about
when
we talk
about
love.
Mi sono innamorato.
immagine di Beatrice Squitti
Due
Due
in una
proiezioni
Uma
l’una
dell’altra
Gaia.
Baia sicura
posto sicuro
porto.
Io
mostro scuro
dovrei solo andarmene
ma un po’ di bellezza
non la merito anch’io?
LA
Accordiamoci
dammi un LA
give me an A
dame un LA
Voci dei venti
Tropical rain
dove si andrà?
ritroviamoci.
Sono stata aldilà
io a Est, io a Sud
io dentro tu
noi tre.
Dammi LA voce
la nota, la corda
la croce, la forza
il forse;
dammi il bisogno
di ascoltarti.
Voglio leggere
le tue sentenze
spezzate
per aria,
il tuo periodo
senza punti
senza fine.
immagine di Beatrice Squitti
Andrea Cafarella
Il tuo nome trasparente
il fiume
respira
su tonde pietre
e
prosegue dentro
il tuo nome trasparente
sospensione
di una notte
stretta
immagine di Paolo Fiumi
il fiume
respira
su tonde pietre
e
prosegue dentro
il tuo nome trasparente
sospensione
di una notte
stretta
immagine di Paolo Fiumi
ti specchiavi nel Verde del fiume
riverbero di un tempo ancestrale
fra i nostri sassi nel vicolo di voci
sempre penso
agli anni della mia cecità
in questo giorno
in cui ogni anno muori un po’ di più
immagine di Paolo Fiumi
sono amara
fili di te
sul sofà
di fiocchi di neve
spacchetti la storia
inciampo nel sonno
ma dal mio silenzio ti chiamo
Lucia Picconi (testo)
Quattro poesie
Punto
il punto è che
questo non è il punto
punto e a capo
giustapPunto
mettere un punto
il punto della situazione
puntini puntini
fotografia di Bärbel Reinhard
Punto
il punto è che
questo non è il punto
punto e a capo
giustapPunto
mettere un punto
il punto della situazione
puntini puntini
punto di non ritorno
punto e basta.
Li prenderei
tutti questi punti
per unirli
per vedere l'immagine che ne esce.
Quella voglia inguaribile
di succo al pompelmo
di trovarti lí
seduto dietro
al mio succo di pompelmo
ascoltarti parlare
col volto ebbro
di succo di pompelmo.
fotografia di Bärbel Reinhard
Diventiamo un’unica stella che va a scoprire dove finisce l’universo.
Diventiamo un’unica onda che si infrange sullo scoglio.
E’ il vento che ci alza,
la terra che ci ferma.
Eravamo anguille nella vasca
si sentiva l'energia elettrica
nessuna corrente ci portava
strisciavamo tra di noi.
Lavinia Ferrone (testo)
Tre poesie
Scriverti piangendo su questo rullo,
scriverti delle carrozze
che sbandano e tutti ridono,
scriverti dei bambini che sfuggono,
scriverti di cento pozze
in cui non sempre si muore
fotografia di Carlo Zei
Pozze
Scriverti piangendo su questo rullo,
scriverti delle carrozze
che sbandano e tutti ridono,
scriverti dei bambini che sfuggono,
scriverti di cento pozze
in cui non sempre si muore
e lento lento
in esse
sorge il sole.
Scogliera
Tutta frastagliata
aspetti
che il mare
si infranga
sul tuo scudo
dove neanche l’alga
è ben accetta.
Tu sei il coraggio
che non ho
o il mostro che temo,
scogliera
il mostro
che temo,
scogliera.
A testa alta
non sorridi neanche
quando il mare
accetta la sua sconfitta
e si ritira.
Ma una sera
ti vidi cedere
quando la marea
colpiva la tua faccia
e le chele di un granchio
scavavano
per dormire
almeno una notte
in te.
Tu sei
l’amore che non ho,
scogliera,
l’amore che non ho.
Tu il mio cielo
Ed io ti immagino
a chiacchierare,
un bicchiere in mano
e una gonna blu,
con la camicia
un po’ macchiata
che mi sorridi innamorata;
la notte è fresca
e noi corriamo,
chi se ne frega di domani
ambiguo cielo immaginario.
Ferruccio Mazzanti (testo)
Nel mondo
fotografia di Stefano Loria
Perché mi sono
mischiato al mondo?
Alle sue tortuose punizioni
al fracasso non richiesto
di troppi miraggi.
Anche da giovane
avrei dovuto resistere
alla fiamma delle chimere,
era fredda
ma questo io
non potevo saperlo.
Stefano Loria
Due poesie
I
Poggio la mano sul petto:
c'è un picchio che fa scandalo.
E spingo
il piede sull'acceleratore: sono omosessuale.
fotografia di Michele Russo
Se segno d'un errore ne è il rumore
non è il caso di dire
che è la frutta
a stare nel vassoio capovolta.
Non dite puttanate come questa.
Avete mai visto le quattro stagioni
ai cento metri piani?
Siamo quattro vite a cena: da quando
d'amore si fa a gara?
Proprio ve ne avanza? Non c'avvelenate la pietanza.
Chissà se è più ridicolo
ch'io porti una cravatta
o metta al contrario una maglietta.
O che alla strana donna
scivoli il vestito sul corpo di gomma,
mentre un amico urla nel sonno <<ho bisogno
di fuggire lontano
voglio uscire da me
aiuto>>.
Si spia l'arcobaleno da una stanza:
non spedite cartoline con su scritte
le nostre quattro lettere.
Quando la vita cena
spingo sul pedale
affinché voi sappiate
che moriremo assieme.
fotografia di Michele Russo
II
Se tu fossi la notte io
t’andrei
in cielo fuori e dentro in terra,
giù alla fonte
e su al contrario.
Dico meglio: togliamo
di mezzo le stoffe e i capelli persino.
Ancora meglio: viviamo
altrove il quando e il dove.
So
ma che importa ora pensare!
Di più dirò vicina al fare.
Cecilia Samorè
E' la domenica
fotografia di Isabella Soulard
E' la domenica
la festa del ritorno
fra le sacre mura e
fondo
nella suprema luce
carezza
di dedizione segreta
che mi ha dispensato
da pensieri amari
tribolazioni, indigenze, preoccupazioni
caro padre,
con esempi di virtù
e saggezza di voci antiche
mi sento
sempre più
particella tua
che la destinata sofferente vita mia consuma
Lucia Picconi (testo)
Isabella Soulard (immagine)
Le luci
fotografia di Maurizio Masi
Se solitaria nel tuo romitorio,
ove su assi di abete
file di diosperi
attendono la luce d'ottobre,
tenti col tuo indice destro,
di muovere l'arida bacca
dai tuoi scartafacci,
è forse per interrompere
l'immobilità del pensiero?
Si stira il gatto
sulla poltrona di peltro
che sa di ginepro,
allunga una zampa,
ritrae l'altra,
ora inarca la schiena.
Contempla sonnacchioso,
semiaperto l'occhio,
la tranquillità:
la finestra, i riquadri gialli,
pochi e anneriti fuochi...
Si riposa,
lento, sul cuscino,
tenta gli arabeschi,
e ricade.
Forse provi
un sembiante
fra gli sketches e i drawings
della Kunsthaus di Zurigo,
ne sostieni linee
spazi,
la conversazione,
i convenevoli.
E fuori piove.
Forse sarà inverno,
non ancora.
Maurizio Masi
Due poesie
fotografia di Roberta de Piccoli
Le Scarpette rosse
Sento venir meno lo spazio,
sono stanca del tempo.
Rimboccami le coperte.
Sfiorami la fronte, quasi vicino;
abbastanza da incrociare il fiato.
Non troppo, vorrei chiudere gli occhi.
Il mio cavallo ha briglie sciolte
e corre rapido anche di notte.
Le scarpette sono appese al letto:
ne avrai cura mentre riposo?
Balsamo, per profumare
i piedi, amido per rinfrescarli:
è tutto, senza trappole,
il fabbisogno.
fotografia di Roberta de Piccoli
Senza legge
Sino a stamane camminava
per strada, dicono. Ora
è riverso ai piedi del tetto,
recintato da linee d’ordine.
Silenzio cardiologico:
è sufficiente cadere.
Dopo lo sciopero dei treni,
tra i finestrini sporchi e la bottiglia
pressata da giorni nel cestino,
benedico quest'acqua:
gli occhi possono leggere
'che la vita ha fame e fa male!
Senza legge, le macchine
sono ribelli garanti.
Roberta De Piccoli
Miele
fotografia di Bärbel Reinhard
fotografia di Bärbel Reinhard
Vorrei parlar
come le api:
mi piaccion
perché fanno il miele;
mi ami ancora?
Ormai parliamo
solo coi gesti,
come non ci fossero parole
tra te e me:
tu
scuoti il pungiglione,
io
alzo le antenne:
tu voli via
e io passeggio
nell'alveare vuoto.
Ma lo sai
che le api ritornano sempre
cariche di fiori?
Non importa
che tu mi dica questo o quello,
ma quando piango perché non ci sei più
basta che mi fai il miele.
Ferruccio Mazzanti