That Feeling - Pensare con la pittura
La vitalità della pittura prima di tutto. A dispetto di quanti pensano al linguaggio pittorico come ad un mezzo sorpassato, oppure giunto ad un suo esaurimento dopo una storia lunghissima, o disseccato dall'infinito numero di opere prodotte in passato e custodite nel museo delle nostre peregrinazioni immaginarie.
Joshua Citarella
La vitalità della pittura prima di tutto. A dispetto di quanti pensano al linguaggio pittorico come ad un mezzo sorpassato, oppure giunto ad un suo esaurimento dopo una storia lunghissima, o disseccato dall'infinito numero di opere prodotte in passato e custodite nel museo delle nostre peregrinazioni immaginarie. In opposizione ad una sua morte continuamente annunciata durante gli ultimi quaranta anni. A sfatare questo pregiudizio (forse più tipicamente italiano che internazionale) giungono segnali inequivocabili di una capacità della pittura di reinventarsi durante tutti i cicli storici, compiendo successive rivoluzioni, con stupore di tutti, quando ormai se ne preparava in più luoghi un lussuoso funerale. Nessuna sorpresa da parte mia nel constatare che ancora una volta nuove generazioni si affacciano sul bordo di questo linguaggio, sull'abisso forse potremmo dire, viste le profondità ormai in gioco. E' il caso That Feeling, mostra collettiva a cura di Domenico de Chirico, con autori tutti impegnati a ripensare lo spazio pittorico e la sua identità, provando a tracciare possibili vie di fuga verso costruzioni inedite.
Alexander Lieck
Hayal Pozanti
Attraversando le sale della galleria mi è sembrata dominante la tendenza a guardare avanti più che a ripercorrere i temi della tradizione. Sono pochi infatti gli artisti di questa esposizione che si riallacciano a modelli del passato, solo Haylan Pozanti (con le sue forme incastonate dentro composizioni di lucida esattezza grafica) e Alexander Lieck (che evoca una sorta di fantasma raggelato dell'espressionismo astratto) risultano interessati a reinterpretare stili ormai storici. Gli altri provano ad immaginare cosa possa essere la pittura super contemporanea del nostro presente, con esiti talvolta molto convincenti, come le visioni -tecnologiche e smaterializzate - di Joshua Citarella, capaci di suggerire trasformazioni dell' immagine già avvenute, proiettando l'osservatore ad un grado inquieto ed enigmatico di attenzione. Ho trovato molto affascinanti anche gli spazi astratti di Heather Guertin, ambigui, inconoscibili, mettono in scena una sorta di territorio misterioso da percorrere soprattutto con gli strumenti della mente. Falsamente semplice, il lavoro di Stephen Felton mi pare sviluppi una interrogazione sul potere delle forme simboliche, ridotte ad una scarna rappresentazione – logica e primitiva - una proposta radicale per instaurare nuovi vocabolari essenziali. Le grandi, ipnotiche campiture di colore di Tamina Amadyar – intense e quasi apparse in sogno – le potrei leggere come una sorta di accensione, una promessa di libertà per la pittura, da spendere e confermare negli anni futuri.
Heather Guertin
Tamina Amadyar
That Feeling, Eduardo Secci Contemporary, Piazza Carlo Goldoni 2, Firenze.
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
L'estate senza fine - Francesco Lauretta
Se resisto al dolore posso ritrovare memorie di un periodo lontano. Sono sempre io ma in un'altra vita, lontanissima dal mio presente, come se si trattasse dei ricordi di un'altra persona del tutto differente che trascorreva intere interminabili estati al mare, perduto sulla costa toscana
Francesco Lauretta (fotografia di Carlo Zei)
Se resisto al dolore posso ritrovare memorie di un periodo lontano. Sono sempre io ma in un'altra vita, lontanissima dal mio presente, come se si trattasse dei ricordi di un'altra persona del tutto differente che trascorreva intere interminabili estati al mare, perduto sulla costa toscana, al Forte dei Marmi per l'esattezza, nell'adolescenza disorientata ed anche in seguito, nella prima esplosa giovinezza. Passavo mattine e pomeriggi infiniti sulla spiaggia, seduto a guardare mare e cielo, abbagliato dalla luce, provavo a seguire i mutamenti del fronte di nuvole basse sull'acqua, ora così compatte che sembravano una parete impenetrabile, ora tanto sfrangiate e trasparenti come fossero un cotone che i miei occhi potevano sagomare a piacimento, percorrendone l'estensione ne interpretavo la forma.
Quella curvatura, quella brusca schiuma rigonfia, la piega leggera del tessuto atmosferico con i margini che venivano scuriti dall'addensarsi dei raggi solari, disegnavano un castello sotto assedio, un labirinto soffice, oppure cose del tutto diverse, costruzioni utili per le scorribande future, cangianti architetture del possibile, e proprio dalla promessa delle cose che sarebbero arrivate venivo catturato in quelle giornate sulla spiaggia, prigioniero felice dentro un sistema cielo/acqua/sabbia. Ero dentro una macchina del paesaggio con le condizioni che mutavano ad ogni istante, sempre imprevedibili, il vento ora acquietato, poi scatenato, ed una montagna di ombre poteva sopraggiungere ad oscurare tutto l'orizzonte, virando ad un grado di malinconia quella che fino ad un attimo prima era una tranquilla contemplazione.
Senza figure umane generalmente, ma talvolta il campo visivo poteva all'improvviso essere attraversato dalla corsa di una ragazzina, con i capelli lunghi nerissimi in tutta quella luce, così rapida da passare come in sogno, un'apparizione, l'emblema di un'età, di un'energia, di una destinazione che l'osservatore può solo provare ad indovinare.
Un dominio dell'attesa in cui il trascorrere delle ore si frammenta e si suddivide in parti sempre più piccole, porzioni di esperienza in continua fioritura, in una moltiplicazione così enorme da bloccare di fatto la percezione stessa del tempo. Non capisco più da quanto sto qui davanti al mare, sembra un'eternità. Minuti, ore, giorni, forse anni interi perduto sotto un ombrellone a guardare il mare, sottratto al futuro, congelato in un teatro all'aperto enorme e splendido, ma credo che questa visione del perfetto giorno estivo nasconda la fine, anzi sono assolutamente sicuro che questa giornata, pur nella sua magnificenza, indica una negazione, una mancanza. E' stata la consistenza incerta della spiaggia stessa – da un momento all'altro temo di sprofondare nelle sabbie mobili – ad indicarmi il pericolo.
La verità. Se guardo meglio, tutta la scena si ripete con interessanti variazioni ma è contenuta dentro una nuda stanza e sulle pareti lo spolvero lascia intravedere arabeschi non tranquillizzanti. Uscendo dalla camera dell'estate infinita ho trovato infatti i ritratti della morte lì ad aspettarmi. I piccoli disegni terribili. Così ho capito che quelle sfolgoranti giornate trascorse davanti alle onde che tracciavano linee di spuma invitanti - quando mi sentivo un abitante privilegiato nell'impero della luce – non erano la promessa di un trionfo futuro, non preannunciavano miracolose combinazioni di volontà e fortuna. No. Significavano solo se stesse e la loro provvisoria sostanza.
Francesco Lauretta, A Perfect Day, a cura di Pietro Gaglianò. Srisa Gallery of Contemporary Art, Via San Gallo 53r, Firenze. Fino al 19 marzo 2016
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
Avvistamenti - Stefano Ricci
Se decido di avventurarmi in questa favola nera, poi tu dovrai non dico seguirmi, ma almeno assecondarmi. Un viaggio solitario, come sempre è stato. In un'epoca in cui le barriere fra i generi sono svanite ed i linguaggi espressivi già da molti anni si sovrappongono influenzandosi in complesse stratificazioni
Se decido di avventurarmi in questa favola nera, poi tu dovrai non dico seguirmi, ma almeno assecondarmi. Un viaggio solitario, come sempre è stato. In un'epoca in cui le barriere fra i generi sono svanite ed i linguaggi espressivi già da molti anni si sovrappongono influenzandosi in complesse stratificazioni, il contatto con l'opera può essere affidato solo ad una curiosità importante, ad una semplicità di reazione, ad una volontà di sapere cosa davvero ho davanti ai miei occhi.
Ad esempio un lago ghiacciato. In basso vedo una superficie solida su cui potrò forse camminare, in alto un bianco denso e un celeste chiaro. A guardare meglio però mi accorgo che è tutto un paesaggio cucito, sono pezzi di tessuto tenuti assieme, sembrano usati, consumati, eppure hanno un loro splendore. E' una scena riciclata che possiede la nettezza di una visione bambinesca. Mi sento come se fossi un ragazzino piombato dentro una rappresentazione affascinante che non riesco a comprendere del tutto.
C'è poco da stare tranquilli in questo percorso. Sembra di essere al sicuro, ma è solo una illusione di salvezza: in agguato ci sono sequenze scarne, altamente espressive, proprio come lo storyboard di un film. Si sviluppano atmosfere visive che rimandano alla tecnica cinematografica, e infatti a Carlo – mentre stava fotografando la mostra - è venuto subito in mente Donnie Darko, mentre io in precedenza avevo pensato alla televisione, a serie come la vecchia Twin Peaks o la recente Fargo. Comunque in tutte queste opere (arazzi, piccole e grandi carte piene di personaggi e misteriose manovre) sono le narrazioni ad emergere, con una prepotenza a volte anche paurosa.
Narrazioni di stampo cinematografico e televisivo, abbiamo detto, almeno come punto di partenza, ma subito si evolvono in una direzione non mimetica: Stefano Ricci non desidera (per fortuna!) imitare fedelmente l'immagine super moderna ad altissima definizione, quale ci viene oggi restituita -in ogni maledetto attimo delle nostre vite - dagli schermi che ci circondano. Al contrario, l'immagine /racconto viene sempre sottoposta ad un filtraggio molto personale che crea una sorta di doppio, una visione low-fi, sporcata dalla materia logora dei tessuti o dalla inquietudine dei flussi pittorici. Così tutto un mondo di incubi possibili, di vite ad un bivio, di pericoli inevitabili, prende forma altamente privata e lo stile dell'autore finisce per imprimersi in modo molto intenso, come è giusto che sia, sopra le storie offerte all'osservatore.
Si tratta di narrazioni sempre parziali, punti di vista incompleti, e questa frammentazione mi appare come uno dei segni forti nelle opere di Ricci, perché produce una istantaneità di significato molto efficace. Sono opere impure, nel migliore significato che possiamo attribuire a questo termine. Creazioni appartenenti ad un territorio strano, in cui pittura, illustrazione, racconto cinematografico e televisivo, materialità del colore, sceneggiatura ed illuminazione fulminea, tendono ad addensarsi, a mescolarsi, a ricombinarsi in una forma attraente e perturbante.
"Ricci avvista il reale: lo scruta delicatamente, lo circoscrive in focus ovali che ne numerano la visione. Lo interiorizza in un mondo silenzioso di cani e mangrovie per poi ricrearlo e comporlo. Si vive l’esperienza di questa sensibilità nella performance Spinner, creata insieme al contrabbassista Giacomo Piermatti. Sulle improvvisazioni del musicista, Stefano dipinge con colori neri e bianchi proiettando sul muro, alla visione pubblica, la sua azione. Di fatto i due si influenzano vicendevolmente e quello che ne fuoriesce è una jam session a due dall’esito sconosciuto." (Cartavetra)
Avvistamenti, Stefano Ricci, galleria Cartavetra, via Maggio 64r, Firenze. Orario: lun-ven 15.00 -19.30; sabato 10.00-13.00/15.00-19.30. Fino al 5 marzo.
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
Il buio si avvicina - Jan Fabre
Il buio si avvicina. Questo ti posso dire dal mio punto di vista privilegiato, quello di uno spettatore sempre collocato ai margini, sempre confinato in uno spazio vuoto, prigioniero dentro una terra di nessuno, mi sembra di abitare continuamente una mancanza, un'assenza,
Il buio si avvicina. Questo ti posso dire dal mio punto di vista privilegiato, quello di uno spettatore sempre collocato ai margini, sempre confinato in uno spazio vuoto, prigioniero dentro una terra di nessuno, mi sembra di abitare continuamente una mancanza, un'assenza, e proprio per questo, abituato al deserto, leggo i segni di un lenta ma inesorabile caduta. Entrando in galleria ho guardato la prima opera che ho incontrato e subito ho fatto il confronto più meccanico e banale, quello con il teschio tempestato di diamanti di Damien Hirst (è il demone dell'analogia che dispiega la sua forza). Nell'opera di Hirst è il delirio economico a dettare legge, i diamanti mi sembrano alludere al peso delle transazioni economiche intorno al globo, instancabili, splendide, super resistenti, e le pietre luccicanti finiscono per simboleggiare la supremazia del Valore sulla Morte, trasformando tutto in un allegro carnevale pop (ma possiedono anche una freddezza geologica che mantiene quel tono cinico tanto caro all'artista inglese, come se dicesse: qui la vita non c'è mai stata).
I teschi di Jan Fabre – tutti costituiti dalle iridescenti corazze di coleotteri – sono fatti di una preziosità di natura molto diversa: essendo costituiti da resti ormai privi di vita ci mostrano il risultato di una perdita, indicano una Fine assai più vicina e preoccupante per chi osserva. Inoltre Fabre è uomo di teatro, quindi il teschio da solo non può bastare, bisogna metterlo in scena, di volta in volta fargli recitare una storia che ci spaventi in modo differente. Mi porge una frusta (quasi una promessa-conferma di dannazione) oppure tiene in bocca un uccello strappato al suo volo, immobile e mortificato. Ma il teschio forse più suggestivo è quello che porta incastonate tre pesanti chiavi che serviranno – ovviamente – ad aprire i cancelli del nostro inferno personale. La narrazione è forte ed esplicita: seguiamo le tracce di un Cavaliere Notturno in avventura. Le sculture sono armature (sempre realizzate con i coleotteri) dalla doppia funzione: corazze per difesa ma anche calchi di parti del corpo, quasi a scomporre l'unità vitale in dettagli di rara bellezza ma inutili, raggelati. Sulle pareti leggo brevi ma importanti frasi dell'artista che ribadiscono l'ossessione per la tradizione cavalleresca.
In ogni caso l'attacco non verrà da un nemico esterno, ma da una malattia ardente dimenticata nel profondo della nostra identità. Per comprendere il pericolo con cui siamo obbligati a confrontarci basta scendere poche scale ed entrare in una sala sotterranea, qui il breve film Lancelot spiega tutto. Protagonista assoluto è un cavaliere medioevale - Fabre stesso calato dentro una lucente armatura- impegnato in una dura lotta solitaria, chiuso in una cripta densa di ombre, sta combattendo contro non si sa cosa, forse contro se stesso, in una verosimile accelerazione di fatica, colpisce il nulla con la spada, con il respiro che diventa affannato. C'è un sofferto spreco di forze, disperazione, capitolazione finale. Ogni gesto è circondato da un senso di minaccia, vago e misterioso, ma non per questo meno inquietante.
Mi hanno folgorato la nettezza del disegno mentale e la chiarezza delle realizzazioni di questo artista. Mi ha stupito il dettato cavalleresco declinato in una deriva continua, in una dissipazione non controllabile, come a custodire il senso ultimo delle opere dentro un flusso di perdita poi miracolosamente concretizzato nella bellezza degli oggetti, nell'eleganza dell'orizzonte scandito, nell'assoluta aderenza di questo percorso a nessun tempo nostro contemporaneo. Arrivato all'epilogo di questa avventura mi sono trovato intrappolato dentro una magia di carattere teatrale. Gli eventi di cui sono stato testimone – metamorfosi dei corpi, pericoli, violenza, morte e ritorno in scena - sono svaniti in un facile soffio. Tanta passione sprigiona alla fine una vertigine del mai accaduto. In tale paradosso trionfano le rappresentazioni di Jan Fabre.
Jan Fabre, Knight of the Night, galleria Il Ponte, via di Mezzo 42/b, Firenze.
www.galleriailponte.com
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
In Scandinavia
Come sempre non sapevo cosa avrei visto alla mostra verso la quale mi stavo avvicinando, passo dopo passo, con la solita avversione per il tempo presente in cui siamo costretti ad esistere e già desideravo contenere la possibile delusione entro una scala comunque accettabile di rimpianti e possibili recuperi di dignità.
Come sempre non sapevo cosa avrei visto alla mostra verso la quale mi stavo avvicinando, passo dopo passo, con la solita avversione per il tempo presente in cui siamo costretti ad esistere e già desideravo contenere la possibile delusione entro una scala comunque accettabile di rimpianti e possibili recuperi di dignità. Il fatto che i due artisti provenissero dalla Scandinavia non mi aiutava ad immaginare le forme che le opere potevano assumere. Parlando di arti figurative non conosco i contesti, gli stili in atto, le mappe delle attività svolte dalle nuove generazioni nel grande nord dell’Europa. Se ascoltiamo musica jazz è un altro discorso: tutti sanno che in quelle terre vengono prodotte musiche inedite, a volte eleganti messe a fuoco di tradizioni lontane, in altri casi sorprendenti e incendiate operazioni anarchiche, rivolte a corrodere le strutture in nome di una espressività tutta liberata, senza alcuna paura di esagerare, nessuna facilità concessa al pubblico, con il solo imperativo di lasciare esplodere l’energia e poi si andrà dove è necessario andare.
Arrivato davanti alla galleria, vista la vetrina coperta dalla rete scura dello svedese Klas Eriksson, con gli aeroplani di carta bianca imprigionati dentro le maglie, ho pensato che la mostra mi piaceva già molto, perché i musi appuntiti dei piccoli jet - saggiamente rivolti verso i visitatori che entravano- suggerivano una condizione di prigionia adeguata al periodo attuale. Oggettini utopici bloccati in volo, al tempo stesso la constatazione di un’impossibilità ed un appello alla rivolta. Nelle sale interne, sempre dello stesso autore, ho trovato opere capaci di confermare la vitalità della pittura. Alcune tele astratte -dipinte con tecniche miste, ma soprattutto con inusuali fumogeni colorati –evocavano un romanticismo in technicolor assai gustoso, declinato in forma di riflessione sui confini (ovviamente inesistenti) della pittura contemporanea.
Al piano sotterraneo, come in una grotta segreta, un deposito dell’inconscio ben organizzato, i lavori del norvegese Be Andr sembrano affermare l’assoluta centralità della matrice linguistica, collocata all’origine di ogni pensiero e forma. Così l’estetica delle opere è letteralmente modellata dalle frasi applicate sopra le superfici specchianti. In un gioco molto sofisticato di rimandi mentali e questioni poste all’occhio dell’osservatore, con rivelazioni che finiscono per rovesciarsi in enigmi. Alla fine, dopo avere a lungo guardato questi segnali, questi residui attivi del linguaggio che tutti parliamo e nessuno di noi possiede realmente, a dominare suprema è la geometria degli spazi visivi. Le matrici letterali promettono al pubblico qualcosa che forse non saranno in grado di mantenere. Dal mio punto di vista questa è una grande emozione.
Trasformative limits. Klas Eriksson, Be Andr. Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51r, Firenze.
www.eduardosecci.com
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
Incontro con Moradi il Sedicente
Moradi mi ha chiesto di parlare del tempo e di non parlare di me. Allora parliamo del tempo.
Dopo le giornate di vento, dopo il vento innaturale che ha superato gli Appennini, e non succedeva da seco
Il tempo
Moradi mi ha chiesto di parlare del tempo e di non parlare di me. Allora parliamo del tempo.
Dopo le giornate di vento, dopo il vento innaturale che ha superato gli Appennini, e non succedeva da secoli, il grecale in delle zone dove il vento non si era mai visto, dove non era stato mai e bastava un soffio appena per fare crollare tutti i rami e i tronchi e scoperchiare i tetti, ecco qua.
E se un Moradi per caso fosse passato per quei boschi e rami caduti, avrebbe costruito un intero esercito di terracotta, un'arca piena, una città, un pianeta di scimmie antropomorfe, uno zoo di Pistoia, di tutto avrebbe potuto costruire e forse, Moradi, un giorno lo farà.
Incontro
Ho conosciuto Moradi il Sedicente all'angolo di via delle Caldaie con via della Chiesa. Più che un luogo una dichiarazione d'intenti.
Ho conosciuto Moradi il Sedicente una sera all'angolo di via delle Caldaie con via della Chiesa. Mi accompagnava il mio amico Ferruccio, poeta.
Ho conosciuto Moradi il Sedicente una notte all'angolo di via delle Caldaie con via della Chiesa, lui era in bici e si è fermato proprio in mezzo all'incrocio, come un semaforo, o un landmark.
Ho conosciuto Moradi il Sedicente, all'angolo di via delle Caldaie con via della Chiesa, là sorgeva il Caffè Notte, figli miei, se io sono andato a vivere in Oltrarno, lo devo proprio a quel bar. Ed è così che conobbi Moradi.
Dialogo con l'uomo della strada
Intervistatore – Buongiorno, mi scusi, una domanda.
Uomo della strada – Buongiorno, mi dica.
I – L'ha vista la scultura là, sul quel tronco?
U.d.S. – Icché? Quei rami secchi?
I – Sì, è l'opera di un'artista fiorentino, l'orso di Moradi.
U.d.S. – Di Morandi? Mi piace parecchio Morandi.
I – C'è un equivoco, Moradi, senza la n. Moradi il Sedicente.
U.d.S. – Il deficiente?
I – Grazie mille, gentilissimo, buona giornata.
U.d.S. – Arrivederla.
(I. si allontana)
U.d.S.– Drogati.
O l'opposto
Sono passate le mattine serene in cui vedevo sulla pescaia Santa Rosa il cervo di Moradi. Sono iniziate le piogge e l'acqua si è alzata, ma il cervo è rimasto là per molti giorni ancora, e sono continuate le giornate serene, solo molta acqua, mi sono riscoperto interessato alle precipitazioni stagionali medie, al meteo, il più sottovalutato degli elementi. Ci scriverò un post, gli farò una foto, poi le giornate sono passate, una certa turbolenza proveniente dalle aree nord orientali d'Europa. La quantità di acqua venuta giù in una singola notte è stata pari alla quantità di pioggia degli ultimi sei mesi. Tutto assolutamente nella norma, hanno detto al meteo in tv. Sono passate molte giornate da allora, comincia già una falsa primavera e io mi trovo qui a scriverne due cose, solo per pensare al tempo, che passa, e passa come il ricordo che non ho di certi viaggi degli anni passati, e penso al tempo non del viaggio in sé, ma degli spostamenti del passato, le ore in treno o in aereo o macchina, del mio passato più o meno recente, così passa il tempo. Il cervo di Moradi che stava sulla pescaia Santa Rosa sarà già al mare, o forse sparpagliato, disperso nelle anse del fiume, pezzetti minuscoli, parte di una diga di castori, così passa il tempo.
Senza titolo senza idee
Nella natura è ogni forma, in ogni inizio c'è una fine, l'insieme è maggiore della somma delle parti. Sarà questo febbraio, saranno gli scheletri degli alberi che mi permettono di vedere meglio le cose. Saranno gli occhiali da sole che indosso facendo colazione perché fotosensibile, è l'alcool di ieri sera che mi rende fragilista, questo muesli e yogurt che formano come una palla, un'insieme strettissimo, saranno i miei avambracci appoggiati su questo tavolo di legno che non è mio, come la casa in cui vivo. Gli aruspici mi faranno svegliare il Sabato mattina presto, oltre ogni considerevole interesse e pensare al mio futuro come un luogo foschissimo, malgrado questo presente, questi racconti che già esistono tutti, già sono stati scritti, come Riccardo che già si era ucciso in quella casa dove pure io vivevo per cinque anni, già tutto là e adesso andate, racconti e anche tu.
Selfie – Il sogno di Gioacchino
Nel sogno di Gioacchino, lui cammina per le strade del centro, cercando gli uomini che vendono i bastoni da selfie, ma non ce n'è neanche uno. Gioacchino ha indosso un mantello, si muove in una notte che se non fosse fiorentina sarebbe solamente umbra. Se non fosse giorno.
Cammina per il centro della città cercando un venditore di bastone da selfie, selfie stick nella lingua degli uomini, ma non ve ne sono, neanche uno, dove stanno?, di casa intendo, voglio trovarli, devo, e allora si ricorda di certi dialoghi con altri venditori che sembravano angeli, che gli parlavano di Cascina, verso Pontedera, ed è là che alla fine va, in treno, regionale, con i finestrini che non si aprono e poi cammina, sempre Gioacchino, per la campagne riarse dal caldo che sembra quasi la Galilea, cammina nella notte umbra, nella campagna riarsa da un sole innaturale per esser notte, fino a scorgere di lontano dei casolari e figure di uomini seduti che attendono, quanta strada che hai fatto Gioacchino, ti aspettavamo, ecco dunque il tuo bastone, di che colore lo preferisci?, come se facesse poi una qualche differenza, ecco così adesso avrai una foto, benvenuto a Cascina, questa è l'origine dell'io, e noi siamo i suoi guardiani, fanno dieci euro. Dieci euro, ma stai scherzando, sono venuto fin qua. Facciamo sette euro e ti do anche questo elefantino porta fortuna. Andata.
Gioacchino si sveglia che il meteo sul telefono disegna una giornata piovosa, la fidanzata storica Anna accanto a lui, è ancora addormentata.
Simone Lisi (testo)
Carlo Zei (immagini)
I regni del vuoto
Una mostra dedicata al vuoto e a tutto quello che ci sta intorno. Ad esempio: ricucire il taglio di Lucio Fontana. Potrebbe essere chiaramente il sogno segreto di ogni artista, ripercorrere a ritroso quel fantastico gesto di apertura sull'infinito
Una mostra dedicata al vuoto e a tutto quello che ci sta intorno. Ad esempio: ricucire il taglio di Lucio Fontana. Potrebbe essere chiaramente il sogno segreto di ogni artista, ripercorrere a ritroso quel fantastico gesto di apertura sull'infinito, un po' come richiudere il vaso di Pandora. Un divertimento innanzitutto. Ma qui l'umorismo forse nega la Storia, e portare indietro le lancette dell'orologio, far volare all'indietro i fogli del calendario, lasciare i segni di una violenta chirurgia sul panno rosso, potrebbero essere operazioni meno allegre di quello che sembra. Potrebbero alludere ad una tragedia in corso, ipotesi al nero
Pare a prima vista assai allegra anche una bella palla di polvere grigia collocata sopra una bianca base, come fosse una scultura classica, un busto eloquente, un ritratto. In effetti di ritratto si tratta: quello del nostro tempo che passa ed accumula scarti, elementi di sporcizia, polveri destinate a restare invisibili fino a quando non si cementano, solidificandosi in qualcosa da gettare, cancellare, rimuovere. In questa occasione la polvere trionfa in forma di piccolo monumento alle nostre illusioni di permanenza.
Un vano gesto anche quello di collocarsi nel vuoto della Storia dell'arte con tutta la propria ingombrante presenza di oggi, con la propria disperata agilità, facendo un salto dentro l'opera altrui. Bisogna retrocedere di qualche secolo, azionando un meccanismo di macchina del tempo che forse intende confermare l'impossibilità di stare a proprio agio dentro qualsiasi epoca. In altre declinazioni il vuoto abita mobili costruiti appositamente per contenerlo, teche in cui lo spazio si dispone ad accogliere il nulla.
Infine l'apparizione che mi ha colpito ed emozionato di più: le sculture sonore capaci di emanare rumori - irriconoscibili ma suggestivi – ed anche profumi. Strutture sospese al soffitto, elegantissime con i legni circolari e le trasparenze, con le piccole casse acustiche, con i cavi neri che le ancorano al pavimento. Molto eloquenti sul piano squisitamente visivo, ma al tempo stesso intime in modo sorprendente, stanno davanti a noi e sembrano confermare l'assenza di qualcosa che – lo sappiamo da sempre – ci mancherà ancora per tantissimo tempo.
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
Mind the gap -Davide Allieri, Alexandros Papathanasiou, Luca Pozzi, Tamara Repetto- a cura di Gino Pisapia
Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51/r, Firenze
Visita in studio - Enrico Bertelli
Dentro il mondo e allo stesso tempo fuori dal mondo, una pausa preziosa nella velocità del viaggio, quando la giornata scorre troppo rapida e rischio di cadere in territorio ostile
Dentro il mondo e allo stesso tempo fuori dal mondo, una pausa preziosa nella velocità del viaggio, quando la giornata scorre troppo rapida e rischio di cadere in territorio ostile, quando mi incupisco per le consuete ingiustizie universali in continua moltiplicazione. Anche a sorpresa, senza averla pianificata in precedenza, la visita allo studio di Enrico Bertelli ha aperto una zona temporale santificata, una sospensione capace di indicare altre felici dimensioni, diversi sentieri percorribili nella intricata foresta. Confermata la nuda presenza dell’opera.
In Toscana. Nella città sul mare. In un assolato pomeriggio primaverile, quando tutto il paesaggio sembra già consegnato all’estate, in anticipo sul calendario. La luce intensa mi acceca perché sono ancora abituato all’oscuro inverno. L’edificio non è – come mi aspettavo, sbagliando – un luogo industriale, un camerone asettico, un angolo di fabbrica sterilizzato. All’opposto, si entra in una dimora ottocentesca, solida, tranquillizzante. Alle pareti dell’ingresso vedo collezioni di libri antichi, qui il richiamo al passato è ben presente, incastonato nell’oggi come un necessario gioiello. Di colpo sono uscito dalla confusione della strada per incontrare una radura, una quiete che mi fa respirare subito meglio.
Lo studio è al piano terra, con la porta-finestra che lascia intravedere un taglio di giardino, anch’esso calmo e silenzioso. Di cosa parliamo quando parliamo di arte astratta? Di niente, direi. Nel senso che le opere resistono all’interpretazione esibendo una loro unicità di presenza. Sono state costruite esattamente in quel modo che vedete: la superficie è la loro profondità. Questo concetto mi sembra si possa applicare perfettamente alle invenzioni di Bertelli.
Le tracce di colore indicano il residuo di precedenti esistenze. Il tema della manipolazione della memoria irradia energia: pentimenti, ripensamenti, sottrazioni. Si viaggia anche in direzione opposta, lanciando la memoria dentro la nuvola del futuro. Posso intuire l’accenno a sviluppi che verranno, visioni sempre parziali che mi lasciano libero di immaginare qualsiasi conclusione, nel dominio dei fenomeni imprevedibili. Una pittura di eventi, un lavoro di attese ed attrazioni. Con i colori brillanti dei nastri adesivi a garantire la genuinità dell’ispirazione.
Da ultimo un dubbio, una sensazione. Forse il cuore magnetico di tutta questa produzione di segni è lo spazio del giardino di Enrico, quella pozza di luce, alberi e vegetazione che resta accanto al suo operare. E’ un segreto chiuso che non invade lo spazio dello studio. Ma è un modello importante, quasi un sortilegio naturale cresciuto dentro un miraggio tecnico.
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
Punto di vista /punto di fuga. Maurizio Donzelli
Avrei desiderato scrivere questa divagazione – originata dalle opere di Maurizio Donzelli - quando la sera è già scesa, circondato dalle ombre, con il buio che si avvicina
Avrei desiderato scrivere questa divagazione – originata dalle opere di Maurizio Donzelli - quando la sera è già scesa, circondato dalle ombre, con il buio che si avvicina, in una tensione un po’ ansiosa tra le aspettative che la giornata appena trascorsa si porta dietro ed i risultati invisibili ottenuti. Non ho rispettato questa idea iniziale: ancora intorno a me c’è luce, calante, primaverile, pre serale, quasi estiva. Resiste, illumina indirettamente il tavolo su cui è posato il computer, mi illude di una possibile chiarezza a portata di pensiero. Comincio a scrivere partendo quindi da un tradimento.
Iniziare a raccontare circondato dall’oscurità mi pareva fosse una buona idea, proprio come circondate dall’oscurità mi sembrano in fin dei conti sempre le opere d’arte che guardiamo, strappate all’invenzione del loro autore, trattenute nella luce dal nostro sguardo, ma appena guarderemo da un’altra parte questi oggetti precipiteranno nel buio, ancora una volta. Lo sguardo dello spettatore non è mai univoco, intero, unitario. E’ sempre un gesto impuro, nutrito da una dinamica complessa e ambigua. Cosa vediamo quando guardiamo un lavoro d’arte? A questa domanda sembrano alludere in modo convincente le recenti, molto sofisticate, creazioni di Donzelli.
Percorriamo la superficie e al tempo stesso troviamo la profondità: sono dimensioni legate da una connessione problematica ed inestricabile. La superficie di specchio a prima vista sembra suggerire una esperienza semplice, un fenomeno familiare, rassicurante. Ma se cambiamo il nostro posto nello spazio, mutando l’angolo della visuale, anche la forma dell’opera muta e si apre, rivelando un fondo perturbante, sorprendente, di sostanza incerta.
Altre volte mi sono perduto nelle volute del colore, nelle spirali morbide che definiscono un universo scandito da linee avvolgenti. Stabilità e cambiamento qui occupano sempre un medesimo luogo. Incontro piani visivi che emanano una quieta forza. Mi suggeriscono anche una sapienza possibile per abitare il mondo: attraversarne gli infiniti strati con attitudine di curiosità ed attenzione, rispettando gli enigmi che incontrerò. Non dovrò sottrarmi alla difficoltà di guardare/pensare. Avrò solo bisogno di cambiare spesso punto di vista per tentare di raggiungere quella profondità speciale che riposa sempre nascosta in superficie. Paradossali costruzioni: più insisti cercando di restare in superficie, più ti obbligano a scendere in profondità. Felice contraddizione, ve lo giuro.
Maurizio Donzelli, Diramante, Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51 r, Firenze.
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
In attesa dello stupore: Vincenzo Agnetti
Devo subito confessare una mia colpa: quella di non avere mai visto – prima di questa occasione – le opere di Vincenzo Agnetti dal vero.
Devo subito confessare una mia colpa: quella di non avere mai visto – prima di questa occasione – le opere di Vincenzo Agnetti dal vero. Avevo incontrato molte volte le immagini dei suoi lavori naturalmente, ma solo dentro antichi cataloghi degli anni Settanta, come pagine ritrovate nella cripta di un antico museo della tarda modernità, oppure nelle riviste d’arte che le offrivano come pregiati omaggi alla brillante e lontana epoca dell’arte concettuale italiana. Non so dire per quale arcano motivo, erano sempre riproduzioni in bianco e nero, spesso fotografie sgranate, consunte da una loro febbre, come fossero oppresse da un vento del passato che calava un velo di crepuscolare mitologia sopra tutti gli oggetti, le intuizioni, le invenzioni mentali e fisiche di questo autore straordinario per chiarezza di visione e di realizzazione.
Invenzioni linguistiche innanzitutto. Frasi introdotte nel corpo delle opere come una esatta fioritura della mente, con la felice nitidezza di un pensiero che ci abbaglia. Titoli/dichiarazioni che in un medesimo tempo rivelano l’ispirazione iniziale del fare artistico e diventano materia stessa del lavoro. Qui la vicinanza - ma forse dico troppo poco, dovrei parlare di vera e propria tangenza- di Agnetti alla poesia è lampante. Le sue brevi frasi risultano miracolose: illuminano la scena, seducono gli spettatori, alludono ad altri invisibili territori da attraversare. Essenziali arabeschi linguistici, lasciano materializzare nella mente dell’osservatore tutta una serie di enigmi, ma offrono sempre una via d’uscita, non edificano spazi chiusi, non imprigionano chi guarda in una gabbia predefinita, al contrario, fanno di colpo emergere – come in un libro per bambini dalle pagine pop up che all’apertura innalzano scenari sorprendenti– orizzonti limpidi in cui avventurarsi.
Mi colpisce, ad oltre quattro decenni di distanza dalla loro creazione, la freschezza sprigionata da questi meccanismi mentali tradotti in eleganti oggetti scenici. Anche l’uso dei colori – considerata la già speciale gamma dei materiali impiegati – conferma una sapienza magistrale. Brilla l’oro delle frasi scavate nella superficie del feltro, confermando la preziosità delle parole. Il nero profondo delle lastre di bachelite accoglie lo sguardo come un manto vellutato, morbido, avvolgente. Le lettere bianche incise sulla superficie producono (in totale leggerezza) quello stupore che Agnetti – pur nel rigore dei suoi procedimenti – teneva evidentemente nella massima considerazione.
Arte concettuale, certo, ormai questa definizione è storia. Ma del tipo che io preferisco: le idee dell’autore non potrebbero resistere dentro il nostro tempo, non arriverebbero a noi, senza la forza delle opere visibili. Voglio dire che qui gli oggetti prodotti funzionano come specchio infedele, arricchito, potenziato, dei concetti che li generarono.
Vincenzo Agnetti, Testimonianza. Galleria Il Ponte, via di Mezzo 42/b, Firenze
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
Visita in studio - Luca Matti
Se vi capiterà mai di entrare nello studio di Luca Matti, sarà come fare ingresso in una fabbrica di inizio Novecento, un salto indietro nel tempo dentro una officina della pittura e del disegno.
Se vi capiterà mai di entrare nello studio di Luca Matti, sarà come fare ingresso in una fabbrica di inizio Novecento, un salto indietro nel tempo dentro una officina della pittura e del disegno. Qui l’artista è un meccanico delle forme, un allegro operaio che dà concretezza alle proprie visioni anche attraverso la fisicità degli oggetti che lo circondano. Lo spazio è ampio, ma non enorme, è un accogliente magazzino /caverna a misura d’uomo, in cui tutto pare a portata di mano, pur nell’accumularsi dei materiali: disegni, tele completate, lavori ancora in corso, grandi sculture in gomma appese alle pareti, tanti libri, riviste illustrate, pile di cd. E poi collezioni di strani oggetti, bottiglie, strumenti musicali, misteriose tubature, filamenti, modernariato vario. Naturalmente ci sono tutti gli strumenti che vi aspettate di trovare in un luogo del genere: foreste di pennelli, lattine di solventi, spatole, matite, preziose carte, colori ammassati su carrelli metallici.
La prima impressione è quella di trovarsi in mezzo ad un maestoso disordine, dentro un regno fantastico ma assai caotico. Dopo un po’ che siete seduti in poltrona e vi guardate intorno, cominciate a capire che tutta quella roba affascinante pare mescolata a caso, ma in realtà corrisponde esattamente all’ordine emozionale di chi opera in quello spazio. E’ un teatro vivente, un luogo di azione e creazione, una camera delle meraviglie allestita in modo impeccabile. L’inesauribile energia di Luca Matti si irradia ovunque e colloca ogni elemento al giusto posto. All’interno di questo teatro si dispiega una magia potente - ma amichevole - che blocca i visitatori in una dimensione fuori dal tempo. Possiamo dimenticare il calendario e gli obblighi di tutti i giorni. Un sogno. Un vero studio d’artista.
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)