Filippo Rigli Filippo Rigli

Sic volvere parcas

Dai racconta, gli fece Mario. Dette un filo di gas in folle, il motore rombò. Aprirono i finestrini, si crepava dal caldo. Un’estate micidiale, dicevano al telegiornale.

Dai racconta, gli fece Mario. Dette un filo di gas in folle, il motore rombò. Aprirono i finestrini, si crepava dal caldo. Un’estate micidiale, dicevano al telegiornale. Una lunga ondata di calore che non sarebbe scemata prima di settembre. Per fortuna i vecchi moriranno come le mosche, diceva il babbo di Mario indicando la suocera e ghignando quasi senza più denti. Ingranò la prima e fece partire il mostro rombante con delicatezza, da vero esperto. La città era vuota. Deserta. Il sole picchiava come in un western. Ma nulla, iniziò Daniele. Aveva osservato in silenzio i movimenti sicuri dell’amico. Non ce l’ha l’aria condizionata questa bestia? Chiese. Mario fece cenno di aspettare. Racconta, insistette. Daniele rise ancora, ripensando alla scena della notte scorsa. Aveva fatto un paio di mesi di turni di notte in un alberghetto pulcioso per pagarsi le vacanze, anche se era quasi agosto e ancora non avevano deciso dove andare. Allora, gli disse, verso l’una c’erano tre o quattro neri che parlavano nella piazzetta davanti all’entrata. Belli grossi, con ancora appresso i borsoni pieni delle stronzate che vendono. Ma non facevano niente, parlavano e basta. Poi arrivano quegli altri, anche loro in tre o quattro, forse di più. Ma sì, erano di più. Ma non tanti. Erano ubriachi, barcollavano e cantavano. Appena vedono i neri cominciano a infamarli. Ma così, dal nulla. Negri negri, gli dicevano, e si avvicinavano, con le bottiglie di birra in mano. I neri si sono zittiti e gli si sono fatti incontro. Vabbè, il resto lo sai. Io ho chiuso il portone e ho guardato la rissa. Poi sono arrivati i carabinieri e hanno portato via solo i neri. Risero. Non gli hai detto niente? Chiese Mario. Chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni, rispose l’amico. Mario si fermò a un semaforo rosso, imperioso, inutile, un cancello nel deserto.

Il signor Sergio Vitale uscì appoggiato al bastone. Si soffermò a osservare un manifesto di un gruppo di estrema sinistra attaccato  al muro sotto casa sua. Era stato attratto più che altro dal contrasto dei colori. Non era mai stato di sinistra, ma non perché fosse stato di destra: la politica non lo interessava. In realtà erano sempre state assai poche le cose che lo interessavano. Era riuscito a passare indenne perfino dalla guerra e dal dopoguerra, come se gli eventi non lo notassero. Come se fosse trasparente. Durante il boom economico aveva trovato un impiego statale e se lo era tenuto fino alla pensione. Non si era mai sposato, non aveva figli, non aveva amici intimi. Si spinse gli occhiali spessi contro il naso sudato e si avviò verso il fruttivendolo. Poi sarebbe andato dal fornaio. Come tutte le mattine. Non sembrava neanche troppo provato dall’ondata di caldo. Ne aveva viste di peggio.

Si fermarono a un bar che faceva angolo e scesero per un caffè. Di chi hai detto che è, chiese Daniele all’amico, indugiando a guardare la macchina parcheggiata sotto al sole, che sembrava mandare lampi bluastri. Non ho capito, rispose Mario. Un ingegnere, un architetto, una cosa così. L’ha portata in officina per una revisione, mi pare. Un vecchio viscido con la faccia da pedofilo. Dici si offende? Risero ed entrarono nel baretto deserto. C’erano solo il barista morto di caldo e un tipo al bancone. Il barista aveva una faccia stanchissima, pareva non dormire da decadi. Sudava e ansimava. Mario ebbe come l’impressione che le borse sotto gli occhi pesassero come piombo, che lo trascinassero al suolo. Daniele guardava il tipo al bancone, magro come un chiodo, con gli occhi spiritati e i capelli lunghi e sporchi. Una specie di orecchino indiano gli pendeva dal lobo destro fino alla spalla scarna. Finirono in fretta i caffè e i bicchieri d’acqua e fecero per prendere l’uscita. Il tipo al bancone si piantò di fronte a loro e mise le mani aperte davanti alla faccia di Mario. I ragazzi si fermarono e il tipo fu come scosso da un tremito. Si sentivano solo le pale del ventilatore attaccato al soffitto. Il tipo riaprì gli occhi. I ragazzi filarono via.

Vitale rimase di sasso. Il fruttivendolo era chiuso. Non era mai successo prima che il negozio chiudesse in un giorno feriale. Il vecchio proprietario era anche lui un anziano e non andava mai in vacanza. Poi era morto e il negozio era passato al figlio, uno scansafatiche patentato, Vitale lo aveva inquadrato subito, e ora la saracinesca era abbassata e un cartello giallo sbiadito annunciava un tassativo chiuso per ferie. Si incamminò verso il fornaio lievemente intristito, scuotendo la testa.

Ma che voleva quel tossico? Ma diocristo li becco tutti io? L’aria condizionata era partita, in macchina ora si respirava. La regolarono quasi al massimo. Ti ha tipo… benedetto… azzardò Daniele senza guardarlo. Forse è una specie di sciamano, lo schernì. Ma benedetto cosa, rispose Mario alzando di un tono la voce. Ma sciamano cosa. Un vecchio tossico. Ma lo hai visto? Mangiato vivo dall’eroina. Ma fammi il piacere anche te, lo sciamano. Ma all’università ci vai per cosa se dici queste cazzate? Daniele la piantò lì, il suo amico era visibilmente turbato, anche se proprio non si spiegava perché mai desse tutta quell’importanza a un episodio tutto sommato divertente. Sarà nervoso per il caldo, concluse tra sé, sfiorando il finestrino che si stava freddando.

E se fosse chiuso anche il fornaio, pensò di botto Vitale. Sentì una specie di brivido e rallentò l’andatura, per poco non si fermò. Scosse la testa e riprese a camminare. Ma oltrepassò l’angolo senza notare fino all’ultimo momento utile la barbona che tendeva la mano. Perso tra i suoi pensieri gli apparve davanti come una visione, gobba e cadente, sdentata e coperta di stacci, con una busta di plastica in mano. La dribblò con tutta la prodezza consentita a un anziano leggermente claudicante e passò oltre. Ebbe l’impressione che la mano non fosse tesa come per chiedere, quanto piuttosto per indicare, ma appunto fu solo un’impressione, e comunque Vitale aveva già girato l’angolo. La vecchia sdentata tirò fuori un gomitolo di lana lercia dalla busta di plastica e spezzò un filo.

Guarda quella! Guarda quella! Oggi è la giornata degli scoppiati! Daniele aveva abbassato il finestrino per vedere meglio la barbona con il gomitolo in mano. Mario non diceva nulla, sembrava nervoso. Daniele si affacciò al finestrino. Oh, vecchia, li vuoi cinquanta centesimi, urlava, e se la rideva. Mario stava per imbestialirsi. Pensò ora prendo questo studentello per un orecchio e gli spiego come si sta al mondo. Pensò che stava sprecando l’estate. Che gli sarebbero toccati sole e mare e donne e che invece era in giro in una città deserta e bollente con uno che urlava dietro ai barboni. E piantala idiota! Gridò nell’orecchio all’amico, e inchiodò. Fissò la vecchia oltre il finestrino. Aveva occhi neri e fondi. Daniele non capiva che gli fosse preso. Andiamo al forno, gli disse mettendogli una mano sul braccio. Vediamo se ha fatto le pizze. Mario si girò, annuì, la macchina si mosse piano.

Vitale attraversò la strada. In giro non c’era un’anima. Le finestre dei palazzi erano sbarrate, gli abitanti chiusi in casa come topi per sfuggire le artigliate del caldo. Aveva il sole contro e la bottega del fornaio era sotto un cornicione, immersa nella penombra. Si coprì gli occhi per vedere ma l’eccesso di luce gli impedì la visuale. Avanzò ancora di due passi quando una macchina svoltò l’angolo e lo prese in pieno. Steso sull’asfalto alzò lo sguardo. Il fornaio era chiuso.

I ragazzi si guardarono con gli occhi sbarrati. Hai centrato un vecchio, fece Daniele che quasi non si sentiva. Mario farfugliò qualche mezza parola tra cui si capiva dottore, ambulanza, ospedale. Ma sei scemo, gli disse Daniele. Quello è morto, ha la testa spaccata. Andiamo via, non ci ha visto nessuno. Mario non rispondeva. Andiamo via! Gli urlò Daniele in faccia. Mario ingranò la retromarcia e dette gas dalla parte opposta.

Vitale si vide steso per terra. Qualcosa gli sfuggiva. Poi vide la vecchia ferma sul marciapiede col gomitolo in mano. Allora capì.

Filippo Rigli

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Enzo Fileno Carabba Enzo Fileno Carabba

Il decimo cancello

Avendo imboccato una delle leggendarie scorciatoie conosciute solo dal Masi, ora la macchina arrancava nelle onde di fango secco, sobbalzava come una nave nella tempesta.

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Avendo imboccato una delle leggendarie scorciatoie conosciute solo dal Masi, ora la macchina arrancava nelle onde di fango secco, sobbalzava come una nave nella tempesta.

Da quaranta minuti cercavano di raggiungere il parcheggio della Festa dell’Unità evitando la fila.

Erano nel regno della transumanza e della prostituzione.

Non per niente sei di Torino, osservò Neri.

Uh , rispose Mario con un’alzata di spalle.

Cosa avesse prodotto quelle voragini e quegli sbalzi nel fango secco non era chiaro.

Forse è passato un circo e qua facevano il bidè gli elefanti, disse Angelo che guidava.

In effetti quello era il tipico posto in cui d’inverno arrivano i circhi. Una zona desolata in mezzo ai casermoni. Solo che in questo caso la zona desolata era grande chilometri e chilometri. Una cosa incredibile. Una distesa di terra grigiastra abbandonata, dove greggi di pecore mutanti migravano tra carcasse di auto.

 E poi dicono che si costruisce troppo. Qui non hanno costruito abbastanza. Magari ci fosse una bella strada, o una spianata di cemento, disse Mario.

Quelle parole commossero Angelo, perché gli parve di leggervi un riconoscimento del proprio errore, da parte del Masi, o perlomeno un germe di dubbio circa la situazione in cui si erano andati a cacciare per colpa sua.

Il Masi sapeva sempre tutto. Su qualsiasi argomento. Era capace di spiegare per ore come si allevano i lombrichi in Iran e cose del genere.

Per fare prima ci siamo persi. Questo è l’uomo contemporaneo, disse Angelo.

Il Masifece notare che non era per fare prima,  era per evitare la coda chilometrica. Loroavrebbero raggiunto la meta da dietro, con una mossa strategica geniale.

Come potesse conoscere quella periferie desolate vicino a Firenze, lui che veniva dalla barbarica Torino, non fu dato di saperlo. O forse si trovava istintivamente a proprio agio nelle pianure squallide.

Qua il fango secco modellava addirittura montagnole e fossi. 

La schiantiamo, disse Angelo riferendosi alla suamacchina, che quando raschiava su qualche cresta emetteva un suono straziante, da cetaceo arpionato.

Ai confini di quell’immensa distesa c’erano casermoni già punteggiati di luci, centri commerciali, cinema multisala, fuochi misteriosi.

Non sono misteriosi,  sono le puttane, disse il Masi. 

E videro tantissime ruspe e gru meccaniche, ovunque all’orizzonte, davanti alla striscia violacea del cielo basso, come se si preparassero a ricostruire la torre di babele distrutta da un attentato.

Si intravedevano anche dei camion caracollare verso il crepuscolo.

Ora il brusio musicale della festa era molto più forte.

Aggirarono una baracca dilegno e lamiera.

Ecco ci siamo,  urlò il Masi con l’occhio esaltato del conoscitore che trionfa. Parcheggiarono la macchina ormai distrutta e semiribaltata accanto a un groviglio diferri contorti da cui fioriva un materasso marcio. Tirarono fuori i vestiti da Festa dell’Unità dal bagagliaio e si cambiarono.

Andiamo.

 

Angelo per essere esatti era sempre stato un asociale, fin dalla più tenera età. I grossi assembramenti di gente lo disturbavano, soprattutto quando si divertivano. Però faceva un’eccezione per la Festa dell’Unità. Gli piaceva quel casino dove ci si abbuffava convinti di fare del bene. E come dimenticare alcuni dei migliori furti dell’infanzia, lì andati a segno. Erano i tempi in cui gli adulti giuravano che da noi i centricommerciali, queste cose assurde di cui riferivano i viaggiatoridall’America, non sarebbero mai potuti attecchire, perché ci piacciono troppo i negozietti.  

Adessonon gli sembrava più di fare del bene, mangiando e rubando, aveva perso la lungimiranza dell’infanzia.

 

Le feste dell’Unità come tutti sannosono una trasformazione dei riti pagani di inizio estate e sono legate al rosso per via del colore delle ciliege mature. Questospiegava Mario Masi gesticolando solenne e corpulento mentre camminavano nel cuore di tenebra della folla.

Neri annuiva compito, anche se stavolta Mario scherzava. Perlomeno c’era da sperarlo.

Migliaia di persone si muovevano attorno a loro,  volevano tutti le stesse cose di quelli che non andavano alle feste dell’Unità: volevano le stesse macchine, le stesse case,  gli stessi lavori, le stesse vacanze, gli stessi soldi. Solo le parole e i vestiti cambiavano. Loro tre infatti se li erano cambiati all’arrivo.

Ci pensi se stasera mettessero una bomba qui? disse Neri.

L’odore di salsiccia arrosto, piadina, zucchero filato, pizza, nutella, rosticciana, croccante, uniti in una meravigliosa armonia,  provocavano in Angelo la vecchia eccitazione sessuale.

Neri con sguardo pacato ed avido cercava ragazze africane.

Il Masi parlava di tutto con una tale densità di concetti che non c’era verso di capire neppure l’argomento. Non lo capiva nemmeno lui.

 

Sotto un tendone bianco proiettavano foto e filmati sulla guerra preventiva e la tortura, per cuipassaronovelocemente oltre.

Allo stand vegetariano c’erano un sacco di donne vegetariane. Le riconosci perché sono completamente avvizzite, sosteneva Neri. Ma loro si credono bellissime. Si vede che la dieta vegetariana modifica la loro percezione della realtà. Non si accorgono di essere disidratate fino alla mummificazione. Probabilmente i ravanelli o i broccoli contengono un qualche allucinogeno permanente.

Si erano seduti a mangiare una pizza e a bere una birra.

Secondo me il problema dei ragazzi di oggi è che non ci sono abbastanza armi in giro, è per questo che siamo indietro rispetto all’America, diceva Angelo.

 Raccontavaquello che era successo la mattina nella scuola dove insegnava. Era stato accolto dall’esplosione di un accendino tirato giù dalle scale. L’accendino era esploso vicino a una ragazza che si era spaventata parecchio e simulava delle risatine che erano quasi singhiozzi.

E in classe c’era un ragazzo col cappuccio nero della felpa tirato sempre su, chestavazitto, teneva la testa bassa e ascoltava la musica in cuffia.  Si intravedeva solo il suo volto pallido e foruncoloso.  Non veniva interrogato né niente. Le professoresse dicevano che era meglio così, almeno non disturbava. Angelo in sei settimane non l’aveva mai visto sorridere.

Secondo me il problema dei ragazzi di oggi è che non ci sono abbastanza armi in giro, ripeté Angelo. Quando ce ne saranno, per via della legittima difesa e cose simili, allora succederà come in America che i ragazzi vanno a scuola e fanno le stragi. 

Mario rideva, Neri sorrideva.

Le pizzealla fine erano state due a testa, come le birre.

A un banchetto avevano firmato per una nobile causa.

Poi si erano rimessi in cerca di qualcosa di non identificato, cibo o donne.

E’ un po’ come alle grandi manifestazioni, disse Angelo. Tu ci vai ed è come andare a messa o confessarti, ti dà soddisfazione. Poi fai tutto come prima. 

Meglio andarci che non andarci, obbiettò Neri.

Sì, fece Angelo, ma dico solo che anche alle grandi manifestazioni alla fine la gente s’avventa sul cibo. E’ quello il senso finale.

E poi ripeterono le frasi di sempre: che non era solo la questione del cibo, che tutta la loro vita era una grande abbuffata. Ognuno di loro succhiava incessantemente una quantità di energia incredibile, con la benzina, con la luce elettrica, con la televisione, colcomputer, col frigorifero, col telefonino e perfino col telecomando del cancello. Magari proprio in quel momento un villaggio di pastori in Asia veniva bombardato. E perché? Per illuminare pochi metri di Las Vegas, o per permettere a loro tre di giocare alla play station, o per realizzare un documentario contro i bombardamenti.

Mario intervenne con una loro frase classica che sintetizzava tutto questo: Uh, ogni volta che pigi il telecomando del cancello o della televisione tu voti per la guerra.

 

Ripassarono davanti allo stand dove proiettavano fotografie sugli orrori della tortura democratica e questa volta si sedettero, giusto per finire lo zucchero filato.

E poi erano immagini che prendevano.

Io mi stupisco che la gente si stupisca, disse Angelo. Secondo me fanno finta. 

Le figure sembravano uscite da un fumetto sadomaso disegnato da uno della santa Inquisizione.

Il Ku Klux Klanè al potere, urlò Mario sputacchiando allegramente .

Ripresero le solite discussioni. Qualcuno sarebbe mai venuto a salvarli? E da dove? Da fuori no di sicuro. Magari da dentro. E poi da cosa dovevano essere salvati? Dall’indigestione?

Dovremmo fare qualcosa, disse Neri col suo tono assennato.

Ma cosa? Non gli veniva mai in mente nulla.

Purtroppo questa volta gli venne in mente.                                        

Dovevano fare qualcosa, si erano detti. Era andando a prendere una crepe alla nutella che gli era venuta l’idea geniale.

Siamo tutti colpevoli, aveva detto Angelo. Siamo qui, con la bistecca che ci penzola dalla bocca. Non ci vengono bene i gridi di protesta, con la bistecca penzolante. D’altra parte era lui che più di tutti tra i tre usava il telecomando, il videoregistratore, viaggiava, consumava benzina.

E così era venuta fuori la storia del gioco del condannato a morte.

Del resto erano sempre rimasti un po’ giocherelloni. La vita non aveva scalfito questo aspetto. Anzi, gli orrori che arrivavano dal mondo in forma di conturbanti fantasmi televisivi avevanopotenziato questa loro caratteristica.

E così Angelo era stato imprigionato nella baracca abbandonata vicino a cui avevano parcheggiato.  C’era andato ridendo, di sua spontanea volontà,  masi era un po’ preoccupato quando l’avevano legato davvero a una rete pesante, con del filo di ferro trovato per terra.

 

Ragazzi, complimenti, sembrate dei veri carcerieri professionisti, diceva Angelo.

Loro ridevano senza guardarlo. Ora ci impegnamo, ora vedi, dicevano.

Era divertentissimo.

Gli aguzzini mostravanoil volto, quello di sempre, certi dell’impunità. Era il volto del condannato ad essere coperto. 

Gli portavano cibo.

Scherzavano, ridevano, sollevavano il pollice, cercavano di rendersi simpatici. Bisognava apprezzare lo sforzo, perché in quella situazione non era facile.

Anche lui cercava di scherzare e di ridere.

Sarebbero stati loro a eseguire la sentenza.

L’unica cosa che avrebbe potuto salvarlo era una chiamata: l’intervento del Governatore.

Aveva chiesto di tenere il telefonino, per chiamare la sua ragazza. Ma loro, sempre allegramente, avevano detto che non era possibile.

I veri condannati a morte non hanno questa possibilità.

Tutto era iniziato come una farsa, un gioco. Ma le cose erano cambiate velocemente. Se Mario e Neri nella vita avessero letto meno interventi illuminati sulla durezza della vita nelle carceri, sarebbe stato molto meglio per Angelo. Ma ora gli aguzzini riversavano tutta la loro sensibilità sociale sul condannato.

La grazia era la sua ultima speranza, come nei film americani.

 

Non scherzavano più.

Le loro facce avevano qualcosa di diverso,  un velo sugli occhi che segnalava una distanza.

Ogni tanto sparivano con aria di grande importanza, come se aspettassero la chiamata del Governatore.

Andavano a vedere le foto e i filmati della tenda bianca, per ispirarsi.

Poi tornavamo e mimavano le torture su Angelo. Non gli facevano male, le mimavano e basta. Al massimo gli orinavano vicino.

Ma Angelo stava scomodissimo, era costretto a stare in ginocchio ed era pieno di graffi. 

Il Governatore esisteva sul serio, da qualche parte, Angelo non sapeva esattamente chi fosse, non era stato lui a nominarlo. Però dal tono delle conversazioni pensava di averlo capito. Doveva essere il Sequi, che aveva insegnato letteratura italiana per diversi anni in America. Una sua frase storica era : Ti ricordi le feste degli anno Ottanta? quelle i cui entravamo col preservativo già infilato?

Il filo di ferro che gli martoriava i polsi non era poi inestricabile, questo poteva voler dire che essendo spiriti illuminati non sapevano fare i nodi, ma anche che era tutto davvero solo uno scherzo, era lui che l’aveva preso troppo sul serio. La baracca era puzzolente, buia, marcia, orribile. Angelo cercava di allentare i nodi contorcendosi come un polpo nella bocca della murena.

Però Mario, chearrivava in quel momento con uno sciroppo alla menta, prese un pietrone e glielo tirò sulla gamba. 

Angelo quasi svenne per il dolore.

Uh, così ti passerà la voglia di sciogliere i nodi, disse Mario imitando la voce di un cattivo da film, con una crudeltà artefatta. 

Dobbiamo sorvegliarlo di più, per il suo stesso bene, disse Neri, con la voce da prete portatore di civiltà.

Angelo si sforzò di ridere per chiarire che ancora era tutto uno scherzo. Venne fuori solo un lamento che gli rimbombava nello stomaco.

Bè, ora basta, disse, devo telefonare a casa.

Ma ci vuole un tono di voce davvero convincente per cambiare la realtà.

Non reagirono.

Li vedeva sul vano della porta, di spalle. Erano forme nere che tacevano.

Ormai era notte. La luna sorse sugli escrementi in cui Angelo si rotolava. Infatti nonlo avevano slegato per permettergli di fare i suoi bisogni. Il carcere non era un albergo, e lui era un tipo pericoloso, per sé e per il mondo. Oranon si allontanavano più lungamente in coppia, ma rimaneva sempre uno a sorvegliare, con una spranga di ferro che era stata la gamba di un letto.

Se si allontanavano in coppia era per poco, per telefonare e confabulare.

Il Masi gli comunicò che il Governatore aveva preso una decisione che lo riguardava.

Ecco, finalmente lo scherzo è finito, sperò Angelo. Il Governatore mi dà la grazia e tutto finisce e io torno a casa. Infatti una delle cose che più lo turbava era che la sua ragazza si preoccupasse, non vedendolo tornare e non ricevendo sue notizie. Il suo cellulare aveva squillato due volte ma i carcerieri non avevano risposto e alla fine lo avevano spento.

Neri con voce pacata disse:

Il Governatore ha decretato che la decisione sarà affidata a una giuria popolare, ma sarà una giuria inconsapevole. Questo ci pare sommamente giusto e democratico, aggiunse con una voce e uno sguardo ironico che gli ricordava il Neri dei vecchi tempi, quello con cui scherzava e si intendeva al volo.

Poi però il volto tornò quello impenetrabile del secondino in un carcere sotto organico.

Come funzionerà la giuria inconsapevole? 

Tu parli solo se interrogato, delinquente, sibilò il Masi. Questa volta gli pisciò in testa.

Neri, benigno,  spiegò:

Sarà l’apricancello a decidere. Il Governatore è già uscito e girerà per un’ora, in macchina, per lestrade del suo quartiere. Dobbiamo ammirare il suo senso del dovere, il suo sacrificio. Tu sei qui che poltrisci, lui lavora. Se entro un’ora avrà visto almeno dieci persone rientrare a casa usando il telecomando del cancello, la condanna a morte sarà eseguita .

Il Governatore abitava in una zona collinare lussuosa, non troppo lontano da Angelo, ed era terribilmente probabile che in quella zona di ville tutti usassero il telecomando. Dunque era inutile sperare. 

Gli sgherri lo rimpinzavano a forza. Ora erano tornati con rotoli di liquorizia. Neri stava poco distante con la spranga, pronto a colpirlo, piano ma sulla testa, quando Angelo si comportavamale. Mariogli ficcava in gola la liquorizia.

Se fosse arrivato qualcuno a salvarlo? Ma Mario ripeteva: ne vuoi ancora? Mangia! E da lontano sembravano degli amici ubriachi che si divertivano, una cosa goliardica.

I secondini parlavano della festa, tranquilli. Si ritenevano normali e il peggio è che lo erano.

Erano incerti sulla modalità dell’esecuzione. Non erano molto pratici. Di libri contro la pena di morte ne avevano letti tanti, ma quello non basta. Le immagini della tenda bianca offrivano un sacco di spunti, ma loro non avevano ancora deciso. Dato che non avevano elettricità, o armi da fuoco, propendevano per il soffocamento oppure potevano prenderlo a pietrate.

La lapidazione, un classico, disse Mario, e a mo’ di esempiogli spaccò il naso con una pietra.

Angelonon voleva urlare, perché  se avesse urlato avrebbe sancito una volta per tutte che non era una finzione. Però cominciò a urlare e a chiedere aiuto. 

Neri e Mario si misero a ridacchiare. Ma chi credi che ti senta, con tutto questo casino. Infatti era iniziato un concerto.

Una coppia distesa in terra a una ventina di metrisentì qualcosa, il ragazzo alzò la testa, ma la ragazza infastidita disse: ci sono dei pervertiti, andiamo da un’altra parte.

Gli portaronocinque hot dog e dovette trangugiare anche quelli. 

Sarebbe morto di indigestione.

 

Angelo si accorse che era arrivato qualcuno, oera sempre stato lì. Era un’ombra, rannicchiata fuori, di là dalla pesante rete rugginosa a cui era legato. Il proprietario della baracca, o uno che ci dormiva. Emerse come una tartaruga dal letargo: era un ragazzino, una specie di scimmia gracile. 

Aiutami, disse Angelo, voleva parlare normalmente. Chiama la polizia. Mi stanno uccidendo. Piagnucolò, impressionato dalle sue stesse parole.

Quello non si muoveva.

Ti prego, disse Angelo.

Che vuoi? rispose alla fine il ragazzino.

Dunque accettava di aiutarlo. Angelo era salvo. Gli ripeté che doveva andare dalla polizia.

No, rispose il ragazzino, la polizia no.

Alloradisse che doveva chiamare la sua ragazza. Gli spiegò quello che doveva fare.

Solo che in quel momento il ragazzino emise uno strano rantolo. La tremenda sprangatadi Neri sulla testa lo fece prima sollevare un poco e poi stramazzare a terra dove, un attimo dopo, fu raggiunto dalproprio sangue.

Era complice di un condannato a morte,  commentò graveMario. Non c’è stato neanche bisogno di interrogarlo.

Quando gli portarono delle altre piadine Angelo ripensò ai ragazzi a scuola. Fin dalle nove del mattino cominciavano a pensare al cibo con un’avidità patologica. A volte compravano i panini già all’entrata e poi li guardavano per ore, con desiderio, accatastati sul banchino delle merende. Non riuscivano a resistere a nulla, se avevano appena appena voglia di pisciare e il bagno era occupato si disperavano, qualsiasi bisogno gli risultava impellente, insopportabile. Chissà cosa sarebbe successo quando sarebbero tornati i tempi duri. Perché i tempi duri tornano sempre.

 

Il Governatore girava per lameravigliosa collina piena di luci potenti come la paura dei derelitti asserragliati in ville fortezza, fari che succhiavano l’energia da paesi martoriati e facevano impazzire fino alla morte gli uccelli notturni. Dietro enormi cancelli spettrali covavano parchi smisurati, con una tale varietà di piante misterioseda garantire ad ognuno la sua brava allergia.

Infatti il Governatore starnutiva e tossiva.

Erano già nove gli apricancello che aveva visto in azione. Mancava unquarto d’ora alla fine del tempo. 

Quandoaveva ricevuto la telefonata, non aveva capito che razza di gioco fosse. Ma per l’appunto stava venendo via da una cena con la sua ragazza, rigurgitante di cibo e di alcool, e gli era piaciuta l’idea di farsi un giro prima di mettersi al computer.

Io sono il Governatore, le aveva detto. Lei lo aveva guardato senza capire, poi aveva vomitato dal finestrino.

Certoil Governatore non sospettava che facessero sul serio. O forse sì. Dentro di sé era attirato proprio da quella possibilità, per quanto pazzesca. Che davvero lui potesse decidere della vita e della morte con la sua sola parola. Poi gli era venuta in mente l’idea della giuria popolare involontaria e a questo punto, anche se era un po’ stanco, non si sentiva di imbrogliare. Era un uomo giusto. Si sarebbe attenuto alle regole. Le regole innanzitutto. 

La sua ragazza ormai dormiva. 

Lui guardava i cancelli.

 

Angelo gemeva. La gamba gli faceva un male del diavolo. Doveva esserci un livido oceanico.

Era passato un tempo lunghissimo, daquando tutto era cominciato.

Eppure era ancora notte. Incredibile.

Qualcuno manipola il tempo, concluse.

Tornarono. A quanto poteva capire avevano conosciuto delle ragazze e nutrivano delle speranze, per questo andavano via così spesso,  e per di più in due, come all’inizio dei tempi. Angelo gli chiese dell’Aulin. L’Aulin ormai te lo danno anche se devi prendere l’autobus, aggiunse, per fare lo spiritoso, era una frase che ripetevano sempre.

Ma Neri non abboccò all’amo della frase comune, che avrebbe potuto restituire una certa complicità alla situazione.

Tu non devi prendere l’autobus, tu resti qua, rispose.

Pensava alle colline lontane. Non a quelle seminate di luci, dove si stava decidendo la sua sorte, ma alle colline nere dove non c’è nessuno.

 

Porco mondo, santi numi

il mio corpo va in frantumi.

 

Poteva anche darsi che la sua condizione fosse quella che meritava.

 

I due aguzzini eranotornati alla festa, per cercare ispirazione riguardo alle modalità dell’esecuzione, per parlare dei problemi del mondo, o per baccagliare le due ragazze, o per fare le tre cose insieme.  Magari le due mignotte,  col favore della penombra non si sarebbero accorte troppo presto della bruttezza dei due figuri, che così avrebbero perso tempo e lui intanto poteva tentare qualcosa.

Ma cosa?

In quel momento il cadavere del ragazzo bastonato si mosse e aprì gli occhi.

Se si trattava di uno zombie destato dalla luna, era in uno zombie che Angelo doveva riporre le sue ultime speranze.

La testa insanguinata si sollevò, respirava roca dall’altra parte della rete.

Angelo gli aveva già spiegato tutto, prima: doveva scappare via e telefonare alla sua ragazza. Sperò che se ricordasse. Si contorse come una lucertola presa al cappio, premette il sedere contro la rete, senza dir nulla.

Lo zombie protese la mano adunca e frugò nella tasca prendendo la chiave della macchina.

Tornando con un frullato multivitaminico,  Neri e Mario fecero appena intempo a vedere la macchina che se la filava sobbalzando sbilenca tra i dossi di fango secco.

Ci hanno fregato la macchina, ridacchiò Mario.

Non aveva importanza, tanto loro dovevano rimanere lì per il gioco. Gli sembrava che da quel gioco dipendessero i destini dell’umanità. 

Il ragazzo filava ferito e felicenelle selvagge distese della transumanza e della prostituzione. Aveva una nuova macchina. Non ci pensava neanche a chiamare la casa di quello là. Se lo avevano legato, certo c’era un motivo.

 

Il Governatore era davanti al decimo cancello, era proprio la casa del suo amico Angelo. In quel momento arrivò una macchina. Chissà se il cancello si sarebbe aperto automaticamente.  Il Governatore sentì il cuore accelerare. Che stupido. Doveva stare tranquillo. Era solo un gioco. Comunque andasse, che importanza poteva avere?

 

Enzo Fileno Carabba

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Filippo Rigli Filippo Rigli

Il natale di Emily

Emily riassettò il fuoco nel camino, ci soffiò sopra e si passò le mani sulle braccia incrociate. Fuori era freddo. Era la notte della Vigilia.

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Emily riassettò il fuoco nel camino, ci soffiò sopra e si passò le mani sulle braccia incrociate. Fuori era freddo. Era la notte della Vigilia. Rimase un po’ davanti al fuoco, poi abbassò le luci. L’albero risplendeva, in fondo alla stanza, proprio davanti al camino. Babbo Natale avrebbe gradito. Stavolta, era sicura, lo avrebbe visto. Era la volta buona. Avevano voglia, i grandi, a dire che non esisteva. Che ne sapevano quelli? Sempre con quei musi lunghi, a parlare con voce preoccupata di quelle cose noiose che dicevano al telegiornale. Loro, non esistevano. Non era così sicura di vederlo scendere dal camino, però. Forse sarebbe entrato dalla finestra, come un ladro. Come quei pupazzi bruttissimi che la gente appendeva ai terrazzi. O dalla porta magari. Dettagli, pensò Emily. Poi pensò che dettagli era una parola da grandi e poi pensò di prendersi una fetta di pandoro. Socchiuse la porta e passò alla cucina. Tagliò una larga fetta del pandoro e mangiò rapidamente la parte interna, quasi senza masticare. Poi attaccò con calma quella esterna, la sua preferita, carica di burro e zucchero a velo. La mamma non voleva che ne mangiasse troppo. Diceva che faceva venire le carie. La mamma se ne intendeva. Era odonto qualcosa. Insomma, la fata dei denti. Ma tanto ora dormiva. Andò nella sua stanza. La mamma era in sottoveste nera, addormentata sopra ai lenzuoli. Le coperte tirate via, come faceva sempre di notte. Aveva i capelli neri come il carbone scompigliati sulla faccia. Aveva la pelle bianca come le principesse delle favole. Si avvicinò e le stampò un bacio burroso sulla guancia. La mamma era neve. La mamma era una colomba. La mamma colomba sorrise nel sonno, ed Emily tornò nell’altra stanza ad aspettare Babbo Natale. Nel soggiorno illuminato dal fuoco e dall’albero guardò oltre i vetri della finestra. Era convinta che con una bella nevicata Babbo Natale sarebbe arrivato più facilmente. Non sapeva il perché. Fuori non nevicava. Indugiò un po’ a guardare il cielo. Tirava un po’di vento, vide le nuvole passare dietro la luna, tirò le tende e andò a nascondersi dietro il mobile. Aveva sistemato una coperta bella spessa e dei cuscini. Si chiese come facesse Babbo Natale a scendere nei camini accesi senza bruciarsi. Ma forse non passava da lì. E poi Babbo Natale comunque era magico no? Si tirò la coperta spessa fin sopra la testa e si mise ad aspettare. 

Si svegliò di soprassalto. Accidenti, si era addormentata! Si pizzicò forte la guancia, più per punirsi che per svegliarsi del tutto. Si guardò intorno. Sembrava tutto a posto. L’orologio a muro segnava quasi mezzanotte. Sentì il bisogno di andare a sciacquarsi la faccia e si divincolò dalla coperta. Mentre usciva dal suo nascondiglio la campana del paese, in lontananza, batté dodici rintocchi. Dette una rapida occhiata dietro i vetri. Non era nevicato, ma la strada e i campi erano bianchi di brina. Chissà, si disse Emily, per la prima volta toccata dal dubbio. Chissà se verrà. Aveva appena deciso di tenere testa al tarlo con una robusta fetta di pandoro quando sentì un rumore, come un sbattere d’ali. Il rumore si avvicinò, si ingigantì, divenne un frastuono insopportabile. Possibile che la mamma non si fosse svegliata con quel casino? Tornò a guardare di là dal vetro, ma il rumore veniva da dietro l’angolo. Il rumore si placò, mentre sopravvenne una luce intensa tra il verde e l’arancione. In un lampo tutto fu chiaro. La luce e il rumore non venivano dall’atro lato della casa. Venivano da sopra. E la mamma, semplicemente, non poteva essersene accorta. I grandi, per qualche assurdo motivo, certe cose non potevano sentirle, semplicemente. non potevano. Corse felpata verso la porta e la spalancò. Vide una slitta. Di legno, enorme, ferma nel mezzo del giardino. Sei renne, enormi, con corna monumentali, brucavano l’erba coperta di brina. Avrebbe voluto avvicinarsi, ma quelle bestie sbuffanti le facevano paura. Tornò a precipizio in casa, sbattendo la porta alle sue spalle e si tuffò di nuovo dietro il mobile. Una luce azzurra si diffondeva dal camino. Ci siamo, si disse. Qualcosa stava cadendo nel fuoco. Qualcosa di leggero, che rifletteva la luce azzurra, e sfrigolava sulla legna che ardeva. È neve, si disse Emily. Il fuoco si spense. Un ometto non più alto di venti centimetri si calò agilmente da una cordicella. Emily guardava con gli occhi neri sbarrati. L’ometto fece un passo nel soggiorno, si turò il naso e cominciò a soffiare a bocca chiusa, gonfiando le guance rubizze. Aveva una barba bianca lunga fino al petto. Non c’erano dubbi. Era lui. Ci fu un rumore come di spumante stappato, uno schiocco attenuato, e l’ometto si gonfiò fino a dimensioni normali, di colpo. Sospirò, prese un sacco dal camino e si mise a trafficare davanti all’albero, dando le spalle al nascondiglio di Emily.  Lei decise che era il momento, ora o mai più, si disse, deglutì forte e prese il coltello da cucina che aveva nascosto nella coperta.   Camminò piano alle spalle di Babbo Natale, cercando di non fare rumore. Il coltello, nella sinistra, sembrava più grande di lei. Pensò ai sacchi di ferro e carbone per i bambini cattivi. Brutta spia dei grandi, pensò. Maledetto trippone. Adesso le paghi tutte. 

 

Filippo Rigli

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Enzo Fileno Carabba Enzo Fileno Carabba

Carriera criminale

La prima volta che sono stato a Ponza doveva essere fuori stagione perché c’era la neve.  Immagino che la neve a Ponza non sia una cosa frequente, ma  ho una fotografia che può testimoniarlo

La prima volta che sono stato a Ponza doveva essere fuori stagione perché c’era la neve.  Immagino che la neve a Ponza non sia una cosa frequente, ma  ho una fotografia che può testimoniarlo: ci sono io che indosso la salopette della muta subacquea e la neve che sgocciola da una paretina rocciosa sullo sfondo. 

Appena arrivati trovammo qualcuno - un agente immobiliare, mi sembra - che vedendo la mia attrezzatura subacquea mi parlò di una cernia imprendibile che lui insidiava da anni. Ora si preparava a soffiargli aria ad alta pressione nella tana, direttamente dal primo stadio di una bombola, così la cernia usciva e lui sparava col fucile. L’idea mi parve bizzarra. Poi ho imparato che in ogni isola c’è qualcuno che tenta di catturare una cernia imprendibile soffiandogli aria ad alta pressione nella tana. Non mi risulta che la cosa sia mai riuscita.

Lui comunque insisteva che l'espediente era legale. Perché è vero che è vietata la pesca con le bombole, ma questo significa che uno non deve respirare dalla bombola, mentre lui intendeva scendere in apnea portandosi dietro la bombola solo per stanare la cernia.

Se poi prendi una cernia colpendola con una bombola va bene lo stesso, in questa prospettiva.

La pesca subacquea mi è sempre piaciuta moltissimo, me la sogno anche la notte. Devo dire però che l’integrità dell’ecosistema marino è garantita dalla vaghezza della mia mira. La mia tecnica di pesca è questa: sparo a un pesce e ne prendo un altro, di cui neanche sospettavo l’esistenza. E’ una tecnica eccentrica, potremmo definirla divergente. Consente di sognare incontri incredibili e coglie di sorpresa la preda, ma naturalmente è raro che alla fine ci sia una preda. Di solito la tecnica produce pesci in fuga, bellissimi da vedere, molto più belli di un pesce infiocinato. Comunque, a Ponza presi una grossa seppia con questa tecnica divergente.

Quella volta eravamo io e la mia ragazza. Volevamo noleggiare una barca. Il signore che avrebbe dovuto noleggiarla diceva che quel giorno non era possibile ma il giorno dopo magari sì. Non capivamo perché.

Non è forse scritto  che tutti i giorni sono uguali? Bè, credo di no.

La cosa durò infatti diversi giorni. Noi intanto giravamo l’isola in autobus, e io mi trascinavo dietro in autobus tutta l’attrezzatura. La cosa positiva è che non ero mai stato su un autobus con muta pesi e fucile. E‘ un’esperienza, dato che in verità sono oggetti concepiti per stare in mare.

Ogni giorno chiedevo la barca all’affittabarche, ma il giorno buono non arrivava mai. Era sempre domani. Mi sentivo un po’ preso in giro. Si vede che gli stavamo antipatici. Alla fine, a causa credo delle infiltrazioni d’acqua, un muro crollò sulle barche del signore che ci prometteva invano la barca e le seppellì tutte. Certo una punizione divina.

 

Ho sempre frequentato persone che ritenevano la pesca subacquea una attività disdicevole e la mia ragazza in questo non faceva eccezione. A Ponza presi una  murena che sgusciava dentro un relitto in pochi metri d’acqua. Rivedo ancora i suoi movimenti solenni e maculati.  A riva la murena sputò un polpo, intero, ma ormai bianco, perché la pelle era stata già digerita. A mio vanto posso dire che avevo mirato proprio la murena, non un altro pesce, comunque lo spettacolo della murena che sputa il polpo - anche se naturalisticamente interessante - fu la goccia che fece traboccare il vaso. 

 

La mia fidanzata mi disse: basta, o me o la murena. Io scelsi lei, anche se bisogna dire che la murena  era una gran bella murena. 

 

Passarono molti anni senza pesca subacquea. In compenso ho fatto quattro figli. 


 

L’anno scorso mi trovavo in una località toscana che mio figlio chiama Il Bagno delle donnole. La donnola è un predatore furbo e spietato.

 

Mi stavo allontanando dalla riva per poi pescare. C'erano delle orate che risalivano un canalone. Poco prima, mentre indossavo la muta e mostravo l’attrezzatura a mio figlio erano passati almeno tre motoscafi vicinissimi alla costa.  Ora, pinneggiavo sperando che arrivasse la guardia costiera e infligesse a quei maciullatori  una punizione esemplare. Non avevo fatto i conti con l’originalità dei miei conterranei. In effetti, se ci pensi, multare i motoscafi o i gommoni che passano veloci vicino alla costa sarebbe di una banalità desolante, un po’ come multare quelli che in autostrada ti arrivano a un centimetro e ti lampeggiano.

Fa molto più colpo multare un tipo che ha preso cinque telline, o un bagnino che prende un caffè.

Ero abbastanza lontano e cominciai i preparativi. Misi giù la testa per far uscire l’aria dal cappuccio. Sentii un motore in avvicinamento. Sollevando la testa  vidi un gommone bianco piombare a tutta birra verso di me. E’ finita, pensai, non ha visto il pallone, o è uno di quelli che quando vedono una boa segnasub ci vanno sopra per capire di cosa si tratta,  magari una nuova specie di pesce venuta dal Mar Rosso. Invece quello con una manovra inspiegabile ma spettacolare mi si mise di fianco.

Sopra c’erano due tipi vestiti di bianco, inizialmente pensai a due camierieri ubriachi esibizionisti. Invece era la Guardia Costiera.

Vorranno aiutarmi, pensai. Ma perché?

 

 Mi fecero salire bruscamente. Aiutano senza smancerie, osservai ammirato. E' una cosa tra uomini. Uno, quello più giovane, non parlò mai, sembrava assorto in pensieri lontani. L ’altro era il capo: sui cinquant’anni,  leggermente sovrappeso, coi baffoni, diceva cose non pertinenti per uno che salva qualcun altro da non so cosa. Ma non è sempre la parola che contraddistingue il lupo di mare.

Certo anche a prescindere dalle parole il suo tono era duro, severo.

Eccessivamente severo, mi resi conto.

Soppesai il significato delle parole ed ebbi un'illuminazione. Non mi stavano aiutando. Mi avevano appena catturato. Dal loro punto di vista ero una specie di Diabolik.

 Diabolik oltre ad avere una tuta particolare compie delle azioni particolari. Io la tuta particolare ce l'avevo e Eva Kant mi è sempre piaciuta. Abbiamo un sacco di cose in comune, io e Diabolik. Ma cosa avevo fatto? Azzardai una domanda.  Per caso quella era una zona protetta dove non si poteva pescare?

Non rispondevano.

Avevano la faccia da rapitori. 

Mi balenò l'idea della fuga.

Fu così che iniziò la mia carriera criminale.

 

Ripensandoci la fuga poteva essere faticosa. Sono cose da fare in fretta, che è cattiva consigliera.Restai. Volevano i miei documenti. Gli feci presente che i documenti erano a riva, e indicai la direzione. Pensavo che mi riportassero agli scogli a prendere i documenti. 

Sarebbe stato  banale. 

Senza dir nulla mi portarono via, oltre la punta, dall ’altra parte del promontorio. Lì avevano il loro covo fatiscente pieno di fogli con cui si davano ragione. Mentre svoltavamo, mio figlio  da riva guardava atterrito senza capire. Non capita tutti i giorni di vedere un rapimento.

Gli feci allegramente ciao con la mano.

Chiesi ancora alle guardie: ma transitavo in una zona protetta? 

Transitavo mi pareva la parola giusta, un verbo del genere poteva aprire un sacco di porte.

Invece continuarono a non rispondere.

Mi portarono in un ufficietto e mentre ancora ero vestito da Diabolik (che caldo deve patire quell'uomo)  mi venne comminata una  multa da 1038 euro perché - secondo loro - stavo pescando vicino alla riva, tra i bagnanti. Cercai di dirgli che non era vero, che ero lontano dalla riva, peraltro una scogliera a  picco, e che non c’erano bagnanti, a parte mio figlio su uno scoglio, e io non sparo mai a mio figlio.

Questa frase non ebbe successo. Dovrei stare più attento a quello che dico.

Quelli restarono impenetrabili. Forse anche sordi oltre che impenetrabili: perché nel verbale scrissero che dicevo di non essermi accorto di essere così vicino. Mentre avevo detto un'altra cosa.

E’ come se uno accusato di omicidio si professa innocente e nel verbale  scrivono: afferma di non essersi accorto che stava uccidendo la vittima a martellate.

Feci notare che la sagola del pallone era ancora tutta avvolta.

Il baffo si limitò a dire che il pallone  segnasub lo tenevo comunque staccato dal corpo.

La prossima volta nuoterò col pallone in equilibrio sulla testa, feci.

Ecco un'altra di quelle volte che credo di aver detto una frase divertente per sdramatizzare ma l'uditorio non reagisce. In certi casi l'uditorio è maledettamente importante.

La cosa era talmente insensata che a un certo punto pensai a uno scherzo. Magari erano emissari del mio otorino. Lui mi dice sempre che l’uomo non è fatto per andare sott’acqua. 

Se quella era un terapia predisposta dal mio otorino ero impressionato dal prezzo.

 

Nei mesi successivi andai a protestare alla Capitaneria di Porto di Livorno, con tanto di memoria difensiva.  All’Ufficio Contenziosi, un ragazzo gentile dietro una scrivania mi assicurò che avevo perfettamente ragione e anzi mi fece capire che quelli del Bagno delle donnole avevano le loro peculiarità. Salvo poi mandarmi il mese dopo una lettera in cui con frasi misteriose (tipo “si rappresenta che…” ) mi si diceva che la sanzione rimaneva invariata.

Non si erano neppure degnati di convocare i testimoni. Avrei potuto rivolgermi al giudice di pace ma lasciai perdere. Mi sembrava gente ben organizzata.

Ripensavo alla faccia gentile del ragazzo dell ’Ufficio Contenziosi, che sembrava d’accordo con me. Poi si dice che c’è poco lavoro per gli attori. Con tutti gli Uffici Contenziosi che ci saranno in giro! 

Quell’episodio ha lasciato in me e anche in mio figlio - quello che ha assistito al rapimento sul gommone bianco - un senso di ingiustizia.  Tra l’altro, proprio prima di scendere in acqua l’avevo ammonito severamente circa i pericoli del caricamento a riva.

L’episodio dimostrava che il giusto comportamento viene punito. 

Ho smesso di mandare maledizioni a quel tipo coi baffi solo pensandolo come un rapinatore. 

Tutto ciò ha prodotto tre pericolosi avversari delle forze dell’ordine: i miei figli. I figli sono quattro, il quarto non ha aderito per via dell’età. Ma può darsi che crescendo, e ascoltando i racconti di quel mattino, si unisca alla banda. La nostra famiglia si sta allontanando a grandi passi dalla cosiddetta cultura della legalità.

 

Quest’anno sono tornato a Ponza con la stessa fidanzata che mi aveva detto “o me o lei” riferendosi alla murena e che per comodità chiamerò mia moglie, anche se non siamo sposati. E naturalmente col resto della banda. 

Via via che mi avvicinavo all’isola riaffioravano i ricordi. Mi succede sempre così. Mi riaffiorano i ricordi senza bisogno di essere sul posto, semplicemente avvicinandomi. E’ una magia. Lo spazio evoca il tempo. Ora ricordavo un giro col mare un po’ mosso a largo di un faro, col fondale profondo, invisibile, e delle grosse ombre che scorrevano sotto di me. A quel tempo mi piaceva lasciarmi andare a mezz’acqua sui fondali profondi. Il senso di inquietudine e di piacere. Oggi preferisco i fondali bassi, dove si avverte meglio la contiguità tra il mondo emerso e quello immerso.

Ricordavo anche  delle rocce bianche a strapiombo e  un’aragostina, dalle parti di un posto che si chiamava Cala Gaetano, quella è l’unica aragosta che io abbia visto andando in apnea. 

E soprattutto ricordavo la murena sputatrice. Dopo la scena  in cui mia moglie aveva detto “o me o lei“, in realtà avevamo trovato una signora che ce l’aveva cucinata a rotellone fritte. Il figlio della signora aveva chiesto “l’hai sparata?”

Ricordavo un cane dal pelo lungo e chiaro, una specie di spinone,  che mi aveva fatto compagnia mentre scrivevo seduto al tavolino di un bar. Da qualche parte ho una foto di me col cane: ha un’aria entusiasta e sembra che sia lui a dettarmi le parole.

Mentre sbarcavamo pensai alla neve. A volte le prime impressioni marchiano la mente di un uomo. E per me Ponza - la vera Ponza - rimarrà sempre spennellata di neve. Per cui  trovavo un po’ strano vedere l’isola col caldo e senza la neve e piena di gente. 

 

Ci sedemmo a un bar nei pressi del porto.  Guardavo qua e là, un po’ ansioso, sperando che i tre figli più grandi non  rivelassero troppo presto la  loro natura criminale di distruttori di tavolini e tovaglie, e il minore non sfoderasse  le sue doti di urlatore assordatore della quiete pubblica, quando  lo vidi.

Anche lui mi guardò, con quel suo sguardo soddisfatto di se stesso. Anzi oserei dire che mi guardò coi baffoni, forse per questo non mi riconobbe. Dato che era senza divisa immaginai che fosse in vacanza,  però era solo. Strano: come minimo la vacanza era  una copertura per qualcosa di losco.

Eccolo lì, l’iniquo che aveva generato nei miei figli quella diffidenza verso le forze dell’ordine che dopo aver  distrutto anni di educazione alla legalità li avrebbe condotti  sulla via del banditismo.

Sarebbe stato giusto che la donnola baffuta ricevesse una punizione. Ma solo una mano innocente può punire. Così come era stato innocente, ma giusto,  il muro che molti anni prima aveva seppellito le barche dell’uomo che ci prendeva in giro.

Valutai le probabilità che un muro cadesse sulla donnola per via della neve. Non ci potevo contare.

 

Avevo in mente il piccolo relitto dove avevo trovato la murena sputapolpo, forse perché ho due foto subacquee con mia moglie che indossando una muta fucsia nuota costeggiando la fiancata del relitto. Sembra a cento metri di profondità, anche se saranno tre metri. Ho poi appreso che mia moglie odia andare sott’acqua, quindi quelle due foto testimoniano una estrema delicatezza da parte sua nei miei confronti e io non sono insensibile a queste cose.

Alla fine andando in giro per l’isola col figlio maschio, quello che era presente al mio rapimento presso il Bagno delle donnole, ho trovato la scalinata scavata nella roccia che porta agli scogli di fronte al relitto.

Era sera. Scendendo vidi che sugli scogli c’era un uomo solo.

LUI.

Quell’individuo mi perseguitava. Per fortuna mio figlio non lo riconobbe, era ancora lontano, né l’aveva riconosciuto al bar.

Quando arrivammo giù la donnola era in acqua, e faceva dei goffi tentativi di immersione con pinne e maschera.

In quei giorni mio figlio stava affinando l’arte di tirare i sassi sull’acqua. Io mi chinai e raccolto un sasso magnifico,anche se un po’ grosso, gli dissi: vedi un po’ se ti riesce con questo. Stava per tirare a destra ma  gli fermai la mano e dissi: no prova un po’ di là, che era la direzione in cui avevo visto immergersi la donnola.

La mano  di mio figlio lanciò. Il sasso rimbalzava potente e leggero. Vidi la testa della donnola emergere, proprio sulla traiettoria.

Una incredibile sfortuna, in tutta quella immensità. Avevo detto al bambino di lanciare il sasso così per gioco, non avrei mai pensato che il sasso potesse colpire davvero la testa della donnola.

Mi era già successo da ragazzo, di colpire un sub con un sasso. La cosa non poteva ripetersi.

E infatti non si ripetè. Trattenni il fiato. Vidi il sasso schizzare accanto alla testa e proseguire in gran fretta verso l’orizzonte, come se fosse in ritardo .

Meglio così, pensai. In fondo quell’uomo non l’avevo visto mica bene: forse non era neppure chi pensavo che fosse. O forse era proprio lui. Ma senza divisa e senza gommone faceva pena, così, da solo, in vacanza. Anche la maschera e le pinne mi sembrarono tristi. 

E’ stato un bel lancio, dissi a mio figlio, diventi sempre più bravo.

Lui sorrise appena. Un sorriso lieve, pieno di tenerezza.

Era un ragazzo che prometteva bene.

 

Enzo Fileno Carabba

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Il tipo mi ha chiesto dove avrei voluto essere lasciato. In circa tre ore e mezzo di viaggio questa era la quarta volta che mi diceva qualcosa.

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Il tipo mi ha chiesto dove avrei voluto essere lasciato. In circa tre ore e mezzo di viaggio questa era la quarta volta che mi diceva qualcosa. Mi è preso un leggero senso di panico, come di acqua alla gola, perché non lo sapevo. 

Al casello di Firenze-Certosa, appena salito sulla sua Fiat 500 color giallo-senape, lui aveva detto di avermi preso per non rischiare di addormentarsi durante la guida. Una 500 a piú di settanta non va e in autostrada è come essere fermi. E questa era stata la seconda cosa che mi aveva detto. Mentre la prima era quella di quando lui arrivato al casello, e fermandosi a prendere il biglietto, per rispondere a me, che gli chiedevo se andava a nord, verso Bologna, aveva detto che andava a Roma. 

L’altra, la terza l’ha detta quando mi ero seduto con lui in macchina: che andava a Roma per il corso da allievo sottoufficiale nei carabinieri… Non è che ci andavo anch’io per lo stesso motivo? 

Ho fatto segno di no, e da quel momento non ha detto altro. Si vede che dovendo scegliere tra il rischio del colpo di sonno e la compagnia di uno che non sa dove vuole andare, aveva preferito quest’ultima.

 

Ho detto Trinità dei Monti perché è uno dei posti che tutti hanno in mente. Solo che quando ha accostato, io la scalinata non l’ho vista.

Gli ho chiesto dov’era e lui ha fatto segno che era lí, oltre il marciapiede. 

Una volta sceso di macchina e riguadagnata la posizione eretta, Trinità de’ Monti finalmente l’ho vista. Vista dall’alto. Mi trovavo in cima e la scalinata si distendeva di sotto, plastica e imponente nella sua rigidità di marmo.

Mi sentivo stordito e con le gambe anchilosate e ho cominciato a scendere da lí facendo attenzione a dove mettevo i piedi. Ché fracassarmi adesso una caviglia non era il caso. 

Mi sono poi fermato circa a metà della prima rampa. Da lí con un unico colpo d’occhio si dominava tutto quello che c’era sotto: la parte sottostante che scendeva ripida fino alla piazza con la fontana giú in basso. 

Non c’era nessuno lungo tutta la scalinata e l’ora era quella perfetta del tramonto di una giornata che oggi a Roma doveva essere stata perfetta. In cielo non c’erano tracce di velatura e l’aria, per essere a fine gennaio, era tiepida già da primavera un pezzo avanti. In quello stesso momento a Torino c’era ancora il Generale Inverno a comandare e dal freddo si pestavano i piedi. Ma un tramonto bello come questo che stavo vedendo adesso era un da parecchio che non mi capitava. Mi sono perciò seduto su un gradone e ho tiratofuori il Drum per arrotolarmi una sigaretta. 

Per non so quanto tempo sono rimasto a guardare la curva del sole cadere in lenta perpendicolare fra i due palazzi di fronte, fino a che il rosso-arancione del sole, sempre piú intenso, oltrepassata la linea dei tetti, ha continuato a splendere anche tra i palazzi di Via del Corso, incendiando sia la strada che la prospettiva dietro ai due edifici: che per contrasto si abbuiavano alla vista sempre di piú. 

L’angelo nella mia testa è adesso che ha cominciato a farsi sentire: e ora che cazzo si fa? Gli ho risposto: non lo so, non mi stressare adesso... stiamo a vedere se succede qualcosa...

 

Ero seduto a ridosso del parapetto di destra, che scendendo assieme alla scalinata piegava curvando verso destra convergendo diversi metri piú in basso con l’altra ala della scalinata, verso il terrazzone metri piú sotto. Parevami straordinario che ci fossi io solo a godermi il momento. Anche se poi il tramonto, si sa, non è altro che un effetto dovuto alla rifrazione… ché se uno – Dio per esempio – decidesse di andare e/o volare verso ovest a velocità costante potrebbe prolungare lo stesso fenomeno all’infinito, teoricamente fino alla fine dei tempi: un unico eterno tramonto, se costui non avesse che questo come scopo ultimo... Solo che dopo un po’ la cosa potrebbe cominciare a essere noiosa, con il sole inchiodato sempre lí allo stesso punto sull’orizzonte. Forse potrebbe venirgli voglia di variare la storia, per esempio rallentando il proprio running fino a farlo finire e vedere il sole finalmente andar sotto, oppure all’estremo opposto, riportare indietro rispetto a se stesso il fenomeno, aumentando la propria velocità, sempre verso ovest, vedendo il fenomeno regredire fino a ritrovarselo, il sole, in verticale perfetta sulla propria testa. E poi ancora alle spalle, e sempre continuando cosí, fino a ritrovare l’alba e poi la notte e alla via cosí, fino a veder sorgere il sole a occidente... Ma mi sa che sto sbagliando qualcosa: il sole non dovrebbere sorgere a occidente... Di fatto alba e tramonto non sono che nomi diversi di una stessa illusione: il sole non sorge e non tramonta, sono solo dei modi di dire da pedestri terrestri. Al sole poi nemmeno frega di far luce a qualcuno...

E mentre ero lí che me la stavo smenando con queste considerazioni sul fenomeno noto come rifrazione: che all’alba e al tramonto, un raggio solare attraversando – rispetto a chi guarda – uno strato di atmosfera piú spesso che a mezzogiorno, e che di conseguenza i raggi crepuscolari sono maggiormente deviati se paragonati a quelli di mezzogiorno e che inoltre, dovendo i raggi del sole fare più strada al crepuscolo, la componente blu/viola viene completamente diffusa, e quindi dispersa, dalle molecole atmosferiche... e il risultato è un Sole rosso-arancio con intorno un fiammante cielo che ne fa da cornice, le cui tonalità dipendono dalla composizione chimica dell’aria (presenza di pulviscolo, vapor acqueo, inquinanti, ecc). Mentre a questo stavo pensando, Ferrania, una tipa col nome di una macchina fotografica, è venuta a sedersi qualche gradone sotto al mio.

 

Riccardo Subri

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Orrore sulle colline

Alle prime brezze di primavera, i sacchetti di plastica si levavano in volo come uccelli bianchi. Erano stati in letargo tutto l’inverno, bloccati dal fango o dal gelo.

24 marzo

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Alle prime brezze di primavera, i sacchetti di plastica si levavano in volo come uccelli bianchi. Erano stati in letargo tutto l’inverno, bloccati dal fango o dal gelo. Ma ora salivano in aria e poi sbandavano per le colline incontaminate che dominavano la città.

C’era della bellezza, in quell’orrore.

Angelo bevendo il caffè che avrebbe dovuto riportarlo tra i vivi guardava dalla finestra.

I cofani delle macchine brillavano in fila sulla collina di fronte, erano una linea incandescente nel verde. 

Più o meno il risveglio dei sacchetti coincideva con la crescita degli asparagi selvatici, che Angelo cercava avidamente. Per mangiarli o rivenderli a peso d’oro a dei tipi inariditi dalla ricerca spirituale, quando non era costretto a portare il sapere in qualche scuola, superiore di nome, inferiore di fatto.

I falchi tornavano, con le ali immote a picco sulla campagna.

I sacchetti volavano.

I motociclisti sfrecciavano dementi sulla intercollinare.

Eh sì, a volte aspetti delle cose per una vita intera, e quando queste alla fine si realizzano sul serio ti rimane addosso una strana sensazione, una gioia che è anche un senso di vuoto. E’ davvero strano.

Quella mattina di marzo, per esempio, quando il motociclista ronzante come un calabrone sulla curva venne incappucciato da un sacchetto bianco, uscì di strada e sparì tra gli anemoni del campo, Angelo non esultò. Nonostante dopo pochi secondi avesse sentito il botto.

Insieme a quella gioia semplice, genuina, del motociclista schiantato, fu preso da un disagio, quasi dal senso di colpa. Anche se lui non c’entrava nulla.

Al limite era la Madonna.

Comunque doveva sbrigarsi perché era in ritardo.

Andare a scuola nella conca della culla dell’arte era scendere all’inferno. Teneva dei corsi di scrittura creativa nelle scuole superiori. Da dicembre a aprile andava in ventiquattro scuole diverse. Nessuno che andasse in ventiquattro scuole diverse poteva credere nella democrazia. [...]

All’Istituto numero uno ci volevano mezz’ore per trovare un’aula diponibile. L’edificio era grande e nobile, pieno di statue e muri cadenti. Le scolaresche si dedicavano alla transumanza nei corridoi, dato che la preside aveva pensato bene di risparmiare sulla pianificazione delle lezioni (negli anni precedenti affidata a un apposito esperto) e allora aveva fatto tutto lei, aveva preso carta e penna per farglielo vedere.

 E indubbiamente si vedeva. 

L’ora veniva impiegata più che altro nella ricerca del luogo e nelle contese verbali o violente con altri pretendenti. E questo era senz’altro la metafora di qualcosa.

 I ragazzi non erano normali. Un giorno non lontano si sarebbero trasformati in votanti.

Però c’era un gruppetto di ragazze volenterose, alla fine avevano capito che dovevano cercare di concepire un personaggio con caratteristiche precise. 

Una ragazza esilissima e verdognola gli chiese: quanto è alta e quanto pesa una persona di mezza età?

Un’altra, la compagna di banco: quanti soldi ci vogliono, a un evaso, per la droga e per l’albergo?

E queste erano l’elite.

Un’altra faceva la calza, il gomitolo di lana in terra. 

Una vietnamita trapiantata in Chianti si truccava per ore, fasciata in vestiti trasparenti.

Un’altra, grassa, brutale, sbilanciata dai brufoli, berciava come una pesciaiola medievale appena scaricata lì dalla macchina del tempo, sputava parole di un linguaggio incomprensibile.

Erano tutti incontinenti e affamati. Sognavano cessi e panini.

Un ragazzo enorme, in fondo alla classe, percuoteva il banco per ore con le impressionanti manone. C’era di buono che almeno non si muoveva mai dalla sua postazione, al contrario degli altri. Il banco lo usava tipo tamburo tribale.

Eh sono ragazzi vivaci, disse sorridendo in modo distorto la professoressa sempre stanca. Spesso Angelo la vedeva con gli occhi sbarrati al bar della scuola. Guardava fisso davanti a sé, altrove, persa in qualche sogno tropicale o apostolico. La professoressa disse che la lezione frontale non funzionava, era superata.

Però la lezione frontale era andata benissimo per il motociclista.

Alla fine la gamba del tavolo percosso dalle manone si staccò. E allora lo gnomo livido che gli stava accanto la prese e senza nessuna ragione comprensibile la tirò sulla testa di una ragazza che cominciò a sanguinare.

Si credevano tutti intelligentissimi.

Nessuno conosceva Stanlio e Olio.

Era finita. Basta. Altro che portare il sapere. Non bisognava portare niente da nessuna parte. Molto meglio non farlo, a parte che era impossibile.

E’ l’ora, pensò. E’ giunto il tempo. Il momento di ritirarsi in qualche avamposto fortificato e alzare il ponte levatoio.


 26 marzo

Cacciavano i ghiri con gli spiedi. I ghiri erano buonissimi, succulenti, succosi e teneri, anche se lui non li aveva mai assaggiati. La legge in teoria prevedeva che uno non li cacciasse, erano protetti, per così dire. Ma Angelo, Ugo, Mario e Mikailov erano di aperte vedute. Ad Angelo, che aveva sempre destestato i cacciatori, le vedute gliele avevano aperte le difficoltà monetarie. I ghiri riuscivano a venderli anche per trenta o quaranta euro l’uno, a seconda. 

Funzionava così. Angelo tornava da scuola stravolto, dormiva un po’ e poi si precitava nei boschi con l’allegra compagnia. I ghiri li trovavano nelle cavità degli alberi, soprattutto querce. Bloccavano tutte le uscite possibili, se ce ne erano, e poi dall’alto li infilavano con lo spiedo.

Mikailov aveva portato un forcone. 

Ma che fai, gli disse Mario, che nonostante fosse un pittore se ne intendeva perché suo padre era stato veterinario da quelle parti. Così lo rovini.

Al mio paese facciamo così, rispose Mikailov, che era un omone con un vocione da omone, lui badava alle pecore, anche se in realtà era un tecnico informatico.

Al tuo paese siete selvaggi, disse Ugo, un omino con un cappellino ridicolo sempre in testa che faceva il giardiniere, veniva dal sud.

Angelo era l’unico che in realtà non ci capiva molto in queste questioni che però lo appassionavano, da bambino era cresciuto in città. Faceva parte del gruppo perché conosceva tutti i sentieri e tutti i passaggi fuori sentiero, meglio dei suoi compari, grandi intenditori della vita agricola e boschiva che però non muovevano un passo se non c’era un motivo.

Invece Angelo conosceva un sacco di posti proprio perché muoveva passi senza motivo. 

Il motivo prima o poi salta fuori.

Per esempio quella sera tornarono con tre ghiri nello zaino. Appena presi gli facevano tutto un trattamento, altrimenti diventavano amari, sapevano di bile o qualcosa del genere.

Era sempre più sera. Il cielo emanava strisciate violacee. Si fermarono in una radura a mangiare qualcosa, era una specie di merenda tardiva. In fondo erano come dei ragazzi che giocavano, questo li aiutava nelle difficoltà.

E’ riapparsa un’altra Madonna, disse Ugo senza alzare lo sguardo, dopo un bel po’ di silenzio.

 La cosa stava così. Un tempo le campagne erano piene di tabernacoli con Madonne, immagini o statue. Madonne col bambino che vegliavano ai crocicchi, sulle strade bianche.

Poi le Madonne erano sparite tutte. Rubate, si suppone. 

Ma ora alcuni superstiziosi trogloditi come Ugo sostenevano che le Madonne stavano tornando. O meglio, che stessero tornano era incontestabile. Se uno andava in giro lo vedeva da solo. Ma i superstiziosi regrediti giuravano che le Madonne stavano tornano senza che nessuno ce le mettesse.

Magari anche quando se ne sono andate non è che le hanno rubate, magari se ne sono andate da sole. Questo disse Mikailov.

Ma che dici, rispose Ugo, sei eretico. E poi molti tabernacoli hanno le grate di metallo.

Comunque in effetti poteva anche darsi.

Dovremmo appostarci la notte di fronte a un tabernacolo vuoto e vedere se ne soprendiamo una che ritorna, magari capiamo come fa con la serratura, aggiunse Ugo, che credeva ai prodigi ma aveva senso pratico.

Bisognerebbe capire perché sono tornate, disse Mario.

Ugo però non si lasciava smontare da finezze o ironie. Domenica aveva sentito il parroco, Don Pietro, dire alla sua platea quasi tutta di donne che c’era bisogno di sacrifici. E aveva messo in relazione questo bisogno dei sacrifici col ritorno delle Madonne. Quindi bisognava fare sacrifici per non far andar via le Madonne. 

Quali sacrifici non era chiaro.

Ma in molti erano pronti 


 27 marzo

La mattina dopo, presto, Angelo era in giro col cane perché non doveva andare a scuola. Viola aveva bisogno di nuotare e Angelo voleva vedere se i pescatori avevano di nuovo sporcato il lago. Era un po’ una mania e se ne rendeva conto. Si sentiva come quegli omini che fissi alla finestra o al balcone, in città, controllano di continuo se uno parcheggia male e a quel punto glielo dicono. Uno spasso. Così lui andava al lago e se c’erano i pescatori chiedeva di non lasciare rifiuti.

Rifiuti? Domandavano esterefatti, non capivano la parola.

I pescatori di solito erano dei ragazzotti brutali con occhiali a specchio, che nonostante la giovane età non ce la facevano ad arrivare nei pressi del lago a piedi, senza l’ausilio di un fuoristrada. Proprio al lago in macchina non ci arrivavano, perché c’era una salitina finale ripidissima e stretta e stretta, un viottolo da cinghiale magro. Però ce la facevano a scaricare sulle sponde e anche in acqua quantitativi inspiegabili di plastica.

Sarebbe stato il caso di piazzare delle trappole per mozzargli le gambe. O almeno prendere a bastonate i loro fuoristrada.

Ma invece ora non c’era nessuno. Si sentiva l’incredibile frastuono della primavera, tutti gli animali cantavano. E i vegetali non è che stessero zitti. Un tripudio sonoro luminoso che sgorgava da tutte le parti segnalava l’assenza dei pescatori.

Chissà che musica saltava fuori quando non c’era neppure Angelo. Ma nessuno è perfetto, e lui per stare là doveva esserci.

Camminava nell’erba e nei fiori che crescevano a vista d’occhio, dove vedevi un filo, poco dopo c’erano liane colorate coi petali; scrutava tra i rovi nella speranza di cogliere il bianco dei prugnoli, funghi rarissimi, più preziosi dei porcini, gli unici a crescere in quella stagione.

Salì al lago, che aveva una strana forma semitriangolare, con uno dei vertici che puntava dove il bosco era più fitto.

 Dall’altra parte vide un’ombra sull’erba. Sembrava scivolare.

Una Madonna. 

 Ma non poteva essere di quelle che poi entrano nei tabernacoli. Era grossa come un orso.

Quella Madonna gli faceva paura. Da bambino alle elementari gli avevano dato un tema: cosa faresti se Gesù bambino apparisse in camera tua? Lui, immaginando l’improvvisa materializzazione di un sinistro bambino avvolto nella luce, tipo le bambine di Shining, aveva scritto che si sarebbe buttato dalla finestra dalla paura. E la maestra aveva convocato i suoi genitori per lo scandalo. Ora provava la stessa inquietudine di quella immmaginata tanto tempo prima, solo che la questa non era immaginazione.

Ferma, sussurrò a Viola che stava per buttarsi nel lago pieno di gamberi killer che si muovevano torpidamente.

Per fortuna la Madonna non lo aveva notato, stava entrando nel bosco al vertice del triangolo.

Angelo non scappò. Stava immobile come una statua nel tabernacolo. Fissava quell’ombra alta, spaventato e attratto. La Madonna, qualsiasi cosa fosse, sparì tra le querce.


2 aprile

Angelo girava come un pazzo da una scuola all’altra. Parlava di continuo, sempre, non riusciva a fare altro. Parlare era come una droga che gli impediva i pensare. A furia di parlare non capiva bene quello che diceva. Magari credo di dire Leopardi è un poeta e invece dico la preside peta, pensava.

Ogni tanto qualche professore si complimentava perché lui nel casino più totale riusciva a stare tranquillo. Ma lui ci riusciva perché dava per scontato che quella era una discesa nell’orrore. In effetti per essere l’inferno non era male: c’erano anche dei ragazzi fantastici. 

Ci fu la faccenda degli scaracchi.

L’Istituto numero 6 lo vedevi anche se non ci andavi. Dappertutto per la città c’erano manifesti che lo pubblicizzavano come tempio della didattica contemporanea. Era un tempio basso ma enorme, un po’ tipo il pentagono. Con un grande cortile interno in cemento rosa e bianco circondato da reti metalliche nere.

 La prima volta che era stato lì, avevano tirato un accendino dalle scale e l’accendino era esploso accanto a una ragazza, che poi fingeva di ridere ma piangeva. Angelo non aveva capito se tutti gli accendini tirati dall’alto esplodono o se quello era stato preparato.

Un’altra volta gli alunni avevano riempito la scuola coi vermi. Questa in effetti era una cosa che lui aveva apprezzato, perché trovare tutti quei vermi non doveva essere stato facile. Su una panchina del cortile interno aveva letto una scritta sul muro “facciamolo nella torba, tra i lombrichi”, che forse non era casuale.

Stavolta la professoressa, curva sotto il peso delle ore di lezione e soprattutto di pianificazione, coi capelli ritti e come in trance, lo avvertì: attento agli scaracchi.

Già il fatto che una professoressa usasse la parola scaracchi con quella naturalezza lo colpì, non che ci fosse qualcosa di male, ma gli suonava strano.

In effetti camminando verso la cattedra dovette evitare scaracchi grandi come pozze, era incredibile che un essere umano potesse produrli, sembravano scaracchi di ippopotamo. Ma ippopotami non se ne vedevano.

In classe c’erano i giornali, sparsi qua e là. Pochi giorni prima Angelo aveva letto su una di quelle riviste da treno dei commenti entusiastici su questa iniziativa nobile di distribuire giornali nelle scuole. 

Solo che quei giornali erano illeggibili. In quanto scaracchiati.

Angelo fece una faccia stupita.

Due nane coi denti pieni di cibo, perché mangiavano di continuo, dissero che loro non scaracchiavano.

A quella affermazione tutti presero a urlare e a deriderle e a barrire.

La professoressa parlò della necessità di utilizzare nuovi metodi didadittici. Stava col busto quasi spiacciato sulla cattedra e le braccia protese in avanti. Non si capiva se parlava ad Angelo, ai ragazzi, o agli scaracchi, nessuno la stava a sentire.

Di solito era gentilissima (una gentilezza del tutto fuori luogo) e remissiva, ma ogni tanto la frustrazione esplodeva e allora cominciava a inveire contro un ragazzo che non aveva fatto nulla. E così fu questa volta.

Prese per il braccio un mingherlino che aveva solo chiesto di uscire. 

In Angelo la curiosità fu troppo forte: ma perché scaracchiate? Chiese.

Al che inaspettatamente parecchi fra quelli in stato di veglia parteciparono alla discussione. Addirittura ci fu chi smise di giocare a carte.

Tre tipi uscirono dall’armadietto grigio dove erano stati rinchiusi fino a quel momento (ed era uno di quegli armadietti piccoli) per dire confusamente la loro. Angelo non capiva come avevano fatto a starci tutto quel tempo senza soffocare. Magari dentro ce n’erano altri, morti.

Del perché scaracchiassero tutti, o quasi tutti, Angelo non capì molto. Per giustificarsi dicevano che non avevano voglia di studiare, per questo erano in quella scuola. Lavorare era troppo faticoso. Lo dicevano sul serio, con aria improvvisamente assenatissima. La stessa che dovevano assumere coi loro genitori, che infatti pensavano tutti di avere dei figli, se non geniali, perlomeno buonissimi (solo un po’ vivaci, ma chi non lo è a quella età), e che la scuola, arretrata, non fosse in grado di valorizzarli. Comunque alla fine un ragazzo allampanato, coi capelli rossi, che sembrava venuto dall’ottocento, gonfiò il petto smilzo e con aria fiera disse: io quando devo scaracchiare mi alzo e vado al cestino.

Bravo! Esclamò Angelo, assurdamente entusiasta. Gli sembava di essere stato catapultato nel libro Cuore.

Solo più tardi si chiese che senso avesse il tutto.


4 aprile

Angelo aveva dei vicini di casa americani, una famiglia molto religiosa. Gli avevano regalato un libro su Gesù intitolato “Il falegname dell’anima”. Proprio così. Nel libro c’erano capitoli tipo “Come entrare in contatto con Dio”. O illustrazioni con una locomotiva sbuffante e sotto la didascalia: “Dio è la locomitiva, tu attaccati”.

Proprio così. Sembravano cose false ma erano vere.

Erano tipo crociati di Cristo o qualcosa del genere. 

Però erano simpatici. .

La mattina arrivò George. Era un uomo alto, atletico. Aveva più l’aria dell’ uomo d’azione che del religioso. Al limite poteva sembrare un predicatore errante nel selvaggio West, munito di pistole sotto la tonaca, o di croci esplosive. Lo immaginavi nel vento e nella polvere predicare il Verbo combattente. Di fatto lo vedeva sempre lavare la macchina o cose del genere, anche se poi parlava di Gesù, con cui aveva un’intesa particolare. La Bibbia non sembrava essere la sua lettura quotidiana. Lui e Patty, sua moglie, erano venuti in Italia chiamati da Dio. Erano qui a oliare matrimoni, come dicevano.

Il matrimonio è come una macchina. Non devi andare dal meccanico quando è da rottamare. Devi fare dei controlli periodici, Controllare l’olio, i freni, le gomme eccetera. Per il matrimonio è lo stesso, questo era il concetto. E la revisione ti conviene farla dal punto di vista di Dio.

Insomma cercavano di dire alle coppie come vivere, del tutto in buona fede. La loro era una organizzazione importante, ramificata in tutto il mondo. 

Il tema di un convegno o una convention messa su dalla loro organizzazione fu: Come oliare matrimoni in Afghanistan. 

George aveva lasciato la sua attività di imprenditore in Florida per questa missione.

 L’americano arrivò con aria grave e raccontò ad Angelo cosa era successo quella notte. 

Sono i venuti i ladri a rubare, disse. Come se i ladri facessero altro. Comunque risultò che avevano visitato tutte le case lì attorno. A parte una.

Quale?

Ebbene sì, quella: la casa di Angelo e Lucia era l’unica trascurata dai ladri.

Chissà perché da voi non sono venuti, disse George inarcando le sopracciglia. 

Angelo fissò il giubbottino tipo Happy days, si sentiva imbarazzato, come se quell’altro lo avesse accusato, anche se magari non ci pensava nemmeno e era solo una frase così.

E’ che noi non abbiamo nulla, si giustificò Angelo.

Arrivò Patty, stravolta ma anche galvanizzata. Infatti era come se l’evento gli avesse infuso vita, a tutti e due. Questa era una cosa bella. Erano lì che parlavano e parlavano e discutevano dei provvedimenti da prendere, con un certo entusiasmo. Arrivarono anche altri vicini derubati, che invece avevano un’aria cupa, depressa, sembravano proprio in punto di morte o anche peggio.

Mentre George aveva regalato a Angelo “Il falegname dell’anima”, Patty aveva regalato a Lucia “Quale amore usi?”, da cui imparavi che i linguaggi dell’amore erano cinque e tu dovevi capire bene qual era il tuo e qual era quello della persona con cui intendevi essere amoroso, se non lo capivi non funzionava perché non riuscivi a conciliare i linguaggi.

Comunque Patty era molto simpatica. Tutta la famiglia dei predicatori imprenditori crociati lo era.

Patty disse che i ladri avevano addirittura portato via i soldi dei bambini, che non erano pochi. Bisognava fare qualcosa.

Ma George nel fattempo l’aveva già fatta. Mentre i vicini italiani palavano di pagare sorveglienti speciali che si aggirassero attorno alle case (a furto finito, perché bisognava chiamarli) George, radioso, tirò fuori una busta di plastica.

Ho sempre sognato di essere come Magnum P I, disse.

Mica perdeva tempo. In mattinata era andato nella viuzza semiabbandonata che passava dietro le case e indagando aveva trovato le tracce di un appostamento. Erano chiaramente i ladri.

La sera George bussò a casa di Angelo. Da certi dettagli aveva dedotto che i ladri sarebbero tornati. Il piano era questo: dovevano nascondersi nella vigna, al bordo della stradina. George con la mazza da baseball, Angelo col fucile subacqueo.


5 aprile

In una scuola immensa, che sembrava un carcere e un ospedale, non riusciva a trovare l’aula, nessuno sapeva nulla, nessuno era in grado di dargli indicazioni sensate. In un’aula vuota c’era una professoressa riversa sulla cattedra.

Buongiorno, disse lui, ma quella non rispondeva.

Stanca del solito cazzo cerco emozioni lesbo, diceva una scritta su un banco.

A che ora suona la campanella? aveva insistito Angelo, in cerca di un contatto umano.

Magari la scritta sul banco era opera della professoressa, per questo non lo considerava, visto che era stanca di certe cose e ne cercava altre. Non era impossibile pensarlo. Angelo, che era un appassionato cercatore di parole sui banchi e sui muri, aveva letto frasi soprendenti nei bagni dei professori.

La docente alzò la testa voluminosa e disse: gli zombie escono alle due.

E in effetti l’atmosfera dell’edificio era quella di un film di Carpenter.

Uscendo senza aver praticamente fatto lezione (era riuscito a trovare l’aula a venti minuti dalla fine), Angelo aveva notato un’altra memorabile scritta su un muro: quello che conta è quello che a voi non interessa.

Da un po’ di tempo gli sembrava che le cose gli parlassero, che tutto succeva di fronte a lui prendesse forma di parabola.

Forse la realtà si stava vendicando per qualcosa che le era stato fatto, forse perché la gente la prendeva troppo alle lettera e allora Lei cercava di dire qualcosa coi fatti, che erano le sue parole.

Sul marciapiede sfrecciavano in motorino gli zombie che, a contatto col motore avevavo ripreso vita. Quasi lo investivano. Angelo col piede dava calci ai sacchetti, sperando che inappucciassero uno dei futuri votanti. Era un gioco innocente, dato che era improbabile che accadesse sul serio. 

Tornando a casa sentì un nuovo tipo di suoneria del cellulare, non capiva da dove venisse, lui non era certo il tipo da cambiare suoneria. Poi si   rese conto che era il suono delle campane.

Le buste di plastica sbandavano verso il cielo portate dalle correnti calde, gli risvegliavano il ricordo lontano e incantato delle carte delle arance che la maestra dell’asilo faceva volare bruciandole.

E’ chiaro che ci stanno zombizzando, disse Mario la sera a cena a casa di Angelo, di fronte a uno degli ultimi fuochi della stagione. Tutte queste antenne che spuntano sulla collina, servono per zombizzarci. Ci stanno rincoglionendo. E’ una cosa organizzata.

Erano lì che arrostivano la carne. Lucia, la donna di Angelo, rideva di questi discorsi. Ma Angelo e Mario sotto sotto parlavano sul serio, o quasi, non lo sapevano bene neanche loro.

E’ apparsa un’altra Madonna, disse Ugo.

Lucia emise un sordo brontolìo animale che voleva dire “e ridagli”, lo notò solo Angelo, per fortuna. Lui la amava anche perché lei riusciva a riportarlo alla realtà, in svariati modi. E’ che Lucia non gradiva molto di avere tutta l’allegra compagnia in casa, anche se non aveva chiaro quanto fossero diversificate le loro attività.

Angelo invece, che aveva preso a frequentarli per certi affari in comune, perché i tempi si stavano facendo duri e in qualche modo bisognava arrangiarsi, lui alla fine aveva trovato il modo di comunicare con loro, anche se (a parte Mario) venivano da mondi diversi, non omogenei rispetto al suo. 

Comunque saltò fuori che c’era qualcosa di più, oltre alle solite cazzate delle Madonne.

Infatti suonarono. Salì in casa Sandro, il fattore della Scheggia e trafelato disse:

Hanno trovato un morto, disse, un pescatore.

Al che Angelo sentì che tutti lo guardavano, anche se magari non era vero.

Improvvisamente cominciò a sudare.

Tutti lo sapevano quanto odiasse i pescatori, e non si poteva escludere categoricamente che qualche volta in effetti avesse rotto degli specchietti o rigato delle fiancate per poi rifugiarsi nel bosco. Nessuno è perfetto. Ma da lì a uccidere ce ne corre.

Dove? chiese con la gola debole.

Al laghetto qui sotto.

E come è morto?

Non lo so, alcuni dicono che era fulminato, ma non lo so, l’hanno già portato via.

Strano, disse Ugo, hanno fatto in fretta.

Il fattore spiegò che in effetti c’era stato un gran dispiegamento di forze, e che Giovanni, il guardiacaccia che aveva trovato il corpo, era stato portato via subito dalla polizia. E aveva solo fatto in tempo a dire a Sandro che il pescatore sembrava folgorato.

Poi anche nei giorni successivi dal guardiacaccia non ci fu verso di sapere molto, era laconico, come spaventato.

Angelo ripensò alla Madonna grande come un orso, che aveva visto proprio al lago, l’altro giorno.


6 aprile

Scendeva dagli splendidi suburbi campestri.

Vedeva laggiù laggiù la striscia opaca dell’inquinamento aleggiare sulla culla dell’arte. O erano le esalazioni delle anime in putrefazione.

Polle di stupidità gorgogliavano nella piana, a Angelo pareva quasi di vederle mentre scendeva in macchina cercando di evitare gli autisti assassini dei pulmann.

La strada stretta e tortuosa era intasata dai camion che portavano terra nera e dai motociclisti. Ci voleva un altro miracolo del sacchetto. A parte che sarebbe stato clamoroso fare un giro nei campi ed essere travolto da un motociclista incappucciato.

L’inferno era popolato da gente con gli occhi da pesce. Nessuno che capisse niente. Nessuno che avesse il dubbio di non aver capito qualcosa. C’era una ignoranza, una protervia potenzialmente aggressiva. Aspettava solo l’occasione per esplodere. Ma a volte invece l’anima faceva capolino dagli sguardi da pesce. E allora gli affiorava un intenerimento. Gli veniva il dubbio di essere troppo critico: di essere posseduto dal maligno. Il Maligno, qualsiasi cosa fosse, qualcosa era.

Comunque era chiaro che se nelle scuole italiane non avvenivano stragi tipo quelle americane era per colpa della carenza di armi.

Qualcuno avrebbe rimediato.

Dato che Angelo teneva corsi anche il pomeriggio e la sera (corsi per adulti) i suoi orari erano sballati, mangiava quando poteva, si portava dietro bustine di miele che ingurgitava di continuo nell’illusione di darsi forza e salvare la voce.

Quando poi arrivavano i giorni liberi, le giornate lunghe, all’improvviso, quasi con violenza, il richiamo delle colline e delle terre selvagge erano talmente irresistibile, che passava il suo tempo a vagabondare come un cretino nel paese delle meraviglie.

Nell’istituto numero 6 gli psicopatici non mancavano. I professori ne avevano paura.

Un ragazzetto con aria inerme e spaurita stava lì rannichiato in un angolo come una preda tra i predatori e non partecipava al racconto di gruppo.

E tu non fai nulla? disse il professore.

Io lo copio dopo, fu la risposta.

C’era un gruppo di cinesi che ascoltava con aria assorta, rapita, le parole di Angelo, era una soddisfazione.

Quelli? Ma quelli non sanno una parola di italiano, disse il professore con quella sua barbetta puntualizzante, quelli non capiscono nulla.

C’erano alcuni (una dozzina) che per tutte le ore di lezione, fino a ricreazione, guardavano con aria sognante i panini che avevano comprato appena entrati a scuola. Li tenevano ammonticchiati su un banchetto accanto alla cattedra. Bene in vista. Li carezzavano con lo sguardo, a volte li carezzavano davvero con la mano, quando ci riuscivano, di soppiatto, per esempio quando si alzavano per andare in bagno. Il che avveniva di continuo. E forse andavano così tanto in bagno proprio per poter carezzare i panini sul banchino.

Due sorelle gemelle piangevano perché era morto il Papa.

Una ragazza straniera si avvicinò ad Angelo e timidamente gli disse che aveva una cosa da chiedergli.

Va bene, disse lui.

Aveva uno sguardo delicato.

I sogni si avverano? Fu la domanda.


12 aprile

Erano in parecchi appostati nella notte.

Li aveva convocati Angelo, con varie scuse, non sapeva nemmeno perché.

Anzi, lo sapeva. Aveva molti motivi. Anche gli altri li avevano.

George voleva massacrare i ladri perché lo avevano derubato, e non vedeva assolutamente contraddizione con l’imperativo di agganciarsi alla locomotiva di Dio. 

Gli altri vicini volevano assicurare i ladri alla giustizia. In realtà poi di questi altri vicini dopo tante parole ne era venuto solo uno, il Mainardi. Una specie di manager venditore di non si sa che, che ostentava sempre le sue conoscenze nell’alta finanza.

Ugo era lì soprattutto perché Angelo gli aveva raccontato di giganteschi ghiri notturni con cui si potevano guadagnare fino a centocinquanta euro a esemplare e quello ci aveva creduto. 

E Ugo era lì anche per la faccenda delle Madonne. Infatti in quella zona c’erano stati un sacco di avvistamenti, negli ultimi giorni. E il bello che là davanti a loro c’era un tabernacolo ancora vuoto. Era come se le Madonna cercasse di rientrarci.

Anche Mario era interessato alla faccenda delle Madonne. E poi lì vicino c’era un’antenna per telefonini e Mikailov, il tecnico pecoraio, diceva che poteva esserci un collegamento tra l’antenna e il ritorno delle Madonne.

E’ vero che l’antenna secondo Mario serviva alla zombizzazione delle persone, ma questo non impediva che ci fosse un nesso col ritorno delle Madonne, magari le antenne zombizzanti come effetto collaterale attiravano le Madonne, le risvegliavano dal letargo religioso.

C’era un tale zampillio di idee del menga nel mondo che era impossibile non abbeverarsi. Questa era la verità.

Fatti furbo, gli sussurrò Mario sedendosi accanto a lui sotto la grande quercia che stava tra il vigneto e li ulivi. Fatti furbo era una frase scherzosa che dicevano tra loro, riassumeva lo spirito dei tempi, era il comandamento principale. Loro la ripetevano per farsi coraggio.

Non è che Mario davvero credesse a quella storia delle antenne, era una metafora, se capite quello che voglio dire, o forse siete stati troppo sotto le antenne.

Angelo si sentiva un po’ ridicolo col fucile subacqueo poggiato tra gli sterpi. E poi era un fucile a arbalete, e uno stecco qualsiasi rischiava di far partire o inceppare gli elastici.

Queste cose nell’insieme erano divertenti. E poi lui voleva scagionarsi in anticipo da qualsiasi coinvolgimento nella faccenda del pescatore morto, che rimaneva un po’ troppo misteriosa, e già nel paese sussuravano che lui ce l’aveva coi pescatori. Lo dicevano così, con aria di nulla, dal barbiere. O dal macellaio. Quella era la terra promessa dei barbieri e dei macellai, ce n’erano tantissimi.

Lui si era quasi assopito quandò arrivò la macchina. 

Stava pensando alla professoressa Biagini. Lui nel pomeriggio l’aveva chiamata per sfissare la lezione della mattina dopo, dato che prevedeva che la notte di appostamento si sarebbe protratta a lungo. 

Peccato, le ragazze saranno deluse, aveva detto la professoressa. Aveva una classe composta quasi esclusivamente di femmine, di maschi ce n’era solo uno. Così, semplicemente, rimaranno deluse.

Angelo ci era rimasto un po’ male e un po’ bene, come sempre quando nel suo quadro apocalittico si aprivano crepe o intenerimenti. 

Ugo si era arrampicato sulla quercia con uno spiedo, in cerca della cavità dove sorprendere il ghiro gigante. 

Eccoli, bofonchiò George. Andiamo.

I richiami degli uccelli notturni tacquero. Ora dalla notte uscivano solo il vento e i profumi.

Andiamo, insisteva il vecchio George, che in verità era un tipo simpaticissimo, solo che Angelo non pensava che si sarebbe mai arrivati a queso punto. In quella stradina non passava mai nessuno, cazzo. Stai a vedere che erano davvero i ladri che avendo trovato un buon posto erano tornati? Era il ragionamento di George. Quelli si aspettavano degli inermi, ma ora vedevano.

Andiamo, George cominciava a spazientirsi. Angelo guardava la strada, il fucile subacqueo, la quercia, la macchina, il tabernacolo, la mazza da baseball, l’antenna zombizzante, non sapeva che fare.

Stanno troppo abbracciati per essere dei ladri, disse Mario.

 In effetti, al chiaro di luna che faceva brillare la strada bianca, sembrava di capire che quei due dopo aver fermato la macchina non si stavano trattando freddamente.

E’ una coppietta, disse Mikailov, che giungeva molto velocemente alle conclusioni.

Il Mainardi non diceva nulla, era la prima volta che Angelo lo sentiva stare zitto per così tanto. Di solito pontificava di ditte e fusioni, e proprio ora che aveva una vera fusione davanti non sapeva che dire.

George si stava arrabbiando per l’ignavia di quegli europei.

Macché coppia, è solo un trucco dei malviventi. Disse proprio così, malviventi. Poi, sotto gli occhi esterefatti degli altri strisciò solitario verso la macchina.

Fu Ugo a fermarlo. Era ancora appollaiato sulla quercia quando udirono la sua voce:

 Eccola, disse estasiato, è una Madonna, lo dicevo io che questo era un punto di passo.

Parlava delle misteriose Madonne come di bestiame, ma con rispetto e devozione.

Peccato che sul terreno duro i miracoli non lasciassero impronte.

Scese dentro la cavità della quercia per non farsi vedere dall’apparizione.

Gli altri, che già erano per terra, nascosti nell’erba, si appiattirono ancora di più al suolo.

George interruppe il suo avvicinamento inesorabile alla macchina. Per il suo tipo di religiosità la Madonna non era così importante. Ma una cosa è la teoria. Quando te ne trovi Una davanti non è così facile restare indifferente.

Allora si contorse come un serpente e tornò alla quercia, sempre senza mollare la mazza da baseball.

Quell’essere imponente e arcano si avvicinava senza vederli. Venuta da un’estrema lontananza, sembrava andare verso un punto santo, per loro incomprensibile. Saliva. Era più in basso, rispetto a loro, che si trovavano abbastanza vicini alla strada e quindi in alto. Sembrava che fosse sbucata dalla vegetazione fitta che costeggiava il torrente nel fondovalle. Ora avanzava tra le ortiche e irraggiava luci misteriose nella notte benedetta.

Tutti erano presi dall’estasi del momento, anche gli increduli.

A Ugo, i cui occhi spuntavano dal tronco, il cuore gli martellava al punto che aveva paura i far esplodere la quercia. 

Mentre la Madonna si avvicinava successe qualcosa di strano. Sembrava sempre più umana.

Il che faceva parte del miracolo. In effetti sì, anche. Ma non era solo questo.

Guardando bene il volto in parte coperto dal velo azzurro, si notava che aveva tratti maschili.

Non era esattamente quello che ti aspetti da una Madonna.

E’ una corazza, disse Mario, che in quanto a conoscenza delle armature, antiche e moderne, non era secondo a nessuno.

Il velo azzurro era in realtà una protezione metallica. Aveva avuto ragione Angelo quando al lago, era stato sorpreso dalla sensazione che la Madonna fosse in qualche modo rinforzata.

Sta puntanto verso il tabernacolo, notò Ugo, che era fissato con l’idea che dovesse sistemarsi là dentro.

Sì, ma là dentro non c’entra di sicuro, osservò Mikailov.

In effetti era grossa, più grossa di una statuina da tabernacolo. Però non aveva neanche le dimensioni da orso che Angelo aveva creduto i vedere al lago. Diciamo che aveva le dimensioni di un uomo, un uomo grosso, solo che quell’armatura che indossava la faceva sembrare più grossa. 

Ora dalla cavità della quercia spuntò anche il naso.

Ma ce n’è un'altra, disse Ugo, che evidentemente aveva un occhio infallibile e una predisposizione emotiva per le Madonne.

In effetti dal torrente in fondo ne era spuntata un’altra, solo che era un po’ più a destra, rispetto alla prima, vicino al pozzo.

La Madonna numero 1 si accorse della nuova arrivata e perse un po’ della sua maestosa compostezza. Corse al tabernacolo ma non pensò nemmeno a saltarci dentro, dove avrebbe costituito un facile bersaglio. Invece lo aggirò e lo usava come riparo, come scudo. Tirò fuori dal manto azzurro uno scettro che si rivelò una specie di fucile e cominciò a sparare verso la Madonna numero 2 che buttatasi dietro una catasta di legna e fil di ferro arrugginito rispondeva al fuoco.

Erano colpi abbastanza silenziosi, ma da quella distanza li sentirono addirittura quelli in macchina, misero in moto senza rivestirsi.

Angelo stringeva il fucile subacqueo, incerto sul da farsi. Accanto a lui c’era George che stringeva la mazza da baseball, e anche lui era interdetto. Come tutti.

Solo Ugo sembrava esplodere dalla devozione: aveva tirato fuori tutta la testa dalla cavità e sorrideva pio, si era del tutto dimenticato del ghiro gigante. Due Madonne sono ancora meglio che una, doveva essere il suo ragionamento.

Le due Madonne corazzate si allontanavano, combattendosi a distanza.

Bisogna seguirle, disse risoluto Mario. 

Ugo cautamente uscì dalla cavità. Anche se in verità non sembravano esserci tutti questi rischi che le Madonne lo vedessero. Più che altro sembravano farsi i fatti propri.

Mentre si muovevano, il Mainardi sembrò riscuotersi dal terrore e dalla meraviglia.

Eppure…, disse pensoso.

Ora non c’è tempo, andiamo, gli disse Angelo risoluto.

Evidentemente Angelo conosceva quei luoghi meglio delle Madonne. Infatti capì che sarebbero sbucate al lago e così fu. In questo modo il gruppetto poté precederle di poco, chino nella macchia, senza farsi vedere.

Camminavano come in una visione. Era tutto incredibile, eppure anche stranamente terrestre. Al lago si nascosero tra i ginepri.

Stavolta la Madonna numero 1 gli arrivò davvero vicino. Era stravolta, chiaramente fuori forma, respirava a fatica. E aveva indubbiamente il volto di un uomo, anche un po’ peloso.

Bestemmiava.


Ma è Mack, l’amministratore delegato della Basti&Basta riuscì a dire il Mainardi, che sembrava conoscere solo amministratori delegati.

Allora la Madonna numero numero 1 si voltò lentamente verso i ginepri. Quelle assurde armature ottundevano il senso dell’udito, ma alla fine aveva sentito qualcosa, forse aveva riconosciuto il suo nome, o la carica.

Per un attimo parve vederli, e Angelo pensò che gli avrebbe sparato con la sua misteriosa arma, e loro non avevano armature. Ma poi sul vertice opposto del lato triangolare sbucò la seconda Madonna, se non   era addirittura una terza. Non era chiaro. Alla lunga, le Madonne sono come i cinesi: le confondi.

Non se la sentirono di seguire le Madonne che sparivano nell’oscurità, verso le gole. Perché soprattutto la Madonna numero due (o era la tre?) aveva dimostrato una preoccupante tendenza a sparare. E non era chiaro cosa sarebbe accaduto in assenza di armatura. A parte che non era chiaro neanche cosa accadeva quando uno aveva l’armatura, perché non l’avevano visto.

Meglio tornare a casa, disse Mario, interpretando il pensiero di tutti.

Ora ho capito, disse il Mainardi.

Tutti lo guardarono con disprezzo.

Invece venne fuori che il cretinoun po’ di cose le sapeva. C’erano questi tipi che facevano dei giochi di guerra nelle colline. Alcuni erano dei supermanager che lui naturalmente conosceva fin dall’infanzia, altri dei veri soldati ipertecnologici che venivano alle noste parti un po’ in vacanza un po’ per questa attività dei giochi di guerra che per loro era lavoro.

Può anche darsi che in questi giochi qualcuno alla fine morisse, cadendo in un fosso, per esempio ma, se era così, la cosa passava sotto silenzio, oppure si diceva che era morto in qualche eroica azione.

Ma perché non ce lo hai detto prima? Gli chiesero.

Lui a quanto pare non aveva collegato le cose.


Di sicuro il pescatore era morto per colpa delle Madonne.

Infatti quando Angelo alzò  la testa dal ginepro si ritrovò attorcigliato qualcosa tra i capelli. Era la lenza del pescatore, che era rimasta impigliata e tesa tra i ginepri e i cavi della luce che correvano là sopra.

Il pescatore si deve essere visto arrivare addosso una Madonna all’improvviso, disse Mikailov, il loro tecnico pecoraio.  Preso dallo spavento ha alzato la canna per difendersi, con la lenza ha toccato il cavo della luce e così è morto fulminato.

In effetti anche Mario aveva letto che lo sport più pericoloso del 2004 era risultato la pesca con la canna, perché con le canne sintetiche un sacco di pescatori morivano fulminati.

Sembra ridicolo, ma è così, concluse.

Oppure la Madonna gli ha sparato folgorandolo, aggiunse Mario.

O le due cose insieme, concluse Angelo.

La verità non si seppe mai.


Tornavano a casa, stanchi ma felici, non si sa perché, forse per la dolce sera di primavera, forseper il dovere incompiuto.

Che giornate, che notti. Era un mondo in bilico, ma bellissimo, se non davi retta al Maligno.

 Angelo tutto sommato avrebbe anche potuto evitare di sfissarla la lezione a scuola, e andare da quelle sante ragazze.

 Ci fu un bagliore oltre i pini, che tutti fecero finta di non vedere perché erano esausti di miracoli e di orrori. 

Forse era un vero prodigio quello che palpitava laggiù nella selva. Ma nessuno fiatò, neanche Angelo. 

Volevano solo andare a casa e dormire.


Enzo Fileno Carabba

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Aldo Quario Aldo Quario

By Rocket to the Moon

L’aula era grande e luminosa e sapeva di polvere di gesso. Il sole entrando dai vetri delle finestre riempiva il pavimento di linoleum verde di chiazze senza una forma precisa.

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L’aula era grande e luminosa e sapeva di polvere di gesso. Il sole entrando dai vetri delle finestre riempiva il pavimento di linoleum verde di chiazze senza una forma precisa.

Quando entrò, la classe si alzò in piedi con un rumore stridente di sedie trascinate.

I visi attenti dei bambini lo seguirono fino alla cattedra. Lì lui si fermò. Non salì sulla piattaforma, solo guardò i bambini, si sistemò meglio sui piedi, alzò una mano per salutarli e nello stesso tempo farli sedere.

Adesso avrebbe dovuto parlare, raccontare loro dello spazio. Perché lui c’era stato, nello spazio. Almeno così dicevano le fotografie, i filmati che lo ritraevano fluttuante in una dimensione senza punti di riferimento. Galleggiante in volumi dove l’alto e il basso, la destra e la sinistra non avevano senso, semplicemente non esistevano. 

Era successo davvero?

A volte lo dubitava. C’erano lampi, anzi, nei quali pensava che si fosse trattato solo di una sogno. In quei momenti era quasi certo che l’uomo che salutava dalle foto, nascosto dietro quel casco a specchio non fosse lui. Il fondo, chi poteva assicurarglielo. Poi però si riscuoteva e i suoi dubbi si rimpicciolivano fino a scomparire. Per tornare di nuovo ad assalirlo più tardi. Il fatto è che quel navigare nel vuoto gli era entrato anche nella testa, aveva scavato un tunnel nei suoi pensieri, creando dentro di lui un’instabilità oscillante che non era più soltanto fisica.

-Come sei arrivato sulla Luna?

La domanda arrivò prima ancora che il brusio di sottofondo delle sedie che tornavano al loro posto, si fosse spento. Prima ancora che la maestra potesse presentarlo o dire qualunque cosa di lui. 

Il bambino era rimasto in piedi, al primo banco. Rigido. E lo fissava negli occhi con un’insistenza pervicacemente infantile. L’insegnante, un po’ più indietro, a fianco della la cattedra, esibì, imbarazzata, un sorriso esagerato.

Dove va un astronauta? Sulla Luna. Per un bambino è sempre sulla Luna.

Invece lui era stato sulla stazione orbitante. Sarebbe stato meglio fare chiarezza. Subito.

-Allora…- esordì -la navicella shuttle mi ha portato...

La vocina del bambino lo interruppe, subito, impaziente, incurante:

-Sì, ma come hai fatto ad arrivare fino alla navicella?

Non lo aveva neppure lasciato finire. Moccioso impertinente. Riprese il corso dei suoi pensieri e tentò un’altra risposta:

-Per salire sulla navicella c'è un ascensore che da terra...

Di nuovo un’interruzione:

-Sì, ma all'ascensore? Come sei arrivato all’ascensore?

Cos'è, uno scherzo? Pensò. Il bambino non sembrava particolarmente brillante, il suo sguardo anzi, gli era parso persino vacuo, almeno finché glielo aveva visto vagare intorno, posarsi sui banchi, sulla maestra, sui compagni, ma ecco che, come quegli occhi si posavano nei suoi, acquistava l’acutezza di una punta di trapano. Gli occhi lo penetravano e lui stentava a trovare le parole.

La maestra continuava a sorridere al limite della paralisi.

-Vuoi dire: da quando mi sono alzato? Il giorno del lancio?

Il bambino scosse la testa, imbronciato:

-Voglio sapere da dove sei partito.

-La base spaziale si trova negli Stati Uniti d'America, in Florida.

-Ed è da lì che sei partito?

-Il razzo è stato montato nella base spaziale.

-Ma tu eri lì?

-Io sono arrivato dopo.

-E da dove venivi?

Si fermò.

Da dove veniva?

Da nove anni di preparazione, gli venne da ringhiare. Nove anni. Cinque anni a Colonia ad addestrarsi in attesa di essere assegnato ad una missione, poi quattro anni a Houston.

Forse era da lì che veniva? Da Houston? Dal Johnson Space Center? Ma lì, tutto sommato, era già stato assegnato. Era un punto di arrivo, il periodo in cui prepararsi, studiare, mantenere la forma fisica migliore, dove però l'obiettivo era chiaro, era la missione, e la missione aveva una data.

No, era da Colonia che veniva. Per cinque anni a mordere il freno, ad allenarsi, lavorare, senza sapere che cosa sarebbe stato di lui. Vedere i colleghi che partivano, aspettare che gli equipaggi venissero composti, sentirsi dire di aspettare ancora, che il suo turno sarebbe venuto. Quante volte aveva pensato di gettare la spugna, guardando i suoi colleghi più vecchi, ora istruttori, che non erano mai stati nello spazio. Mai. Non era per quello che aveva fatto tutti quei sacrifici.

Ma a Colonia... ricordava quando era arrivato. L'emozione, l'orgoglio. Sarebbe diventato un astronauta.

E lì era arrivato da Sestri Ponente, dove lavorava.

Forse era da lì che veniva. Da Sestri. 

Aveva lasciato un lavoro sicuro alla Piaggio per seguire il suo sogno. 

La stabilità per la precarietà.

Ma lui non era di Sestri.

I bambini cominciavano a rumoreggiare. La maestra si dava da fare per zittirli. Agitava le mani e ogni movimento odorava di gesso.

A Sestri era arrivato da Torino, dove si era laureato in ingegneria. Sei anni e ventinove esami, una tesi e finalmente la laurea. Sei anni a studiare matematica e fisica, meccanica quantistica e teoria dei sistemi. Cristo santo, se pensava a tutte le sere passate a sbattere la testa sugli appunti e sui volumi! A saperlo adesso non gli veniva neanche voglia di cominciare.

Il primo giorno c'era una tale quantità di matricole. Le code in segreteria per l'iscrizione. Il diploma del liceo! Forse è rimasto là, sepolto dalle carte. Non che gli servisse, più che altro un ricordo del 'Beccaria' di Mondovì.

Eh, già, era da Mondovì che veniva.

Scosse la testa. 

Si sentiva stordito, le voci dei bambini rimbombavano. Per un attimo si mise le mani sulle orecchie e strizzò gli occhi, fino a rivedere la navicella durante la 'passeggiata' nello spazio. Che silenzio. Che solitudine.

Gli girava la testa, eppure non riusciva a interrompere il viaggio indietro nel tempo.

A Mondovì si era trasferito quando era morto il papà. La mamma si era messa a fare l'infermiera all'ospedale, e si erano trasferiti in una casa più piccola, e più vicina. Quando il papà era ancora vivo, abitavano a Vicoforte, proprio vicino al santuario.

-Che cosa vuoi fare da grande?

-Voglio fare il professore come te, papà.

-Ah ah, certo, ma perché non qualcosa di più strano? L'astronauta, magari?

-Papà, vuoi che faccio l'astronauta?

-Dicevo così, per dire. Non sarebbe bello?

Anche suo padre aveva volato, quando era stato investito era passato volando attraverso il parabrezza.

Guardò dalla finestra, il santuario, la cupola ellittica -come la traiettoria di un satellite. Si rivide al funerale, vicino alla mamma e alla sorella. L'auto parte lentamente, il motore al minimo, con lo scappamento che puzza di benzina. E lui inizia a camminare.

Ecco. Lo aveva trovato.

Ogni finale ha un inizio, e lui aveva trovato il suo.

Si accorse di stare piangendo.

Il bambino lo guardava, adesso, attento.

-Venivo da là sotto- disse solamente.

Il bambino annuì.

 

Aldo Quario

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